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lavoro pubblicato martedì 14 febbraio 2012
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo X )

di peppers. Letto 466 volte. Dallo scaffale Fantasia

“C'è chi pensa che l'episodio del ritorno al villaggio sia stato poco influente sulla vita del Cavaliere Nero. Fu detto che in confronto a tutto ciò che fece in seguito quel breve soggiorno dagli Elfi Silvani era solo una goccia in .........

“C'è chi pensa che l'episodio del ritorno al villaggio sia stato poco influente sulla vita del Cavaliere Nero. Fu detto che in confronto a tutto ciò che fece in seguito quel breve soggiorno dagli Elfi Silvani era solo una goccia in un grande e tempestoso oceano. Come errano coloro che credono vere tali parole! L'ostilità con cui Edheldur fu accolto e la freddezza con cui venne trattato – al pari di un pericoloso nemico – stavano causando grandi e profondi cambiamenti nel suo animo. [...] Mi dissero che a lungo meditò chiuso nel suo ufficio. Era seduto nella sua poltrona e mirava l'elmo posto sulla sua scrivania. Abilmente forgiato a guisa di un demone, era così spaventoso a vedersi che affascinava chiunque lo guardasse. Edheldur lo ammirava con animo corrucciato. Mi dissero che i suoi occhi erano freddi e taglienti. La sua espressione di sfida era resa ancor più cupa dal trucco nero attorno agli occhi. Aveva viaggiato un giorno intero senza fermarsi prima di giungere al suo villaggio natio. Un giorno intero! Per cosa? Per farsi disarmare e condurre come un prigioniero? Si sfilò il nero guanto e immerse la punta del dito nel calice. Assaporò il vino che Spark gli aveva servito e in verità pensò che fosse dolce. La sua mente non riusciva a pensare altro che all'accaduto. Era giunto dagli Elfi Silvani mettendo da parte il rancore che nutriva verso la gente di suo padre. Aveva proposto una mite collaborazione. E loro?! Avevano respinto la mano che lui tendeva. Lo avevano sbeffeggiato. [...] Chiuse gli occhi. Il suo spirito divampava come un incendio che minaccia di rendere cenere tutto ciò che incontra. Perché lo avevano umiliato in quel modo? Riaprì gli occhi e guardò il proprio riflesso nel calice. Cosa aveva sbagliato? Scrutò il proprio volto, come se potesse trovarvi segno d'una colpa che aveva commesso. Ma non vide altro che il viso d'un Elfo Oscuro. Era forse per tal motivo che gli avevano rivolto parole così indegne? Un'espressione quasi feroce si dipinse sul suo volto. Il valore di un elfo si giudica dalle sue azioni, non da ciò che è. Chi era stato più Oscuro? Lui o gli Elfi Silvani? Di nuovo prese a sorseggiare il vino. Ma tale era il turbamento del suo animo che il sapore gli sembrò amaro. Si sentiva tradito dalle parole di Re Mildur. Mi parli da pari, figlio di Anfindur. Ma ricorda che siete solo cinque elfi. Solo cinque elfi. Il Cavaliere Nero conosceva bene il suo valore e quello dei compagni. Cosa potevano fare solo cinque elfi?! Potevano fare molto. Potevano fare grandi cose. [...] Portò il calice alle labbra, ma stavolta il sapore gli sembrò ripugnante. Scagliò con forza la coppa col vino contro la parete. Era fuori di sé. Stupidi Elfi Silvani. Forse – si disse – il torto non è in me. Forse sono loro ad errare. In fondo è sempre stato così. Sbatté il pugno sulla scrivania. Si credono superiori, non è così? Fin da piccolo avevano deciso chi doveva essere. Diverrai grande come tuo padre, figlio di Anfindur. Sarai addestrato all'uso dell'arco, Edheldur Arhathel. Con che diritto?! Perché la sua vita doveva essere decisa da un solo elfo? Perché Mildur gli aveva impedito di usare le spade di suo padre?! Perché tutti gli elfi del villaggio dovevano adeguarsi ai modelli che erano stati decisi da coloro che venivano chiamati saggi? Pensò con ira a sé e i suoi compagni. Coloro che volevano staccarsi da quel modello di comportamento rischiavano di essere esclusi, di essere messi da parte, di essere derisi. Solo cinque elfi?! Giurò a se stesso che avrebbe dimostrato a Re Mildur, a tutti gli Elfi Silvani e al mondo intero quanto lontano sarebbero arrivati cinque elfi. Si volse a guardare fuori dalla finestra. Il sole stava tramontando. Il cielo sembrava macchiato di sangue, come se i pensieri del giovane Arhathel avessero assassinato qualcuno. Ciò che accadde quel giorno ha del sorprendente. Edheldur non era certo un ragazzo tranquillo. Tutto ciò che faceva – dal combattere, al parlare ai propri compagni – lasciava trasparire l'ardore del suo animo. Era facile all'ira. Diveniva temibile e pericoloso ogni volta che il furore – come un demone incontrollabile – s'impossessava del suo animo. Ma chiuso nel suo ufficio Cavaliere Nero riuscì a mutare la rabbia cieca che lo animava in qualcosa di costruttivo. Edheldur era un visionario, un sognatore. Il suo sguardo era capace di vedere lontano nel tempo. Riusciva spesso a cogliere qualcosa che nessun altro era in grado di vedere. Era capace d'anticipare i tempi. Di lui si diceva che riuscisse a plasmare la realtà, poiché accadde più volte che ciò Edheldur diceva diveniva realtà. Capì che per quanto a lungo avessero viaggiato, non avrebbero mai trovato ciò che cercavano. Non avrebbero mai raggiunto il posto perfetto in cui vivere. Una terra in cui nessuno li avrebbe giudicati. Una terra in cui nessuno avrebbe posto limitazioni alle loro capacità. Sognava una terra in cui tutti potessero essere liberi di trovare realmente se stessi. Ma qual era il suo ruolo in tutto ciò? Lui era il Comandante della Compagnia del Crepuscolo. Lui era il vento del cambiamento. Se la terra che cercavano non esisteva, allora era suo DOVERE costruirla. Gli Elfi Silvani dipingono Edheldur come un demone oscuro animato solo da odio, rancore e vendetta. C'era qualcosa di vero nelle loro parole, ma nessuno fra essi era capace di credere che il giovane figlio di Anfindur era capace di credere in un ideale così alto come il dovere. Tutti gli anziani e i sapienti narravano delle tre stirpi di Elfi. I Bianchi, i Silvani e gli Oscuri. Il Cavaliere Nero voleva far sorgere un nuovo popolo, la quarta stirpe : Gli Elfi del Crepuscolo. […] In seguito quando mi unì a Edheldur, gli chiesi di narrarmi come fosse nata nella mente di un singolo elfo un'idea così grande. I nostri ideali – mi spiegò il Cavaliere Nero con un sorriso di sfida – non avevano riscontro in nessun altro popolo elfico. Gli Elfi Silvani erano chiusi ad ogni forma di cambiamento, gli Elfi Oscuri davano troppo peso alla libertà individuale. Volevo diffondere gli ideali della nostra Compagnia. Volevo una città che fosse come una famiglia. Eravamo all'alba di una nuova epoca. Mi spiegò tutto ciò mentre mi sfiorò il viso con un gesto delicato della mano. Ogni suo gesto era elegante e sicuro di sé. Avvicinò il suo volto al mio. Ebbi quasi timore che stesse per baciarmi. Non si fermò finché non sentì il mio respiro sulle sue labbra. Il suo viso ipnotizzava. Più si avvicinava a me, più avevo l'impressione di perdermi nella sua bellezza. La sua pelle era candida e i capelli neri come la notte. I suoi occhi di ghiaccio erano furbi ed era difficile capire cosa celavano in realtà. La sua voce si fece un sussurro mentre mi parlò fissandomi con intensità. Una nuova epoca, mio bello e dolce amico. E si sa che non può esserci l'alba se non v'è prima il crepuscolo. […] Accadde così che Edheldur Arhathel decise di fondare una nuova città elfica. Scelse di chiamarla Nainiel, che nella lingua degli elfi significa Valle del Crepuscolo. Quando ne fece parole per la prima volta tutti i suoi compagni – perfino Spark – rimasero senza parole. Edheldur stava dipingendo un sogno di fronte ai loro occhi. L'ardore e la maestria con cui ne parlava incantarono ogni membro della Compagnia del Crepuscolo. Tutti pensarono la stessa cosa, come se i loro spiriti si fossero fusi insieme per un sol attimo. Di fronte a loro non avevano più il ragazzo ribelle ch'era solito ubriacarsi al villaggio degli Elfi Silvani. Edheldur Arhathel stava diventando un abile comandante, capace d'ammaliare coloro che lo ascoltavano. La loro insegna divenne un vessillo nero su cui era ricamato con un filo d'argento il sole sceso oltre l'orizzonte. Era come il disegno d'un alba – mi spiegò con gran soddisfazione Ariel – ma Edheldur l'aveva capovolto, proprio come aveva intenzione di capovolgere il mondo. Come potevo non innamorarmi di lui? - proseguì con voce eccitata la Sentinella. La gente presto prese a conoscere l'insegna del Cavaliere Nero. Oscura, ambigua e affascinante come Edheldur stesso. Per alcuni quel vessillo divenne un simbolo di speranza. Per altri un nera insegna che annunciava orrori capaci di rendere bambino persino il più coraggioso fra gli uomini.”


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