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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 25 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo XIV )

di peppers. Letto 640 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Le leggende sul Cavaliere Nero narrano dell'incontro con l'Hydra in una fredda notte senza stelle. Perfino la luna era fuggita via per mettersi al riparo. Il cielo era come uno sputo d'inchiostro nero su cui correvano veloci le nuvole, rese sc...

Le leggende sul Cavaliere Nero narrano dell'incontro con l'Hydra in una fredda notte senza stelle. Perfino la luna era fuggita via per mettersi al riparo. Il cielo era come uno sputo d'inchiostro nero su cui correvano veloci le nuvole, rese scarlatte dalle alte fiamme che si levavano dal villaggio. Si dice che le anime degli innocenti caduti vagassero ancora per quell'arena di fuoco e cenere in cui la morte aveva banchettato a sazietà. Fra gli alberi spirava un vento carico dei lamenti di coloro che avevano abbandonato questo mondo. La Compagnia del Crepuscolo si trovava stretta spalla contro spalla, circondata dall'Hydra. Si ritrovarono come topi in trappola, come prede fra le grinfie d'un predatore. Il tempo sembrava essersi fermato poiché nessuno osava proferire parola o accennare un solo gesto. Ogni atto era estremamente misurato, poiché ognuno aveva timore d'errare. Persino pensare in quel momento sembrava pericoloso. I guerrieri mascherati s'avvicinarono agli elfi, stringendosi a loro come un cappio al collo d'un condannato. Mi narrarono che fu il Cavaliere Nero a spezzare il silenzio e la quiete. Si chinò come se stesse sussurrando qualcosa all'orecchio di Buio, poi tirò a sé le briglie facendo levare al cielo l'oscuro destriero. In groppa al proprio compagno Edhel saltò dritto verso il cerchio nemico. Gli uomini dovettero gettarsi fra la polvere per scansare quel nero incubo. Un urlo di guerra annunciò l'inizio della battaglia : Mornie Utulie, Lacho Arhathel! L'oscurità è arrivata, fiammeggia nobile lama! Il ritmo della battaglia divenne più frenetico del battere dei cuori affannati dei giovani elfi. L'acciaio cozza con l'acciaio. La polvere fra le piastre dell'armatura. Il sapore del sangue in bocca. Il sudore sui volti. Maric. Il bagliore d'una magia. L'aria squarciata da una mistica energia. Un boato. Una nube di sabbia s'alza verso il cielo, impedendo di vedere qualsiasi cosa. Tick. Gli occhi strabuzzano attorno a sé, cercando di capire ciò che sta accadendo. Non v'è tempo per capire. Un colpo alla schiena dell'elfo. Un altro colpo. Un altro e un altro e un altro ancora. Mille colpi, più numerosi delle gocce d'acqua in un giorno di pioggia. Ma Tick non crolla poiché lui è il Difensore, la roccia che non può essere frantumata. Ariel. Unica voce femminile in mezzo alle roche urla degli uomini. Il rumore della frusta. Colpi dati con eleganza e precisione, come schiaffi ai volti. Una danza di cui la Sentinella è impareggiabile maestra. Sariel. I nemici di fronte ai propri occhi, la sorella nel cuore. Invano sussurra il nome di Ariel nel fragore della battaglia. Non v'è spazio per le parole. Le catene scivolano verso un ramo, stringendolo forte. Poi un rumore metallico. Il legno cede. Gocce di sangue sull'armatura blu dello Stratega. Sangue Umano. Nel cuore della battaglia v'è Edheldur, la fiamma più ardente nell'incendio del villaggio. I suoi occhi di ghiaccio puntati verso il proprio nemico, il comandante dell'Hydra. Il nitrito di Buio. Un salto. Il fischio di un'arma che tenta invano di colpirlo. Il manto viene afferrato. Il Cavaliere Nero ruota le armi colpendo dietro di sé, come se non avesse bisogno di voltarsi per vedere il nemico. La mano nemica si ritrae. Continua la folle corsa in mezzo alla cenere, in mezzo al fumo. Lambito dalle lingue di fuoco, il suo cuore non vacilla. Un colpo al nero elmo lo precipita in mezzo al fango. Il mondo è capovolto, vibra, trema e si tinge color del sangue e della terra. Una ferita che arde, pulsa e brucia. La lotta provò duramente il corpo del giovane Arhathel, ma per quante ferite avesse riportato il suo spirito non sembrava patire né fatica né dolore. Stringeva le lame nere e insanguinate con decisione guardando l'avversario nascosto dietro una maschera. Uno scatto improvviso. Il Cavaliere Nero sembrava volesse attaccar di punta ma proprio all'ultimo istante ruotò su sé stesso colpendo la maschera dell'avversario con l'elsa della spada. La sua voce potente si udì sopra ogni altro rumore. Mornie Utulie, Lacho Arhathel! L'oscurità è arrivata, fiammeggia nobile lama! Era abitudine di Anfindur proferire queste parole prima di lanciarsi sui propri nemici. Scaturita dalle labbra di Edheldur, quelle parole avevano una differente sfumatura. Anfindur era la nobile luce che arriva per dissipare le tenebre, Edheldur era la notte che avvolge ogni cosa. Anfindur era come la luna, argentea guida che illumina il cammino ai notturni viaggiatori. Anche il Cavaliere Nero era come la luna. Il lato oscuro della luna. Quel lato che nessuno riesce mai a mirare. Quel lato sempre avvolto nell'ombra. Quel lato in cui dimorano le nostre paure. La sua voce aveva dato inizio alla battaglia. La sua voce aveva scritto la parola fine a quella sporca rissa. Il tempo sembrò fermarsi poiché tutti – Uomini ed Elfi – udirono distintamente il rumore della maschera di legno che prese ad incrinarsi fino a spezzarsi. L'Hydra aveva finalmente un volto. Dietro la maschera si celavano occhi castani e una folta chioma scarmigliata dello stesso colore. Un volto duro e segnato dal tempo. Un volto che Edhel conosceva fin troppo bene. No. Lui non poteva conoscerlo. Era suo padre a conoscerlo bene. Il cuore del Cavaliere Nero per un attimo sembrò fermarsi poiché di fronte a sé vide Archer, figlio di Eiris, figlio di Alarico, colui che durante la battaglia dell'Ultimo Drago aveva ucciso Anfindur Arhathel, il Campione degli Elfi Silvani. Prima che Teodosio sedesse sul trono di Roma, la Grande Aquila era guidata da Teodomiro il Grande. In quei giorni lontani – quando il figlio del dio d'Israele non era stato ancora adagiato nella mangiatoia – l'imperatore aveva un gran numero di valenti guerrieri. In qualche taverna di Roma non è raro udire le mille avventure di Archer. Si dice agiva per conto dell'Imperatore Teodomiro e divenne in tal modo un eroe per il suo popolo. Ma il Destino – fredda macchina dell'Universo – gli tolse ciò che gli aveva dato. Dopo aver visto morire tutti i propri cari, Archer precipitò in disgrazia alla morte di Teodomiro. Gli occhi del suo cuore videro sì tante sofferenze che il suo spirito mutò. Si dice non avesse mai avuto una nobile anima, ma quando fece ritorno alla corte del nuovo imperatore Teodosio molti faticarono a vedere in lui qualcosa di umano. Non era più Archer l'eroe, ma solamente un mercenario. Nelle terre dell'impero Archer era noto con il nome di Teschiato poiché la sua armatura aveva un elmo non dissimile da un teschio Nonostante divenne il braccio destro del cristiano sovrano di Roma, molti lo temevano al pari di un nemico. Gli Elfi Silvani raccontano che la bella Elettra, madre di Edheldur, fosse una sua compagna di viaggio prima che si innamorasse di Anfindur. A lui s'accompagnava Rico il balbuziente, detto il Monaco. Proveniva dalla Spagna ed era conosciuto fra gli Elfi poiché viaggiò insieme ad Anfindur quando era solo un bambino. Rico faceva parte dell'Hydra anche se il suo cuore era innocente e puro. Si dice che il Monaco fosse benedetto e protetto dal dio cristiano, per tal motivo il Teschiato – ch'era arrogante e misurava il mondo secondo l'utilità – lo aveva arruolato nel proprio gruppo. V'era poi un uomo dalla pelle bruna che veniva dalle provincie dell'Africa. La gente si riferiva a lui chiamandolo il Nero poiché il suo vero nome era sconosciuto fra la gente di Roma. Si diceva fosse un maestro della stregoneria antica del suo popolo. l'Ultimo membro dell'Hydra era un ragazzino proveniente dal lontano Oriente. Era chiamato Ombra poiché possedeva una grande agilità, ma sopratutto poiché non proferiva mai parola. L'Hydra era un gruppo molto strano poiché fra loro non v'era profonda amicizia. Al contrario della Compagnia del Crepuscolo, il gruppo scelto dell'imperatore Teodosio era stato formato per le abilità di ognuno. Fra tutti era Archer a prendere le decisioni e parlare. Edheldur Arhathel – il Teschiato derise il Cavaliere Nero – sei così simile a tuo padre. Di Anfindur hai l'ardore, spero solo che in te non vi sia anche la sua stoltezza. Deponi le armi e fa che i tuoi uomini seguano ciò che io dico. Desisti dall'idea di poter vincere o ti ucciderò come ho già ucciso tuo padre. Sarebbe davvero triste annunciare la tua morte ad Elettra. Ogni parola era pronunciata con provocazione e arroganza. Archer voleva innervosire Edheldur. E vi riuscì, poiché il Cavaliere Nero – stanco e stremato com'era – sputò ai suoi piedi e si scagliò contro il Teschiato. Alcuni dicono che lo fece perché voleva vendicare la morte del padre. Altri narrano che fu lo spirito di Anfindur – e non Edhel – a scagliarsi verso il nemico. Forse fu il nome della madre a far perdere il buon senso al Cavaliere Nero. O forse era semplicemente un Arhathel, e come tale il suo spirito era un fuoco che rispondeva al cuore e non al cervello. A nulla valsero gli avvertimenti dei compagni, poiché Edheldur diede nuovamente inizio alla lotta fra la Compagnia del Crepuscolo e l'Hydra. La leggenda del Cavaliere Nero dice che i giovani elfi avrebbero subito una dura sconfitta. Forse qualcuno avrebbe perso perfino la vita se il cielo non avesse mandato loro un aiuto. La neve che copriva tutto era grigia a causa delle ceneri e rossa per il sangue versato. Le fiamme si erano quasi spente e un silenzio sinistro era calato nelle rovine del villaggio. Nel cuore della notte si udì il suono di un corno riecheggiare per la valle. Dai monti si videro comparire molte decine di elfi e davanti tutti era Orion, il Toro Rosso, il Principe degli Elfi Oscuri. Il figlio di Freja si precipitò in soccorso del Cavaliere Nero. L'Hydra era ora in netta inferiorità numerica. Ad un cenno di Archer i guerrieri di Teodosio si dileguarono fra i boschi. La Compagnia del Crepuscolo era troppo stanca per tentare di inseguire i guerrieri romani e gli Elfi Oscuri troppo impegnati a prendersi cura degli amici feriti. Orion strinse forte a sé Edheldur. Amico mio – disse il Toro Rosso – chi era quel fellone che ha osato ferirti in sì grave modo? Dimmi il suo nome e lo inseguirò per monti e per valli. Nessun può farti del male senza incorrere nella mia ira. Orion poggiò le labbra sulla fronte di Edheldur e gli diede un lungo bacio. Dopo che il principe degli Elfi Oscuri fu rassicurato sulle condizioni del figlio di Anfindur, si avvicinò ad Ariel. Pose un ginocchio a terra e portò la mano dell'elfa alle sue labbra. Amore mio – proseguì il figlio di Freja – il cielo è stato così gentile da farci incontrare quando meno ce lo aspettavamo. Sono così contento di averti reincontrata, mio dolce elfa. Continuò a rivolgerle parole dolci per lungo tempo. Ariel guardò sbigottita l'elfo dai capelli rossi, celando la sua sorpresa dietro un finto sorriso. Edheldur mutò espressione. Il sorriso scivolò via dal suo volto e guardò con uno sguardo oscuro Orion. Colui che gli aveva salvato la vita. Colui che amava Ariel. Maric pose una mano sulla spalla del Cavaliere Nero e fece un sospiro. Perché – sussurrò all'amico – ho l'impressione che la battaglia più difficile sia appena iniziata?”



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