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lavoro pubblicato martedì 6 marzo 2012
ultima lettura domenica 22 settembre 2019

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L'ASTRONOMO

di gartibani. Letto 638 volte. Dallo scaffale Fantasia

.L’ASTRONOMO Dalla Raccolta di Racconti brevi “Da Durare Ancora una luna” VIII Sono sbarcati con regole, quadri e sestanti, hanno...

.L’ASTRONOMO

Dalla Raccolta di Racconti brevi “Da Durare Ancora una luna”

VIII

Sono sbarcati con regole, quadri e sestanti, hanno messo a soqquadro la casa. Sono scesi in profondità, fino ai limiti delle miniere d’argento e hanno lasciato un legame indistruttibile. La nostra dissoluzione sdraiata sulla tempesta di luce.

E’ un giorno pieno di amnesie, sembra che tutto sia trascorso, insapore e stinto, un venerdì trattenuto da un laccio di seta, faticoso e difficile. Anche l’anima dondola sulla sedia aspettando l’ultimo treno.

P. percorre ancora una volta il binario illuminandolo con la lanterna, segue con lo sguardo le ultime traversine, poi si rimbocca il bavero intriso di pioggia e tenta di non pensare più al quel giorno.

- No, non lo vorrei indietro questo giorno – si disse – Se sapessi cosa lo produce non lo rivorrei. Ne diverso, ne distante, quel tanto che basta per demolirlo.-

P. Apre la porta del capanno vicino alla stazione e attizza il fuoco della stufa, pensa al viaggio interrotto e alla pausa tremante dei sogni, non gli sarebbe bastata tutta la spiaggia e il mare fino all’isola. Ne la chiara notte invernale con il suo freddo tagliente, ne la finestra appoggiata alle braccia, ai piedi, in attesa al buio, davanti ai fuochi. Si tolse le scarpe nel tempo interminabile, come gatto a lungo maltrattato, per il soffice corpo di spuma e lo spirito soffocato e le cose ormai inutili ammucchiate nel cortile. Non gli sarebbe stata d’aiuto la sua emozione, sempre la stessa che si snerva impercettibile. La sua voce telefonica, crespata d’arcobaleno e diversa, come una sensazione che lenta e impalpabile ricade nel profumo della tappezzeria.

Ali grigie nel vento crescente s’immersero e scivolarono deltaplani, mostrando i loro scherzi d’azzurro. Apparve sul vetro una creatura d’acqua, un pallido e bianco fiore acceso da una lucciola smarrita.

P. si china a bere dal suo seno e si sporca di gelato e panna. Non avrebbe dovuto trovarla seduta lì, dove le pietre sono fredde, con lo scialle di farfalle, che sorride alla musica. Per uno squarcio della mente.

Chissà se un cavallo teso al galoppo, ferito nel crine, avrebbe potuto indicargli un nuovo camminamento, stretto e grondante, da percorrere tutto d’un fiato, rivolto verso la fioca luna, nella tempesta di lampi. Uscì travolto da improvvise congiunzioni d’astri, tra querce nodose e olmi s’inoltrò barattando i nostri affetti come cianfrusaglie. Gli parve che ci fosse un aleggiante odore di futuro, fiammiferi da accendere, rossetto da puttana.

L’indomani si accorse di avere una cicatrice, la vide riflessa nell’uccello di alluminio disteso sull’orizzonte, poi si svegliò del tutto e lavò il cielo lievemente zuccherato. Sicuramente non era pronto per andare a morire, aveva già dimenticato la vivace biancheria del letto, il lunedì trascorso e la sera, il radiatore goffo, il vecchio accappatoio, il telefono che squilla, il campanello. Aveva dimenticato il suo presentimento, la tavola macchiata di catrame e la pigrizia della strada.

Chiese intorno, ma nessuno ricordava come si raggiungesse la casa dell’Astronomo, ne quanti erano quelli rimasti appesi a testa in giù. Nessuno che parlasse delle verande distrutte, degli alberi recisi sulle terre senza nome, della grandiosità della neve caduta abbondante, del primordiale bagliore tracciante del binario interrotto. Il treno che ormai non parte più, sono quasi cent’anni, sboccia dalla sua bocca nella più esile parola, come metallica colomba che trasmigra in una mappa stellare. Ecco laggiù il suo popolo di stelle, spesso di germogli nell’intessuta notte del viaggio. Allora era un RE. Camminò ancora e non seppe trovare il roseto apparente dell’aria, il fuoco che dissemina il granturco, la sua figura lieve che sparge farina e trattiene il volo rumoroso. Occhi ciechi che lo fissano allattati di tramonto, permeati di balsami nella densità vegetale. Occhi pieni di cadaveri.

Appariva trovarsi, tra mari che oscillano e non perdonano, in città sonore. Paesini di presepe chiusi nella sfera della loro sostanza e dei loro parlottii.

L’Astronomo era un uomo meraviglioso, si ostinava a portare con se il trepidare dell’acqua che oscura il sole ed il mondo nella sua vuota rete, sparsa di monete, nell’avvenuto inverno. Come una lunga luna chiusa in un guanto. Coglie le rose, increspate dal petalo di luce nella pace sulfurea, assorbendo il cupo colore del carminio circondato di meteore. Riconosce le spine, quarzo dell’insonnia, amarezza del sangue di tutti i giorni, sulla cima del susino che stacca nel centro del giardino. Quasi con il cuore triturato, senza più amore ne campane, fermo su di una vena insondabile. Nel mare, nell’aria, nelle strade che lo hanno perso consumando i sogni d’oro vuoto.

Allora si lascia riflettere in un altro, siede alla sua tavola e parla con l’Astronomo per tanto tempo, mangia piano alla sua mensa e gusta il vino ricolmo di storia, che ti guarda dalla folgore di vigneti e lascia il suo messaggio senza terra e senza abisso. Potrebbe essere quello che solleva le bende dei poveri dolori e si ostina a conservare cose estinte, senza capire che l’aspra rugiada le ha uccise e non possono rinascere. L’Astronomo lo fa alzare e lo invita ad uscire. Durante il commiato l’Astronomo gli spiega che le sue fotografie sono deboli fibre apparenti, abitudini consunte, ricordi divorati dalla nebbia, luoghi silenziosi sorretti dal vento. Eppure il vuoto dei rampicanti si sgrana ed esplode nel folto della sua inguine come un lago vivo, aspetta che la ruvida mano prema e accarezzi il tepore che scorre triangolare su per la vita, come una nave di polline e lo scuota ancora di desiderio, quasi a risalire dal fondo. Non è uomo ne donna, solo il computer perfetto che non sa sbagliare.

Così chiude la porta, oltre la siepe divelta. Il cesso puzza, un puzzo umano, emanazione del metallo inaccessibile, zeppo di pavimenti, sedimenti e pantani. Vorrebbe rendersi incomunicabile e chiudersi nella sua sostanza, ma il lezzo continua, fuoriesce e si diffonde. Un uccello va a fracassarsi sulla scalinata in diagonale dentro la pioggia.

Pag 2

Dopocena le persone di famiglia restano a conversare in quella sala e non sentono odore. Nessun odore. Parlano delle terre avverse, degli assenti invecchiati sulle bandiere, del telo di lino stampato sulla verginità di Maria. P.- riflette, posa lo sguardo sulle parti profilate di giallo, segrete nel loro inquieto insorgere e si accorge di non avere più la camicia, la forza per combattere le guerriglie del suo misero ossigeno.

Tornerà in sé dopo tre giorni e andrà in ufficio.

P.- guarda quella signorina salire sul predellino attorniata dal vapore ed il cuore è come una bianca vipera foracchiata di spari. Adesso porta un’antica ruga, geometria germinata del suo cannocchiale, cicatrice coperta da una mandorla pura. Sta nel centro rosso del seme, origine precisa del godimento che aumenta. La cattiveria del mondo si copre di sterline, si tinge di un inteso sguardo. I pianoforti nei balconi parlano del suo matrimonio e gli occhi ritrovano la loro sofferta fissità. Lei respira forte nei seni duri, per tutto il lungo corpo coglie il languore del distacco e cova le sue ombre nei muri stinti. Il suo lenzuolo è un falò che viene navigando, viaggia fitto di parole, fino a svegliare il cielo. Rapida spada sulle ciglia fragorose. Chiude lo scompartimento e si è già in un luogo diverso. Qui non c’è niente da vedere. Hanno scelto altri, per categorie sociali e anche se continuasse a baciarla con gli occhi socchiusi, lo taglierebbero le sue lacrime, grosse e pesanti come chicchi di grandine.

Quando tornerà il duro vento del mare, fatto di fili sonori, ribelle nel suo agguerrito segreto, l’Astronomo minuscolo e dolce star à per morire. La sua testa sommersa passerà veloce nel vortice siderale, cercando la stella nervosa di cattedrali consumate e ancora smarrita nel ramo di sale. Astronomo immobile, impresso nell’aria, triste naufrago dalle dita assottigliate, particella spezzata di un amore inconcluso, corallo della fame, madrigale delle foglie d’autunno.

L’Astronomo starà ancorato alla creta, all’alba, alle prove di carnevale, così bello, forte, pulito, che sembrerà vero, attaccato a P come una calamita.

P. parla a bassa voce; della sua infanzia di gioia, del suo rosso piede nudo. Solo la mosca sulla torta guarda nello specchio e questa stanza vuota sembra la luna, appesa ad una gruccia per darsi brillantezza. Le forbici non hanno clemenza e tagliano l’accaduto, la retina che frulla immagini a mille. Dio che non si scrosterà più. P- ha preso un calcio sul fianco e corre con la lingua di fuori ed aspira vapore, il vapore delle locomotive. Il destino alla stessa ora e nello stesso posto, seduto su di una sedia di paglia lo attende mentre sciaborda la laguna. P. si sente la schiena piena d’inverno e cerca disperatamente negli occhi l’altezza, forse è la mera, i cenci delle nuvole ormai senza distinguo nella maglia appesa. Guai a guardare indietro. Una compressa da prendere per scostare il vuoto della portiera. L’anima a metà col vento.

P. ormai è un cane e la sua perla una terra illuminata, oggetto della caccia. Non gli rimane che aspettare un padrone.

Chissà perché gli angeli si tormentano con inutili dettagli ?

Il treno finalmente arriva coprendo l’ampiezza e P. non ci si può aggrappare. Forse il binario si ripeterà sul muro e assomiglierà ad una semplice carezza. Forse passerà sopra.

Quali altri dubbi, vigliaccherie e perdizioni lo aspettano ?

Nel mondo grande P . non ha amici e si guarda intorno cercando disperatamente l’Astronomo.



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