ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nel Bardo

di CEMF. Letto 607 volte. Dallo scaffale Fantasia

a Maria Cristina e al suo potere “Ohimè, in questo momento, quando entro nello stato dell’esistenza intermedia, io debbo far dileguare le immagini terribili e spaventose che mi dovessero comparire davanti. Debbo riconoscere che son...

a Maria Cristina e al suo potere “Ohimè, in questo momento, quando entro nello stato dell’esistenza intermedia, io debbo far dileguare le immagini terribili e spaventose che mi dovessero comparire davanti. Debbo riconoscere che sono immagini del mio pensiero, immagini proprie dello stato dell’esistenza intermedia. Non devo provare alcuna paura , perché questa può ostacolare il mio supremo Bene.” “Ohimè, privo di amici io sto vagando, solo. Non sorgano terrore e spavento dalle mie proprie immagini, riflesso del vuoto. Provo dolore per le mie azioni. Possa il Divino togliere questo dolore. Odo come rombo di tuono il rumore del piano esistenziale. Possa il Divino renderlo il suono di sillabe sacre. Perseguitato dal mio karma non trovo rifugio. Venga il Divino in mio aiuto e annulli ogni propensione, ogni peso, consentendomi di poter riconoscere e meditare la Luce suprema. Possa il Divino accettarmi nella Sua Luce azzurra, la Luce prima, o rifiutarmi se il mio tempo non è venuto concedendomi una degna rinascita.” Bar do t’os sgrol (Il Libro Tibetano dei morti) a cura e con traduzione di Giuseppe Tucci, Bocca, Milano 1949 E’ così diverso dagli altri il giorno in cui si muore. In quell’alba avevo considerato, come non facevo mai, il cielo sopra Los Angeles: su veli di chiare nubi il sole aveva aperto un graffio, una corta ferita diagonale. Ne usciva una fredda luce d’oro. Pensai che il cielo, così inciso, potesse provare dolore. Si era trattato - avrei poi compreso - di un segno, un segno per me. Mossi la macchina e guardai la mia casa di Dalehurst Avenue: il piccolo e curatissimo prato, i due alberi, il cane che mi fissava immobile forse presentendo il mio destino. Eva, mia moglie, e i miei due figli dormivano. Per loro sarebbe stata una giornata identica alle altre. Solo intorno a mezzogiorno lei avrebbe ricevuto una telefonata dall’Ospedale. Entrai nell’Interstate 5 come facevo sempre. Accesi la radio. Il notiziario, che ascoltai distrattamente, parlava di tensioni con gli iraniani nello Stretto di Hormuz. Poi accadde. Non saprò mai se qualcosa mi si ruppe in petto o nella fronte facendomi perdere il controllo della macchina o se fu l’altro, l’uomo che guidava quell’articolato, a farlo deviare dal suo percorso. Ricordo l’enorme cabina venirmi incontro come un animale feroce, ruotata di novanta gradi rispetto al resto dell’autotreno. Mi trovai in uno spazio buio ed angusto. Stavo sotto la mia Cherokee rovesciata. Le rotonde sagome dei sedili che rassomigliavano uno scuro paesaggio, una, due luci impazzite sul cruscotto, lamiere curvate e poi tese in alcuni squarci, il cristallo segnato da una crepa in forma di runa strana e segreta, una lettera che forse ero chiamato a pronunciare: inspiegabilmente, la visione mi parve meravigliosa. Qualcosa - quello che mi avrebbe ucciso, forse una lama d’acciaio - mi era entrato nel fianco sinistro dove sentivo un grande calore. Non soffrivo. Una goccia regolare, di olio o di carburante, cadeva da qualche parte come a segnare il tempo. Pensai che non avrei mai più rivisto Eva e i ragazzi. Tutto era perduto e la memoria, povera cosa d’uomo, iniziò a vibrare cercando di esistere ancora come già stavano facendo il cuore, le vene, ogni cellula - ricordai un temperino rosso che papà mi aveva regalato da ragazzo incidendovi le mie iniziali, Lucienne, una bambina di cui mi ero perdutamente innamorato nei primi anni di scuola, un pesce preso all’amo in quella giornata sul fiume a Yosemite, la sua grande testa d’argento nel sole. Morii. La mia schiena si inarcò in un raggio infinito e salii al cielo. Senza peso, per la prima volta libero da quando mia madre mi aveva fatto nascere al mondo. Dall’alto vidi il ventre nero e rovinato della macchina che mi copriva. Pensai subito ad Eva e immediatamente fui davanti a lei. Intenta nel suo lavoro di edizione i suoi occhi si fissavano in me come in uno specchio. Senza parole le dissi: “Eva, sono io. Sono morto.” Non udiva, abitavamo oramai due mondi diversi. Oh ascoltami, ascoltami. Cominciai a roteare in spirali larghissime, sempre più in alto. Lontano, inziai a vedere un arco luminoso e volli raggiungerlo. Lo oltrepassai. File di uomini e donne mi guardavano. Erano i miei maggiori, coloro che mi avevano preceduto nella linea del sangue sulla Terra. Uno di loro si avvicinò tanto che i suoi occhi parvero entrare nei miei. “Sette giorni e sette luci.” - sentii dire in me. Tutto divenne di una Luce azzurra. Nessun tempo trascorreva, non ero io ad avanzare ma la Luce turchina a scorrere ai miei lati e come in una sfera, Suo velo infinito che mi lambiva. Era la Luce suprema. Sulla Terra avevo avuto un Maestro che mi aveva trasmesso alcuni insegnamenti. Conoscevo il Bardo e i suoi giorni. La Luce suprema mi atterriva: per me, Anima ancora segnata dall’io e gravata da ogni suo peso, il tempo della trasferenza non era venuto. Scomparve la Luce azzurra, così come un Sole nel suo tramonto. Fu il secondo giorno, luce bianca ed abbagliante di grande dolcezza colma di esseri alti e benevoli, il rifugio creato nel Bardo dall’aspirazione spirituale e dal potere che si possedeva in vita. Caddi in ginocchio. Una Creatura superiore, Michael, avanzò in quel biancore, in quelle onde mosse da Angeli e tese verso di me il palmo aperto della mano dove stava una foglia sottile di una pianta che non riconobbi. Mi guardò e, ancora una volta senza parole, udii in me: “Nishmoth Haim. Gilgal Nishmoth.” La Vita, la Ruota delle Anime. Quella luce tuttavia, per propria sostanza di luce originata dal Supremo e dalla Sua Unità impensabile, non poteva ritornare nella Luce azzurra ma solo decadere. Mi abbandonò volando altrove, sopra i milioni che abitavano il Bardo con me, per il loro giorno dello Spirito. Compresi che i mondi creati, ogni forma ed ogni tempo in loro non erano che modulazioni della luce. Vennero il terzo giorno e gli altri. I due modi della luce rossa, quella del sangue d’uomo e quella dei Demoni, i due modi della luce verde, quella dei Lemuri nemici del corpo glorioso dell’uomo e quella, infetta e fosforescente, della carne morta delle coscienze inferiori sulla quale il soffio dell’Origine Suprema non restava che come un debole vapore che avrebbe dormito per milioni di anni prima di poter iniziare la sua Redenzione. In quei mondi mi apparvero cose tremende, che erano in me, proiezioni delle mie deformità mentali e vitali, dei segni che Satana aveva avuto il diritto di scrivere sulla mia fronte lottando con l’Angelo della mia nascita. Vidi una donna nuda e feroce sospesa come un uccello in quella luce color rubino, dal suo sesso usciva sangue che colava lungo l’interno delle cosce, un anello d’oro pieno di punte acuminate le mordeva il seno. Vidi non darmi requie un essere senza lineamenti, gonfio e liquido. Vidi migliaia di deità terrifiche in migliaia di forme, gli esseri a cui io stesso davo sostanza nel Bardo per le colpe commesse in vita. Ricordai le parole del mio Maestro: “…allora non dovrai temere, non saranno che proiezioni che quasi non sono più di un te stesso che quasi non è più. E come possono immagini vuote prodotte dal vuoto spaventare? Tu ripeterai allora pensando al Supremo: solo Tu, solo Tu, solo Tu. E quando la rinascita sarà inevitabile chiedi che la matrice sia degna. Che la matrice sia degna.” Quale strazio e dolore, uncini delle proprie colpe a straziare le carni, nei giorni delle luci inferiori. Quale terrore. Come piangere? Dove rifugiarsi? Come riuscire a non cadere nel tempo come forma inferiore? Solo Tu, solo Tu, solo Tu. Venne, infine, il settimo giorno. Una luce cremisi mi circondò e placò ogni cosa: la Maestà eternamente risonante - anche negli inferni più bui degli altri giorni - della Luce azzurra, i fulmini e i tuoni delle luci inferiori. Potevo riposare. Ora la luce non scorreva intorno a me, ero io ad avanzare in lei. Tutto era familiare, la coscienza era di nuovo presente, limpida. La Terra. Ricadere nella ruota del tempo. La vita. Ancora una volta uomo. Oh, essere Tuo servo migliore. Che la matrice sia degna. Davanti a me il velo di luce cremisi si aprì come il ventre di una madre. Caddi a braccia aperte da un’altezza inimmaginabile verso la Terra, piccola perla d’opale tra infinite nubi di stelle. Nuvole in cui ruoto, oceani, spuma sulle buone terre, verde e cielo. Una casa sulla collina, la grande vetrata sulla città sterminata, le sue luci. Nel letto, la spasimante raggiera di un uomo e di una donna. Mi avvicino: la nuca dell’uomo, la guancia e il delicato orecchio di lei, un piccolo gioiello d’ametista. Non vedo i loro volti. C’è senso e così pesante materia nei loro gesti. Ma anche altro: aspirazione, altezza d’animo, chiarità. Le dita di lei sulla sua spalla. Padre. Madre. Poi, il buio. NdA le frasi tratte dal Libro curato da Tucci sono fedeli ad eccezione di qualche termine modificato a vantaggio di chiarezza in questo contesto; la successione dei giorni e delle luci nel Bardo, le caratteristiche stesse delle luci sono liberamente interpretate nella costruzione narrativa; spero e credo senza perdere in senso e in verità sostanziale.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: