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lavoro pubblicato mercoledì 14 marzo 2012
ultima lettura martedì 18 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL TRASLOCO

di gartibani. Letto 569 volte. Dallo scaffale Fantasia

 Racconti brevi “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “ IL TRASLOCO Il mio amico si accorse d’un tratto che me ne ero andato, si guardò intorno, oltre la gente che appariva e scompariva nei pertugi del fondale. Soltanto il piano f...

Racconti brevi “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “

IL TRASLOCO

Il mio amico si accorse d’un tratto che me ne ero andato, si guardò intorno, oltre la gente che appariva e scompariva nei pertugi del fondale. Soltanto il piano forte bianco al centro della sala era rimasto intatto dopo l’esplosione. Io soffocai due o tre volte e mi vennero conati di vomito, poi nello spostarmi, inciampai nella vernice e caddi rotolando addosso alle poltrone della prima fila. La vernice raggiunge la fine del muro imbrattandolo di giallo e così, anche il braccio ed il violino del mio amico, spruzzandogli la camicia. Se mi fossi nascosto li dietro, e questi, lanciato un grido, forse qualcuno sarebbe accorso e il silenzio penetrante del mare ci avrebbe lasciato per un attimo.

Ma non fu così.

Intorno tutti si alzarono a fatica, gli occhi punti di spillo e aprirono e chiusero le palpebre e le mani agitandosi incominciarono l’estate, un taglio d’erba e una finestra oltre la siepe. Non so perché mi venne in mente subito il balcone fiorito e il pelo di lei nero e ricciuto, soffermandosi in un angolo del corpo, all’incrocio della forma di un triangolo, nel giro della bocca socchiusa che respirava umori. Poi le fragole nella macedonia e le tende che cadevano contro la carne viva e arrossata.

Mai una volta che abitando la città fossi stato felice.

La azioni erano lente e i rumori assordanti e i riflessi di tanti avvenimenti rigavano i vetri lasciando una traccia di zinco. Verso il pomeriggio, per distrarmi, vidi passare un uccello preparando una grande agitazione , se ne stava appoggiato ad un albero a ricevere al meglio la luce. In principio la conversazione era difficile, si sentiva il rintocco dell’orologio della sala da pranzo e questo dava fastidio al falco appollaiato, poi non gli interessavano affatto le faccende della mia vita di quei giorni, ignorando la predisposizione del vento e ogni cosa che potesse mutare la sua posizione. Infatti da li a poco volò via.

A quell’epoca mi alzavo più presto del solito , aprivo la finestra sul lato destro del noce lasciando filtrare il sole raddoppiato sul vetro nel crogiuolo dell’orizzonte. Per aumentare la virilità custodivo nelle parti intime un impasto di chiodi di garofano ed erbe profumate. In quel mentre che tenevo la testa bassa la intravidi; usciva dalla stanza buia, la risata era dolorosa, quasi quella di un ubriaco, la bocca appariva allungata, d’un taglio impressionante e le braccia sembravano voler afferrarmi la giacca. La sentivo già sola con il mio corpo accanto in una camera da letto dove sfioriva un putridume di lillà e mi portava via con tutte le menzogne. Chiesi il permesso di andarmene, forse è la luce che mi ha ferito la pupilla e tutti gli ombrelli chiusi aspettando la pioggia. Intanto stavano tutti in piedi accanto al camerino, anche quel cane senza padrone, addormentato sul tappeto verde. C’era un genere di musica incomprensibile, una lampada color amarena e della biancheria intima appesa a dei fili. Il fumo ingoiava gran parte di quella penombra e sbiadiva il colore dei vestiti. Un mormorio forte, la conversazione di tutta quella gente, la sonnolenza, anche i gesti delle braccia e i gomiti conficcati nei fianchi, la carica innocua di spessi occhiali come se fossimo su di un autobus strapieno. Lei era sempre più pallida, non saprei con quale occhio guardarla, accasciata sulla sedia con una mano appoggiata ad una gamba e le calze sugli stinchi; il corpetto lasciava intravvedere il seno a raccogliere l’ultima zona d’ombra.

Questo succedeva quella sera.

Poi uno dei camerieri la coprì con un lenzuolo e spense la lampada. Ci affacciavamo seduti sulla ringhiera del parco e rimanevamo a lungo in contemplazione, forse guardavamo semplicemente il tramonto ognuno immerso nei propri pensieri aspettando il ritorno dell’inverno che ci avrebbe riempito di nuove melanconie. A quell’ora il caffè suggeriva le sue luci, forse non ci restava molto tempo per essere felici. Adesso dicevo: - starò via per qualche giorno per certi affari che mi preoccupano non poco, ma tornerò per il fine settimana. Lei non mi dava ascolto insisteva perché salissi sopra un albero. – Dai,vieni a vedere, da lassù si domina il mondo … - Poi correvamo in bicicletta lungo i viali ,sulle rive del fiume, e lei si arrabbiava tanto perché rimaneva indietro.

Intanto in quella stessa città, città di braccia abbattute e di soggiorni per stranieri, si era creato un corteo e radunato dinanzi alla facciata di un palazzo grigio. Crebbe improvviso un singhiozzo diffuso, quasi un atto di violenza gratuita. Anche le fronde e i rami degli alberi si agitarono come un fatto insolito; si stacco una donna, disperata, alla quale non uscivano le lacrime, sedette su di una seggiolina, quasi ridicola. Gli oratori cominciarono a parlare, tutti insieme, in un intreccio incomprensibile, rivolgendosi alla folla. – Credo che lei si sbagli. –dissi, guardando in viso chi mi era accanto; non ebbi risposta. La gente non se ne andava più e mi sentivo addosso una strana impazienza. Avrei voluto uscire, andare verso i campi e rotolare sui papaveri fioriti leggermente piegati dal vento come un’onda, invece raccolsi pezzi di conversazioni conficcati nell’asfalto ed il cuore di un bambino strappata una bandiera. Portarono un panno bianco e la banda attaccò le note del concerto, lungo e caloroso fu l’applauso alla fine, poi cominciarono a picchiarsi, davanti al direttore dell’orchestrina, alle forze di polizia. Volarono sedie, pugni e calci, macchine divelte, vetrine in frantumi. Il marciapiede si colorò di cioccolata e un gatto randagio fini con essere infilzato da una antenna . Sentii provenire dalla stanza vicina il suono di un violino, che spezzo l’incantesimo e vidi il petto di una donna a mezz’aria, nuda, che veniva succhiato dai passanti in fila, un negoziante inseguito da un trattore e l’aereo in picchiata massacrarci le gambe. Lì per lì ero sconvolto e stupito, ma poi mi accorsi di essere invece sereno, acquietato, con le guance madide e stringendo le mani di lei. La piazza era vuota, sembrava dipinta dal di dentro, solo quella donna seduta sul seggiolino era ancora lì, nel suo orgoglio e vi rimase anche sotto la pioggia che cadeva copiosa separando l’acqua da tutto il resto.

Era successo ancora, in quella città di provincia, dove l’invidia è un venticello sottile. Mi consigliarono di non fumare e io dissimulai ogni sbadiglio. Il cameriere riaccese la lampada, il grande salone era di nuovo vuoto e preparato per il ballo. Lei si aggiustò le calze, strinse il corpetto, s’incipriò il viso, mise una linea di rossetto sulle labbra scarne. Lo specchio riportò l’immagine di un animale, un gilè azzurro con dei bottoni bianchi, si alzò faticosamente infilando la porta della scena. Non ricordo altre domande e i fatti mi diventano confusi. Poi mi girai e mi ritrovai nella corsia d’ospedale che mi apparve in tutta la sua disgrazia; letti di ferro e cancellate e un pappagallo nero sul davanzale sfiorito. Da sopra la spalla la vidi con la flebo nel riflesso di un camice e un gabbiano che volava alto in circoli concentrici. Separai le coppie che stavano per ballare e mi avvolse un sinistro presentimento. Lei si fece alzare la sottana dalla gamba destra e lasciò cadere i capelli dalla testa reclinata. Ne approfittai per guardarle le cosce e mi accorsi che aveva un vuoto nel mezzo, strinsi gli occhi come per vedere lontano, per ritrovare una diversa misura e mi accecò il buio che non finiva mai. Non importava che tutti sospettassero e m’impedissero la fuga, sentivo il bisogno di portarla con me e non facevo altro che andare avanti e indietro per la corsia aspettando il momento buono. Tutti si muovevano in fretta fra macchie di sangue. Lei non era più in grado di mangiare, la macchia scura del vino sembrava dilatarsi sul suo corpo ed il viso febbricitante guadava il cielo illuminato dalla luna, come una freccia scoccata a colpire una stella. Nella stanza contigua il silenzio apriva ad uno ad uno i battenti delle porte e un uomo ci invitava a guardare come sua figlia si era salvata e gesticolava, si accalorava nello spiegarsi, ridotto nel circolo del piatto fino a scomparire.

Il mese dopo il cameriere non tornò più, anche il gabbiano morì schiantato nel collo di una bottiglia ed il cucchiaio si ingigantì al centro della tavola ancora apparecchiata, dove mi ero messo in testa che fosse affogato il sole, nel suo lussuoso vestito e nella pelle del suo ventre biancheggiante. Dopo poche serate tutto apparve avvolto in un contorno più vago, la ferrovia in disuso, l’ala del gabbiano spezzarsi a pochi centimetri dalla superficie dell’acqua e quei tratti di strada ingoiati da palazzi alti e smisurati sostenuti dal cristallo di una coppa. Gli occhi erano grandi luci e pezzi che nessuno poteva comporre, lettera dorate, vanità di celeste. Lei svenne. Conservata in un armadietto con le mie iniziali incise. Era diventata di un color giallo verdastro, i guasti di una malattia sconosciuta, le ciglia aggrottate a guardare il suo amico straniero rinunciando ad utilizzare la luce, confinata tra vetrine spente senza una conclusione apparente. Eppure in quella casa eravamo da anni evitando di raccontarci la faccia, privi di dialogo, nascosti dietro spesse ciglia, con le braccia incurvate all’infuori nel profilo dei girasoli che tremavano sugli oggetti sparsi.

- Sono in questa casa da tanti anni, dal tempo dei miei genitori, credo proprio che dovresti andartene tu. –

- E perche ? –

- Poi te lo spiego, appena chiudo la porta e ti bacio sulla bocca.-

- Facciamo in fretta.-

- Mangiamo altre farfalle sul tuo pene che hai messo sulla mia mano aperta .-

- Non voglio andarmene, meglio non vorrei…-

- Svuota lo sperma dentro il cappello, evitando di macchiarmi il tappeto.-

- Che fazzoletto sporco !-

- Lasciami vedere, semplicemente vedere.-

- E’ tutto inutile, tanto lo verrai a sapere e ti comporterai molto peggio. Ti ripeto è meglio che tu vada.-

- Adesso rovescia il pube all’indietro, fatti toccare.-

- Verrò questa notte e resterò fino al mattino.-

- Non ti voglio sentire accanto, non ti voglio.-

- Lasciami solo lo zucchero, almeno quello.-

- In quell’istante avrei potuto evitarla ancora, arrotolata come un rettile, simile ad una ballerina che stesse facendo volteggiare l’ampia sottana. Forse rilegata nell’orlo del maglione, resistendo alle sue torture e minacce eccitandomi molto.

- Ma tornai una seconda volta, nella luce dei candelabri, nel mosso impercettibile delle tende. Tornai a sentire i battiti delle tempie, a toccare il velluto, a riposare su di un fiore schiacciato restando in quell’immensità di profumo. I fatti si assomigliavano tutti. Percorsi gli spazi nell’aria delicata, anche i cavalli al galoppo apparivano in un turbine di polvere, nero all’altezza dello stomaco e delle ginocchia. Le spade luccicanti, i drappi e i cordoni brillando nel movimento. La pianura era avvolta nel suo chiarore, nel terrore fermo proprio su di noi. Il fumo completamente scomparso, il frastuono sempre più vicino. Non riuscivo più a concentrarmi. L’amico immobile accanto ai miei piedi e la bava nella bocca, il sudore scivolando dal bordo della fronte. Poi tutta la nostra tenerezza, il godimento della vita a lungo assaporata e lo scontro, lo sconguasso dei corpi ribaltati come fantocci. Gli arti stroncati e gli occhi spenti schizzati via. Un lampo fragoroso, notte che si sarebbe fermata e le grida nella loro fissità gelata. Un cane aveva ricoperto il cactus e i resti umani. Avanzava una mare di gente che raccoglieva oggetti e li portava verso un chiosco di libri vecchi. Anche una neve si era arenata sulla spiaggia e ansiosamente i marinai rovesciavano pacchetti e altra mercanzia pere alleggerirla. Cercavo altre parole ad alta voce, un uomo morto sul suo berretto e una macchina infernale che violava l’ordine indicato nelle forme del sogno. Dopo pochi metri girai l’angolo. Avremmo dovuto fare qualcosa, seppellire i caduti , accendere dei fuochi per segnalare il disastro. Forse bisognava pensare con calma. Ma d’improvviso il pavimento crollò trascinandoci contro le sbarre di una finestra e attraversando l’autostrada. Erano spariti completamente i capelli e i colori sembravano più brillanti galleggiando nella pespecs. La chiusi nel doppio fondo di una valigia e tardai molto a cercarla di nuovo. Promisi di non guardarla più. Fosse possibile lasciarla nell’intarsio di una gemma. Le dissi quasi per scherzo - Se hai qualcosa che ti da fastidio, ti accontento subito, basta che me lo dici.- Lei non rispose. Cercai a tutti costi di capire, Toccai il gomito di uno dei corpi e gli accarezzai il collo, ma lui si nascose e sparì su di una nuvola tranquilla, allora mi resi conto che non sapevo indovinare.

- Fu al calar della sera. L’autobus era fermo su di un fazzoletto scuro. Lungo il muro era appoggiato un vecchio bastone; a toccare le facce delle ragazze mi ero perso la sinistra. In ogni caso la simpatia tra di noi non era cambiata, provavo ancora più piacere a scoprire le illusioni del suo corpo, i tratti ancora non fissati, gli scenari appena percorsi. Le tolsi la flebo, dopo la recita, mentre tagliavo una fetta di torta e intorno ridevano e facevano molto chiasso, mi sembrò più leggera mentre ebbe una specie di singhiozzo e gli si gonfiarono le gote, anche le orecchie ancora riempite da quel rumore di ruscello. Aveva una scanalatura morbida al centro del petto, le escrescenze di un passato recente e sui bordi cerano dei brufoli nascosti da un fondo tinta.

- Il mattino è scritto in arabo, non lo capisco, mi sono alzato tardi e lie ancora dorme, neanche la furia dei croissant caldi la sveglia. L’accarezzo, concessione alla sordità umana, ma la regolarità delle dita si spezza sulla pelle fredda.

- La bacio sulla guancia, la scuoto volando sul quadrante del viso, mi balza da lontano tutto l’orrore del polso, neanche più le parole possono raggiungerla. Si è uccisa, ha il seno duro con una piccola punta, libertà dentro la vestaglia, smarriti i piedi nelle lenzuola. Piango, mi dispero come a sottrarle l’anima, quel qualcosa che mi è rimasto dentro, il presentimento di ciò che stava per accadere. Posso odiarmi, maledirmi, ma non posso farci nulla.

- Ogni giorno sulla terra migliaia di persone si suicidano, gli stessi respiri e le stesse accelerazioni cardiache. Le simmetrie si cambiano e i pensieri si svuotano. La fantasia che si spegne.

- Succede anche dopo la morte di una persona, di chiudere un libro, cambiare le tende e correre sulla spiaggia, quasi a cancellare il buio ed il sapore della morte. Con furia smonto e butto fuori, mi impadronisco di ciò che mi appartiene, svuoto i cassetti, fracasso i mobili, scrivo parole senza senso sulle pareti e sulla polvere. Ma intorno le sue labbra sottili s’incastrano sulle mie e i funerali non hanno più fine, non seguo la bara sulla’aereo che sola la riporta da dove è venuta; GLASSERGASSE 7/4 Vienna, scendo invece nel sottopassaggio e rispunto dalla parte opposta ad imbucare una lettera per i suoi genitori. Erano le sue spalle, la sua testa libera da insulti e straordinariamente viva,la vita di quando stazionavamo insieme nella grande pace solare, prima che la folla ci superasse e ci lasciasse indietro in una terra di nessuno, lei opposta a me, nell’altro marciapiede, irraggiungibile.

- Avrei fatto una catasta nel patio e bruciato tutte le sue cose.

- Mi sembrò di dimenticarla, di lasciarla ancora in quella posizione e gli rimboccai persino le coperte, invece appena mi girai, vidi più volte accendersi un bagliore, una luce diffusa e bassa che coprì con l’orma del suo corpo, quasi la forma di una pagoda, accanto degli occhialetti da vista e una calza da donna. Anche i barattoli disposti in ordine, cominciarono a lievitare. Un fruscio ci sommerse, le scarpe le sfuggirono dai piedi ed ebbi la sgradevole sensazione del disfacimento. Si alzò, raggirandosi in un turbine granulato e traslucido. Nessun sentimento di morte, ma brevi palpitazioni che mi lasciarono spossato. Così scomparve. Mi avvicinai alla finestra, cercai il soffitto, toccai il lenzuolo ancora umido, non seppi dare nessuna spiegazione.

- Il mio amico andava verso la rimessa, quasi il tempo si fosse fermato e tutto fosse accaduto al rallentatore, aveva ancora la camicia macchiata di giallo. Lasciò la porta aperta. Cerano le viole sparse per il sentiero. Non ne parlai, lui fece finta di non saperne niente, si era spinto troppo avanti nel mondo e lo persi definitivamente nel suo bordo.

- Mi chiesi cos’era tutto questo ? L’accaduto. Una testa di bambola, l’amore, uno specchio rotto, un fiore senza stelo tenuto tra le mani.

Quasi immediatamente vidi il suo viso riflesso sopra di una icona nella parete sopra le scale. Le assomigliava veramente, e la toccavo con tanto piacere, le mani sporche di farina.

- Il trasloco durò molto, perche lo feci in più riprese e certamente dimenticai molte cose, suppellettili e vestiario, poi il resto l’avevo bruciato.

- Dopo anni, anche la campagna è cambiata, ci passa l’autostrada e le vecchie case sono state demolite. Poi c’è stata la guerra,i bombardamenti, molte delle persone conosciute sono andate via.

- Ogni tanto ci torno a pregare.



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