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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura venerdì 13 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Caminantes

di CEMF. Letto 631 volte. Dallo scaffale Fantasia

Asciutta, casta, luminosa, la primavera dell’anno 2019 si oppose sino all’ultimo alla forza ardente dell’estate australe che toccò poi ogni cosa segnandola del suo destino, l’agonia d’autunno. Avevo esercitato per q...

Asciutta, casta, luminosa, la primavera dell’anno 2019 si oppose sino all’ultimo alla forza ardente dell’estate australe che toccò poi ogni cosa segnandola del suo destino, l’agonia d’autunno. Avevo esercitato per quarant’anni la professione di notaio nella città di Comodoro Rivadavia. Oramai ritirato, trascorrevo gran parte dell’anno ad Adroguè, una piccola località di mare. Dal terrazzo della nostra casa quasi sulla spiaggia Golfo San Jorge appariva come un immenso arco aperto dove mare e cielo si baciavano in un unico respiro. Oltre le due punte che lo chiudevano sapevamo che la costa, a volte lunghe spiagge senza uomini, continuava quasi infinita, a settentrione verso un’altra America, a sud verso la Terra del Fuoco e poi il mare d’Antartide, la fine del mondo, il nulla. Mia figlia Esther - io ero vedovo e il suo promesso marito era negli Stati Uniti per un corso - trascorse quella primavera e gran parte dell’estate con me. Mentre riposavo lei faceva lunghe escursioni accompagnata dal mio cane, passava ore lungo il sottile nastro di sabbia interrogando il mare e il vento, la vita che sarebbe venuta. A sera cenavamo insieme. Io ricordavo il tempo che era stato, il giorno della sua nascita e, prima ancora, il giorno in cui ne vidi l’Anima nei grandi occhi di noce chiara di sua madre, ai primi mesi di attesa. Stanco mi siedevo poi sulla mia poltrona, sorseggiando un brandy. La coscienza, povera cosa d’uomo, andava allora sognando allora ovunque, nel cielo, tra le stelle e negli anni trascorsi, lungo gli spigoli di luce e ombra, sul piano del grande mobile di legno dove le immagini di Mariella, mia moglie, di mamma e papà mi guardavano ancora dal tempo della loro vita, mi attendevano. Spesso Esther suonava qualcosa per me al pianoforte. L’ala dei capelli - la stessa che fu di Mariella - la forma delle mani, il profilo che si faceva attento o sognante mentre la musica si alzava, il labbro che si increspava per un istante, sensuale, doloroso. Lui arrivò poco prima di un tramonto. Fu Esther a vederlo per prima: “Guarda!”. Un piccolo punto scuro, un uomo, camminava sulla sabbia. Aveva appena superato la Punta Norte. Era ancora lontanissimo ma in un’ora o poco più sarebbe passato davanti a noi. Procedeva senza fermarsi seguendo l’arco della linea dell’oceano, da cui non distava che pochi metri. Presi il vecchio binocolo e guardai. Era vestito di bianco e pareva fissare davanti a sé. Mentre guardava a sua volta nelle lenti Esther disse: “Si è perduto”. La continuità del suo cammino, senza soste, inquietava. Quando fu a forse duecento metri da noi, già imbruniva, scendemmo i gradini della terrazza e, sulla unanime sabbia d’oro ci dirigemmo incontro a lui. Camminai più veloce per raggiungerlo per primo: se fosse stato un folle? Eccolo: era vestito con ordine, una camicia aperta e dei pantaloni, forse di lino, sandali di cuoio ai piedi, niente altro. Uno sguardo chiaro, i capelli curati, sbarbato. Chiesi se aveva bisogno di qualcosa. Si fermò guardandomi, ma non rispose. Chiesi, toccandogli delicatamente un braccio, da dove veniva, se si era smarrito. Forse voleva un bicchier d’acqua, dissi indicando la casa. Lui la guardò per un istante. Mi voltai facendogli un cenno. Ci seguì. Sulla terrazza si sedette senza alcun disagio e bevve. “Ascolti io sono Carlos Bueno - dissi tenendogli le mani che teneva in grembo – questa è mia figlia Esther. E questa è la nostra casa. Ci dica se dobbiamo avvertire qualcuno, un parente, un amico. Qualcuno. Viene da lontano? Da dove?” Nessuna parola. Guardava, con quei suoi grandi occhi di un azzurro liquido, ora noi, ora la sabbia innumerabile - pareva volesse riconoscerne ogni grano - ora il cielo e il mare. Era come se vedesse tutto questo per la prima volta eppure come se qualcosa affiorasse - non completo, non trattenuto - da laghi profondi nel suo essere. Non provava alcuna paura - lo si vedeva - né si leggeva in lui alcun segno evidente di pazzia o di squilibrio. Irradiava stupore e malinconia, qualcosa di più vasto, con un nome unico e proprio, che stava saldamente e per sempre sul limite che li divideva. Dissi a Esther che avrei fatto una telefonata dal salone, ma che non l’avrei mai persa di vista. Se accadeva qualcosa, doveva chiamarmi a gran voce. Composi il numero di un cugino che lavorava alla polizia di Comodoro. Gli raccontai il fatto e chiesi di verificare - era domenica, l’avrebbe fatto l’indomani mattina - circa qualche persona scomparsa. Non c’era quel ricovero psichiatrico nell’interno, a Las Heras, poco distante? Sulla porta del salone chiamai Esther. L’uomo non sembrava pericoloso, qualche patologia piscologica, uno smemorato o qualcosa di simile. Presto avremmo saputo. Difficile dire se comprendeva le nostre parole, come a me pareva. Non avevamo altra scelta che trattenerlo. Attenzione e prudenza, certo. “Senta - gli dissi con dolcezza - lei starà con noi. Lunedì o al più tardi il giorno successivo, ne sono sicuro, verranno a prenderla. Non si deve preoccupare. Assolutamente. Mangerà con noi e dormirà qui. Venga.” Gli mostrai la camera di Pilar, la domestica che quella settimana era assente. Lui la guardò come guardava ogni altra cosa. “Si riposi e rinfreschi, il bagno è qui. La chiamerò per la cena, sì”. Chiusi la porta e tornai da mia figlia. “Tomaso e la Polizia di Comodoro ci diranno domani. Probabilmente un giovane autistico fuggito da casa o qualcosa del genere.” “Direi che ha almeno una trentina d’anni.” - disse Esther porgendomi un foglio: aveva disegnato con un lapis il viso dell’uomo come lo ricordava, come ci era apparso in quei primi istanti, sulla spiaggia. “E’ vestito bene. E curato. Hai visto la sua pelle come è candida? Deve avere vissuto sempre in casa. O in un altrove.” “In un altrove.” - ripetei io. Quando fu ora di cena bussai piano, una, due volte, alla camera di Pilar. Aprii la porta e lo vidi dormire, il viso verso l’alto, un braccio lungo il corpo e l’altro al petto. Il lenzuolo era candido e ordinato: pareva un re morto che guardasse il cielo. Mi avvicinai, vidi i suoi occhi chiusi dal velo delle palpebre oltre il quale chissà in quale volo di sogno era librato, udii il suo respiro sottile: era vivo. I vestiti erano appoggiati con cura su una sedia, sotto la quale stavano i suoi sandali. “Dorme, dorme.” - dissi a mia figlia ritornando nella sala - “Dormirà tutta la notte, vedrai. Chissà da dove veniva.” A cena non parlammo che di lui. Mia figlia aveva preso a chiamarlo Ilya, per la somiglianza con un giovane pianista russo. “Ricordi, papà quel sito che guardavamo a Natale l’anno scorso? Nuova Era, o qualcosa del genere. Il fantasma della Recoleta di Buenos Aires, il chupacabra? I caminantes.” “Sì ricordo. Caminantes?” “Sì la leggenda di uomini “non morti” o fantasmi o quello che sono che percorrono le lunghe spiagge del nostro continente, in Cile come qui. Li si incontra come i fantasmi dell’autostrada, occhi bianchi, sguardo fisso.” “Ci si spaventa e fine, no? O portano messaggi? Comunque, la solita spazzatura esoterica. Come vedi – continuai - “Ilya” veste lino fine, dorme sereno, ha uno sguardo normale. Ha pure bevuto un bicchier d’acqua. Non parla, ma la maggior parte della gente lo fa a vanvera e quindi gli vanno dei bei complimenti. Tomaso ci dirà domani di cosa si tratta: il figlio autistico di qualche famiglia benestante dell’entroterra, un uomo fuggito da un ricovero, qualcos’altro.” “Come guarda le cose.” - disse Esther. “Sì, come le vedesse ogni volta, come se dovesse nominarle, come se il mondo fosse per lui qualcosa di stupefacente.” “O di misterioso, di intollerabile.” - aggiunse lei. Tacemmo per un poco. “Esther, immaginalo camminare lungo tutto il continente, ogni stagione, estate, inverno, sempre uguale, sempre lui, come fosse fatto di nulla, di un’altra materia, come seguisse altre leggi. Se ha un senso che i fantasmi esistano è per mostrare qualcosa così come si mostrano il Sole e la Luna o le Aurore Boreali, non certo per spaventarci come bambini. E forse i veri fantasmi sono di carne ed ossa e dormono profondamente. Forse gli Angeli hanno tolto loro la parola per una segreta ragione.” “Sai, lo immagino continuare il suo cammino verso Sud, le infinite spiagge, le scogliere che a volte deve percorrere aiutandosi con le mani, la Terra del Fuoco, Usuhaia, poi il punto estremo. Quale roccia del Capo lo fermerà? O continuerà in un modo inconcepibile il suo cammino anche sull’oceano sino a giungere in quel luogo dove tutte le linee del mondo convergono e si annullano ed è più facile immaginare ciò che era prima. Prima del nostro mondo.” “Sarebbe importante - disse Esther – capire quale sarto gli taglia gli abiti. Da lì capiremmo molte cose.” Sorridemmo. “Bach?” “Bach e brandy.” - risposi. Venne la musica e poi la notte. Controllai che l’uomo ancora dormisse. Non presi sonno, attento ad ogni rumore nella casa. Quando, prestissimo, scesi dal letto, lo vidi in piedi accanto alla grande vetrata del salone. Immobile, contemplava l’avanzare dell’alba. “Sarà una giornata luminosa - gli dissi aprendo la portafinestra. Qui, sul terrazzo, si sieda, faremo una buona colazione e poi vedremo il da farsi. Un caffè prima di tutto.” Mi aveva guardato: ero Carlos Bueno, in quella primavera dell’anno 2019 di questa era della Terra stavo ad Adroguè con mia figlia Esther, di ventidue anni, il tempo e le stelle tutte ruotavano sopra di noi così come facevano dall’inizio del tempo. Il mondo era lì, intero, bastava guardarlo per comprenderlo. Senza alcuna parola. Questo “Ilya” ci insegnava? Quando e chi sarebbe venuto in un altro giorno, per dirci se, in questa realtà dove uomini e pietre e stelle si squassano e muoiono nei giorni, tutto era perduto o se ci sarebbe stato un tempo diverso.” Un tempo del ritorno, o della trasformazione. Posi il caffè sul fuoco e tornai sul terrazzo. Lui era già sulla spiaggia, lungo la linea del mare e stava camminando verso Sud. Corsi a svegliare Esther. Vicini lo guardammo, sempre più piccolo, sempre più lontano, scomparire. Il primo Sole aveva fatto salire un vento fine, il nostro cane ci saliva felice sulle gambe. “Non importa, non importa. Lasciamolo andare. Lasciamolo.” - dissi. Verso le undici mio cugino mi chiamò da Comodoro Rivadavia per dirci che allo stato non risultava nessun scomparso. Avevano già scritto ai Comandi dell’interno, per verificare. Mentendo, dissi che al risveglio non avevamo più trovato l’uomo. No nessun problema, non mancava nulla, nella casa. Fosse successo qualcos’altro avrei fatto sapere.


Commenti

pubblicato il 04/03/2012 19.55.53
terranera, ha scritto: Mi piace, lo stile, l'atmosfera. Vorrei ma non posso stamparlo, si leggerebbe meglio in forma di libro. Sono contenta di aver letto e di aver conosciuto i tuoi scritti... ( Forse c'è qualche parola ripetuta troppo ravvicinata?)

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