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lavoro pubblicato sabato 10 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 19 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL NATALE

di gartibani. Letto 707 volte. Dallo scaffale Fantasia

Racconti brevi dalla raccolta “ Durare ancora una luna” NATALE Avevo ancora la sciarpa sciolta e i fiori erano enormi come occhi obliqui...

Racconti brevi dalla raccolta “ Durare ancora una luna”

NATALE

Avevo ancora la sciarpa sciolta e i fiori erano enormi come occhi obliqui sull’acqua. Quei colori dell’inesistenza suggeriti in un grosso grumo borbottante, quasi roteando nel cielo vecchio e celeste nell’anticamera dell’immondizia. La luna brilla sotto il fianco in attesa della neve. Tutti a Natale siamo un po’ maghi, stregoni dei cortili che scompaiono, avvolti nei pacchetti dove intere folle mormorano, sfondando porte per far passare questa idea di luce che viene da non so dove. Portatori di modesti doni e di un’anima ricca come una stella caduta nelle fosse comuni che hanno altre affinità di morte nell’inevitabile miracolo. Ogni viso è una macchia che nasce dal petto stesso del viaggiatore, attento e oppresso dal silenzio mentre il paesaggio scivola via dal finestrino e i filari di abeti a tratti interrotti dalle gallerie s’involano. Volevo pensare, guardarla in viso e potrei a quel punto non riconoscere più il cuore, tanto si è intenerito. I binari sono pericolosi, dicono divorino bambini, nel breve tempo che sfiora la voce, come un uccello che non sa posarsi e frulla sulle grandi pietre dei fiumi e dei precipizi.

Mi interruppe il controllore, muto, smorto, appena incollato nella macchina trasparente della porta dello scompartimento. Cercai il biglietto, dentro l’udito il rumore del mare in uno spazio privo di spessore. Lei alzò lo sguardo e apparve nella notte come un fantasma in una parte delle luci e delle cupole appena impalpabili nei segni contraddittori del vento. Ancora un breve istante e le sue mani sfiorarono l’aria, una scena selvaggia, nel fondale di licheni e parassiti che impicciolivano di colpo. Dirò che non esiste, eppure cupa come la notte attraverso una lente mi avvolge tra le sue pupille e le ciglia come una danza in una spiaggia deserta. Forse una copia del vero. Forse un’idea della cosa o la cosa stessa, che nasce lentamente a intervalli appena sufficienti, davanti alla facciata della chiesa di mattoni crudi, imbiancata dal crepuscolo di ghiaccio. Forse le montagne impervie, nei laghi che suonano a mezzanotte e trascinano caprioli accesi dai fuochi e trasformati in antiche creature. Le campane del centro del mondo, ancorate al tremolare delle mani, specchianti sulle superfici dello spazio, sedotte ed inchiodate dal mirino del cacciatore.

La solitudine che porta così lontano.

Al momento della cattura è crollato il muro di Berlino, sulle ali di quel mondo che ci stringe e ci fa impazzire, dolcissime curiosità.

Lei mi risponde e non per timidezza, la sua voce è data dal tono a prolungare l’attimo, il minuto, il giorno, come l’eco, tra i serpenti scolpiti contro la finestra aperta e desolata. E’ un fardello anche la terra, l’erba gelata che impedisce l’accesso al portico e s’inchina come un verme tra centinaia di passi dove si accendono paesi e moltitudini di lumini.

Ad ogni rintocco la campana si fa più triste. Dove passato e avvenire chiudono il destino.

Ricordai mio figlio e la gente che soffre dappertutto e la macchina rossa lucente che sfreccia nella velocità del rettilineo. Anche a volare su di un prato, sopra la carta liscia, sopra ogni riga come una vela che s’immerge nel vuoto fra tanta bellezza.

Certo, come se il mondo fosse stato creato senza scopo. Insetti volanti messaggeri del diavolo, che pungono nel legno lucidato e si accecano d’ira.

Siamo rimasti qui, incantati , a guardare la meraviglia, fondi delle nuvole e strepiti quotidiani.

Non si mise il cappello, avanzò con la testa scoperta e magari sarebbe caduta, protetta dai raggi del sole e dagli anni contro l’acciaio della sua pesantezza, invece incespicò soltanto, nell’energia inestinguibile, circondata dal luccichio d’oro. L’alabastro copriva la città, copriva il centro della montagna, come nelle leggende, sembravamo tutti in processione, scolpiti tra figure di angeli, in una scena diversa, più splendente nel marmo che nel verde, felici entrambi come bronzi nel sonno del millenio. Corpi immaginari. Le strade ondulate dovevano avanzare penetrando nel sangue, dopo non le abiterà nessuno, nella nicchia vuota, nei paesi torridi dove ricoprire il ventre di fame. Erano quei solchi a dare l’impressione che la pelle le si fosse staccata dalle ossa.

Con un tonfo rotolò la testa giù dal collo. Da nessun luogo, nemmeno un dolore, torcendosi nella notte oltre i mari finti, a passare tra la pioggia e la polvere in un’ora tarda, lontano dallo specchio folle che riflette altre vite. Più in alto si distinguevano le aquile, nel vetro educato dal freddo e ancor più misterioso, quasi a precipitare.

Non c’è nessuno intorno. Il tacco scivola nella terra stessa e lascia un debole segno inquietante, restando ancora mio per poco.

Ho messo la neve a riscaldare stretta nel pugno. Qui hanno piantato eucaliptus. I ciuffi di canne si muovono lungo il lago, il ghiaccio le inarca e sento più chiaro il suono, il lago profondo, l’impronta di due labbra. – BUON NATALE ! – Il rumore del lago cresce, stordito e febbricitante esalta i miei presentimenti. Lei cammina a piedi nudi, scalza nell’angolo caldo del sole, assalita dai salici dove si scontra l’ala del corvo ancora impresso nella sera del futuro. Anche Gesù camminò sulle acque, anche mio padre che diceva di voler andare da un paese all’altro scrollandosi di dosso le memorie, invece rimase sempre nello stesso luogo. Sicuro doveva essere un miracolo, sotto quel cielo steso come una tovaglia, più dei missili o del petrolio, più dell’ombra della sedia, delle tortore che volano cercando spaccature dove infilarsi. Segnai la data e l’ora e lo scompartimento sparì in una assenza di vuoto chiuso nel falso del cuore. Lei era chiara, onda velata di zinco, impressa nel fumo dove si annoiava il leone finto e la morte trasporta piaghe rosse di garofani. Alzò la gonna e mise la sua testa fra le sue cosce. Guardai dentro; l’imbrunire di paesi che coltivano frumento, soldati armati di fionde, guglie d’argento e proiettili alati. Rovistai nel fondo, l’umore e la ferraglia di un solco lontano, raccolsi i cadaveri all’uscita della strada e li contai più volte. Stinto tulle alla luce di una candela. La civetta che agguanta un sorcio e scivola via. Forse tutta quella gente ostile che vive di rabbia e d’invidia e ti contagia, l’espressione aggressiva, tempo di covoni nella nebbia. Tempo di vento forte che agita i gonfaloni e acceca la faccia.

Avevo anch’io un desiderio da esprimere, obliqui gli alberi ancora nudi ed il vapore del fiato nel buio che stride. Un grillo da calpestare e la ricchezza da ottenere a tutti costi, di certo la gloria, il successo. Cavalli d’oro che non si possono coprire con le mani. Erba alta, velenosa per le bestie.

Forse un posto vuoto dove abbiamo amato qualcuno per un tempo breve, il fuoco dei viaggi per le grandi cordigliere, qualcosa da intagliare nel legno, il nome di un eroe.

Arrivato all’angolo persi la libertà. Ne spauracchi ne tesori, solo una stella caduta nel gelato, doni per tutti e spumante per brindare, una cornice di brina, anche dietro il tintinnio dei campanelli. Ho mandato a mente e verificato.

La donna mia complice, compagna di viaggio, mi appare ancora in tutta la sua lunghezza bruna, i piedi ancora umidi mentre latra un cane dall’androne, tra le vetrine piene di oggetti e le carte di credito per spendere ed indebitarsi di più.

Fuori la brezza agita un cespo di cavolo.

Ho voglia di frittura.

Il miracolo era volare, coprire l’immagine di tanti fiumi, ponti sospesi sull’acqua, i primi tepori del grano buono, il disegno del sole accecante lasciato a marcire sulla guancia farinosa di una bambina. Un altro flash sul disprezzo amaro, proprio la calda sabbia e i pesciolini dai fianchi brillanti che sgusciano via. Avrei fatto baccano e tirato pietre contro un catino di smalto. Quasi a coprire una pozza di sangue crudo e vermiglio. Di un uomo non resta che una parte, gli artigli sul dorso e le foglie piccole calpestate continuamente.

Lei tentava di indicarmi la cometa ed io tentavo disperatamente di trovarla, vederla per un attimo e seguirla. Tutto era inutile, oltre la cima della betulla c’era solo il nero secco, altri guadi e acque fangose. Corsi fino a raggiungerla, immateriale e azzurra e la seguii con inesauribile lentezza, non smisi di guardarla e potei appena vederla in viso. Alzò le mani ed il mondo capovolto, apparentemente inospitale e sterile si colorò di lucciole, i tronchi diritti, le cime elevate e frondose nella pampa stretta da anelli di fuoco. Scendevano da tutte le parti le genti, poteva essere già nato o appena morto o già risorto o andato a farsi uccidere per pietà verso di noi. Chissà quale verità, ripetuta nei secoli e ancora tramandata. Eppure i suoi occhi azzurri, la sua barba bionda, il suo spagnolo gentile, lo rendevano simpatico, oppure quella sua pelle scura, quasi bruciata gli dava un senso di mistero. Non poteva ferire neppure la gente più umile.

Così ci sentimmo felici quando ci sedemmo su di una panca e le baciai la fronte tenendole stretta la mano. Qualcuno si avvicinò con un atteggiamento molto rispettoso e ci salutò, rimasi fermo sulle spalle ricambiando il saluto, ma lei non era più lì e non potevo dirlo a nessuno.

Il miracolo era scomparso, andato via, stanco di quel Natale, al confine orientale dell’impero, tra i bottoni della camicia e un’orchestra che suonava, la camicia spalancata sul petto, come una carta arrotolata, un pensiero sopravvissuto. Nel buio s’intravvedeva, sembrava un punto, un buco fuggiasco.

Così il cuore si ferma un momento e sembra che non voglia più battere, aspettando un altro Natale.



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