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lavoro pubblicato sabato 3 marzo 2012
ultima lettura venerdì 29 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'Ingresso nel Rio delle Amazzoni

di gartibani. Letto 547 volte. Dallo scaffale Fantasia

Raccolta Racconti da “ Durare ancora una luna” III L’ingresso nel Rio degli Amazzoni Belem si vive da lontano come un’alleg...

Raccolta Racconti da “ Durare ancora una luna”

III L’ingresso nel Rio degli Amazzoni

Belem si vive da lontano come un’allegria. Avremmo voluto un fortino spagnolo, lo sguardo fermo sulle braccia, pomeriggio canicolare; invece una timida banchisa per l’attracco.

Eppure lo spettro dell’inferno verde si riaffaccia appena scorgi un ragno che tesse una tela indicibile, i pali della capanna che sono un’oasi di frescura. Poi l’acquazzone, improvviso, mentre gli animali ammutoliscono, le foglie cadono, i petali avvizziscono, quasi fosse subentrata la morte. Ci troviamo in una zona d’acqua fermissima, simile ad uno stagno, coperta da uno strato di putridume di foglie come in un incubo; fiori come scherzi di rugiada, ramoscelli spezzati, schiuma e polvere. Il fiume ricomincia finalmente a scorrere quieto verso l’interno, come un pavimento levigato ancora non lucidato. Sembra un cimitero, quello sulla riva sinistra, nel percorso di un cratere del sole, afoso, tra riva e fogliame, per centinaia di chilometri in un verde quasi ossessivo, impenetrabile di silenzio che a lungo andare diventa ostile.

Un’inondazione di qualche fronte procura il vantaggio di avere una congerie di acqua atta a portarla dove meglio si crede e di potere per mezzo di essa stabilire dei pezzi inaccessibili. L’inondazione superiore si ottiene per mezzo di un argine il quale faccia rifluire le acque. Per ottenere una inondazione inferiore invece vi è bisogno della costruzione di un forte, il quale difenda dal nemico l’argine destinato a far rifluire l’acqua. “

Se poi il fiume passa davanti, allora non basta costruire una di queste opere, bisogna occupare la sponda opposta creando forti sbarramenti fino a raggiungere il centro, creando così un cammino che con lo spalto giunga fino al fiume, interrompendolo con degli ostacoli perché sia faticoso per il nemico che voglia attaccarlo. Se si vuole produrre invece una violenta corrente d’acqua bisogna creare delle chiuse, che manovrate a dovere conseguiranno lo scopo.

In questo immaginare, il giorno dopo l’uragano, all’ora di colazione, nel sentiero calpestato, tra radici ferme e penetranti; mentre i tucani stanno tutti insieme a guardarci da vicino dall’alto di un promontorio; ci fermiamo per prepararci qualcosa da mangiare. Allora una donna ci viene incontro, andando contro vento, le vesti le si appiccicano al corpo. Lei sente la rugiada cadere. Devono aver mosso l’immagine perché si sente il suono di un treno.

La dignità dell’aspetto ed il nero degli occhi e dei capelli e il seno rigonfio mi stupirono. Ci offrì del caffè e disse che il marito era rimasto nella foresta a gettare tronchi di mogano nel fiume. Adesso aveva gli occhi chiusi, una macchia sulle labbra che andava con il vento e come la notte le mani trottavano e saltavano nel gioco dell’alito, fermandosi di colpo per presentarsi come serpenti, mentre una farfalla spezzate le ali sta cadendo dalla sua parte.

I buoi dormono come grandi fori sulla riva del fiume che ha cambiato lato.

Poi affrontò l’argomento che le stava a cuore; un farmaco per curare la ferita alla gamba di suo figlio. Le diedi un sulfamidico e compresi che non sapeva leggere da come guardava il tubetto. Volle sapere quanta polvere doveva usare e la toccò con le dita.

Il silenzio si schiumava. Un cane svegliato richiama il latrato di altri cani, distanza enorme.

E’ il momento culminante, potremmo vendere fotocolors, invece nel cavo di un tronco alcuni molli serpenti si stringono in un mucchio, le mani la frugano e la prendono densa, come quando i cavalli danno fastidio alle giumente. Forse è per gratitudine, voce che cambia continuamente dimensione. Non vuole, fino agli sprizzi di spighe sui campi e una gabbia per la luna. Forse il suo corpo che trema sul mio e si assapora da solo nella prigione della mente. E’ stato un attimo. Sono rimasto confuso come la prima volta, appoggiato ad un ripiano come un vestito smesso. Lei si ricompone e osservandola da vicino, nel cavo della bella mano robusta, vedo che praticamente era nient’altro che sabbia.

Poi scesi, mi condussero giù dal fiume, fino ad ottenere un verso perfetto, sussurri di un mattino nebbioso ed il ragno che ora mi dondola sulla testa. Il sentiero ancora ostruito da giganteschi alberi caduti che lasciano vedere le radici cave e contorte.

Così mi stendo nella pigra distesa acquatica. Spalancando i miei ombrelli verdi e lasciando trappole per i giaguari, pesanti gabbie di legno simili ad un merletto veneziano. Portano altri suoni di ieri nella mia stanza di città.

Tutti gli uccelli non stanno più ascoltando e mi dondola la testa nell’inventare nuove frottole, deviazioni dell’anima, oscure gonfie creature striscianti. Si raffreddano ditate di sudore, bagliori di lampi nell’incavo dell’occhio; l’acqua limosa che raggiunge velocità e precipita giù dirompente. Se vogliano restare per poco, fino al momento dei galli in battaglia, nel colorire dell’aurora, quella che con qualsiasi luminosità inargenta le foglie. Tutti ora stanno camminando, in una sola direzione, nell’intricata vastità della foresta e c’è una vita per ogni mattino, una solitudine alla quale non si risponde.

Una scimmia inclina il capo, abbassando l’orecchia nuda, per poi morire trafitta da una freccia; l’unico suono percepito è lo schiocco di un elastico pizzicato e lo sciabordio dell’acqua quando il corpo cade, simile al suono di un vetro che si spezza sul pavimento.

Forse uno strano passatempo, con la vista deformata contro le porte che sbattono.

Quella notte accendemmo un fuoco e la fiamma insanguinata non mutò colore per tutta la durata del suo consumarsi, nel punto in cui si tuffava nel vortice di scintille. A fissarla si rimaneva con la rabbia rappresa nella bocca.

- CChi ha perduto una monetina da dieci centesimi ? –

L’odio di una persona può ammazzarti lentamente, ma l’odio della foresta è come un sollievo, ti uccide lentamente, formato da una quantità di specie raccolte alla rinfusa e ricomposte da un ordine naturale e perfetto. Ci sono momenti in cui perfino la paura finisce per stancarsi e si affaccia al buco tondo del mondo e si lascia esplorare, come l’ultimo fotogramma di un film interrotto e mai più ripreso.

Ebbi la strana sensazione di vivere simultaneamente il presente ed il passato. Eppure per essere nel passato bisogna rifare un’azione della propria vita, un gesto già compiuto, ripeterlo in tutti i suoi dettagli. Allora tiri fuori dalla giacca l’orologio del tempo e t’ingannano i bisogni di energia, l’unghiare ed il rosicchiare, il disperdere le proprie tracce nella traccia transitabile del vivere, come fatto crudele e insano, creando bestie che non esistono.

A giorno fatto, sopra le trasparenze ingannevoli dei suoni che lasciano impronte sulle superfici, in qualche luogo, in nessun luogo; si smuove la sabbia, la palude, la giungla, si accomoda l’ammirazione per l’invidiabile. Uno spettro che posa la faccia indifferente, senza necessità, su qualcosa che non si riesce a capire e per tutto il tempo trascorso in quella visione, sembra che ci siamo allontanati solo per pochi minuti e non per cento milioni di anni.

Lo stesso per i fiumi che scorrono, per i sedimenti dimezzati, per la cipria che smuovendo la memoria la lascia sconvolta, con occhi brillanti e bella pelle e gambe grosse e un vestito giallo su gli indumenti bianchi. I continenti, simili a zattere impazzite, si sollevano sulla cresta di un’onda o vi sprofondano nel cavo; possono abbassarsi e alzarsi sul sostrato roccioso e inclinarsi. Così nella densità delle liane, con l’effetto di una scarica elettrica, ti appare la bocca avida della giungla che ti bacia golosamente e ti annienta.

Finalmente con i piedi che sanguinano nel mare rosso, si esce sulla “ carretera”. Dopo un’ora e più arriva la “ Micro” bagnata di latte, con tutta la serietà di se stessa, con il conducente ch avanza impensato e brusco e ti lascia appena salire rallentando appena, come se avesse una gran fretta. C’è chi lo investe con una valanga di invettive. Così, dal finestrino, m’interessa tutto ciò che accade. Sento il peso della pietra, come quel giovane che sta in ginocchio e non si dimentica. – levati dalla strada amico, se desideri invecchiare ! –

Il sogno è come un grido, impeti di furore vendicativo, un grumo commestibile, una notizia festosa, la semplice distesa con la sua larga accoglienza, il campo di granturco sgranato, un colibrì che ha trovato un riparo.

La “ Micro” adesso va in discesa divorando lo spettacolo: il caldo brivido di eccitazione che fa arrossire l’Indio, una presenza di persone, come il suolo e l’aria e la conclusione di una conversazione.

Non restare nel vento.

Il cielo può sembrare azzurro, scivolare dove non si tocca e impazzire nel fondo, nella paura che si porterà dietro, graffiando con le unghie la fanghiglia. Le barche nere cercano vetrate variopinte, le strade bagnate, le grosse scavatrici che violentano la foresta e sradicano l’immensità degli alberi.

Tu, bambino triste, se dovessi pattinare, qui non sapresti dove farlo.

Ci sono carcasse di animali e termiti che cercano una crepa dove scomparire come sopra una antica tela scolorita. Adesso finalmente piove, il tergicristallo è colmo di lacrime e si arrende inutile, l’autobus si ferma, s’impantana, l’acqua penetra dai finestrini, ci opprime la strettezza, ci soffoca l’afa e l’umidità. I corpi pigiati aspettano di vedere la franchezza minuziosa degli sguardi. Adesso siamo simili, per non dire uguali; sotto il temporale, seduti e in piedi, trascinandoci dietro quei muti rimproveri, la diversa condizione di classe, il volo interminabile al di là dell’oceano.

I volti stanno su di un cuscino ricamato, ardente fiamma di tremila ceri, fragrante broccato di zaffiro. Qui non c’è solo un mattone nel muro ed un vecchio curvo, dalle pupille scure che si accosta al gradino annerito del predellino e scende per scomparire, c’è dell’altro. La pioggia lo cancella fino a ridurlo a pezzettini. Nessuno si muove, nessuno sa la causa di quella pena.

Sono accanto ad una donna che suda e si asciuga con un certo fastidio, mentre attira a sé i pacchi legati col filo di lana rosa; di nuovo le tocco le ginocchia con la mano tranquilla, ginocchia strette dalla melanconia. Vedo che soffre, incerta della sua vita. Forse è stata sempre una donna onesta fino a questo momento.

Mentre staccato e rarefatto mi lascio annegare, senza fare domande, aspettandomi che mi narri tutto. Solo un istante di titubanza e il rapido sospetto di star cedendo ad un'altra persona, mentre sotto l’oro lieve delle ciglia, la foresta si diverte a lasciarci addosso il suo fresco e acuto odore.

Sono ormai anni che salgo di “ Micro” in “ Micro”, involontariamente e penso e ripenso a tanti episodi, fatti e fattarelli e mi sento sempre più legato indissolubilmente alla selva.

Faccio l’autista.



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