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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 17 aprile 2019

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Caffè Marchesi o di un viaggio nel tempo

di CEMF. Letto 790 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Discepolo: …come del resto le altre manie degli occidentali. Ancora ieri sul Times uno scienziato dell’Oxfordshire, la storia dei viaggi nel tempo. Sapete, come nel romanzo di Wells. Un raggio, radiazioni che prova a produrre nel ...

“Discepolo: …come del resto le altre manie degli occidentali. Ancora ieri sul Times uno scienziato dell’Oxfordshire, la storia dei viaggi nel tempo. Sapete, come nel romanzo di Wells. Un raggio, radiazioni che prova a produrre nel suo capanno, cose del genere…” M.A.: Macchine astruse, raggi straordinari, nessuna intuizione. A che pro, poi? E comunque non credo che il Divino veda di buon occhio la cosa (ride). E’ ora l’istante in cui scegliamo di dire sì o no alla Verità, è il modo in cui opera lo yoga del mondo. Come la legge della gravità che ci governa ed è parte integrante e necessaria, simbolo della nostra condizione spirituale. Certo, nel suo infinito potere il Supremo contiene la possibilità di decretare ogni cosa, lo scarto, il miracolo. Vi ho parlato della mia piccola vittoria sulla legge di gravità, gli istanti di levitazione del corpo nella prigione inglese di Alipore. Ma attenti: prodigi non se ne dovrebbero mai fare, è come tirare un elastico, nessuno conosce gli effetti nello spazio-tempo di quel piccolo miracolo, prodotto da dieci e più ore di meditazione al giorno, forse Tat (il cuoco dell’Ashram, ndt) ci cucinerà salato ancora per una ventina d’anni (risate). Fuor di scherzo, istanti e luoghi particolari, i grandi momenti dell’Anima possono creare, se in alto vi è il Suo assenso, gore, laghi del tempo in cui il dissesto cronologico, la compresenza, quello che intendete come viaggio nel tempo, è possibile. Occorre che una delle due parti, uno dei due fronti del tempo accetti di abdicare, per così dire, alla sua oggettività e di vivere quell’incontro come in un sogno. Per l’altro lato tutto sarà reale, fisico. A ben guardare, dove è la differenza?” B. Guraji “Autumn talks with the Master” Spencer & White, New York 1952, pagg. 134-35, traduzione dall’inglese di Emilio Michele Fairendelli Sul foglio del laboratorio d’esami, appena ritirato, stavano scritti segni sottili, numeri e tratti la cui algebra conoscevo: le rune del destino. I mesi della cura avrebbero tormentato ancora il corpo. Lui sarebbe durato sino al suo limite. Poi, in un giorno stabilito per me sin dall’inizio del tempo, avrebbe ceduto. Il male era tornato e avrebbe combattuto per prendersi ogni cosa. Non pensavo a nulla, non al mio rientro a casa quella sera, ai mesi che sarebbero venuti, non a coloro che amavo e avrei perduto. Non all’ignoto che mi attendeva. Mentre camminavo, una felicità, una vastità che non conoscevo mentre ero certo di esserne conosciuto, cresceva in me. La testata cieca di un edificio, illuminata dall’ultimo sole, risplendeva come uno specchio d’oro. Decisi di entrare al Caffè Marchesi, che era sulla strada. Solo ora, mentre scrivo, ricordo che anni prima, con un amico, lo avevo definito la macchina del tempo, per l’edificio, i mobili e i legni intatti da più di centocinquanta anni. Anche i baristi, la cassiera, per divisa ed aspetto, sembravano appartenere ad un’ epoca diversa, più vicina forse, ma altra. Sorrisi pensando che lì assicuratori, finanzieri, segretarie, professionisti di quella città distorta e china sul suo niente ordinavano ogni giorno i loro caffè, i loro aperitivi. Al banco chiesi un calice di vino. Guardavo i grandi specchi, le file ordinate di bottiglie e bicchieri che parevano gioielli, le sottili colonne di legno scuro. Alla mia destra tre giovani, un uomo e due donne, discutevano ridendo. Non parlavano italiano. I loro vestiti erano strani, come fuori moda, anche i tessuti lo erano. L’uomo portava dei mocassini aperti, sottili strisce di cuoio intessute. Mi dava le spalle e teneva la testa appoggiata al braccio sinistro, puntato sul banco, mentre parlava. Volle dire qualcosa al cameriere e ruotò un poco il viso. Ne vidi il profilo e lo riconobbi: mio padre. Era morto quando ero un ragazzo. Non so cosa accadde allora. Avvertii un debole ronzio alle orecchie, tutto sfocò vibrando per un solo, rapidissimo istante. La figura dell’uomo parve sciogliersi dal gruppo di cui faceva parte, come una densa goccia di materia. Poi tutto ritornò normale. Era un poco più vicino a me e ora, solo, guardava nel suo bicchiere un liquido rosato che tentava con una lunga bacchetta da cocktail. Scuoteva leggermente la testa, come ricordando uno scherzo, qualcosa di lieto. Mi avvicinai di un passo e, senza pensarci, allungai un braccio sfiorando la sua giacca di lana. Lana ispida, dura al tatto, la mano indugiò per un secondo. Si girò quasi senza sorpresa e mi guardò con occhi allegri come a chiedere: dunque? Non so perché dissi: “Dove siamo?” “Siamo a Bucarest, è il 1947, alla Terasa Doamnei, il bar degli studenti, festeggiamo un esame”. “No, siamo a Milano, l’anno è il 2010”. Con lo sguardo lo invitai a guardare la strada fuori dal locale, la via, le macchine. Lo fece. “Il 2010” disse piano. Tolse dalla tasca un biglietto e lo mise sul banco davanti a me. Sotto la figura rossa di un uomo e una donna che ballavano c’era scritto: “Terasa Doamnei, Str. Popa Savu 7, Bucuresti, tel 01 6592709”. “Ti ho visto tante volte così come sei ora, nelle vecchie foto. Abiti in Rua Vasile Gherghel, al 111. Forse la bisnonna è ancora viva e abita con voi, in una stanza del piano sopra. Il bisnonno è da anni sepolto a Belu, come tuo fratello, Umberto. Studi al Politecnico. Il tuo migliore amico si chiama Ionel. Tra due anni la famiglia tornerà in Italia. Sono tuo figlio”. Mi guardò. Sembrava essergli tutto chiaro, naturale. “Come è tua madre?” “Una donna dallo sguardo nero e profondo. Ti amerà molto”. Chiese il mio nome. Lo pronunciai. “Avevo quindici anni quando sei morto. La mano destra ti stava quieta sul petto sopra l’altra, la sinistra, quella del tuo raccontare nell’aria disegnando le cose, dei tuoi gesti quando ascoltavi musica. Io pensavo che l’avresti alzata e che così tutto avrebbe potuto continuare. Ma tu restavi immobile. Poi ti hanno portato via e non ti ho più visto. Ricordo i giardini poco fuori dalla nostra casa, il personaggio che avevi inventato per me, il Colonnello. Papà.” Aveva ascoltato. L’aria sembrava opprimerlo. Guardava ora intorno, nel locale, ora fisso davanti a lui. Beveva qualche sorso. Non era che un giovane, con una paura che non sapeva nominare, come poteva commuoversi per qualcosa che ancora non era accaduto? Avrei voluto confidarmi, raccontare, chiedere il conforto, la benedizione del padre per quanto mi attendeva, per i miei figli. Tacqui, invece. Perché l’onda del sangue, delle generazioni dell’uomo, del mistero, colpiva come un torrente ogni parte di quello spazio, aldilà di ogni cronologia, di ogni misura, di ogni illusione e già realizzava, silenziosa, una gioia. Torni ognuno al suo sogno, certi che nel mondo che verrà le anime che hanno abitato i corpi si riconosceranno ancora una volta. Mi risolsi a lasciarlo. Gli dissi che sarei uscito per primo e di attendere qualche minuto. Avrebbe trovato la Bucarest del 1947. Forse, prima, il risveglio dal sogno di una notte. Camminai veloce, appena fuori dalla porta del Caffè l’aria fresca del corso mi toccò come una carezza e non mi volsi indietro. Nell’uscire, certo volendolo, avevo messo in tasca il biglietto della Terasa Doamnei. E’ in uno dei miei cassetti, chi un giorno lo troverà penserà venga dal baule delle vecchie cose di famiglia, con le foto, le medaglie sportive e i distintivi. Nessuno saprà mai il suo miracolo di materia che viene da un altro tempo. A volte guardo sul cartoncino la rossa, imprecisa immagine di un uomo e una donna che danzano, una cosa sola, come in forma di stella. “Sai, Sorana, cosa ho sognato stanotte? Ero in un locale, forse la Terasa, ma lo spazio era strano, strano. Quello che sarebbe stato mio figlio veniva, mi parlava, bevevamo qualcosa insieme. Viveva in un tempo così lontano,


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