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lavoro pubblicato venerdì 2 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 25 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il passaggio della nebulosa

di gartibani. Letto 519 volte. Dallo scaffale Fantasia

Dai Racconti dal titolo “ DURARE ANCORA UNA LUNA “ II Il passaggio della Nebulosa. Guayaquil era una città di casupole, le pi...

Dai Racconti dal titolo “ DURARE ANCORA UNA LUNA “

II Il passaggio della Nebulosa.

Guayaquil era una città di casupole, le piogge la rendevano inospitale, le strade sterrate si riempivano di fanghiglia. Verso il porto il cielo impresso su nuvole basse e fitte si intrecciava nel mare.

Accanto alla bananiera attraccata la notte c’era una dispersione di giallo, quasi una compressione dell’alito. Il ragazzo seduto a poppa aveva una espressione innaturale, la bocca premuta sull’armonica ed il suono, conversione di idrogeno, si lasciava scaldare dai falò.

Mia madre, per quel tanto di storia antica impresso nel suo abito di lino, ci conduceva per mano. Prodotto da una reazione nucleare il sole ci vedeva uguali, allineati su di un’unica esperienza, mentre la pioggia rimbalzava contro l’ombrello bagnandomi la spalla e scivolando come una fiammella nel bosco lontano.

La bimba scura che era con noi, figlia della domestica, mia compagna di giochi, aveva i denti radi e i capelli di lanuggine più scuri della pece. Forse per questo piagnucolava spesso.

La porta era semichiusa.

Rivedo la scena con lo stupore disegnato sulle labbra. Giacciono dimenticati un guanto e una spada. Penso ancora che le anime siano immortali.

Estrella, così si chiamava, aveva ripreso a piangere, sommessa e con intervallati singhiozzi. Così , in un attimo, si radunò una folla, che ci impediva di proseguire. Perché piange ? – La padrona bianca l’avrà picchiata ! – Bianchi che picchiano la nostra gente – Stranieri – Bianchi ricchi .-

La folla si era fatta minacciosa. Eravamo entrambi stretti alle gambe di mia madre. Lei non capiva la lingua, ma poteva intuire gli sguardi ed i gesti aggressivi. Il suo viso era chiaro e fiero, come un calice che dischiude nel cielo un ventaglio di ombre, angusti canali di pensieri; prima sereni, ora agitati.

Un nero in prima fila estrasse un coltello da sotto la suola del sandalo, lo agitò nell’aria, un altro tentò di strappargli la collana di perle. Moto della fissità del gesto, reagì con un calcio e io caddi a terra nel fango, persa la gamba dove mi ero aggrappato. Piansi, urlai; Estrella gridava ancora più forte e di colpo si fece buio.

“ Los ojos me contemplavan extranados y con desconfianza, gruesas nubes corrìan por èl cielo ventoso y las calles comenzaban a quedarse solititarias. Los tranvia circulaban repletos de gente que se recogìa a sus hogares deprimida por la eminencia del temporal.

Todos los pinete se abrieron en dos alas para cargarnos. Al galope tendido, azuzados por los gritos y los clarines, inclinandos sobre el cuello de las cabalgaduras, con los largos sables curvos sobre las cabezas, salvajes tajos horizontales sobre los cuerpos che corrìan…”

La polizia a cavallo disperse la folla e i cavalli sbuffanti e scalpitanti dileguarono il ricordo appena aprimmo gli occhi per fissare il prosieguo del giorno. L’erba si era fatta rossa e mi gelava il petto indifeso; mia madre riprese a camminare con passo leggero, si ricompose l’abito, lo puliva dal fango con un fazzolettino. I cavalli aprirono allora un varco ed il Tenente si erse sulla sella per salutarci. Mia madre, come vuole cortesia, si fece incontro e gli sorrise, tra pigro e carezzevole, le lasciò il saluto appeso in aria e se ne andò voltando le spalle. Noi dietro.

L’anima ormai deserta nel dolce fresco di aprile.

Da allora non ho più spedito una lettera ne scattato una fotografia.

Eppure con Estrella quel pomeriggio, attaccammo francobolli su buste colorate, strette le mani sopra il velo scuro e una smorfia dolorosa sulle labbra. Corremmo giù per la scala senza toccare la ringhiera e poi a salti verso il portone.

La vidi trascolorare, ubriaca di tristezza, si era fatta alta e formosa, superficie di una stella, incerta nebulosa; mi guardava, come quando era bambina, con un misto di curiosità e tenerezza.

-Non restare all’ombra, avvicinati –

Il cielo sembrava più alto, contemplando quel raggio che sale e discende fermo sulla lancetta obliqua della torre, le stelle amiche, che bruciano il loro idrogeno più velocemente e brillano divorando la loro radiazione, contraendosi su se stesse. Una quantità infinita di neon sull’edera primaverile dei suoi occhi.

Il gelido respiro della sera.

Forse fu un angelo, oltre una tela scolorita, tra volti strani e teneri, nella folla dipinta sulla calce delle pareti. Segnò di azzurro pallido un cerchio da contenerci tutti nel nostro piccolo cuore senza mare. Oppresso nella sua strettezza, soffocato dall’afa e dall’umidità del paese, orfano delle sue vetrine di balocchi variopinti, delle sue Madonne e delle sue interminabili processioni.

Estrella si dibatteva come un’ossessa, muta annaspando l’aria con le labbra e le mani cieche, le sue pupille scure assomigliavano al gradino annerito, alla fiamma ardente dei tremila ceri. Forse impressi in un vecchio album e l’inchiostro di china seppia che aveva inciso senza sapere la causa della sua pena. L’odore di profumo e di gas. Di nuovo toccò le mie ginocchia con mano tranquilla, fresco e acuto sapore della pelle scura, sotto l’oro lieve delle ciglia. Mi porse la bocca socchiusa e irregolare. Solo i venti contro i nostri corpi ormai senza sostegno, a fiutare l’acqua, a scavare un pozzo dove il bianco gabbiano si poserà indolente.

Per riportarla a casa mi ci volle un’ora interminabile, l’aereo immobile nella superflua fatica del volo sopra le nubi. Sotto il Mattogrosso e l’elastico dolce dei rami quasi a raggiungerlo.

Sapevo che la fiamma azzurrina di un fanale mi indicava la via. Questo è il lago !, mi dissi, certamente l’isolotto ed il vulcano. La strada con il nero disegno dei cancelli, la gente chiusa nel buio fondo che continuava a salire in processione.

La Madonna era un punto nel ghiaccio che fendeva scricchiolando, cercando disperata il favoloso castello bianco, la pietra sonora, il miracolo per il quale gemendo ci svegliammo.

Poi il vulcano eruttò, lapilli e sciarre incandescenti frangendo l’aria. La Madonna fu sollevata, quasi a perdersi nell’attimo del dubbio doloroso, gli anni lunghi delle malattie, dell’affanno, della povertà, della febbre, della sofferenza.

Altri pregarono ancora nelle loro liturgie, tramutando le nuvole in pioggia di cenere. Invecchiati di cent’anni e fu in un’ora sola. Coprendosi il volto invocavano DIO. Ad ogni vento contro gli spruzzi salini.

Cercai Estrella nelle chiese, nelle nicchie, nei funerali, nei battesi e matrimoni e vagammo spalla a spalla sulla neve pesta, sulla terra incartapecorita e con il bastone disegnai sentieri d’animali e sospiri, affinchè nulla rimanesse di noi.

Vi erano ancora le ultime rose ed il trattore le schiacciò bucandosi di spine.

Attesi invano la luce inestinguibile.

Intanto la processione continuava a salire, adesso il vento nero agitava le fiammelle, e le mani rigate di cera si protendevano cupe.

Sopra la folla le campane dei paesi diroccati rintoccavano come il sangue nel battito precipitoso, bruciando le porte e levandosi tra il fumo, mentre l’aquila volava sopra lo stendardo, oltre lo scintillio, accecandoci

Si era quasi sulla vetta, il cratere del vulcano era una voragine interminabile di corpi, di lance e baionette che fondevano nel magma. Inimitabile delirio.

Vidi tutto saccheggiato, consumato, venduto, tutto roso dall’angoscia, dalla fame. La profondità dei cieli trafitta per sempre. Allora avvenne il fatto meraviglioso, ignoto a tutti, ma per secoli da noi desiderato; una nebulosa si stacco spandendo il suo profumo di prugna acerba e planò serena sopra le teste come un bosco inesistente, dilatando sulla terra l’incenso azzurro. Il magma scese, purissimo cigno, a visitare le tombe, le irreali presenze, le casse d’argento.

Cucivo le vesti degli animi e dividevo la parole, il pane e la vita che sembrava appesa ad un filo.

“ Trasbordaban los derido en emprovisadas camillas, encauzandose por el camino ondulante que percorrìa el lomo arenoso del la montana. El pelotòn de enigmaticos pinete permanecìa immovil. Los animales comenzaron a asomar las cabezas fuera de los fosos, buscando los motivos de la alerta, de la oscuridad….. “

Estrella entrò, attenta, sollevando il velo, mi guardò a lungo sospesa al flauto della luce nella sua nota acuta.

Mi disse: - sei tu nell’Inferno, dimmi di sì o di no ! – E il violinista sfigurato suonò e si consumò nel fondo degli specchi. Fresca, forte, selvaggia, la felicità mi alitava in viso. La nebulosa fitta aveva ormai coperto quella porzione di mondo, quasi seguisse la veloce corsa delle slitte in lontananza. Una traccia dello sci, come per ricordarci che eravamo passati di qui. L’albero piegato.

La Madonna era finalmente Estrella ed Estrella era la Madonna, il frullo d’ali contro la finestra, l’ultimo abbraccio oltre la soglia del destino; perfido, vile, così a lungo atteso.

Poi il cerchio misterioso si restrinse, si udirono gemiti e lamentazioni, crollò la staccionata, calpestata dalla folla ormai impazzita, in corsa giù per il pendio. La lava come un fiume la inghiottiva sbarrando minacciosa le impalcature, gli alberi ,la strada.

La pioggia leggeva per noi i nomi dei dispersi e la Madonna abbandonata nell’altura si allontanava sempre più, coperta dal fragore crescente. Due rivoli biforcavano lo spazio che occupava separandosi ai suoi piedi, liberi di correre sul campo, nella loro lotta suprema; ma lasciandola intatta.

Sappiamo ciò che si compie. Estrella non ha fretta di alzarsi dai ginocchi, si toglie una farfalla da una spalla. Certo molte cose le stazionano dentro, per questo nel dormiveglia si aprono strane porte e la Madonna vi passa luminosa nei raggi grigio chiari, appena impercettibile sfiorando le sue cosce dischiuse. Il salice crolla.

L’impeto puro del vento precorre il sole per centinai di miglia.

Forse non esiste nemmeno la morte.



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