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lavoro pubblicato sabato 17 marzo 2012
ultima lettura giovedì 13 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Brigitte

di gartibani. Letto 712 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “ BRIGITTE Sembrava un signora troppo vecchio con certe ali enormi, di spalle piena di pacchi...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “

BRIGITTE

Sembrava un signora troppo vecchio con certe ali enormi, di spalle piena di pacchi e bagagli, gli stivali alti. Ma appena voltata era mora, alta, con gli occhi grandi e profondi, lo sguardo fiducioso, i capelli sciolti e lunghi sulla schiena, tanto portamento. Brigitte accomodò con cura le sue cose e mise tutto in ordine come se quella stanza le fosse appartenuta da sempre e per un attimo la vidi cambiare di colore quando scostata la tenda guardò oltre la finestra, verso il mare. Poi appese due piccole incisioni che la raffiguravano e si sedette al bordo del letto con un sorriso, misto di soddisfazione e stanchezza. Pensai a Vienna, ai boschi dorati del Prater e quella corsa che secondo un’altra magia fini con trascinarci dentro e al profumo d’erba che aveva dopo l’amore nella mia parte di realtà, quasi ad aggredirla o a difenderla come risultato della fine. Adesso guardo le mie scarpe affondare nella sabbia mentre camminiamo raccogliendo oggetti inutili lasciati dal mare e mi specchio in una vetrina con lo sguardo capovolto, tra le solite caritatevoli bugie, sopra un blocco di terra dove la terra si lacera e le sue labbra stingono nel mio stesso odore. Così sotto i suoi occhi mi libero dei vestiti e affondo nell’acqua tiepida e densa. Gli alberi sono verdissimi rispecchiandosi nell’acqua come nell’aria e anche lei comincia a nuotare con grandi bracciate. Sono felice di vedermi col ventre che si ramifica nell’onda a gambe aperte, con tanta energia e pace , con il suo corpo che si lascia trasportare accanto, nell’assenza della mente, sconsacrata liturgia. L’orizzonte si trasforma in un giardino, da dietro una apertura, da dove come amanti sospettosi ci lasciamo ricucire dal sole che tramonta. Uniti dall’ira adulta e unica del vino, nella sera che appare come una cancellata, tra una macchina che passa travolta dal suo rumore e le grida dei gabbiani che gonfiano le loro ali di refrigerio.

Alla fine dovetti trovarle una soffitta in centro perche mia moglie non la sopportava più nuda per casa con il petto tondo e due punte purpuree color prugna ed il pelo nero e folto tra due gambe affusolate e avvolgenti. Sembrava una bimba nera da abbracciare di spalle. Mia moglie, con la su fatica e la sua paura cominciava ad odiarci, un ritorno di aria calda e tutta la sua rabbia nei gomiti e nella capriola del suo pugnale lanciato ad ogni sera per ferirci. Noi rimasti nella riva opposta a difenderci, con quel grido che spezza i rami e congela l’immagine nel cielo senza tempo. Scimmia ! dico al suo viso scarabocchiato tra i mobili ed il buio che ci assale con mia moglie che rema da sola in una fragile barca mentre mio figlio strilla nel mondo balordo e rincorre la sua palla.

Lavoravamo insieme ai suoi gioielli e alle donne con cappello dipinte nelle tele maestose e sulle carte ingombranti che si dissolvevano nel fumo. Io cercavo nei crateri e nelle luci marcite nel velluto, qualcosa di umano da concepire, mentre imparavo ad incidere e a manovrare con sapienza il bulino seguendo affascinato l’acido nitrico a corrodere la lastra fino a martoriarla. Rimanevamo soli la notte a parlare lungamente e ad ascoltare il gufo che batteva sul tetto emettendo piccoli suoni inconsulti, quasi a voler scoprire quel nostro segreto mai rivelato, nelle sue mani friabile opposte alla mia ferocia. Le vibrazioni del suo corpo su di me come una galassia, quasi a percepire linee e segmenti e precipitarmi contro nell’incidere dell’occhio pieno di detriti e affascinato dal nostro comune orgasmo. Brigitte era ambigua, meravigliosa di orrori, amava gelare il sudore sul petto, nella calura dell’estate devastante e mettersi a correre spezzando il silenzio fantastico prima che una vampata di luce la trapassasse da parte a parte nell’eccitazione del traguardo. La sorpresi a depredare un ‘ altra donna come lei mentre le baciava e l’inguine e con la lingua le leccava l’orecchio. Avrei voluto scaraventarla a terra e urlargli addosso con tutta l’invettiva del mio rancore, invece sedetti a guardarla, tra l’incubo e l’idiozia, nella polvere bianca del pavimento, mentre assaporava quel mistero asessuato oltre la dolente colonna vertebrale e le telefonate del giorno dopo. Mi ha telefonato, ieri, anche stamani; è allegra, è tornata a sperare nella vita e così mi precipitavo da lei chiuso in un vasetto di marmellata, come se niente fosse, durante il meraviglioso momento in cui moriva la luna, con in faccia più di una domanda, ed era ancora infinita e irraggiungibile la scalinata con l’insieme inesploso delle sensazioni e degli affetti. Lei diffidava di me, dei momenti recenti e di quelli futuri e la fronte piegata disegnava file distrutte di birilli divelti.

Si conficcò il bulino nel centro della mano fino a trapassarla e mi lasciò con il suo sangue in quel deserto a lenire un arto atrofizzato, un organo che ha cessato di servire. Adesso l’ho riposta in un corridoio di mattonelle rosse e non so cosa risponderle, mentre senza respirare se ne sta dentro una nicchia di vetro in attesa di guarire e mi contempla con un sorriso meccanic o salutando il suo sapore fresco di vita che mi commuove. Ora dorme con il lenzuolo sulla nuca e la coperta che scivola desideri. Non sono venuto per entrare ma per riprovare ad amarla.

Qualcosa di nuovo ha avuto inizio.

Quando non si viaggia i giorni si ammucchiano dietro la porta e il salone semivuoto si riempie di carte, anche il caffè e orribile. La voce non sa uscire dall’ingorgo. Poi è venuta a trovarci mia moglie, come una biscia ossea e si è appoggiata al davanzale cercando un disegno nel vuoto. Gli ho riletto il mio discorso mentale ma non ha capito. Ha mangiato con noi, si è trascinata sul divano, con in mano vari strumenti da taglio poi mi ha baciato con malizie e andando via ha lanciato contro le pareti e i quadri quegli oggetti acuminati. L’ho rincorsa giù per le scale cercando di scorgere le sue macchie rettangolari e pallide sulle pareti per afferrare l’inafferrabile. Parlo d’infelicità, le labbra a forma di cuore, i fianchi pesanti. L’ho seguita per un po’, fino a voltare l’angolo e sono salito in un intrico di rami e utensili sparsi, tra le nostre infinite incertezze e la lentezza esasperante del pianeta. La, dove scompare la balaustra e ci sono migliaia di morti, tra l’incubo e l’orrore dell’olocausto, dove affondano gli stivali nel sangue e la barbarie riaffiora e si consuma. Loro, i viennesi, padroni di quelle realtà, ci sono dentro dalla testa ai piedi, nei treni metaforici, tra invettive di guerra e maledizioni. Nelle ossa calcinate che si dissolvono in una polverina bianca e vanno nel vento depredando soffitte. Anche la sua casa reca una goccia di quel sangue, antico e abominevole, nel parto che precipita contro l’orecchio con il suo silenzio inquietante. Fu appunto così che si verificò,, la sua mano fasciata sulla ferita tagliente, tremante di malessere rappreso, gli stivali di pelle lucida ed il corpo nudo come per magia. Agitò la frusta, mi sembrò che mi adagiasse carponi sulla poltrona, come un malato sofferente e mi colpisse le natiche , lo scroto legato ad un tenue filo e la saliva fredda come un acido sopra il rossore della pelle. Forse le sue braccia erano mosse da pietà quando colpiva nella sua semplicità di liquidi e ovuli che si disfaceva addosso, anche l’urina calda , tra le macchie e le confluenze, nelle pieghe del mio stomaco grasso, abbracciando da dentro il languore che improvviso fuoriesce a spruzzi, di getto dal pene e sporca la tappezzeria. Come un medico nazista, un cesareo, l’umido precipizio aperto, le dolenti interiora, la mia testa maternamente avvolta nel suo ventre nella possibilità di rinascere.

Brigitte è ormai desolatamente vuota, nella stanza disadorna, dove angeli di gesso precipitano. La folla dello stadio non urla più, il centro dello spazio è deserto e la salamandra appartiene ai suoi occhi che si consumano, spiove dietro la rete del terrazzo. Mi seggo per terra, mi calo in una gora d’immondizie, ho comperato alimenti allo spaccio e vendicativo e diabolico li ho portati con me tutti, disperatamente li ha sparsi alla rinfusa in mezzo al prato. Adesso ha da mangiare per almeno un mese. Mi chiedo se sto male, se combatto ancora, se sono ancora in sciopero, se sono riuscito a pagare la cambiale. Leggo e mi metto al letto come allora, ma non viene, la diffidenza e la noia sono tutte nel tè che mi offre. Periodo di splendida pigrizia. Le camere le abbiamo ricavate da una galleria del mio occhio, stuoie fresche per la notte e porte come dimore nella valle.

Credo nel mistero, mi disegna la vita su di una mano ritagliata nel cuoio, allineati lungo il bordo piccoli uomini faticano e la divorano rosicchiandola, traccia una linea tra due che scommettono sui galli, il futuro è diviso dai suoi istigati levrieri.

Il nascere ed il morire, il rinascere, come oggetti e creature dell’immaginazione, qualcuno che ama i pianeti e ci scaraventa giù. L’orecchio si aggira ormai con perizia, la forza di vivere dopo la scomparsa, l’affanno, l’airone defunto nel breve. Abbiamo dunque ricominciato fra di noi sicuri che tutto ormai sta per finire, manca solo il come, le mani che cominciano ad agitarsi nell’acqua e la tingono di rosa, la finestra accostata che diffonde il gelo nel corridoio, la valigia che fa un tonfo nello stagno. Non vuole che la lasci sola, nel luminoso rossore dell’alba, persino il suo respiro è altrove, chiuso nel rumore del cassetto.

Attraversare veloci nel salto foreste e animali migranti, tele dipinte di autori sconosciuti e stare per mesi ad osservare i ritorni, le inquietudini dell’animo umano, unico il fascino delle foreste intricate di filari inaccessibili, di soldati abbandonati alla sorte nelle lande oscure.

La notte mi sveglio e cerco le pipe introvabili, la vedo accanto pallida e mi acquieto.

Era un incubo subito spazzato via.



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