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lavoro pubblicato domenica 26 febbraio 2012
ultima lettura lunedì 4 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

HIMED da " Durare ancora una Luna" racconti dal 2000 al 2011

di gartibani. Letto 542 volte. Dallo scaffale Fantasia

Da " Durare ancora una Luna " una raccolta di racconti scritti, tra i numerosi viaggi attraverso il mondo, come appunti di aspetti di fatti e accadimenti e di percorsi nel rapporto con la natura, i propri simili, le storie fantastiche ascoltate ...

Da “ Durare ancora una luna “ racconti fantastici dal 2000 al 2011

Racconto n°1

HIMED

Sulle terrazze, come tutte le estati, le palme fluttuano contro l’orizzonte piegandolo, come pulviscolo di rame. L’arsura del meriggio rischiara le dune e l’opacità del vento trasmette i sussurri delle fessure passando inosservato nella sua musica ripetuta e consueta. I sussulti del ventre e dei fianchi l’accompagnano come un’armonia che sta per esaurirsi.

Si passa da una porta all’altra verso il buio cielo e le stanze si ramificano e nidificano alveari di persone diventate ombre. Ora si ascolta la lode della preghiera della sera e il lamento lungo e inquietante del quale nessuno sembra accorgersi; si fermano per un attimo le palpebre, poi la lingua schiocca contro il palato ed il bambino riprende a correre verso la strada polverosa. Passano i soliti turisti calpestando lattine e rompendo cocci e crollano le tegole verdi delle case dietro le tende di juta.

Il dromedario stanco ti entra nell’occhio e vi rimane.

Abbiamo da parlare della nostra diversità, dell’inganno del mondo, del linguaggio incomprensibile delle nostre mostruose religioni e l’odore intorno spinge verso la notte. La sua voce sembra di latta mentre si odono i primi spari dietro le dune e gli americani scendono i loro soldati, ragni di acciaio che non bruciano, intoccabili nei fuochi dei pozzi petroliferi.

Spiaccicano un altro negro contro il muro, virus di Ebola, denutrito escremento della fame nera e si ripete il moto della realtà virtuale che lo stiker governa imperterrito mentre passano i canali TV dal satellite e si posano contro la parete eretta dal mare, in fondo alla sala riunioni. Anche le tue cosce, le ascelle sudate, l’odore di gelsomino e verbena, nell’intreccio dell’orecchio, nulla possono contro la pattumiera del mondo che vomita ancora. Non serve ritrovare la verginità dell’anima, finita a saltellare in un fritto di pesce.

HIMED ha scrollato le spalle ed il vento ha creato un vortice infinito di sedie e formicai, dove il passo ha segnato una lieve traiettoria, i rami degli ulivi schiantati verso l’ignoto. Perché oggi come ieri il quotidiano ti uccide lentamente.

Enorme desolazione delle nebbie del nord e delle piogge torrenziali, disastri ecologici, variegate pozzanghere piene di cicale morte. Immancabili apparizioni tante volte registrate, modi diversi di amministrare la giustizia, di prendere decisioni contro, di scoraggiare le manifestazioni, il bisogno d’amore. La cosa più straordinaria sono le nostre paure, incidono la pietra e si stringono alla carne come morsi e punture di spillo; a liberarle potrebbero esplodere ed insudiciare tutto, anche il tuo velo da sposa ed il cuore basculante.

Himed aspetta un segno e guardare fuori non basta, altro è rimanere incollati alla superficie verticale della Storia e passare inosservati, non è più possibile, ogni piccolo gesto dell’uomo è diventato di vitale importanza e questo continuo agire è il segnale della coscienza che manca. Himed sogna di rubare una mela, sogna il paradiso e si cuce la bocca d’ozio. Adesso si confonde dentro la Medina come un guerriero celtico e annaspa e rotola lasciando una sottile bava colorata, unica traccia dell’immenso dolore umano.

2

Entrano i gendarmi e autorizzano un nuovo insediamento, traffico di organi e di teneri fanciulli per pedofili. La lava scorre a fiumi e copre le lordure. Chiede una birra analcolica e si rannicchia nell’angolo estremo di una stella, ibrido della luce, vagone abbandonato in un binario interrotto. Sente che gli mancano le mani, afferrare ancora l’ignoto, un dialogo impossibile, tra sordi e la prospettiva e già cambiata. Una donna grassa e distesa sulla sabbia a prendere il sole con il seno nudo a seccare, sembra una conchiglia voluttuosa nell’incerto paesaggio di vetro fuso.

Manca il sorriso, forse non c’è mai stato. Himed pensa a se stesso come un uomo terribile, pieno di pesci e di lumache, disteso anche lui, come un lenzuolo usato.

Dicono di averlo visto nascondere ai suoi occhi tutto ciò che aveva lasciato dietro e piegarsi in due e schiacciarsi contro la linea dello spazio con i movimenti lenti che si ripetono di frequenza in frequenza fino alla fine, scolpito nel corpo della donna grassa, mutandole il pube. Altro non sono che gli occhi delle dune, marittimi e solitari, un tempo levigati dagli orci d’acqua e dai pozzi prosciugati, oggi angeli furtivi che passano di bocca in bocca.

la primera vez che vimos èl

Un camioncino carico di un altro matrimonio passò in festa, odore di brodo tenero e sgocciolature di muschio contro le lacrime del diamante. Gli increduli paesani tutti allineati lungo la strada di polvere bianca, annodati ai fianchi delle casupole sparse del villaggio si accalcavano sulle coperte di luna in quell’incantesimo della sera quando il profumo del the alla menta ridisegna i minareti.

Il villaggio intero ormai in festa, ancora illuminato dai fuochi e dall’incenso dei bracieri andava alla deriva verso quell’ultimo soffio di mistero, addormentato sul fianco del cuore e di nuovo imprendibile.

HIMED rimane nella penombra della rosa e il corpo esala una fragranza scura di animale tradito. Deve vederla di nascosto perché è promessa ad un’altra. Lei le cerca la mano senza toccarlo appena e la pelle stordita si attanaglia di rossore. Rimangono immobili e morti tra la parentesi fasulla di un brevissimo tempo, tra gli istinti più reconditi e i desideri inappagati e quando riaprono gli occhi è già tardi.

Supponendo che il cuore sia ancora dentro il petto e la camicia bagnata non tradisca la loro presenza nella densità solare. Il filo dello sguardo prende al volo una bicicletta di passaggio, un gruppo di bambini che vendono il pane caldo lungo la strada che scorre nel calore dei fiumi e la voce della preghiera ti richiama ad un altro cambiamento della vita, tante volte macerato nella memoria ma mai eseguito.

Sono le voce dei parenti , nel mare acido senza rotte che si frantumano contro l’orecchio, verso il cantuccio inutile del deserto, dove smarriscono le sagome degli ultimi turisti e si riascolta livido il silenzio. Anche i suoi passi vanno in quella direzione, sceso dal pulman, senza più l’aria condizionata e i contorni del paese riapparsi nel sudore, sembra discosto da ogni cosa e da nessuno. Il colore di una bibita alla fragola.

“ a esa hora y bajo la lluvia y pegado a una enorme casa donde èl desorden mezclado con la tristeza habìa empaquetado el dìa. Entonces èl amor era sus senos, una imagen como cualquier otra, el viento de su ansia de fuga y las manchas oscuras sobre la trasparencia de la ventana…. “

Non chiede molto, guarda a fatica oltre l’orizzonte e il postumo saluto dei gabbiani in volo lo acquieta e inzuppa nell’ombra triste come una farfalla di carta, nel vasto intenso mondo innaturale. Forse verso la stella del Sud avrebbe visto porte più ampie, soffitti più alti, distese immense, non invece questa ristrettezza di sogni che opprime le palme, i minareti e lo inchioda saldo alla terra, scavando sorgenti di odio tra le pietre.

Si lava il corpo nel rito, si veste con gli abiti della festa, esce a mischiarsi tra la folla. Il mare è ancora di nuovo torbido, spera che pianga sale, così potrà sentire la sua voce nel singhiozzo della risacca.

Il gesto solare della mano nell’aria a premere il pulsante, nella scena che cambia e si riempie di orrore, a cacciarsi dentro angeli ed a fare piroette nel cielo tenero e celeste, per ricongiungere i pezzi di carne, di sangue, di muscoli sparpagliati ovunque.

Si è fatto esplodere.

Non scorderò la magia dei suoi occhi, nel mio angolo recondito di cuore.



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