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lavoro pubblicato sabato 10 marzo 2012
ultima lettura giovedì 20 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL MONDO CHE CAMBIA

di gartibani. Letto 688 volte. Dallo scaffale Fantasia

Dalla raccolta di racconti brevi “ DURARE ANCORA UNA LUNA” Il Mondo che cambia Un cielo rattoppato di grigio ci colpì al ritorno....

Dalla raccolta di racconti brevi “ DURARE ANCORA UNA LUNA”

Il Mondo che cambia

Un cielo rattoppato di grigio ci colpì al ritorno. Pappagalli verdi che dondolavano sui teneri rami di bambù. Vedevamo chiaramente e sentivamo una specie di brusio della foresta e quegli uccelli su e giù, verdi e marroni e giallo vivo.

L’ultimo aereo era bruciato nell’attrito senza lasciare superstiti.

La notte ,nel dormiveglia, sognammo che andavamo ad una festa mascherata, la festa delle donne, vestiti da porcellini; appena entrati ci venne incontro un severo ufficiale indicandoci un avviso a grandi lettere “ la Direzione si riserva di vietare l’accesso agli uomini e ai porcellini” Fummo costretti ad andar via.

Fuori un gruppo di persone parlava animatamente, quando tutto d’un tratto arrivò un sconosciuto con la pistola e le uccise, con grande nostra indignazione. Eppure succede ogni giorno. Volti terrificati apparivano sullo schermo uno dopo l’altro, sembravano troppo veri per essere finti e poi i talk show, gli approfondimenti per settimane, troppo malvagi per non appartenere a qualcosa di vero, qualcosa che in quella parte del mondo doveva esistere. Adesso siamo sdraiati ad ascoltare e non sappiamo cosa viene dopo. Siamo in effetti bloccati in una posizione precaria di attesa, appesi dai piedi con la testa in giù, senza appoggio, senza ammortizzatori sociali, lontani gli uni dagli altri, con orizzonti divergenti. E’ una realtà disgregata, muta, dalla quale siamo esclusi. Le decisioni si prendono altrove. A volte sembra come se il cervello si frammentasse, quasi che si seccasse a metà e si spaccasse.

Passa un uomo affabile e robusto, con i capelli a spazzola e la barba a punta; è un pomeriggio pieno di profumi e nel suo corpo la luce compie strani ghirigori, sta in uno stanzino disordinato che gli serve da ufficio, il suo abito sportivo contrasta con la sua figura opulenta e le sue opinioni provocatorie ci sconcertano. Forse è vittima di una mutilazione, infatti perde la testa ed il tronco rotola a metà, quasi un rifiuto temporaneo della realtà devastante. E’ il Primo Ministro.

I campi si aprono a ventaglio rimescolandosi nelle zolle scoperchiate, la terra è lucida e scura e il suo odore di magnesio si propaga all’infinito. Si discute animatamente sul pascolo comune, un tempo il foraggio per gli animali, adesso gli oceani, l’aria che respiriamo, le fonti energetiche o anche cose banali, come il distributore del caffè istallato in ufficio. I consumi diminuiscono e cresce la paura di essere sopraffatti. Trattiamo le feci e le urine per non eliminare parte di noi.

Fuori nell’altro versante, gli altri lavorano alacremente intenti a costruire la rappresentazione di una divinità, un copro di specialisti composto da tecnici, scienziati, medici, ecc. La loro presenza ci rassicura su alcune paure di base; la crisi economica, pestilenze, fulmini, alluvioni, terremoti, freddo, effetto serra e tutto viene mitigato e filtrato. Eppure la vecchiaia e la morte posposti nel tempo non hanno ancora abolito la loro inevitabilità. Così cresce la noia, il valore del superfluo, la violenza gratuita e poi i rumore, l’aria viziata, la cattiva illuminazione, gli sbalzi di temperatura, i gas di scarico, l’odore di colle e solventi, la spazzatura. Tutto è organizzato alla perfezione affinchè si faccia finta di nulla, tantomeno accorgersi di ciò che veramente conta. L’unico punto debole è la stazione, un po’ troppo mal ridotta. Per tutte le migliaia di alieni pallidi e sudaticci che arrivano stressati e affamati a dormirci dopo la fila interminabile alle frontiere. Il paese da dove sono arrivati non fa eccezione, come tutti gli altri è ancora sulle carte geografiche, come tutti gli altri non esiste. E’ questa non è un’isola anche quando la vedi moltiplicata per mille in quella incredibile collana di atolli che la circondano. Forse è la perfetta immagine olografica di quello che intendiamo quando vogliamo fuggire dal nostro mondo di metropoli e di smog, di immondizia e di assegni a vuoto, di banche, di crimini ,corruzione; peccato però che le palme ed il corallo, il mare di cristallo, la sabbia bianca, la musica di sottofondo e i tramonti siano donna. Dona come materiale di costruzione, donna infida e crudele, donna plasmabile e leccabile, svuotabile come una lattina di Coca, donna senza impronta, donna futuro.

Nel libro si parla di adoratori del sole, di sacrifici umani, di un crocevia di razze, di una tela tessuta da fondatori venuti da lontano. Immagine cruenta dello squartare di un toro.

Forse invece erano state isole di regine, di donne libere e grandi, oppresse ma non vinte.

Ostriche e sangue.

“ en aquel straordinario oasis, de asombrosa vegetaciòn que germina en las aguas putrida del fondo de la quebrada, en aquella impressionante rajadura de la tierra que alcanza velenosos arbustos retorcidos, ocultos entre la emnaranada vegetaciòn, la visiòn de gigantescas ranas y de gruesos lagartos muestra inalterato el domino del sol en el enervante crudi del dìa….. “

Forse è il inguaggio degli occhi. I bambini imparano a non guardare direttamente negli occhi le persone con le quali parlano, forse credono al ritorno dei morti sotto forma umana e li riconoscono perché non guardano mai in faccia i viventi. Spesso non ricordano, i dettagli e le date degli avvenimenti, la successione dei fatti ordinari, nomi e facce. Una nave passa e le vele si si sbrindellano al vento luccicanti e chiazzate, le finestre illuminate la seguono rompendo bottiglie sul selciato. Spuntano fiori tra due macchie di petrolio e le palme svettano verso i palazzi azzurrini, lì dove è andato a cozzare il dirigibile l’estate scorsa.

La memoria ripete i segni del tempo e passano gli schiavi ancora incatenati verso la chiesa, sprofondano i pozzi. Tutto ciò che si muove al sole scolora lasciando un ‘alone sul muro di calce bianca e l’impronta sbadiglia sulla lucertola assassina. Gli uccelli di mare al largo improvvisano gare concentriche, giri su giri, che inanellano disperati allargandosi prima per poi restringersi sempre più fino a scomparire a pelo d’acqua per poi risalire attratti dal celeste magnetismo.

Anche l’ingegnoso straniero che voleva le riforme, sorpreso e imprigionato viene impiccato in piazza.

La folla si esprime a gesti, salti di meraviglia e d’orrore, si accalca e s’ingolfa nei vicoli stretti cercando una via di liberazione. Oltre le impalcature e le travi ormai abbandonate si erge la distesa di neve. E’ l’inverno. Tutto è neve e ghiaccio, il fumo va tutto verso l’alto. Per qualche ragione ci separiamo, la città decade in un vortice di nebulose. Presto ci si accorge che davanti non c’è niente. Gli uomini vagano nel freddo, senza più valori, ideali, mete, il vestiario è formato da una camicia, sopra la quale s’indossa una toga che lascia libero il braccio destro, un berretto e dei sandali, niente di griffato, le donne sostituiscono il mantello con uno scialle che avvolgono intorno alla persona. La strada si fa impervia e quasi è impedito proseguire. Sull’altro lato del burrone qualcosa che assomiglia ad un pacifico paesaggio estivo appare, certamente un miraggio. I serbatoi pensili crollano disseminando liquidi sul terreno. Il capo colonna urla, dice di aver bruciato tutti, di averli fatti a pezzi, di aver bevuto il loro sangue e mangiato i loro cuori. Chiede di piantare un gran palo e di essere trucidato, solo così potranno resuscitare. Tutti i bambini riavranno le loro mamme e le donne i loro uomini; ci sono ossa strane nel suo corpo, chiodi e cadaveri putrefatti, ma nessuno le da ascolto, tutti proseguono oltre e lo lasciano indietro, nelle loro vite quotidiane modeste e laboriose, nelle semplici lucerne d’olio che continuano ad illuminare il percorso. Ora si nuota tra i crepacci azzurri, nella neve attiva che sembra affondare, dove una nave è affondata, dove una balena si divincola stretta e distrugge la sala macchine con i suoi colpi di coda. Al di sopra c’è un rombo continuo e persistente, quasi fosse il rombo di cannoni, delle esplosioni atomiche, delle piogge nucleari che si distendono fitte accecando lo sguardo. Forse sono palombari quei punti fosforescenti che si avvicinano lentamente nella bufera, il vento fa tremare i vetri, fino ad eliminare questa idea ossessiva.

Sicuramente i tubi verticali che penetrano nel terreno e le esplosioni di sodio che sconvolgono l’aria. Il cavallo che spruzza d’urina il cancello, tra i gigli congestioni di luna. E’ una stretta fessura dove passare oltre e correre indisturbati. Chiunque ci tocca non potrà più muoversi.

Pezzi di spina dorsale e pezzi di costole, uomini vissuti in vaso con i piedi fatti radici e la bocca aperta a sproposito. Niente è cambiato oltre le passate esperienze. Sul palco sale un altro politicante nudo che agita inventive e nonsensi e la pigrizia si diffonde. Ad ascoltarlo mummificano le case. Altre ruberie si accatastano sui fascicoli negli scaffali polverosi, cambiano i giudici e si rinnovano ammistie e condoni.

Con la spalla ed il gomito le tocco la zona genitale. Lei è molto eccitata. Trasferimento di carica energetica. Vi è una coppia di cavalli, quello retrostante assale quella anteriore con gli zoccoli e la penetra. Giungiamo ad una immensa pietra quadrata al centro della stanza. La pietra cresce di volume e la stanza rimpiccolisce. Uomini si sfidano a duello, finite le munizioni scappano. Radunarci è un attimo, lo scompartimento del vagone letto ci rende più intimi, sopravvissuti alla nostra duplicazione di cellule. Facciamo entrare a stento un pianoforte, negata espressione esplicita, blocco completo di ogni somatizzazione, altro ricostruire. Qualcuno suona finalmente ed il pianoforte vibra come una pesca tagliata, ma la musica riecheggia, tutta la vita suonata in un piano.

Cosa egoistica occuparsi solo di musica.

L’aria la diffonde nell’esaltazione tecnica indescrivibile, sale la tensione e le grandi mani del pianista, brutte ed a tratti repulsive , scivolano sui tasti con destrezza, abrasioni dell’odio, deliquio dell’amore. Il vandalo distruggere ed il saggio ricostruire. Cantiamo in coro, la voce assume un timbro nuovo, positivo ineguale. Si può essere felici.

Donne soffocate a morte, donne la cui identità non era difficile da stabilire, forbici aperte e occhi come copie rimpicciolite del mondo.

L’epoca è persuasa di non significare niente per tutti noi.

Il treno risale il pendio della collina, avvolto in una carta bianca, stretto da una forza che viene dall’alto come un vento tremendo e vendicatore. Il pianista maneggia la tastiera come se stesse frustandoci. Finalmente andiamo a dormire.

E’ tempo di cambiamenti.



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