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lavoro pubblicato lunedì 12 marzo 2012
ultima lettura martedì 18 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LA PORTA

di gartibani. Letto 661 volte. Dallo scaffale Fantasia

L’idea che muove “Durare ancora una luna” una raccolta di racconti brevi è quella di riscoprire un processo del linguaggio in cui l’immagine prevalga come traccia della scrittura, quindi il tentativo di uscire dagli schemi classici, dove personaggi e stor..

Racconti brevi da “ DURARE ANCORA UNA LUNA “

La porta

- L’ha invitato mia figlia a venire qui ? mi chiese facendomi strada attraverso gli olmi azzurrini ed un pergolo di uva fragola perfettamente tenuto. – Non lo so.- risposi distratto, - Certo è, che ho trovato un biglietto nel mio albergo e poi quella strana telefonata. - Sa adesso, siamo tutti in compagna – aggiunse cercando di indovinare le mie reazioni. Poi aprì la porta a vetri, scansò una sedia intarsiata di madreperla e allontanò con un calcione un gatto dal tappeto, poi sempre facendomi strada, passò da una stanza verde ad una marrone. – Io preferisco così…- riuscivo a malapena a capirlo, - più guardo il paesaggio e più mi convinco che questa è una vita riposante. –

Dalla finestra in fondo alla sala appariva il cielo marcato sullo sfondo dove era rimasta solitaria una nuvola tranquilla, quasi in un angolo, posta su di altri cieli precipitati sul lago. Al piano di sopra c’era un lungo vecchio bancone con una sedia impagliata. Mi invitò a sedermi e mi lasciò da solo. Provavo piacere in quel silenzio, appena interrotto da fruscii di stoffe, mi guardavo intorno a scoprire la casa, quasi l’imboccatura di un tunnel dalla luce forte. Le foglie dei grandi alberi erano cadute sui balconi e li riempivano di un turbine di venti. Anche i colori avevano un sottile velo di ruggine.

Allora apparve seguita dal fastidio della radio, quasi un odore di legname, il profumo intenso che accompagnava i suoi passi. Alta, avvolta nel tulle di un corpo immediatamente seducente. Le labbra invitanti e lo sguardo ipnotico e profondo. Feci per alzarmi, ma rimasi inchiodato. La luce la trattenne un attimo poi scomparve dietro una porta. Mi accorsi, le era caduta una forcina, la raccolsi e mi decisi a seguirla. Aperta quella porta ebbi una sensazione di pelle fredda, una buccia di arancia ed un mucchietto di farina, davanti delle scale polverose, strette come una scatola di scarpe e umide. Scesi lentamente con attenzione, mi trovai fuori, accanto alla spalliera di un letto, appeso nel vuoto tra piante striscianti. In fondo, un’altra porta. Mi sentivo avvolto in una eccitazione gioiosa, riflesso nel nevischio di una montagna franata. Sarà stato forse il mio ritratto ? Poteva anche essere l’immagine che mi ingannava, la forma tonda del seno di lei che premeva il capezzolo sulla forma della mia bocca. Stavo quasi per afferrarla, spogliarla e trattenermi sopra, quando scivolai troppo avanti nel mondo, mentre toccando un vetro mi tagliavo le dita, un blocco massiccio di materiale arenoso. Impallidito alla vista del mio sangue, con le mani staccate dal corpo che intrattenevano distratte starne inclinazioni, quasi svenivo. A fatica pensai simultaneamente a più di una persona e avevo ricordi inaspettati, il vento me lo sentivo premere sullo sterno, oppressione sul torace e mi ritrovai a gridare ondeggiando per qualche minuto sull’orlo del balcone caduta la balaustra.

Non crediate che ciò mi preoccupi, pensavo soltanto alla mia faccia in fiamme e alla bicicletta bruciata. Poi ebbi paura che il mio corpo andasse a cercarla e si scontrasse nel suo sesso; allora accesi una candela, mi alzai per mettergli una mano sulla spalla e trascinarla giù, ma in quel mentre si aprì scricchiolando un’altra porta, dietro il suo corpo fattosi immenso quasi come un’isola, insinuato nel rosso e nella ruvida crespa ortica. Mi tradì l’artiglio della tigre, quel mondo quasi muto che ti porta oltre la morte, oltre la magia della balena arpionata inondata di sabbia. Ebbi un sospetto, la fontana del patio riempita di terra e i poveri pesci disseccati al sole. Fu l’attimo in cui introdussero il telescopio spalancando un’altra porta, il mio unico occhio buttato in fondo al mare. Decisero di fare in quel cortile una serra ed ebbi l’impressione che quelle spesse lenti mi coprissero la sua voce.

Avevo cominciato a volerle bene anche se la sapevo persa tra le porte. Così cominciai a sentire una certa attrazione verso quella casa, l’avrei comperata per allargarla, così da rinfrescarmi la prossima estate. Poi l’autista mi lasciò con le valigie dietro l’ultima porta, dove cominciava il canale ed il sole illuminava di fianco il mostro scuro della cupola. La varcai con l’aiuto del denaro e mi seguì fin da subito quell’uomo vestito interamente di bianco che mi parlava all’orecchio; mi parò di una rosa svanita e del mistero che guariva i dolori. Così trascorsero i primi giorni, le notti ed il mese del primo equinozio. Oltre la porta intravvedevo la locomotiva di un treno luccicante e brunito, ne ero completamente conquistato. Correva sul pavimento sconnesso sibilando e ansimando, piccoli fiori rosa sparsi sul divano. Sono contento, mi chiedo cosa potrà accadere dopo. La parte più importante è fatta di provocazioni e d’impertinenza; è il momento in cui si pensa a cose serie, invece nella vita per lo più ci si diverte. Dimentico. Però cado nella trappola di portarmi tutto dentro, anche la sua anima speculare, non so più se è lei ad abitare me o viceversa. Talvolta lascia delle tracce, come dopo un alluvione resta il limo, nulla viene mai perso. Ha una vita da donna, fonte permanente di imprevisti. Ricordo certi fatti, circostanze, un amplesso variegato all’amarena, qualcosa della sua sensibilità che mi appare una accumulazione del proibito. La passione certo, la lacerazione provocata dall’illusione d’amore, il vandalo procreare e lo smarrirsi di fronte all’inganno.

Alle sei del mattino, poi, un leggero trillo di campanello, la difficoltà di un liquido spesso attraverso un imbuto e il volo radente che riesce sempre a turbare, a trascinare o ad irritare il cielo e la terra. Quest’altra porta ha uno strano raschio gutturale, broccati e cavalli depredati, un’acutezza straziante, la promessa di una nuova voluttà sui cuscini di damasco e la scimmia che ci guarda nelle posizioni più lascive, appoggiata ai braccioli della poltrona pronta ad umidirsi di un umore inebriante. Fu allora che mi fece cenno con la mano, il volume del suo corpo e la piccolezza delle mani, la forcina aveva risvegliato la sua stanchezza, conficcata nella testa china, apriva dolorosamente l’oscurità dell’alba nell’immensa pianura, nel fondo di onde stabili e del suo sorriso che ricordava lampioncini cinesi. Ci fu una pausa, come di malinteso, e concentrai la mia attenzione senza fissarla in viso, lei ardentissima, mi stringeva come un bocca e cresceva lo spasimo. La vetrata si consumava in quello spazio offeso dalle nostre presenze, arrampicati per le vertebre di un animale preistorico, il ripetersi di un fatto impreciso, l’attesa e la pigrizia dello stagno molle e piccicoso; finchè lasciai che lei mi dicesse quello che le veniva in mente e prendesse forma la nostra comprensione. Così apparve una mappa azzurra, i capelli in disordine puntando in tutte le direzioni, l’acqua ed il rumore dei motori, un sogno insensato, la carlinga riparata dalla luce lunare e l’idea che il mondo perdesse peso e si sgonfiasse deflagrando. Chissà quali sciocchezze pensava ognuno per suo conto, nei minuti del tempo lungo fermi nel silenzio che scivola tra i corpi celesti. - Non mi faccio domande – qui in questa stanza ho lasciato il primo piano di un albergo, il suo pigiama ed il suo spazzolino. – Allora è morto ! – dissi - No – rispose, - Neanche andato via. E’ rimasto separato da me per sempre.- Come separato ?- Non capisco. – Forse è l’angoscia della sua voce nella memoria, tutte cose che non posso dirle, sa, per pudore. – Questa volta l’acqua era poca e sporca e la fontana cominciò a sprofondare, pensai all’acqua dei mari e dei fiumi, agli animali che si dissetano, all’acqua che sgocciola senza alcuna perdita di dignità.

- L’ho cercato tanto, oltre le innumerevoli porte, nei segni, nell’intimo dell’anima; senza mai trovarlo . - Solo una volta, mi è parso che mi avesse lasciato un messaggio, ma non sono riuscita a decifrarlo. –

- - Già, le porte… anch’io mi sono imbattuto in esse, solo cose confuse…-

- Non dica così, loro sono tutto ciò che possiedo.-

- Sicuramente ce ne saranno altre, forse quando meno ce lo aspettiamo…

- Altre ? certo, ce ne sono moltissime altre.-

Mi sembrò si sentisse male, ebbe una crisi di lacrime e apparvero i suoi ricordi dappertutto, materializzati tra una parete e l’altra, la promessa di una speranza o l’annuncio dell’innocenza. Aspettai un po’ prima di svestirmi e mi ritrovai con gli occhi fissi contro le rotaie, con tutti quei dettagli, quei binari morti, pensieri che conoscevo bene, trasfigurati e opachi, appesi ad un pantano, attaccati ai suoi occhi misericordiosi, esigenti di altri fatti e angosce. Come se avessero intrapreso questo viaggio da tanto tempo e ora scoprendosi diversi si muovevano con maggiore lentezza.

Passammo insieme attraverso la porta, come quando ci si sveglia e si fanno i primi impercettibili movimenti prima di alzarsi e mi accorsi che non era solo curiosità o eccitazione, bensì l’avvicinarsi ad un destino previsto che ci colmava di una particolare sublimità. Forse ero diventato un punto d’incontro provvisorio fra due anime assetate di rivedersi, il materiale conduttore tra bestie incantate che si annusano e si guardano fissamente. Questo pensiero mi fece scattare dentro una molla di gelosia e quella stupida tristezza che nasce dal desiderio di disfare i sogni e di cercare caparbiamente qualcosa in comune. Tra me e lei un tavolino si era incendiato e i cosmetici erano schizzati via, anche lo stretto marciapiede che circondava il lago strava franando alle nostre spalle. Lo spettacolo che ci apparve era di rara bellezza; piovevano sfere di colore in rapido disfacimento sugli stipidi delle porte delle camere e il rumore leggero di tazzine di porcellana modulava nell’aria una serie di note tronche. L’impressione di entrare in comunicazione con una coscienza di un altro mondo. Rotolavano cuscini dai gradini e la sera su di un enorme quadro si sprigionava tenerezza. Bisognava stare attenti a non inciampare in quei sottili tubi di gomma o nelle piante troppo fitte.

- Hai dimenticato qualcosa ?

- Chissà.-

Fatto il primo passo lo vedemmo apparire tra ferri che facevano sprizzare scintille sulle pietre, i suoni sembravano lontani quasi fossero miscelati ad acqua. Si diresse al salotto adiacente, accanto al vaso di ortensie; aveva addosso un frac e dalla metà della cintola in giù era nudo. Lei si muoveva facendogli grandi cenni e urlava il suo nome chiamandolo, ma era come se indossassimo uno scafandro, la voce non andava al di là di noi. Alla fine smise, preda alla disperazione. Stavolta le avevano dato fastidio, il rumore delle macchine e la musica, una porta sbattuta violentemente e i soliti dettagli della scatola nera. Aveva una faccia enigmatica, lo stesso profumo, un espressione di fredda alterigia. Adesso la scena si era fatta più chiara, gli invitati erano seduti a tavola e lei portandosi una mano al collo tentò di alzarsi ma svenne. Ci fu un gran trambusto. Entrambi si sentirono allegri e leggeri e tornarono ad uscire, ma quando si aprì la porta lei ammalò, silenzio biondo e vulnerabile, inquietudine che non vuole andar via; aumentò la febbre e diminuì il calore intrinseco del corpo.

Era forse dire la verità, che tutte e due le donne amavano lo stesso uomo, truccato da vecchio, come un ulivo a lungo mascherato e silenzioso. Anime erranti nei colori sciolti per il mondo.

Fu la violenza con la quale desiderò quella donna che lo rimise in gioco, lo sconvolse, lo tormentò; ne vide il viso e la guardò tra le gambe, nel suo profumo di lavanda, mentre le teneva il polso e le bagnava la fronte con l’umidore dell’aceto per alleviare il torpore, poi mentre le puliva il corpo, pallido, d’un bagliore d’argento, percorrendo la sua pelle con una lieve pressione delle dita tra il ventre e l’inguine, immacolato ricordo della guerra. Scostò la biancheria, nel tatto, il pelo appena arricciato, odore d’olio limpido, come un animale sezionato. Teneramente le sue dita sprigionarono il passaggio dei movimenti intervallati ai suoi gemiti ed il suo sesso molle si irrigidì. Poso la lingua, melodia fragile, affusolata competenza, la saliva sparsa sul viso, sul naso delicato, le gote, la pelle ora chiara ora bruna, le labbra scure, leccate d’azzurro fumo, il seno come una finestra da dove usciva la neve, candida traccia di panna lungo il collo. Esitò un istante, un istante troppo lungo, il tempo di una estate sui capezzoli, marmellata scura di susine d’un rosso svanito. Scostò il grezzo lenzuolo di lino e toccando la sentì bagnata, gabbiano stridente risalendo ruscelli. La penetrò con il suo alito acido, nel rumore fragoroso, nella rauca allegria moltiplicando i movimenti e il suo corpo che subiva assumeva la forma di latta, una pasta uniforme ed inerme che prendeva la forma di lui, finchè venne. Come se avesse voluto restare così in eterno, si svuotò in quella delusione che gli empiva di freddo le vene e vi rimase sospeso d’aria nel rovescio del terreno, aggrappato ai suoi capelli, alla sua carne, come a fiutare il nulla.

Quando si scostò da lei, avevano gridato i buchi delle finestre, gli scuri ingressi e la fede perduta nel cielo, quasi lo scatto d’una valigia. Si accorse che era morta, girata nella serratura come una minuscola chiave. Le sue mani scesero ad accarezzarle le spalle, le braccia, ritagliando cerchi d’azzurro e il terrore lo invase come un verde fiume e lo lasciò esausto. Passò il giorno ritagliando figurine e vegliandola, con sopra di lei le nubi rosso bandiera e i papaveri imputriditi tutti dentro il binocolo. Adesso aveva le dita ghiacciate e rigide e la bocca aperta traspariva umori. Era brutta, improvvisamente brutta per poco non gli strappava l’ultimo bottone nel chiudergli la camicia. Temeva il momento in cui avrebbe provato schifo e nausea e non avrebbe voluto più vederla, sepolta sotto tonnellate di terra. L’altra aveva un pesco nel suo giardino e sapeva. Sapeva di quella donna, del suo amore, della sua morte. Lo aveva osservato durante la funzione religiosa e accogliendo le sue confessioni lo aveva consolato. Poi come una mantide lo aveva ricoperto con le sue oscenità, tra le porte traslucide, mentre gli stipiti sembravano franare. Da allora il frac non se lo era mai tolto, girava sempre nudo dalla cintola in giù, vivendo perennemente dentro quella serra, frequentando solo corpi di bambole e odore di urina. Lei non lo lasciava mai uscire, lo imboccava nelle stanze vuote e lo chiudeva a dormire tra mobili e oggetti avvolti in spesse stoffe. Solo quando aveva i capelli ritti ed il corpo sudicio, le faceva fare un bagno e lo portava con sé facendogli l’amore fino a spossarlo per lasciarlo infine con il proprio corpo utilizzato e vuoto. Passarono due anni ed imparò a convivere con quella presenza, spirali di fumo intorno alla sua faccia gonfia, a quei risentimenti che lo scrutavano colpevole. Due anni, che tempo interminabile, nel prezzo di quella oscurità ridisegnata sui gesti di lei che gli stava davanti. Lei che assomigliava sempre più alla morta, scurita nei capelli, le dita come forbici smussate e il seno divelta marmellata, traccia azzurrina di latte. Poi cominciò a sentire le forze venir meno, le ossa umide, la polvere soffiata sulla pelle, il continuo contrasto e il continuo amore. L’odio che lo avvolgeva in quel delirio della sua compagnia silenziosa e vaga, sempre sfuggente. La timidezza di una malattia che bisognerebbe guarire ma non se ne conosce la cura. Adesso sembrava che nella serra non abitasse nessuno, il letto al centro era sempre disfatto, impregnato dal suo odore d’uomo e il telefono muto faceva da guardiano al duello dell’anima.

Il peggiore di quei due anni era stato il giorno successivo e il brusio arrivava smorzato avviandosi verso una vita solo apparentemente migliore nella giustizia del mondo. Questa volta si era preso un brutto raffreddore, aveva la faccia pallida e sentiva nella camera accanto una voce nuova e diversa che ogni tanto interrompeva il silenzio dialogando con lei. Anche il pesco si era imbiancato e appariva appesantito dalla neve nel tempo interminabile. Per alcuni minuti quell’idea lo rese inquieto, possibile la presenza di un altro ? e in giardino si sentiva una risata. Poi lo vide o così sembro, che tagliava una fotografia con un paio di forbici e la bruciava nella stufa. Lei invece continuava a negare. Non c’era nessuno. Ma a lui sembrava di vedere oltre la porta una casa verde nascosta in mezzo agli alberi.

Finirono così per non fare più all’amore.

- Il tuo caffè si fredda. – Lui portò la tazza alla bocca e lo sentì gelato. Passò dal piccolo ingresso e vide la luce spenta, desiderò intensamente una tavoletta di cioccolata e si ricordò che nell’armadio conservava una bottiglia e forse c’era anche la vecchia pipa di schiuma. Era quell’ora prima di addormentarsi che amava sopra ogni altra cosa per i pensieri tristi che gli apparivano e le cartoline mai spedite, i fiori regalati e quel telegramma tanto atteso. L’aria limpida soffiava ancora lievi fiocchi di neve contro le porte. Fu allora che li vide, abbracciati, sullo scaffale più alto, che si baciavano intensamente, quasi un’isola disabitata. Venne il capello rosa di lei a coprirgli il viso per impedirgli la vita e tornarono le voci sussurrate all’orecchio, la saliva che gli si apiccicava sulle ciglia. I calcoli fatti sulla sua testa, sulla sua vita e gli anni trascorsi tra diffidenze e sopportazioni reciproche.

- Lo aiutarono ad alzarsi, tra sera e mattina, nel buio del suo profilo stritolato, sotto le ruote di una macchina. Lo accompagnarono alla porta, quale delle numerose porte ?

- Due fette di pane già pronte nel piatto, pensò che lo mandassero via, lo allontanassero, avessero deciso di trasferirlo altrove. La porta si aprì e gli cadde il peso del cuore, viola come un sudario di speranza nel rettangolo buio. Fece un passo, quasi spinto, poi un altro oltre la porta e sentì mancare sotto i piedi, l’aria farsi un vortice di luce, lo sguardo farsi una profondità immensa e non c’erano angoli, pertugi, spazi, ne punti di riferimento, solo porte. Neanche luoghi e colori, non c’era il dietro, il davanti, la destra, la sinistra. >Non c’era nulla. Allora capì, lo avevano separato per sempre.

- Risalendo le scale, nel precipizio dei glicini pendenti dai balconi, rimuginava entrambe le verità. Separato per sempre. Non più esistente, ma non ancora morto. Lei dietro me chiudeva man mano tutte le porte ad una ad una, con estrema delicatezza, lasciando chiusi i silenzi nel rettangolo dell’uscio. Appena fuori la giornata era splendida, avevamo spinto il letto fino alla finestra e lo sguardo spaziava dalle colline verso il mare.

- Aprimmo l’ombrello, era Natale, anche nelle altre case intorno.

-

Quella porta rimase chiusa per sempre



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