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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

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Gli uccelli che nidificano nelle case

di gartibani. Letto 832 volte. Dallo scaffale Fantasia

GLI UCCELLI CHE NIDIFICANO NELLE CASE VII Da una raccolta di racconti brevi da “ DURARE ANCORA UNA LUNA” In linea retta il cielo azzu...

GLI UCCELLI CHE NIDIFICANO NELLE CASE

VII Da una raccolta di racconti brevi da “ DURARE ANCORA UNA LUNA”

In linea retta il cielo azzurro e alto s’infrangeva contro gli alberi del viale muovendoli dove il sole aveva asciugato le foglie. L’invisibile incendio che delirante brucia fino al mattino.

La casa sembrava una ragazza con un parasole appoggiato alla spalla, era larga e profonda, a ripararsi della pioggia sotto il portico. L’ingresso ,ampio gigante tatuato, attutiva una vibrazione lussuriosa. Sul lato est sorgeva lo stagno, l’acquitrino cosparso di talco, affollato da pesci fangosi, unti di muco e sguscianti. Gli antichi raccontavano che in mezzo al fogliame madido e molle appariva uno specchio capovolto dove le bestie lasciavano le loro tracce ben marcate e ogni atto della sua immagine speculare era un segno del destino. Se guardavi all’istante, scanalature della coscienza, apparivano i misteri dolorosi della vita e l’immagine limpida e fredda dello specchio apriva informe nella mente la paura.

Ci eravamo trasferiti da un anno in una delle nostre numerose partenze e mi chiedevo perché quella casa così grassa, raffreddata e ferma nel centro chiuso della terra, l’avevano costruita proprio lì, sopra quelle bolle informi, nell’ozio senza limiti degli uccelli in eterna migrazione.

I loro stormi incontinenti, soffocati dai fiumi, luccicanti tra le stelle abbassate, narcisi nel cristallo dell’aurora; mi rendevano sospetto e paurosamente triste. Mi sorprendevo a spiarli fino all’estremità della veranda volendo sorprenderli nelle loro spirali di profumo, nel gesto inquieto del volo, come le cascate muovono le pale dei mulini; quando, prima di abbracciarsi e poter scorrere a lungo planando oltre le colline, si distendevano stirandosi vigorosamente, odorosi di cuoio, quasi ad irrompere contro il mio sguardo e cancellarmi la vista.

Forse l’umidità dell’argilla.

Le pozze d’acqua come una pellicola che ha scelto l’autunno, la luna quasi coperta nella sera avviluppata di nostalgie, vista nella pura fredda fiamma come inguantata di roseti dove tutto è finzione. Il mattino volavano bassi tra i neri rami seguendo le traiettorie di trapezi apparsi per caso, il loro baccano interrompeva il piacere del risveglio a lungo assaporato e formava per sempre nella mente una terribile teoria:; sarebbero un giorno venuti a prendermi infrangendo i vetri della finestra e mi avrebbe calato lontano, tra muri di pietra invalicabili dove sarei rimasto ad aspettare che la vita ricominci.

Poi li odiavo, quando venivano a beccare in cucina, con tutte le voci esauste nel fresco delle tombe e sbattevano le ali come trappole, attonite ai margini del fuoco, nel nudo disgusto dei loro becchi taglienti, materia di nubi che scorre sopra le loro teste pennute, svuotate per l’eternità; simili al dissetarsi e al viaggiare, finchè li rincorrevo con rabbia, a salti, agitando il grande cappello reso scuro dalla pioggia e invocavo nella mia voce il trasparente assassinio dei loro corpi massacrati come fredde malattie.

Era da rimanere attoniti vedendo come la musica riusciva ad animarli quando s’incontravano in un anno impensabile tutti sul tetto, portati a posarsi da un rumore confuso e agitavano soffrendo i loro fantasmi quasi a liberarli tra le forze del mondo. Sembrava che il soffitto stesse per crollare nel nero pece e la casa svuotata s’inclinasse verso l’afa del mezzogiorno odorando i garofani delle aiuole. Trattenevo persino il respirare, sentivo che dovevo rinnegare quella loro occupazione di escrementi, quel loro vandalico distruggere e cacciarli definitivamente via. Così battevo con rabbia il tamburello e i suoni distruttori volteggiavano nell’aria quasi a colpirli al cuore. Non avevano sangue, solo piume, uno stupro di piume e di gorgogli della gola e dello stomaco e mormoravano in continuazione la loro ripugnanza, baldanzosa spavalderia. Anche i cani gli urlavano contro per poi fuggire inseguiti dal loro volteggiare aggressivo e si chiudevano con me in casa finchè non li sentivo più.

Solo il camino tiepido mi rincuorava l’inverno, nel succo dell’insonnia, quando intirizziti apparivano sui rami spogli come bianchi campanili, muovendo in continuazione gli occhi senza palpebre e senza suono e il terreno buono e chiaro oltre lo steccato, fuso nei loro corpi come pali, li interrava ad uno ad uno, quasi una minaccia a cambiare il giro del vento.

Tutto sembrava esprimere il tono, l’affaticata esistenza, il contenuto e il significato dei giorni trascorsi, come un tuono ridestato da un temporale a venire. I raggi sottili feriscono le vetrate, frustata intagliata nella pelle, le loro ali passano e ripassano gocce nel minimo rumore, si lasciano entrare nel corpo della casa, coprendo le pareti con le loro ombre, ostinate e insaziabili, nei passi leggeri, nel loro modo delicato di ferire il silenzio e i loro echi arrivavano da molto distante. Glia affetti immutati e le calde abitudini.

Di colpo una notte, sono i violini che storpiano il grammofono e le orazioni ubbidienti, la fetta di torta mangiata dal caimano. Una quantità battendo forte le ali, vagando nel cortile e nello spiazzo giallastro aperto fuori la casa. Il corpo di mio padre testimone dei miracoli, con i vestiti sfilati e le mani morte di astenia. Caduto come in un cantuccio oscuro, in antri dove i venti fischiano e ricordano il sole ubriaco. Forse si dischiude il cielo svuotato e le foglie secche gli si attaccavano addosso fino a coprirlo e cancellarlo per sempre.

Dovevo desiderare di essere altrove.

Il seme in una terra arenosa.

Il mare oltre gli aceri infuocati dal giallo delle candele.

Un attimo nel crollare dei misteri. Che tutti dovessero fermarsi e puntare le ali in un istante e nel minuto di colpo volar via e impazzire per passare oltre il salone dell’ingresso e stringersi volteggiando nello stretto corridoio fino ad uscire all’aperto. I pensieri addomesticati nel tempo, nell’ansia che travolge i gigli appena colti, nella mano infilata nella tasca, al centro terribile di una verità ancora sconosciuta.

Adesso scavavano i loro cunicoli, li riempivano di muschio e fango, le loro gallerie interminabili, rinvio di altre piogge, parole sussurrate nel fondo degli sguardi. Nidificavano a migliaia e i loro piccoli con i becchi aperti, lividi, tagliati dal tronco da una saetta, si accalcavano vomitandosi addosso la loro puzza acre, come animali ottusi, esposti alla vergogna del tacito tatto, del loro calore formicolante, uniti da una comune disfatta. Si sarebbero mangiati tra loro, tessuti lacerati ormai disaminati, per creare piaceri e immagini sulle nostre bellezze e sarebbero caduti nell’inutile vuoto delle nostre anime ostili.

Forse i cacciatori, nel mezzo della polvere, vacillando una smorfia dolorosa, distinguendo netta la loro sagoma nel mirino, tra le ceneri grigie, avrebbero colpito all’impazzata nel vasto sfavillare, compiendo una strage. Col passare delle settimane però il loro numero cresceva e i cacciatori stanchi e sazi tornavano ad affievolirsi come la luce di certe stelle vaganti e partivano per mandar via le mandrie, intenti a mutare volto nella fretta. Gli uccelli erano ancora lì, macinazione del tempo, spessore di vita. I loro occhi gozzovigliavano bagnati da molte rugiade, come il grido sospeso bucata la mongolfiera. La raffineria di petrolio invasa dai loro corpi incatramati come un impulso malsano, divelti i recinti e i tirassegni delle giostre, lungo i tubi delle grondaie, alle fondamenta, ai pozzi ormai inquinati, all’invisibile Dio che li univa in un rogo d’ali.

Quella notte i suoni erano pieni d’offerte, il selciato continuava a girare segnato dai loro percorsi. La mia stanza austera non riusciva più a staccarsi dalle pareti bianche. C’era tutto quello che ci vuole per esistere. Eppure il presagio d’una immagine solida portava all’orecchio il sospetto di qualcosa d’inconfondibile, l’eccentricità della conoscenza. Il sapore raro della nebbia.

In questa mia esistenza avevo visto poco. Gelido respiro dei mattini, il calore accogliente e una piccola isola dove vivere immerso in un pantano. La galleria ormai era profonda, oltre le travi del tetto, dentro l’intercapedine. Anche il topone grasso aveva fatto da cibo e si sentiva dentro l’involucro del tetto crescere il loro rumore, il loro volare silenzioso, il loro afferrare e spezzare, la loro ingombrante presenza. Certamente stavano lì, uniti, nell’oscurità improvvisa, ricomparsi nella danza, nella luce invisibile dei loro occhi chiari. Giravano fragorosamente, mancando la memoria per fissarli, abnormi, oltre ogni limite di spazio a calcolare le improbabili combinazioni dei loro amori.

Fu come una vena metallifera, le fiamme evocare il cielo, ricoperto di città che pesano e sprofondano, oltre i continenti e le incombenze dell’uomo. Si aprì un piccolo buco e caddero calcinacci, dall’angolo del soffitto difronte al mio letto, poi il buco si allargò, quasi nel finale del fuoco, come i fiumi in piena trascinano il bronzo dei templi e gli olocausti. Lo scuotersi delle ali fece cadere la polvere e i detriti di calcina, spostate le montagne di mattoni e l’inutilità dei minuti. Uscirono così nello smalto scarlatto delle unghie, uno dietro l’altro, legate le loro creste, scale di corde e ali di plastica. Con i corpi fatti a sacco, con i becchi penduli di reti, con le catene e le funi, con gli spazi lasciati ai telegrammi e ai gesti affettuosi. In un attimo invasero la stanza, si pigiarono inebrianti, come urti violenti della vita. Raggiunsero il letto, cesti appesi a spaghi e girarrosti, nascosti per un unico uso, piccole cose desiderate nel piacere invadente.

Allora rimasi solo, al centro del letto, seduto sulla casa smontata, un ombra traforata e angolosa, l’anima trapezoidale. Tra una stagione di piogge e un’altra stagione di piogge, in una infastidita stanchezza. Un verde languido e un venticello salino; posai i piedi al suolo in uno sciocco aspetto di confusione, misurando al millimetro la loro distanza da me, quasi desistendovi. Erano ammucchiati gli uni sugli altri, zampe e teste come colonne coperti da una bruma biancastra. Telescopi puntati in su, verso le lacrime, commosso di essere vivo, nella linea disegnata dalle formiche ai miei piedi, scosse dal loro becchettare. Vidi in fondo le lunghe gambe da fenicottero e l’ala mi accarezzò il collo, dove nascoste in un barattolo arrugginito, spuntavano le prime piume, soffici, nel parlottare fitto dei suoni, pausa nella pausa.

Mi vergognai d’aver sentito quel vivo interesse. La voce secca e bruciata, risatina ironica.

Tutti questi intrusi arrivati in cerca di alimento che trovano sempre da ridire. Una donna con la faccia d’assassina.

Il sorgere di un vento che sospende la mia forma, quasi ad andarmene subito, così come frazione di un tempo interminabile, nel volo libero. Troppo breve per accorgermi.

Diedi fuoco alla casa.



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