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lavoro pubblicato lunedì 5 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 19 giugno 2019

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IL GUARDIANO della SOGLIA - Capitolo IV - La principessa Nefer

di mariapace2010. Letto 564 volte. Dallo scaffale Fantasia

Dopo aver incrociato quello di Alì, lo sguardo di Isabellavagò verso lo sfuggente orizzonte; navigò, in un addensarsi di fluttuantivapori, oltre le spalle del ragazzo e naufragò in infinite distanze, prima diinfrangersi cont...





Dopo aver incrociato quello di Alì, lo sguardo di Isabella
vagò verso lo sfuggente orizzonte; navigò, in un addensarsi di fluttuanti
vapori, oltre le spalle del ragazzo e naufragò in infinite distanze, prima di
infrangersi contro la Cima, la montagna messa lì dagli Dei a vigilare il
sonno dei Faraoni e delle loro Spose.



Con la sensazione che lo spirito si muovesse all'interno
di un incantesimo, attraversò la montagna e si spinse oltre il deserto,
il fiume e la città e raggiunse la terrazza... la terrazza del Palazzo Reale di
Tebe che, da quell'altezza dominava ogni cosa: i tetti delle case, le cime dei
Templi, le sommità dei Piloni, le acque del Nilo.



"Nefer... Occhi Lucenti. Piccola signora, ecco che ti
ritrovo."



Una voce raggiunse alle spalle la principessa Nefer...
Isabella-Nefer, la figlia minore del Faraone, costringendola a girare il capo;
il gesto fece tintinnare gli orecchini di lapislazzulo, che sparsero sul suo
bel volto una luce azzurrina.



Un turbinio di pensieri, di emozioni e sensazioni
sconosciute scompigliavano il suo cervello: si sentiva come appena uscita da un
sogno fantastico. Alzò la mano per toccare gli orecchini e lo sguardo cadde sui
fianchi, su cui scendevano, morbide, le pieghe di una tunica di lino trattenuta
in vita da una cintura dorata; una sciarpa a frange sulle spalle, calzari di
papiro ai piedi, completavano il suo abbigliamento.



"Che strano sogno...che strane genti. - pensò, poi sorrise
alla donna che l'aveva raggiunta, d'età matura, bassa e grassottella, che la
fissava con occhi ossequiosi ed affettuosi - Guarda quei due ibis, Merende.
Guarda il loro volteggiar sui tetti." disse.



"La mia piccola sognatrice! Sempre ad inseguire il volo
degli ibis, sempre persa dietro le fantasie." sorrise la vecchia e le rassettò
con gesto amorevole la veste di lino pregiato.



"Io volo lontano con gli ibis, nutrice. Lascio queste
stanze e sogno luoghi meravigliosi e genti misteriose... Se tu potessi conoscere,
nutrice, i mondi meravigliosi in cui mi portano i miei sogni!" sospirò e la
donna sorrise.





La principessa Nefer detestava gli odori penetranti delle
stanze del gineceo, quelli dell'incenso e degli unguenti. Lei amava il profumo
della lavanda, dell'iris e del loto che rallegravano la terrazza. Detestava la
penombra di stanze e corridoi ed amava la luce e il richiamo del mondo che
proveniva da oltre le siepi della terrazza e correva lassù tutte le volte che
le era consentito farlo.



Quel mattino, però, non restò a lungo da sola. Un allegro
cicaleccio la investì alle spalle: le principesse Agar, Nefrure, Amksenammon,
le sue sorellastre, con le ancelle, avevano invaso quel posto trasformandolo in
un allegro salotto. Sguardi, sorrisi e parole sfioravano speranzosi le strade
sottostanti, i tetti dove le ancelle soleggiavano le lenzuola e le acque del
Nilo in piena.



Due ancelle avevano portato rocche e fusi per filare;
Nelle loro mani i fili di lino rilucevano ancora d'olio; l'olio era necessario
per ottenere quella brillantezza per cui le tele di Tebe erano famose.



Nefer prese subito un fuso ed un rocchetto di lino; la
grossezza, però, indicava che non era al lavoro che stava dedicando la sua
attenzione.



Da qualche tempo, la principessa Nefer era sempre distratta, trasognata e attratta da mondi
lontani.



"Arrivano. - una voce la strappò alle sue riflessioni -
Ecco le navi di Ugarit."



"Gli ambasciatori di Ugarit viaggiano su quelle navi per
chiedere al Faraone una figlia in sposa per il loro Sovrano." disse Agar che,
in punta di piedi, aggrappata alla ringhiera per vedere meglio, scrutava le
acque del Nilo, rigogliose in quella stagione.



Agar era molto bella; il fisico era agile e snello e la
pelle era luminosa, come attraversata
dal sole. Era, tra le sorelle, la preferita di Nefer perché ribelle e
contestatrice quanto lei e perché come lei, anche Agar aveva un unico
desiderio: volare via da quel nido dorato. Presto anche lei sarebbe salita su
una nave come quella: da Ur erano venuti per lei ambasciatori a chiedere la sua
mano per un principe babilonese.



Gruppi di operai, di sotto, spingevano, su grosse sfere,
un obelisco assicurato ad un lastrone di legno. Nefer seguiva con aria assente
i loro movimenti.



"Presto arriveranno ambasciatori anche dalla Colchide"
disse ancora Agar.



Agar era sempre informata su tutto, era sempre al corrente
di ogni cosa e Nefer non aveva motivo di dubitare della sua affermazione: Agar sentiva
e vedeva le cose prima ancora che accadessero e apparissero.



"Colchide? E dove si trova?" domandò sporgendosi anche lei
oltre la balaustra; i lunghi capelli neri e setosi, agitati dal vento di
primavera, sembravano ali di ibis spiegate nel cielo; la pioggia era caduta
ininterrotta per molti giorni e l'aria s'era fatta più tersa.



"Molto lontano. E' una città posta sotto la protezione di
un Ariete Sacro dal Vello d'Oro."



Nefer fece l'atto di riprendere la parola, ma una voce
gioiosa alle spalle glielo impedì, costringendola a voltarsi.



"Thutmosis..." esclamò.



Thutmosis era suo fratello, più giovane di lei di un anno.

Come tutti i maschi, all'età di sei anni aveva lasciato il gineceo per essere
destinato alle armi o a qualche Dicastero.



Da quanto tempo non lo vedeva! Molte primavere erano
passate dal giorno in cui era salito su una nave dei marinai del Popolo della
Porpora.



"I marinai più valenti del mondo ed i più ardimentosi. -
diceva di loro il Faraone - Più ancora
dei Popoli di Mare."



I Popoli di mare venivano da molto lontano;
arrivavano da città dai nomi strani: Corinto, Cnosso, Creta, tutte sotto la
protezione di un Toro Sacro e su cui si raccontavano storie paurose ed
inquietanti. Quei Popoli avevano assalito l'Egitto ed erano così sicuri della
vittoria, da trascinarsi dietro le famiglie. I soldati del Faraone, però, e
Tuthmosis con loro, li avevano ricacciati in mare.



"Thutmosis! - ripetè la principessa Nefer tendendo le
braccia al fratello - Ma come sei cresciuto!"



D'improvviso, però, proprio mentre le braccia tese
sfioravano quelle del fratello, un etra fluttuante ed impalpabile circondò il
volto di Thutmosis ed ogni cosa andò sfocando. Una sensazione mai provata
prima, l'assalì, come il distaccarsi da se stessa, il camminare, l'andare
dentro lo spirito.



"Thutmosis... " chiamò.



Aprì gli occhi e,
sotto un sole che le ingiuriava lo sguardo, vide il volto preoccupato di Alì e
quello sfingeo di Osor, chini su di lei.



"Thutmosis... - chiamò ancora, poi - Ma... dove sono? Dov'è
Thutmosis?... Voi... tu sei Alì e tu... sei
Osor... Siete proprio voi?"





"Sta delirando. - Isabella sentì la voce di Alì provenire
da una distanza remota - Isabella... sei tornata? Stavi delirando. Chiamavi un
certo Thutmosis, parlavi di Creta e Colchide,... Arieti e Tori Sacri..."



"Che cosa è successo?" domandò, appena rientrata completamente
in sé; le orecchie le ronzavano e dietro la fronte, pensieri e sensazioni
correvano come anatre attaccate dal cacciatore.



"Sei stata morsa da uno scorpione. Non ricordi? - spiegò
Alì - Osor ha guarito la tua ferita, ma non chiedermi come ha fatto."



"Oh, sapessi che strano sogno. Mi trovavo... mi pareva
proprio d'esserci."



"Dove?"



" A Tebe. Nell'antica città di Tebe. Il mio nome era
Nefer... sì, come la principessa della tomba rinvenuta. E' stato un sogno, ma era
così reale... E' stato un sogno, vero, Osor?" domandò.



Osor, la creatura prodigiosa scosse il capo.



"No...non è stato un sogno? - sbalordì la ragazza - Cos'è stato, allora? Se non è
stato un sogno che cosa è stato?"



Il volto del Guardiano restò una sfinge.





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