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lavoro pubblicato martedì 21 febbraio 2012
ultima lettura mercoledì 23 settembre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL SORRISO

di pasqualemanganiello. Letto 707 volte. Dallo scaffale Pensieri

Oh sì!C'è chi dice che la curiosità di un lettore dipende da quanto egli è attratto dal titolo.Se è così mi sono fottuto da solo!Le noiose biblioteche del mondo non stanno aspettando me,ve lo assicuro!Insulti o orgasmi d'approvazione:mi va bene tutto

IL SORRISO

Era un mattino piovoso. Poi, improvvisamente, le nuvole nere si diradarono ed in quel cielo grigio come il fumo di una sigaretta nella nebbia uno squarcio di luce penetrò l’aria sfavillando sulle terre. Come poeta del cazzo ho i miei limiti, lo so.

Avevo ben ventisei anni e mi ero laureato in Ingegneria meccanica. Nessuno straccio di un lavoro onesto. Camminavo per la città con l’aria di chi aveva qualcosa nella testa. Ed infatti ce l’avevo: spaccare qualche vetrina di un negozio solo per farmi arrestare. Qualcuno, così, mi avrebbe notato. Passai davanti all’ospedale. Ubriacarmi e drogarmi? Spappolarmi il fegato e passare un mese nel reparto “cattivi soggetti”? Non mi sembrava giusto nei confronti di mia madre. Soprattutto dopo averle chiesto ancora soldi. Non tanti. Dieci euro per un sabato sera. Lei diceva: “Non hai mica studiato così tanto per andare a fare il cameriere? Ho fatto dei sacrifici per farti studiare, vedrai che qualcosa uscirà.” Non puoi mica darle torto, alla mamma. Lei ne sa sempre più di tutti noi. Notai un barbone. Aveva l’aria allegra. La trovavo un’interessante operazione di marketing mettersi a elemosinare monete all’entrata di un ospedale. La gente che esce da lì avrà inevitabilmente uno spirito maggiormente misericordioso. Questo barbone sarebbe diventato un fottuto economista se avesse avuto la fortuna di nascere in una famiglia abbiente. Merda! Com’è cinico il mondo. Spietato a volte, soprattutto nei confronti dei neolaureati senza raccomandazione. Continuai il mio ondeggiante percorso girovago. Niente di più deprimente. Ma dovevo pensare. Dovevo capire se ne valesse la pena. Se quello che stavo per fare fosse giusto o sbagliato. Dal punto di vista etico lo sapevo già. E la cosa mi dava i nervi.

Erano le sei mezza quando partii con la Y10 verde smetallizzato. Lei era lì che mi aspettava, come d’accordo, al distributore automatico delle sigarette. Era più brutta del solito, più brutta del minimo, più brutta di qualunque cosa potessi fare in quel momento. Si chiamava Alberta ed aveva una caratteristica: non ci stava tanto con la testa. Lavorava in una ditta tessile, prendeva mille euro al mese da quanto raccontava lei, ma io non le credevo. Chi cazzo ti dà mille euro al mese? Nessuno.

“Ciao.”

“Ciao come va?”

“Bene tu?”

“Bene.”

Sfrecciai via da sguardi indiscreti. Scelsi il posto più imboscato del mondo, in una campagna sperduta dietro la montagna, giù per una via sterrata un paio di chilometri lontano dalla statale. Non mi sarei sorpreso di vedere gli occhi di un cinghiale osservarci curiosi dal finestrino. Neanche il peggior maniaco avrebbe portato una donna lì. Ma lei aveva sempre quel sorriso stupidino stampato in mezzo ai denti. Le sarebbe andato bene anche se l’avessi portata a scopare nel confessionale di un convento. Donna comoda. Brutta ma comoda. Decisi di far passare un po’ di tempo. Parlavo del più e del meno. Ma più del meno. Lei mi guardava ossequiosa.

“Ci siamo messi d’accordo giusto?”

“Sì!”

“Per oggi solo un pompino. E’ il massimo che ti posso concedere. Poi il prossimo mese vediamo.”

“Certo certo. Quanto sei bello! Ma almeno un bacio te lo posso dare?”

“Con la lingua?”

“Sì.”

Merda! Come facevo a dirle di no! Così chiusi gli occhi e le infilai la lingua tra le labbra. Quella sensazione umidiccia non fu tanto male. Anche perché provai a pensare ad altro. Ad un’altra. Ad un’attrice, per la precisione. E mi riuscì. Mi feci i complimenti da solo. Lei continuò a slinguazzarmi per un po’. Alberta infilò le mani nella patta e cominciò a palpeggiare il muscolo. Cercai di tenere gli occhi chiusi il più possibile. Ma ad un certo punto dovetti aprirli. E quando tirai su le palpebre, inevitabilmente sradicai la mia lingua da quella specie di bocca pelosa. Che schifo!

Sorrideva. Sempre. Che nervi!

Ora ti faccio un bel servizio!”

“Prima i soldi però. Eravamo d’accordo così!”

Prese duecento euro dalla borsetta, in biglietti da cinquanta. Me li porse. Li contai. Li infilai in tasca. Lei iniziò a darci dentro. Io provai a pensare alle più grandi porcate che avevo fatto in vita mia. Ma niente. Mi sentivo un bastardo. Ma quei soldi in tasca significavano birra, discoteche, locali, donne, per un po’ di tempo. In quel periodo non potevo permettermi neanche di portare una ragazza al cinema. Così pensai alla ragazza che volevo portare al cinema. E poi da un’altra parte. E qualcosa dentro di me si smosse. Fluttuanti immaginazioni regnavano in quella macchina sperduta. E venni, gemendo come uno che lo stava facendo davvero. Lei sembrò soddisfatta. Aveva sempre quel cazzo di sorriso di culo disegnato sulla faccia.

“Ti è piaciuto?”

“A te è piaciuto!”

“Sì, mi piace fartelo.”

“Sì.”

“La prossima volta voglio di più.”

“Va bene. Ma dovrai mettere da parte quattrocento.”

“Quattrocento sono un po’ troppi.”

“Allora niente, dai.”

“Ok quattrocento euro. Wow non vedo l’ora!”

Ero proprio una cacca vivente. Ma quello era ciò che restava di un ventiseienne pieno di sogni matti e aspirazioni altissime. Quello era un ragazzo che si “adattava” alla sua situazione, che tentava di non morire dentro, facendo qualche “sacrificio”.

A distanza di tre anni qualcosa è cambiato. Lavoro come fattorino in un caseificio. Alberta si è sposata ed è andata a vivere non so dove. E ogni tanto, quel sorriso del cazzo bussa alla mia mente e mi viene a trovare. E’ successo ora, mentre ancora combatto con la vita, mentre seguito a stentare, a prendere porte in faccia da capisettore pallidi come la morte. Ma non mi stanco. Continuo a provare. Ci credo. Sorrido.



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