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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

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Il caso di Ireneo Antonini

di CEMF. Letto 597 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il caso di Ireneo Antonini A Jorge Luis Borges  L’anno successivo lo Stato avrebbe promulgatouna legge  che cancellava iricoveri psichiatrici, i manicomi di ogni ordine e grado.Abolitala follia per decreto, depotenziata per l’incapacità di comprenderla...

Il caso di Ireneo Antonini

 

A Jorge Luis Borges

 

 

L'anno successivo lo Stato avrebbe promulgatouna legge  che cancellava iricoveri psichiatrici, i manicomi di ogni ordine e grado.

Abolitala follia per decreto, depotenziata per l'incapacità di comprenderla, migliaiadi uomini si sarebbero riversati nel mondo, nelle famiglie, in piccolestrutture locali che non sarebbero mai stati per loro il luogo di un degnoesistere.

Erano avvenute edavvenivano, nei manicomi, le cose più atroci, come sempre quando l'indifeso, ildimenticato veniva lasciato in balia di chi, nell'ombra e nel segreto, potevadisporre di lui.

Abusi, violenza, sadismo: questo uomini ordinariche la sera avrebbero baciato i propri figli iniettavano nell'atmosfera dellegrandi stanze scure lasciandolo poi cadere dai soffitti inesorabili  sui visi ebeti, sui corpi tremanti aterra, sugli urlanti.

Così ognuno, il folle come il carnefice,scontava il proprio karma, lo creava lavorando senza coscienza per il futurodel mondo.

Sapevo tutto questo, avevo fatto parte di una Commissioneministeriale che aveva indagato su un Ospedale psichiatrico di Agrigento: donnelegate a letti di ruggine ed usate come oggetti da decine di uomini, pazzi chevivevano nudi nei corridoi, in stanze senza finestre o a terra, tra i propriescrementi.

L'ingenuità dellegislatore sconcertava.

Come può lottare per il Bene chi rifiuta laforza del Male, la sua inevitabilità, chi lo nega, non lo conosce?

Di là da noi, medici, parenti, compagni, cheguardavamo, lenivamo, amavamo, la pazzia era la scelta dell'Anima, una libera eincorrotta espressione della Manifestazione.

Come di fronte al bambino deforme, al mutilato,ad ogni forma dell'orrendo anche di fronte alla follia occorreva piegare ilginocchio, accettare il Mistero, nel silenzio pronunciare una preghiera, unainvettiva, una benedizione.

Ogni cosa del nostro mondo, anche la più umile eimperfetta, la più grossolana, la più apparentemente lontana dalla Luce supremane è completamente inondata e vive solo in virtù dei Suoi raggi, la cuiMisericordia giunge sino a quegli ultimi luoghi.

Poichè è parte del divenire, gradino - nonimporta in quale luogo - della scala al Cielo essa è sacra ed esercita unmagistero unico e necessario.

Allo stesso modo l'embrione  nel ventre della madre - forma bizzarrain cui ancora vivono come simboli le spirali delle proteine più primitive equelle delle conchiglie morte, le linee delle creature organiche più semplici -annuncia il corpo dell'uomo e, attraverso quello, il corpo di Luce che verrà.

Così occorre vedere le nere scaglie di roccianel corpo della Terra e il diamante che queste, a profondità e per l'effetto diforze inimmaginabili produrranno dopo centinaia di migliaia di anni - forse peril petto dell'ultimo sacerdote - come una sola cosa.

Ireneo Antonini era con noi da diversi anni.

Era il figlio di una famiglia di ricchipossidenti terrieri di Cividale.

Avevamo allora più di quattrocento ricoverati,ma lo avevo notato subito.

Ne conoscevo bene il caso, ce ne occupavamo io eil Dott. Marino.

La sua nevrosi aveva a che fare conl'intollerabilità del reale, del suo numero e della sua quantità, anche delsemplice tempo cronologico.

Ireneo parlava, recitava come dei mantra lefrasi della sua inquietudine mentre percorreva a testa bassa i larghi corridoidell'Istituto.

Benchè - era diplomato in un liceo scientifico -parlasse un italiano  corretto inquei momenti come di trance  cadevanel dialetto friulano più stretto.

 

"Ilmond è trop, o speri in chel dal ver, il mond è trop, o speri in chel dal ver."

Ilmondo è troppo, speriamo in quello che verrà.

 

"Parcèno al po jessi divers?"

"Ceesal sucedut al prin dal timp?"

Perchénon può essere diverso? Cosa è accaduto all'inizio del tempo?

Stringevai pugni quasi ringhiando.

 

Icolloqui settimanali erano faticosi, opprimenti anche per noi.

Ireneoparlava di milioni di corpi dove battono cuori e fremono viscere, dellacircolazione minuziosa della linfa nei grandi abeti dei boschi, di milioni dianditi, di cantine, di tetti, di case che premono il suolo, di  luoghi solitari del mondo, di vette ecrepacci di ghiaccio,  diprofondità degli abissi marini dove nell'oscurità si muovono creature chenessuna luce illumina, delle tombe dove i corpi si sfanno e il legno sisquassa, di tutto ciò che è sepolto sotto la terra, di galassie che nascono emuoiono negli spazi infiniti non diversamente dalle più piccole farfalle, dalleformiche nel cortile di onde innumerabili negli oceani, di oggetti infinitiappartenuti al tempo, della polvere di ogni istante.

Questapluralità gli appariva un'enormità, uno scandalo, un'ingiustizia.

 

"Parcèno al po jessi divers?" "Ce esal sucedut al prin dal timp?"

Perchénon può essere diverso? Cosa è accaduto all'inizio del tempo?

 

Diquella fatica innumerabile sosteneva di udire il suono, come l'attrito di unaruota dal raggio infinito.

Loricordo in una primavera luminosa sulla terrazza dell'Ospedale fissare nelcielo stormi di rondini tornare da terre lontane: stormi enormi, che muovevanorapidi in figure strane, come di freccia o di iperbole.

Ilnumero esatto degli uccelli che li componevano, mi chiedeva Ireneo.

Eraimportante?

Dio,se mai esiste, lo conosceva?

Loconosceva, Lui, quel numero?

Comemolti Ireneo soffriva di crisi epilettiche.

Osservandolomentre si contorceva sbavando a terra, si aveva la sensazione che la coscienzaavesse infine superato il proprio limite di sopportazione e che ordinasse inquel modo al corpo di trovare una nuova vibrazione, un nuovo modo di esistere.

Maera impossibile.

Dopotutti i controlli del caso, trattavamo gli epilettici con terapieelettroconvulsivanti.

Letecnologie erano sofisticatissime: delle teorie di Cerletti e Bini, dei primirudimentali macchinari  non restavanulla.

Piccolielettroconduttori grandi la metà di una moneta da un centesimo caricati econnessi ad un comando remoto, venivano installati sotto pelle sulla nuca osulle tempie e rilasciavano, continuativamente o con un dosaggio più alto adorari stabiliti la loro energia.

Glieffetti erano straordinari: la depressione bipolare si alleggeriva, le crisiscomparivano per mesi.

Lafamiglia di Ireneo - non ne restava che una sorella - fu informata e decidemmodi applicare anche a lui quel protocollo.

Lopersonalizzai io stesso.

Loricordo seduto nello studio dopo l'approvazione degli elettrodi.

Eracome gli avessimo fatto indossare una corona, pensai guardandolo.

Glielettrodi che lo liberavano erano i gioielli di quella corona.

Osservammo,nelle prime settimane, un tono diverso della persona: Ireneo camminava neinostri corridoi senza parlare, la schiena e il volto non più curvi.

Guardavadavanti a sé.

Lecrisi epilettiche scomparvero per sempre.

Comesempre ogni tentativo di dialogare con lui su ciò che stava accadendo, fuinutile.

Capimmosolo lentamente, durante la visita settimanale.

Nonso se avremmo potuto prevederlo ma ricordai di avere letto solo qualche meseprima su "The Lancet"  il resocontodi una terapia con elettroconduttori presso un Ospedale del Maryland.

Leevidenze statistiche mostravano come nei pazienti trattati si evidenziasse unforte recupero, straordinario in alcuni casi, della funzionalità mnemonica,generalmente molto debole nei malati psichiatrici.

L'estensoredell'articolo, non senza ironia, parlava di un Punto G della memoria, situatoin qualche luogo della corteccia neuronale.

Indossandoquella corona Ireneo era divenuto il Re della pluralità che aborriva,dell'elenco del mondo: oggetti, volti, luci ed ombre del tempo.

Luipoteva convocarli.

Nonlo atterriva più l'ideadell'infinito fogliame di un solo albero o delle sue generazioni, ma quellaprecisa, unica, irripetibile  tramadi verde sull'abete di un giardino vista il 29 Giugno del 1959.

Puntavaun faro su un periodo della sua vita, su quel giorno e ne ricordava ogni minimo dettaglio, ogniistante.

Nonpareva provare terrore, o disperazione: piuttosto i ricordi lo investivano comeuna sterminata nuvolaglia nera alla quale cercava di resistere come chi siopponga a travolgenti flutti d'acqua.

Così,mentre raccontava, il suo viso pareva ad un tempo impegnato a resistere ancora- lui solo silenzioso testimone, Ireneo - e a calarsi in quella realtàminuziosa che lo chiamava.

Iniziòa perdere peso, a diventare sempre più pallido.

Eccola prima memoria, la madre di sua nonna vestita di nero che gli sorridevatendendogli le mani, la trama delle sue pantofole, ora materia sublimata edissolta nel mondo ma irrevocabile e precisa nel potere del suo ricordo, gliarabeschi di liquido colore delle mattonelle del pavimento della vecchia casa.

Unamattonella, poi l'altra e un'altra, quella ancora illuminata da un triangolo diluce.

Ognivolta e per mesi - complicata, perfetta descrizione come di geometrie frattali- una nuova mattonella di quel primo ricordo a lui così caro.

 

"Ilmond è trop, dabon è trop. Dividut, trop dividut."

Ilmondo è troppo, davvero è troppo. Troppo diviso, troppo diviso.

 

Compresiche i ricordi, come una marea montante, non gli avrebbero dato requie, che nesarebbe morto.

Togliemmogli elettroconduttori ma non servì a nulla.

Ilpotere che la corona gli aveva dato non lo avrebbe lasciato.

Gliincontri settimanali divennero ore di silenzio assoluto in cui lui ricevevaricordi oppure monologhi in cui descriveva senza ordine né regola, come fosseil compito che gli toccava, i dettagli inesauribili di una sera di marzo diquarant'anni prima, i riflessi su rosse palle di vetro  nel Natale del 1965, del suo primogiorno di scuola, del giorno in cui la sorella le portò in Istituto la notiziadella morte della madre, ogni linea ed ogni ombra del fascio di rose nella manodi una ragazza vista alla Stazione dal finestrino di un treno.

Lovedevo seduto nel refettorio o sulla terrazza, immobile.

Chipuò sapere se si interrogò sul senso del suo potere, se si chiese mai cosa gliera richiesto.

IlDemiurgo lo usava forse come simbolo della nostra miserabile condizione, perumiliarci e ricordarci il nostro esilio.

Attraversodi lui e infinitamente più in alto il Supremo mostrava l'Uno che inonda  di Luce ogni cosa e ogni cosa sostienedall'inizio e sino alla fine dei mondi, alla Restituzione.

Vintodalla pluralità del reale, ancora ospite del nostro Istituto, Ireneo Antoninimorì della rottura di un aneurisma nell'inverno del 1989.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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