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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura domenica 11 agosto 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Sogno per un delfino

di gartibani. Letto 438 volte. Dallo scaffale Fantasia

Da “ Durare ancora una luna “ VI Sogno per un Delfino Avevo appena sei anni e mi bastò chiudere gli occhi per vedere quello...

Da “ Durare ancora una luna “

VI Sogno per un Delfino

Avevo appena sei anni e mi bastò chiudere gli occhi per vedere quello che volevo sapere: tutto era colorato, luminoso, bellissimo. Non facevo altro che scegliere ciò che volevo e oggetti e personaggi scomparivano rapidamente nel nulla. La Scuola dal di fuori appariva bella e comoda, piena di fiori nel giardino d’ingresso, ma appena entravi e aprivi una porta ti tiravano addosso robaccia e dall’ufficio del Preside venivano giù cartelle, borse , cappotti di vario genere.

Il corridoi finiva in una fitta nebbia.

Sarebbe stato difficile riconoscere quel passato, affondato nel tempo e retrattile come un titubante rimorso. Come se l’anima andasse a nascondersi avendo perso ogni impeto dell’essere. Era per questo che i nostri mondi interiori differivano. Pensai allora che i processi mentali compresi tra l’atto d’immagazzinare le informazioni e le immagini della memoria, erano collegati tra loro e al modo con cui venivano valutate le differenze cromatiche.

Il sole era già alto nel cielo come un sollievo.

Fu così che feci camminare il trenino con le onde della mente. Il trenino partì e più ampie le onde più veloce il suo percorso. Finchè andò a cozzare contro un muro.

Immaginai ancora e lo vidi esplodere mentre la pioggia mi si rovesciava contro ripetendo su di me la sua grande umidità pungente. Anche la mia pelle ,strano specchio della mente, si lasciò avvolgere da vampate di calore e da freddi intensi e misurati nel vuoto dei minuti, come un volo impercettibile e leggero dell’elettricità cutanea. Forse, altri mutamenti dei vasi sanguigni sottostanti.

Ma seduto, seduto per anni su quella pietra dura , liscia e scura ormai non mi comprendevo. Senza quella preparazione sottile con cui le mani si andavano ravvicinando al gusto e al disgusto di rabbrividire, memoria del sesso triste, sogni dell’innocenza, non sarei sopravvissuto. La scia di una nave impercettibile sull’acqua e subito frantumata dalla schiuma.

La donna con la quale vivevo era un animale ferito, d’una ferita non visibile all’esterno. Una persona cambiata dagli anni, menomata, colpita da un crollo patologico della personalità. Assalita da sentimenti di colpa, di angoscia, di ostilità . Il soprassalto forte e crudo come un atto incompiuto l’aveva colpita, come una malattia pericolosa.

Mentre i figli erano a scuola aveva svuotato l’armadietto dei medicinali e ingoiato tutto quello che c’era. Non è facile credere che la sua sofferenza non fosse vera, che la sua estrema infelicità non fosse qualcosa di molto concreto e tangibile . Aveva di sé l’immagine di qualcosa di superfluo nel mondo degli esseri umani, come se fosse stata spazzatura, come un pezzo di carta di giornale portato via dal vento, una qualcosa che svolazza qua e là, che viene spinta su e giù per il marciapiede, che si pesta o si spinge via con un calcio. Era un sovrappiù di materia nell’ordine dell’universo, indesiderata e senza valore. Viveva ancora nella città invisibile.

La terra era cambiata intorno, accennava a tornare il freddo; da tempo era cessato il velo delle piogge. La rosa piantata nel calcagno cominciava a fiorire, il cavallo , creatura fraterna e umana, che girava lì intorno, riprese il suo colorito fluido e si accasciò di colpo. Anche le mandrie di bestie ingrassate partirono.

I pescatori cucivano le reti con regolarità impressionante. Le stelle impigliate nel loro colore blu venivano adagiate ai piedi dei bracieri e le donne delle cucine restavano accanto ai bambini proteggendoli dai pericoli esterni. Il cielo conservava quel colore mattone, tenuto in piedi, quasi puntellato dai segnali del mondo circostante.

Guardavo la notte nel tentativo di indovinarla meglio e smascherare tutto quello che ha di indiscreto, di crudo, d’irriducibile. Il regno delle ombre che l’anima cerca di svelare.

Forse quella mia penna verde, cilindrica e retrattile, che mi aiutava nello scrivere, con un meccanismo nascosto dentro che assomigliava tanto al mio pene adulto, gonfio nel macchinario del proprio corpo. Tutto l’orrore che avevo per gli scarafaggi che mi camminavano sopra.

Finchè un giorno baciai per la prima volta e sentii nel cuore la grande differenza tra aspettativa e realtà. Lì tra resine e fumo il vino oleoso profumava sviluppando la sua forza in germe. Le armate abbandonata la blanda penombra della stanza apparivano angeli vendicatori, isolando sempre più le nuvole nella loro presenza ingombrante, vizio del sacrificio e della morte. Tutta la paura che ci spingeva indietro, nella grandezza di una goccia di rugiada.

C’è tuttora la pazzia della luna.

La mansuetudine dei silenzi.

La notte ancora piena di certe cose che finiscono per soffrire d’amori e s’impiccano alle travi più alte. Andando ancora piano, con cautela, senza scossoni ne urti, cercando simpatia nella voce di qualcuno e una tenera innocenza da barattare col dolore.

I pescatori raccontano di come i delfini risalgano il grande fiume e perdano la vista nelle acque torbide, con la vecchia pancia mai guarita e le pinne dolenti; anche quel loro muso che assomiglia ad una bambina nel suo involto da bambola e il seno eretto e turgido dai rosari pendenti.

Andammo a cercarli insieme.

Un’antica verità ormai dimenticata, nel centro violetto della bellezza, in una casa di luce dove perfino le lucciole entravano a sciami e si ballava per intero, con i corpo madidi di sudore e gli sguardi fissi sui corpi e i movimenti abbreviati dal desiderio di piacersi.

Dicono si riconoscano perché hanno sempre la testa coperta dal cappello che non si tolgono mai, neanche a tavola ne al letto. Ciò per coprire i fori dietro la testa, le narici con le quali respirano. Poi sono più alti, il corpo vibratile e snello, i movimenti armonici e veloci; guizzi dell’aria e dell’acqua, felicità raggiunta ed estrema.

Mi sono chiesto, chi aveva rubato alla mia donna , la sua parte di felicità e di salute ? Chi aveva crivellato di colpi il carro del matrimonio e trasmigrato i fori sulla porta divelta, chi ha bruciato i fiori e tolto l’orologio dalle ore ?

I delfini compivano atti d’impulso, oltre le muraglie di ferro delle montagne e il feltro fitto della foresta. La girandola nel duro ribollire del loro sangue. Il nostro sciocco spavento e la calma di poi quando la curiosità prendeva il sopravvento e il desiderio diveniva intenso, fisso sopra la sua camiciola sottile mentre rapidamente si assestava i capelli. Fare l’amore con quelle donne del fiume era il desiderio di ogni giovane, di ogni uomo vissuto davanti al camino immenso delle fornaci, annegato dalla solitudine dell’acquavite.

Così lo spirito si divideva in manciate di minuti, grottesche capriole inespressive dei volti, porzioni di grida interrotte. Un forte sentimento del dovere riempiva tutti i membri del villaggio, la stagione della pesca era appena cominciata; il freddo forte che aveva minacciato gli occhi cedeva ad un caldo sole e le pareti della grande casa comune si ricreavano lo spirito.

Ormai era giunto il giorno dell’evento, la macinazione delle acque recitava per intero l’incanto delle reti e i movimenti lenti e affaticati delle braccia declinate come falci, là davanti ,nel corridoio di liane e paludi contro la porta del cielo vivido e abbacinante.

Guai a catturare il delfino, sarebbe stata una disgrazia per tutti, anche liberandolo subito, il suo maleficio avrebbe coinvolto la vita di chi lo aveva preso. Il suo sguardo accarezzante e accattivante avrebbe perso per sempre la sua anima.

Incline alla depressione e quasi ossessionato dal desiderio di compiacere, l’altro dominante, l’uomo colpito dal maleficio sente quasi inconsciamente che riconquistare la libertà deve ridiventare piccolo, regredire, fare continue richieste, aggrappandosi alla vita che gli sfugge.

La sera dopo la pesca, mentre baluginavano le lanterne e le luci dei fuochi illuminavano le rive del fiume a perdita d’occhio, mi avvicinai alla corrente, scorsi come il mio lavoro del dolore mi abbandonava e una dolce allegria riempirmi le membra fino a crearmi una soave eccitazione. Il sangue mi si diffondeva nel volto e nel corpo ormai in totale sicurezza che andava avanti da solo, come attratto su di una incrinatura dell’incertezza. Allora la scorsi, quella figura indistinta; si era seduta naturalmente ed era terribilmente bella, immobile, come se temesse di turbare il suo naturale incantesimo. Forse sospirò volutamente, la voce mutata in un suono prolungato con cui le si agitavano le labbra. Rimasi sconvolto, un fremito recondito di piacere, tanta concupiscenza negli occhi, contenuta nell’ardore, nel mio inutile dibattermi. Come prolungare quel momento, come non avvicinarsi troppo, nello scorrere morbido, filtrato, di quel silenzio impenetrabile.

La bocca, la gola, i piedi, le gambe, la vita, l’incavo del ventre, tutto mi appariva in un’estasi voluttuosa che non doveva esaurirsi, che non aveva ne fine ne principio. La fantasia aveva occupato tutta la mia intera vita e questo spazio non si poteva più colmare.

Sentii che dovevo ancora avvicinarmi di più, in un momento in cui fosse distante e incerta e lo desideravo con impeto, ma quando stavo per stringerla i suoi grandi fiori spalancati si gettarono in acqua, il tuffo aprì un anello di nebbie, una felce caduta nella bruma bianca, circoli concentrici senza fine, dolci come l’ozio e il vizio e scomparsi nel nulla. Tutto era così grande e vasto e mi rimaneva solo il rimpianto.

Avevo abusato di lei, l’avevo sverginata, deflorata, mi ero approfittato ? Così doveva essere. S’era scoperta incinta ? Invece l’attimo terminò in fretta con una dilatazione di minuti uguali, i pascoli e le piantagioni bruciati nell’arsura. Mi tuffai nel fiume per seguirla e nuotando mi tolsi la camicia e le scarpe e rimasi nudo. La cercai nel fondo, le caviglie così sottili, la schiena dorata ed invitante; neppure il battere di una bracciata ed il mio corpo poderoso e penetrante andava sempre più giù. Quasi una profanazione. La vidi che nuotava accanto a me attirandomi. Aveva appreso, aveva sentito e non mi avrebbe più lasciato. Lei si affrettava nel nuoto, agile e perfetta e l’acqua appariva più densa, succosa, consistente. Si stava prostituendo al mio sguardo.

Sicuro era un delfino, il corpo troppo umido per essere vero, disteso nella stuoia dei miei sensi, profuso di goccioline, di segreto terrore. Il suo sorriso adesso sembrava quello di una bambina. Sapevo ormai, non sarei più tornato in superficie. Ogni battito del cuore accendeva l’immensa distanza dal mio mondo, doveva essere come fino all’ultimo, come la ricerca di un termine finale, un pensiero recondito affiorato improvvisamente, fatto per un altro vivere, rugoso e ingrato, disposto in un ordine diverso e mai più riconciliabile.

Oltre il corridoio le porte delle aule sembrano tutte uguali, anche i giocattoli avevano perso il loro alone di mistero e il trenino faticava a salire la collina con la sua piccola locomotiva sbuffante. Nel villaggio tutti erano smarriti. I pescatori non osavano più pescare e anche la casa dei fuochi era spenta.

Avrei fatto e rifatto il percorso a ritroso. Tirato un calcio a quel pallone. Una rottura della parola, un ritorno del desiderio nella realtà, quasi incompatibile con un ordine generale che continua a coesistere in quelle cose che molti di noi tengono separate dal resto, come un segreto; per timore del ridicolo e del giudizio severo degli altri. Mi sarei sentito anch’io in colpa, attribuendomi anch’io la natura peccaminosa di quella grande colpa originale per tutto ciò che è proibito, taciuto, mascherato, nascosto ed evitato. Tutti questi elementi negativi; proibizioni, rifiuti, censure, avrebbero represso la mia crescita, l’elemento fondamentale per cui far deviare la mia sessualità.

Il mio delfino invece, mi apparteneva completamente. Aveva infranto quella tacita legge e anticipato un pezzo della futura libertà e mi aveva tolto definitivamente dalla non esistenza e dal silenzio.

Il trenino finalmente oltrepassò la collina e scese a valle con velocità crescente nel ripido pendio, quasi a condurre la storia di una vita segreta che non può ammettere alcuna omissione. L’idea di poter duplicare la vita con il racconto particolareggiato di ogni avventura. Una grande rete superficiale in cui si intrecciano gli stimoli del corpo, l’intensificazione dei piaceri, lo stimolo al discorso, la formulazione della conoscenza.

E’ ormai inverno, i delfini sono del tutto scomparsi. Si parla che da anni non risalgono più il fiume. Le urla risultano lontane e la paura del cavallo che sprigiona il galoppo e di quelle paure che si consolidano. Sono solo dei nuovi adattamenti alla logica infantile.

Un airone che si strappa sulla cima del pino.

Le luci blu dei gabbiani che precipitano.

Basterà l’acqua per cancellare tutto……



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