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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

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I suoi capelli d'oro

di CEMF. Letto 586 volte. Dallo scaffale Fantasia

I suoi capelli d’oro Da anni il Commissario Bruno Dolano veniva invitato alle cene che la vicina - una vedova pallida, raffinata e cortese che abitava l’appartamento sotto il suo - organizzava con regolarità. Gente interessante Vite brillanti, p...

I suoi capelli d'oro Da anni il Commissario Bruno Dolano veniva invitato alle cene che la vicina - una vedova pallida, raffinata e cortese che abitava l'appartamento sotto il suo - organizzava con regolarità. Gente interessante Vite brillanti, pensava ogni volta. Lui era da tempo in pensione ma gli era sempre piaciuto raccontare le sue storie. Ne aveva viste così tante e gli altri non si stancavano mai di chiedere. Terminata la cena, davanti a un brandy, nel salone così scuro, la Verità sul racconto che esponeva, sull'uomo o la donna che gli aveva dato vita in un tempo lontano sembravano apparirgli per la prima volta con chiarezza. Non la verità dei fatti e dei conti della giustizia umana - cadaveri questi oramai da tempo come gli assassini e i colpiti - ma la Verità essenziale, quella eternamente vivente. Solo perché Lei avesse potuto mostrarsi, apparire sulla Terra, accadevano l'orrendo e l'innominabile. Così credeva il Commissario. Al mattino parenti ed amici avevano partecipato al funerale della padrona di casa. Era morta nel sonno due giorni prima. Eugenia, la sorella che viveva in Francia e che lui conosceva bene aveva insistito perché restasse con loro a cena. Il fratello Alberto, il più giovane, alcuni cugini, gli amici più cari. Nelle stanze l' ombra della morta si aggirava senza requie, come avrebbe fatto ancora per qualche giorno. Sfiorava soffitti e pareti. Toccava gli oggetti e gli specchi, forse convinta che attraverso di loro avrebbe di nuovo potuto raggiungere la realtà. Chi poteva sapere cosa avrebbe visto Luisa nel suo Bardo? Alla fine si rimase tutti intorno al grande tavolo ellittico, che fu liberato. Eugenia stava mostrando un sottile libro nero. "Pensa, l'ho terminato solo venerdì scorso, il giorno prima che mi telefonassero per Luisa. L'abbiamo fatto noi. Un sito dove crei il tuo libro. Mi ha aiutato Irène. Vero Irène?" Il Commissario guardò la ragazza. Alta e magrissima, vestita di nero. Venticinque anni, forse meno. Occhiaie. Una dark. Nel profondo, qualcosa che nessuno saprà mai, le mangia il cuore. Odia. Così, in uno sguardo, anche se non avrebbe mai svolto nessuna indagine, aveva compreso qualcosa ed era pronto a sapere altro. Si alzò per andare alle spalle di Eugenia e guardare nel libro. "Questo è il nonno, Mario. Guarda la grande motocicletta dietro di lui." "Qui siamo al Touquet. Dio come eravamo giovani. Ecco Irène nella culla, ha due mesi. Nel giardino." "Io e Luisa piccole davanti al cancello della casa. Alberto non era ancora nato." Era un libro di foto di famiglia. Ogni tanto Eugenia ne chiudeva la copertina dove si vedeva uno stemma con un rosso toro rampante. Alla fine il Commissario rimase solo con lei e la figlia. Tendeva ad andarsene sempre per ultimo. Deformazione professionale: qualcosa avrebbe potuto sempre accadere, anche all'ultimo istante. Gli sarebbe poi bastato salire le scale e avrebbe trovato subito i suoi libri, il suo luogo. Chiese se in qualche modo avrebbe potuto rendersi utile. Le questioni pratiche. Eugenia scosse la testa. "Bruno quanto le voleva bene Luisa. Venga, si sieda ancora un poco." Irène se ne era andata in una delle camere, senza salutare. Sedettero. Lei teneva in grembo il libro. "Così." - disse piano il Commissario. "Così." - rispose Eugenia. Aveva aperto il libro. "Lei Bruno sapeva di Anna?" Disse di no. Gli mostrò allora una pagina del libro e lui la vide. Una bambina di cinque o sei anni. Anche dalla foto grigia e così rovinata la sua bellezza appariva sovrannaturale: lunghi capelli che cadevano in giri d'oro, una fronte luminosa, gli occhi due piccoli punti di stampa più chiara che sapevi essere stati laghi di colore celeste. Una veste candida fermata da una cintura. "La mia sorellina." "Un giorno è scomparsa. Mai più ritrovata. Sua madre morì di crepacuore dopo nemmeno un anno. Dicevano fossero spariti alcuni bambini in quegli anni, nei paesi lungo quella riva del Lago. Un maniaco, forse. Papà ci ha raccontato la storia, poi. Ninni, la chiamavano. Aveva una valigia con le sue cose e io e Luisa a volte l'aprivamo: vestiti, piccoli giochi, disegni. Dopo qualche anno lui si risposò e siamo nate io, Luisa ed Alberto." "Non sapevo." - disse il Commissario. "Più di settant'anni fa. Lei crede Bruno si potrebbe sapere qualcosa, dopo così tanti anni di una storia come questa? Pensi che sfida affascinante per lei. Ricordo bene qualcuna delle sue indagini. Luisa me ne parlava spesso." "Non fossi così stanco, Eugenia. La cosa più orrenda del Male è il suo ripetersi, sempre uguale, nei secoli dei secoli. Non che rimpianga qualcosa circa il mio lavoro ma forse non credo più nel suo senso. E' in me, ma come un aculeo intellettuale, un gioco di enigmi di cui si compiace la mente e solo in parte il cuore, l'Anima. Non pensi ad Anna. Tutto è davvero impossibile e dopo tanto tempo saranno morti non solo l'assassino ma anche i suoi figli. Lasci ogni cosa in pace, nel silenzio." Tacque e poi riprese: "Mi piacerebbe avere quel libro, lei crede che..." "Ma certamente Bruno, scriverò più tardi a mio marito e quando lo farò aggiungo il suo nome sul sito dove da domani potrà scaricarlo con questa password." Si alzò per scrivere qualcosa su un foglietto che diede al Commissario. Lui era già in piedi e si congedò: "Grazie Eugenia, buonanotte. Domani pomeriggio passerò a salutarla." Lei ci sarebbe stata, partiva solo il giorno successivo. Toccando il primo gradino della scala lui sapeva già ogni passo che avrebbe compiuto. Si coricò volentieri, pensando, e si addormentò. Il mattino successivo, con il caffè caldo ancora davanti, scaricò il libro. Stampò su un foglio la foto di Anna e la pose davanti a sé sul tavolo. La guardò a lungo, poi si risolse e scrisse: "Anima mia, devo vederti. Dimmi se posso essere da te domani nel pomeriggio. En sof or. Io." La donna rispose a sera. Era sola, nessuno dei ragazzi, sì, poteva venire a casa. L'indomani prese il primo treno per Trieste dove arrivò all'ora di pranzo: il ristorante, poi lungo il Molo Audace, il mare, il vento che allontanava ogni peso. Si incamminò verso casa di lei. Forse sei anni, dall'ultimo incontro, pensò il Commissario. Nell'elevatore guardò il suo volto nello specchio: così vecchio, carico di peccati e di cose sbagliate. Ma mai per lei, Cristina. Quando aprì la porta e lo fissò con quello sguardo carico di dolcezza e di vertigine lui provò come ogni volta il desiderio di inchinarsi. Nulla tra di loro aveva mai parlato solo il linguaggio della carne, dell'amore che vibra senza consistere: una Luce, una presenza bagnava anche ora di Sé le pareti della stretta anticamera e ogni cosa. Lei disse calma: "Anima mia." Sedettero. Il Commissario le chiese dei ragazzi, della loro vita. E di lei: andava tutto bene? La guardava: il viso chiaro e affilato, le mani dalle dita sottili e nervose oramai macchiate dagli anni. Con quelle e non con gli occhi, pensava il Commissario, lei vedeva. Un giorno tanto lontano l'aveva conosciuta: un banale furto in appartamento. Aveva un marito e tre figli. Lei iniziò a vederlo, nelle notti. Stavano, insieme, sotto un albero, un mandorlo, in una Luce assoluta. Una voce le diceva parole che lei ripeteva. En sof or, nella Luce senza fine. Le'olam va'ed, per l'Eternità. Jadà, Amore. Ben Gilgul, il figlio del tempo. Tehom, l'abisso. In quell'altro mondo lei baciava la sua gola e gli occhi, il Commissario incideva con una lama lettere sul suo polso e poco sotto il cuore. Contavano gemme su pettorali a terra in attesa di essere indossati, nominavano le Sefiroth come stelle, venivano sfiorati da Angeli delle schiere più alte. Tutto sarebbe per sempre rimasto un mistero per Cristina, donna di cultura modesta, salvo la consapevolezza di essere una sola cosa con lui. Lui non la raggiunse cosciente, in quell'altrove, che poche e confuse volte. Per il resto conosceva le sue notti, ciò che lui stesso agiva, ciò che lui stesso era, solo dai resoconti di lei. Cosa sapeva vedere?: la loro unità essenziale. Il cristallo attraverso il quale la Luce del Supremo riusciva ad apparirle era quello di Israele: simboli, lettere e linguaggio. In questo modo Cristina diceva all'ebreo Bruno Dolano: io ti appartengo, qui e sempre, come ti sono appartenuta in mille altre vite. Così tutto trovava un senso profondo che non doveva produrre nulla: era sufficiente ricevere, contemplare, pronunciare. Al meraviglioso basta mostrarsi. Lei non lasciò mai la famiglia. Oltre che in quelle notti luminose, non si videro che qualche volta. Era una veggente dal potere assoluto: un nome, una foto, un'allusione le rendevano possibile conoscere la storia, il destino, la cifra di un uomo. Il Commissario tentò diversi esperimenti. Cercava di capire, di dominare il potere di lei, di usarlo per il suo lavoro. Un giorno le chiese di pronunciare per sette volte - lui lo aveva immaginato al momento e divenne un dei loro metodi - un nome: Alexei Sultanov. Si trattava di un giovane pianista russo che il Commissario amava e che era morto giovane dopo un ictus. Per anni, il lato sinistro paralizzato, aveva suonato con una sola mano. Lei stette malissimo: un forte formicolio al braccio sinistro le durò per giorni, tanto che il marito dovette portarla in Ospedale. Lo aiutò nelle indagini due volte. Lui riuscì a fare passare per colpo di fortuna, per intuizione bizzarra, ciò che gli aveva permesso di risolvere il caso. Senza le sue visioni non sarebbe mai riuscito. Quando vedeva Cristina provava freddo, si indeboliva, a volte sveniva. I giorni successivi non mangiava, accusava assenze e paure. Era pericoloso, soprattutto quando le visioni avvenivano durante il giorno, con i figli piccoli in casa. Quando lei si spostò in un'altra città continuarono una corrispondenza rara e accorata, mentre Cristina continuava a vederlo, nei mondi sottili, ogni notte. Là nulla sarebbe mai cambiato. "E' per qualcuno, vero?" "Sì." - rispose il Commissario. "Giustizia, Luce sui dimenticati. E' un momento giusto, ora. Sono tua. Non ho paura. No." Lui aprì la busta che aveva lasciato sul tavolo e ne tolse la foto. "Anna. Sette volte il nome, sette volte. Un piccolo paese sul lago." Lei - non aveva ancora guardato l'immagine - disse: "Non voglio che resti, prendi una camera o tornatene a casa. Io ti scriverò. Domani." "Anima mia." Prese una camera in una piccola pensione all'isolato successivo e l'indomani il treno per Milano. Passò il pomeriggio ai giardini di Villa Reale. Camminando, guardando i calmi specchi d'acqua, i cigni che vi si muovevano lentamente come incantati. Attendeva, come chi attenda una telefonata che dall'Ospedale gli annunci la nascita di un figlio. A sera, dopo cena, giunse sul suo computer la risposta di lei: "Una donna. Ha una stella sulla fronte, è rovesciata, non è come la nostra. Algol. Cerca Algol. Non è lei che l'ha uccisa ma ha governato tuttto. Tante volte. Algol. La allatta con il sangue ma lei non è più una neonata. E' orrendo. La costringe. Una grandissima stanza scura, c'è un rumore insopportabile, battono metalli contro metalli. L'aria è piena di dardi di fuoco. E' l'Inferno? Un ragazzo guarda tutto questo, non lo sopporta. E' la sua casa, lui abita lì. Stringe le mani sul collo di lei, gli occhi si gettano fuori, le cartilagini del collo che cedono. La lingua fuori dalla bocca, lui la bacia. C'è una scatola dentro un'altra scatola. Di ferro. Lei è là dentro e guarda il cielo. Di nuovo scintille di fuoco, tutte intorno a lei. Poi silenzio. L'acqua è fredda e sempre uguale giorno dopo giorno. Silenzio." Quindici minuti dopo il primo giunse un altro messaggio: "Quattro grandi lettere, che stanno sopra tutto: R O T A. Ora ho freddo e devo stendermi. Credo di dover vomitare. Spero basti. E' difficile. Tua." Il Commissario iniziò subito a lavorare. Prima dell'alba aveva tracciato il suo disegno. Avrebbe dedicato quel giorno alla riflessione sulle sue note e il giorno successivo sarebbe partito. In missione, come una voltà, pensò. Aveva già inviato una richiesta di prenotazione ad un albergo in quel piccolo paese. Il paese di Anna. E di Eugenia, Luisa e Alberto. Riprese le sue considerazioni. Algol era la stella fissa più nefasta del Cielo, stella di violenza e di morte. Il suo nome significava Satana. Ogni dodici ore la sua luce aumentava e qualcuno sulla Terra uccideva. Nessuno recupererà mai l'ora di quell'assassinio ma avvenne nell'ora di Algol. Cristina aveva visto la Stella presiedere l'uccisione della bambina. Era difficile distinguere nelle visioni tra momenti simbolici e visioni della realtà come questa era accaduta, semplicemente per il fatto che per lei, la veggente, non esisteva alcuna differenza. La grande stanza scura piena di dardi di fuoco era una visione metafisica? Rappresentava il paesaggio interiore dell'uccisore? Un ragazzo. La parola Rota. Molte altre volte Cristina aveva visto lettere e parole di lingue antiche e perdute muoversi nel cielo, scriversi sul proprio corpo o sulla fronte degli uomini nelle sue visioni. Forse la parola muoveva alta, lenta e perfetta nel cielo così come è del destino di tutto, tempo, vittime, assassini, Universo. Simbolo del Cerchio dell'Uno, che tutto include. Quando arrivò alla pensione era sera. Disfece la sua piccola valigia considerandone l'ordine. Ordine e semplicità erano importanti, lo avrebbero aiutato. Cenò in una trattoria dove si trattenne a lungo, lavorando sul portatile per un po' di tempo. Al mattino ottenne dalla municipalità, compilando una semplice richiesta, il certificato di nascita e morte di Anna. Ecco i due giorni, la luce e il buio. Meno di sei anni. Identificò la casa della famiglia dalle indicazioni e dalle immagini del libro di Eugenia, che aveva con sé. La grande casa era stata divisa in alcuni appartamenti, forse negli anni settanta. Percorse la costa del lago lungo il paese, si spinse sino alle località vicine. Era una magnifica giornata di Maggio. Respirava, cercava l'attimo dell'intuizione. Al tramonto, stanco, tornò vicino alla casa della famiglia. Vide un grande spazio aperto poco distante e vi entrò. Era un centro commerciale, di quelli che oramai fanno dappertutto, anche nei paesi più piccoli: una larga via centrale con tavolini all'aperto, ai lati porticati con locali e negozi. Gli edifici in mattoni erano vecchi, forse dei primi del novecento. Erano restaurati con un gusto che il Commissario apprezzò. Si sedette ad un tavolo ed ordinò un calice di vino. Pensava a come avrebbe proceduto. Guardò l' edificio davanti a lui, alte e strette finestre che ora servivano due piani e un tempo un'officina o un magazzino. Appena alzò gli occhi vide in alto, enorme, nera sui mattoni rovinati, mantenuta dai restauratori, la scritta: "M. ROTA & figli." Ecco il velo alzarsi. L'antro scuro, i dardi di fuoco di Cristina. Il ragazzo l'aveva uccisa nell'officina. Un giorno di festa, forse. Lui vi andava spesso e ciò che vi accadeva - i forti rumori, le scintille di fuoco, i fiumi d'oro dei metalli in fusione - ne accendeva la nascente follia. Dopo, il corpo di lei in una scatola di ferro nera, di quelle per le barre metalliche. Chiudila, saldane gli angoli, lo sa fare. Basta una carriola su ruote, la sera buia e le rive frastagliate del lago. Lascia cadere, lascia tutto. Al mattino successivo trovò nella Biblioteca comunale alcuni dati. Fonderia e Fabbri "M. Rota & figli", una delle grandi aziende storiche del paese, fondata nel 1876 dal capostipite Michele, guidata poi dal figlio di lui, dal 1930 dai figli Giovanni e Mario. Nel 1975 la fonderia chiuse l'attività e i grandi edifici del complesso rimasero così per decenni. Vennero poi acquistati dal Comune e ristrutturati alle fine degli anni ottanta. Su un libro, la foto di un gruppo di uomini davanti all'edificio principale. Alla bibliotecaria, una signora cortese e in età, chiese della famiglia Rota. Possedeva mezzo paese. Mario, l'ultimo a mandare avanti l'azienda, era morto da diversi anni. Nell'immobiliare, i suoi figli. Una sorella, non so quanti figli. Giovanni, l'altro fratello non c'era mai stato molto con la testa. Una debolezza di nervi. Ricorrente, nella famiglia. Mai lavorato nella fonderia. Lui, lo seppe immediatamente, aveva ucciso. Lo conoscevano tutti: quasi novantenne viveva nella Casa di Riposo del paese, la S. Giuseppe. Il Commissario chiese dove si trovava. Salita Cappelletta. Lui avrebbe atteso l'indomani. Alcuni eventi potevano accadere solo nella luce del mattino. Non c'erano orari di visita fissati e vide molti parenti. All'infermiera disse se poteva salutare Giovanni Rota. Lui era Bruno Dolano, un amico del fratello. Doveva lasciare un documento? Lei rispose che non era necessario e lo guidò. Il reparto azzurro, sul retro dell'edificio, la vetrata del soggiorno dava su un giardino chiuso da un basso muro di pietra. Le indicò l'uomo. Stava, solo e come acceso dal sole, sulla sedia a ruote accanto a un tavolino rotondo, il viso torto sulla spalla destra, una coperta sulle gambe. Lui si avvicinò e si sedette. Alla sua destra in modo che lui avesse potuto vederlo senza muovere la testa. Lo guardò, gli occhi dall'iride opaco erano ancora vivi, inquieti, una grande massa di capelli bianchi. Sul volto, chiarissimi, i tratti dell'antica follia. Il labbro inferiore gli tremava leggermente. Sembrava che una mano invisibile gli premesse il viso contro la spalla, da un lato. Rispose al suo saluto. "Venti minuti al pranzo." - disse una voce di donna. Il Commissario aprì allora la sua cartella e ne tolse la foto della bambina. La tenne tra le mani e la mostrò all'uomo. Disse due volte: "Anna." Lui serrò gli occhi, come se qualcosa lo avesse abbagliato. Li tenne chiusi a lungo, poi iniziò a biascicare debolmente una frase. Gli accenti cambiavano ogni volta, sulle parole. Il Commissario non riusciva a comprenderla. Accostò l'orecchio, vicinissimo alla guancia di lui. Allora udì: "I suoi capelli d'oro, i suoi capelli d'oro, i suoi capelli d'oro." Dichiarava così - ancora adorando la bambina - il Male per ciò che era, qualcosa che non era al suo posto e che la Luce più alta avrebbe un giorno redento. Rimise la foto nella cartella e se ne andò. La Verità. Settant'anni dopo. Eugenia avrebbe scritto prima o poi ma lui non le avrebbe detto nulla. Così giusto nel segreto dissolvere il nero, riguadagnare quel luogo alla luce. Solo per questo lontano nello spazio e nel tempo qualcosa, forse il destino dei nuovi nati, un gesto, un agire dell'Anima, sarebbe avanzato nel chiarore con più forza. Forse Irène, nel cui cuore bruciava qualcosa del destino di Anna, avrebbe trovato un poco di pace. L'indomani pomeriggio fu di nuovo a casa. Attese l'ora più scura e calma della sera per scrivere a Cristina: "E'stato fatto. Luce sui dimenticati. Le'olam va'ed."


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