ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 10 marzo 2012
ultima lettura giovedì 20 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL VIAGGIATORE

di gartibani. Letto 584 volte. Dallo scaffale Fantasia

Racconti brevi da “ DURARE ANCORA UNA LUNA” L’idea che muove “Durare ancora una luna” una raccolta di racconti brevi è quella di riscoprire un processo del linguaggio in cui l’immagine prevalga come traccia d...

Racconti brevi da “ DURARE ANCORA UNA LUNA”

L’idea che muove “Durare ancora una luna” una raccolta di racconti brevi è quella di riscoprire un processo del linguaggio in cui l’immagine prevalga come traccia della scrittura, quindi il tentativo di uscire dagli schemi classici, dove personaggi e storie costruiscono una trama che si sviluppa coerentemente per un finale. Qui invece s’intrecciano sequenze che attingono al surrealismo e al futurismo, come traiettorie in cui la natura, i colori, l’essenza delle cose prevalgono e delineano una successione d’immagini che contribuiscono a costruire l’impianto del narrare. Percorso e processo dello scrivere che potrebbe non avere un inizio e mai una fine e che potrebbe di fatto essere elemento di scrittura collettiva dove astrazione e concretezza si fondono.

IL VIAGGIATORE

E’ il cambio del vento, gelando le fronde e l’acqua cadendo veloce, aumentando e muovendosi contro il tempo come il bianco che lascia le sue tracce grigie. Di ciascuno l’impronta, geometria graduale nell’umidore, vecchio rovescio del cappotto; a tagliare il sangue coagulato che riflette intera la carta dell’anima.

Aveva perso il sentiero.

Lo stesso rombante bombardiere caduto di piatto, tra le nubi dove viene subito sete. Adesso era un grumo di ghiaccio con le sue scaglie scintillanti e le ali come banchi di pesci assopiti senza più occhi nelle parti interne.

Lo aveva lasciato dietro di sé, affrettando il passo, come la rete di un continente, nell’immobilità enorme del cielo limpido che lo sovrastava. Ora poteva disporre della carta intestata e dei timbri e di una ferita profonda nel fianco che gli dava un certo fastidio, anche gli occhi scappavano via colpiti dalla brina ormai gelata incollata agli alberi che li rendeva simili a mondi chiusi offuscati nella nebbia. Cercava la chiesa piena di fumo; del sigaro di uno sconosciuto che tirava con evidente piacere, la porta sfondata dove era passato di corsa e la fonte battesimale dove stava per annegare. Quanto alla bandiera, quella adornata d’oro, con il disegno delle torri alte fra le nubi, l’aveva piantata sulla sommità del colle e poi con gli anni, attenuato il dolore, l’aveva lasciata nel tempo, quasi una forma d’insonnia, diventata poi nella memoria , tanti labili numeri di telefono. Visi di una tragedia vera, logorati nell’attesa, pronti ad elevare tutto al cubo e poi sparire. Poiché era tardi e temeva la notte profonda, affrettava il passo, anche se era sempre più faticoso attraversare la neve alta, logorata la scena dei monti contro il cerchio dell’altipiano e sullo sfondo il lago cadendo in sfacelo, nell’emisfero della croce dei rami abbattuti. Cercava con la mano affannata un po’ alla cieca un appiglio, le righe del prevenire e del creare, il labirinto dell’anima, che per quanti sforzi facesse, era sempre due passi avanti. Aveva le labbra pronte e avrebbe potuto involarsi invece rimaneva incollato al terreno, ingigantendo l’ombra. Lunga la sera e un parquet nudo, libero, senza mobili dove vivere. Solo le stelle più in là brillavano come diamanti, nell’intessuto firmamento, quasi a sprecare una goccia nell’infinito azzurro cupo, infinità di tele e ramificazioni sulla pelle di oceani e continenti allo scontro. Aveva sempre avuto in mente un atto eroico, un’azione da suddividere e raccontare, l’angolo di una leva che può alzare il mondo. Il rubinetto aperto dell’acqua e quella frescura sul viso e sul torace, come le bolle del vino nel bicchiere. La propria vita trasparente, il raggio che s’infrange nella massa scarlatta, l’odore del corpo vecchio caduto nel fuoco e pieno di umori. Come un rigo nelle viscere stesse della terra, lo sorprese una volpe, sopra il muro ripetendo il gesto della mano e pullulando nella sua lucidità misteriosa. Il cervello che si sfalda di stanchezza, la stagione fredda raccolta nell’ansia della traccia di buio caldo, anche uno zero concentrico e un astro trafitto e una pesca appena morsicata lasciata cadere.

Tagliò per un campo di angeli di grano divelto, un coagulo d’insetti per qualcosa per cui stare in piedi e la sabbia del deserto espressa da un miraggio nella quiete dei passi. Quasi riuscì a decifrare l’abbaglio e per un attimo attese con l’orecchio attento, ma il silenzio lo fece cadere come tra due ciocche di bianco e sprofondare nel pulviscolo soffice, tempo del fondo e altre gocce di mare tenute in tasca quel tanto che basta per vivere ancora. Si rialzò, scricchiolando nell’asse secca, ruotando le gambe malferme, denudando qualcosa; una caviglia, un gomito, una coltre di pensieri che scivola via oltre il foro dell’occhio verso l’incantesimo di un sorriso disperato. A mille miglia di distanza un promontorio che s’incunea nel mare e il battello spazzato dalle onde come l’agonia prolungata nella miscela d’acque finchè l’emisfero buio prende il sopravvento.

Non può bastare il sole a scaldarlo.

La prua di un piroscafo, un cono, la voce acuta dei marinai alle manovre nella tempesta e la bussola che invano segue il movimento delle lancette perché nel tempo puro della fine incaglia il generale eco e si scioglie nell’aria. Non solo le parole ma anche le cifre della disfatta.

Lo zigomo di un uomo che sta per morire, nella deserta landa.

Solo l’idea di se stesso lo aiutò a proseguire, per gettarsi nella notte da parete a parete come un fuggiasco, confondendo paesi e carte, sentieri contorti nell’inferno di demoni, sogni profetici o malefici, stridere di usci. Il vento di nord ovest lo sollevava da terra, nel grigiore azzurrino dei fiori ingordi, quasi una fila di declivi da percorrere come perle del nulla, un pugno di artigli per confondere il destino e la nuvola immobile sul capo. Un passero picchiettato di rosso andò in frantumi, il profumo del fiume che si attorce, sparando ancora. Una libbra di oceano contro il cuore, pigiata l’ombra ammollita degli abeti, reprimendo l’incendio delle foglie e degli aghi spinosi che si conficcano nella carne. A destra la folla ammutolita e le lame acute dell’erba che batte con rapidità la giostra del vento. Un brivido,una forbice che taglia, il proprio calore sospinto e sospeso che s’invaghisce di sé. Forse una macchina volante o un castello di carte da gioco e la luna nel ferro che si raggela. Aria inutile dove scoppierebbero applausi, invece c’è solo lo sterco bruciato. I piedi assiderati gli fanno male e sente che assomigliano ai sogni, ronzare di cartucce nella memoria, come l’ombra di un cervo sopravvissuto che si trasforma in future fossili tracce, stupro di una vergine chiamando il sole che ancora non sorge e acchiappa una mosca strisciante e l’avvolge nell’ansia di un’altra glaciazione.

Forse gli attimi della vita sono di una tinta immacolata, minuscoli punti trascorsi tra le fessure, nei telai, contro gli interruttori appena in funzione, lungo i binari dei treni sconfitti oltre le colline. Ripetono la loro bianchezza di domande, assorbito tutto il colore delle azioni mancate.

Non si alza più al mattino.

Carica l’automatica e scrive sulla carta geografica la rovina dei numeri. Lo specchio spiana il sentiero, la natura della violenza che attanaglia un altro ciclo di esecuzioni, vuol dire mai e il tarlo dell’insensatezza prende il sopravvento, come una testa appena mozzata e lasciata a scolare. Ancora un corpo da possedere, graffito misterioso, vuoto ricolmo di geroglifici. Riprende a correre, raggiungere la nebbia che scivola via e quella casa deforme oltre il pendio, dove il campanile bianco scompare dalla vista e si sente ancora l’odore di pesce fritto. A grandi croste precipita la neve imbevuta d’ocra, il fondo di un angolo ansimante. Si legge l’insegna stinta, era una locanda, le persiane nell’intonaco instabile. Tre settimane di mutandoni stesi ad asciugare. Entra sbattendo la porta, la stanza vuota è satura di luce, un attimo dopo una sagoma, i contorni netti, la giacca sul corpo nudo e i piedi nudi nelle scarpe. Lo esamina da vicino; il viso è tinto di giallo e la mano stordita creca disperatamente l’impronta. Finisce per gettare lo sguardo senza volere oltre la spalla e i lampioni si spengono come puntini bianchi ad uno ad uno, più in là della linea della banchina.

Il presente batte e rimbalza su di un aeroplano invisibile.

Riconosce l’amico partito due anni prima, che credeva avesse raggiunto la salvezza. Dalla garza sfilacciata che le fascia stretta la testa e dal foro nel petto dove batte l’orologio interminabile ed esce un ronzio di un aspirapolvere. Gli occhi per un attimo si chiudono. E’ in ritardo su tutto e l’odore delle alghe nutre l’elefante di bronzo. L’inverno è arrivato troppo presto, veloce delusione, perso l’orientamento. La tristezza lo avvicina, l’amico batte e rimbalza e rimane appeso a mezz’aria nelle sue tenebre di madreperla, anche lui ha fallito.

Oltre il dolore si celano un sofà e un pianoforte.

Le donne che si accoppiano e semplicemente sbadigliano. Ma non si sente ne questo ne quello.

Se allunga un braccio può toccare l’odore dell’infanzia, minute bollicine contro il palato. Avrà la forza per ripartire ? il ponte trattiene l’altra riva e la gola della montagna sprofonda quasi a staccarsi indistinta nel vuoto. Precipizi rinserrati e inumani in cui nessuno si affaccia più, duecento anni di profili nel canto in fondo alla terra. L’aria incolore confonde per un istante il falco che freme e si dissolve subito. Non c’è altro da confessare e gli alberi neri bucano dritti quello che è rimasto del cielo. Forse il futuro è ancora necessario, istintuale e fedele metamorfosi. Dalla vita l’inizio, il mezzo, la fine repentina. Il suono della caduta sulla sabbia umida. Imbrunisce lo scricchiolio della giornata mentre albeggia, il peso del corpo è in tutt’altro luogo. Neppure dopo un minuto potrà morire. Si affaccia oltre la casa e svanisce lieve oltre l’orizzonte. Nulla, soltanto l’acqua insensibile e una desolazione infinita, sgorga dalla bocca solo il silenzio. Il viaggiatore vorrebbe bere, vorrebbe l’odore del sapone e il profumo caldo, invece partecipa alla sordità dell’azzurro. Forse quel piccolo scrigno che l’amico ha vicino, a metà del corpo, che si forma in grido e in inchiostro, dove sorgono macchie di palude. Lo attira, come catarro in petto, la mostruosità della sua lucentezza. Sicuramente lo aprirà, dalla giungla che si avvicina, nella camera sconosciuta con la palma al centro, pare una scia di cometa, l’eruzione di un vulcano, la ferita che in questo mondo ti uccide e nell’altro continua.

Sul marciapiede a due passi dall’albergo, con un dito sulle piaghe dei monti, si accorge di essere. LO scrigno aperto è profondo e l’erba soffoca il grano, una luce lenta si irradia su tutto, l’altalena che si culla nel vecchio parco. Gli occhi non reggono, l’anima si contrae appena, sgualcita e fumante. La luce è sempre più penetrante, trepida si aggrappa alle unghie e alle radici dove s’incurva e s’innalza nel vortice di una accelerazione informe.

Quanto ghiaccio nel bicchiere.

Quanti artisti ignoti.

Un luogo senza tempo, irreprensibile, sopportando il rullio degli astri ignoti. Forse da piccolo prendeva a pugni un albero. Adesso nuotano delfini.

Finalmente ritrova il cannocchiale , ripete nel compasso il cerchio che lo commuove, la vastità dell’esistenza ed è diversa l’età. Rimarrà a custodire lo scrigno, barcollando come un trampoliere, nella speranza che prima o poi arrivi un altro viaggiatore, sognando ancora di scoprire qualcosa o di arrivare chissà dove, finchè si scorderà chi è ,chiuso per sempre lo scrigno.



Commenti

pubblicato il 11/03/2012 1.25.33
frantizan, ha scritto: Intrigante, leggerlo è un po' come sfogliare il sogno di un altro, e certe immagini sono splendide.

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: