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lavoro pubblicato venerdì 9 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 22 luglio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Echi, 5

di Saccinto. Letto 646 volte. Dallo scaffale Umoristici

Attraverso un racconto o una poesia era possibile scrutare quello che si nascondeva dietro i filtri di pelle, carne, muscoli e ossa rappresentati da un volto, era possibile raggiungere il centro del pensiero di un altro essere umano.

5

In quegli anni, nonostante le prime crisi d’identità, i complessi sentimentali e la sensazione di essere incapace ad esprimere in forma scritta quello che sentivo veramente, riuscii a sorreggermi su un equilibrio interiore che mi permise di non soffermarmi mai eccessivamente sui motivi di sconforto. Quello che mi piaceva veramente era provare delle emozioni. Perché le emozioni erano sempre nuove, una non aveva mai un solo tratto del viso che ne ricordasse un’altra. Però erano tutte sorelle, figlie della stessa madre. Emotiva poteva essere la luce di un pomeriggio in una strada del paese, la contemporaneità del caldo di una vasca da bagno e freddo dell’aria esterna che filtrava attraverso una finestra, un'aiuola triangolare posta in un bivio in discesa il cui vertice indicava un campo di sterpaglia lontano e la ricaduta erotica che un ciuffo di capelli poteva avere sulla fronte o sulla guancia di una ragazza.

L’emotività spingeva ad immaginare - Dài – strizzava l’occhio, sorridendo – guardami e pensa a cosa potrei farti, se tu mi manipolassi un po’ – aveva biondi capelli lunghi, lisci e lucidi, un corpo sottile e inesplorato e i denti bianchissimi e dritti come una corona di smalto lucente. L'immaginazione si eccitava e produceva visioni. Le visioni lasciavano intravedere scenari futuri. Le contorsioni avevano il gusto proibito delle profezie.

Profetica era anche la connessione tra gli esoterici simboli raccolti nella definizione arcana di alfabeto. Sorreggeva la trasmissione di tutto il sapere umano e della rappresentazione personale della realtà che ognuno praticava dentro la sua stessa mente. Una cosa che metteva i brividi: attraverso un racconto o una poesia era possibile scrutare quello che si nascondeva dietro i filtri di pelle, carne, muscoli e ossa rappresentati da un volto, era possibile raggiungere il centro del pensiero di un altro essere umano. Questa era la definizione più verosimile di empatia di cui fossi mai venuto a conoscenza. Ed era anche il modo migliore per mettere a nudo l'anima e porgerla al cospetto del mondo, in tutta la sua grandiosità e in tutta la sua debolezza.

Mi sedevo ad una sediolina, piazzavo la macchina da scrivere su un comodino e mi incollavo ai tasti. Il comodino era servito poco prima da piattaforma per i miei tentativi di meditazione buddista. Conducevo tentativi di estraniazione dal corpo a seguito della lettura di Siddharta. A volte si raggiungeva una pace mistica. A volte si bestemmiava contro il volume della televisione troppo alto in un'altra stanza. Era il dualismo della tendenza alla santità. Sullo stesso comodino su cui se n'erano state incrociate le mie caviglie poco prima, prendevo a battere i tasti cercando di articolare una storia. Mmm. Erano storie brevi, spesso ispirate a cose lette, agli albi di Dylan Dog, soprattutto. Mi mettevano tristezza. Non c'erano slanci, non c'era ricerca, non c'era vita. Non sembrava di andare avanti, ma di rimanere a girovagare in un cortile.

Poi, poco per volta, le storie erano diventate più lunghe. Erano sempre brutte, ma mi apparve la loro funzione: erano delle esercitazioni. Nient'altro. Come la prima vomitevole raccolta di poesie, erano solo un inizio, il tentativo di darsi una spinta verso qualcosa di migliore. Volevo sapere quanto potesse essere vergognoso, per calibrare la bilancia e trovare un giusto contrappeso a tale quantità di vergogna. Era abbastanza vergognoso. E abbastanza vergognosi erano i miei tentativi di stendere storie. Per anni non c'era stata crescita. Si girava intorno nel cortile: proviamo così, proviamo così. Erano prove di prove di prove. Non avevo nessun film nella testa. Solo piccoli desideri inespressi. E una specie di talento da torturare per vedere quale tempra in realtà avesse e quanto potesse spingermi oltre le sensazioni floreali.

Niente me lo provava, ma avevo il presentimento che sarei riuscito ad andare oltre. Tutto si raggiunge solo per gradi. I gradi sono come i livelli dei videogame: non ti mettono mai un quadro difficilissimo all'inizio. Devi prendere la mano, comprendere lo scenario e la difficoltà di abbattimento che ogni nemico comporta. Può bastare un pugno, possono volercene due. Questo serve a non demoralizzarti, ma se sei un fesso, ti crei la falsa illusione che sarà tutto facile. Io me l'ero già creata una volta, a tredici anni, con il primo tentativo di romanzo. Si chiamava Chisimaio: fermo alle soglie di una piramide che rappresentava un varco tra i mondi come quella di Stargate, non avevo più saputo cosa scrivere. Questo succede quando bruci i tempi, quando ti spingi nella zona senza un bullone con attaccato un filo da poter lanciare in avanti per capire quale percorso seguire. Puoi perderti per sempre e non si sa dove vai a finire. È una prospettiva inquietante, è come fissarti a pensare a cosa accadrà dopo la morte.

Scrivevo le piccole storielle sul poggiaculo cubico e le archiviavo. Alcune di quelle storie le leggeva Raffaele. A volte avevamo insieme l'idea per una storia e poi io la scrivevo. Fantasticavamo proprio, bloccati nel suo garage a causa di una pioggia enorme o in giro nell'esplorazione di case abbandonate. E nascevano delle storie in cui si sperimentava uno stile o una sequenza di frasi ad effetto. Alla fine ci venne l'idea di scriverne una insieme. Raccogliemmo una situazione riciclata da Dylan Dog, cambiammo protagonista, personaggi e ambientazione e ci lanciammo nel nostro racconto.
- Ehi, stai arrivando? Sennò io comincio – mi guardai alle spalle. Forse si era fermato in bagno. Scrissi il primo capitolo.
- Vieni a vedere se va bene la presentazione dei personaggi, penso che non manchi nessuno. Tranne te, dico – scrissi il secondo capitolo.
- Ma non avevamo detto che la scrivevamo insieme, questa storia? - mi voltai ancora per cercare di capire quanto intendesse ritardare. Nessuna risposta. Scrissi il terzo e il quarto capitolo. Visto che c'ero iniziai il quinto.
- Che ne dici se il quarto personaggio lo facciamo morire fulminato sul terrazzo? - chiesi – È una fantastica idea – dalla risposta sembrava veramente felice del nostro racconto. Completai il quinto, il sesto e il settimo capitolo.
- A me sembra un capolavoro – firmai l'ottavo capitolo e mi versai un dito di whisky.
- Questo è il mio pezzo – alzai la testa alle mie spalle. Finalmente era arrivato. E aveva in mano anche una decina di pagine per il nuovo capitolo. Questa sì che era collaborazione. Inserii il suo brano adattandone qualche parte perché si discostava troppo dal resto della storia e conclusi gli ultimi due capitoli. Poi stampai due copie: una per me, una per lui, fascetta nera laterale per lui e fascetta rossa per me. O il contrario. Eravamo contentissimi. Eravamo come quegli scrittori che dopo anni di carriera da solisti, avevano deciso di collaborare per fare felici i lettori di entrambi. Una cosa irripetibile.

L'anno successivo decisi di scrivere ancora un racconto lungo. Lo riproposi a Raffaele, ma mi disse che non se la sentiva. Lui era sempre stato un tipo problematico. Essere suo amico significava che da un giorno all'altro poteva decidere di non rivolgerti più la parola e di trattarti come una specie di angolo di scarpa sporcato di merda. Lui era fatto così. Diceva – Mi devi lasciare perdere perché mi hai stancato -. E non gli avevi fatto assolutamente niente. Posso giurarlo. Lui si imboscava in una stanza a baciare la tua musa mentre tu eri intento a divorarti un'intera ciotola di eccezionali spumette preparate dalla madre di lei per il suo compleanno e il giorno dopo non ti salutava, parlava con tutti tranne che con te e alzava il petto, acuiva gli angoli dei gomiti e spingeva verso l'esterno le punte dei piedi nelle scarpe mentre ti passava affianco guardando dritto avanti a sé. Non si capiva mai che cazzo avesse. Però eravamo sempre insieme. Lungo i corridoi della scuola i ragazzi più grandi chiamavano me con il suo nome e lui con il mio. A volte mi sembrava di confondermi pure io.

Il suo rifiuto a partecipare alla stesura del nuovo racconto non mi demoralizzò. Era l'ennesimo esercizio. Traccia: Stendi un racconto lungo almeno quanto quello dell'anno scorso creando nuovi personaggi e una storia avvincente. Grado di difficoltà tre: Il racconto dev'essere lungo, non avvalerti dell'aiuto di nessuno e non scopiazzare troppo dalle storie di Dylan Dog.
- Professore, posso basarmi almeno sul personaggio per tratteggiare il protagonista? - non riuscivo a farne a meno.
- Fai quel cazzo che ti pare.

Per superare i vincoli posti dalla traccia, ricorsi al fondamentale utilizzo di strumenti non convenzionali da poco scoperti: i romanzi gialli.

Mia madre, l'angelo dagli occhi verdi che mi aveva presentato al mondo, andava al mercato, di giovedì, e aveva scoperto una bancarella che vendeva libri a poco prezzo. Una mattina in cui non ero andato a scuola, me ne aveva lanciati due sulle gambe mentre dormivo. Mi ero svegliato con le sopracciglia incasinate, li avevo raccolti e avevo pensato – E questi che cosa sono? Che cosa vuole lei da me? - Mi ero alzato e l'avevo raggiunta in cucina. Avevo aperto il frigorifero e avevo cercato il latte.
- Che cosa sono quelli? - li avevo poggiati sulla lavatrice.
- Sono libri. Non ti piacciono i libri, a te?
- Sì, mi piacciono. Ma non sono quei libri. Cioè, non lo so se quei libri mi piacciono.
- E neanche li leggi e già sai che non ti piacciono?

Era incredibile quanto fossero semplici le verità che venivano fuori da quella bocca piccola dalle labbra sottili. Le promisi che li avrei letti e poi le dissi che erano buoni. La cosa della bancarella si poteva fare.

Ogni settimana cominciò a portarmene due o tre. Mi ricordava quando, da bambino, il giovedì, tornavo dall'asilo e trovavo una sorpresa che mi aveva comprato. Piccola, però bella, ogni volta. Anche i testi lo erano. Due erano gialli, di Wallace. Avevano uno stile sobrio, altamente preciso nelle descrizioni, soprattutto quelle dei personaggi. Non so perché lo feci, ma presi ad evidenziare le frasi che risolvevano certi passaggi su cui io mi sarei rovinosamente incartato. Scoprii in quanti modi diversi si potesse sostituire l'azione disse, quanto potesse essere espressivo un volto anche se non ce l'avevi sotto gli occhi e quanto spesso, quando non si sapeva come descrivere un personaggio, si finisse per affibbiargli la caratteristica di essere dinoccolato.

La prima parte del nuovo racconto ebbe, grazie a Wallace, un'impostazione da testo giallo e per merito delle sue frasi riuscii a comporre un testo abbastanza comprensibile con uno stile ordinato e facilmente evocativo. Era un risultato. La seconda parte della storia sconfinava nel paranormale come era logico che fosse. Tutti i racconti stesi fino ad allora erano horror oppure fantastici. Se non c'era un superamento della realtà non c'era gusto.

Seduti su una panchina in villa, una sera in cui avevamo deciso di uscire, io e Daniele, il mio buon mistico giapponese, ne parlammo. Lui aveva letto il racconto e gli era piaciuto parecchio. Forse perché uno dei personaggi era ispirato a lui.
- Dovresti farlo pubblicare – mi disse.
- Pubblicare? E come si fa?
- Si contatta una casa editrice e lo si fa leggere.
- Sì, ma dove li prendo i soldi per farlo stampare?
- Eh, lo stampano loro. Fanno tutto gratis.

Ci pensai. Non mi sembrava realistico. La stampa comportava spese e le spese dovevano essere affrontate. Perché avrebbero dovuto farlo loro?

- Perché se il libro vende, loro ci guadagnano dei soldi. E il libro l'hai scritto tu, mica loro – mi spiegò.
- Non mi sembra una cosa possibile. Perché dovrebbero interessarsi a una cosa che ho scritto io? Potrebbero scriverlo loro.
- Ma mica sanno scrivere tutti. Ci vogliono le idee. Certamente loro non ne hanno. A che cosa servirebbero le case editrici se non accettassero gli scrittori?
- Non lo so – il cervello si fermò. Poi si riavviò – Sicuramente hanno i loro scrittori – mi sembrava che fosse una cosa chiusa. Un mondo a cui io non potevo partecipare. Avevo quindici anni.
- Eh! E tu potresti diventare uno dei loro scrittori.
- Mmm. Non so.

Non riuscivo a credere possibile che esistesse una cosa del genere. Io ero convinto che uno stampava le sue copie, poi la gente le leggeva e cominciavano ad apprezzarle così tante persone che le case editrici venivano in qualche modo a saperlo. Era allora che ti facevano la proposta di diventare uno dei loro scrittori. Poi prendevano a chiederti di scrivere un certo libro e tu lo scrivevi. Pensavo che le idee le dessero loro. Per questo non ero interessato a contattarle. Perché io le mie idee già ce le avevo. E non volevo stare a sentire nessuno. Quello che mi interessava era scrivere. Il resto significava perdere tempo. L'importante era non interrompere la serie fortunata di un racconto lungo steso per ogni anno vissuto. Volevo che lo scrittore prendesse il passo del poeta. Volevo uscire fuori dal cortile.



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