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lavoro pubblicato lunedì 13 febbraio 2012
ultima lettura venerdì 10 maggio 2019

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La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo IX )

di peppers. Letto 508 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Quando Edheldur Arhathel giunse in prossimità del villaggio degli Elfi Silvani era un freddo pomeriggio d'Ottobre. Il cielo era grigio come l'acciaio d'una lama. Il sole si era nascosto dietro le nubi, come se avesse timore d'origliare .....

Quando Edheldur Arhathel giunse in prossimità del villaggio degli Elfi Silvani era un freddo pomeriggio d'Ottobre. Il cielo era grigio come l'acciaio d'una lama. Il sole si era nascosto dietro le nubi, come se avesse timore d'origliare le nefaste notizie che il giovane Arhathel portava con sé. Non v'era un solo soffio di vento, ma la pioggia cadeva fitta ed insistente. Il figlio di Anfindur non si aspettava certo una calorosa accoglienza da parte del popolo di Re Mildur, non dopo essere stato esiliato dal villaggio. Sapeva di essere osservato anche se non vedeva null'altro che alberi accarezzati dalla pioggia attorno a sé. Nonostante ciò il Cavaliere Nero era pronto a giurare che v'era un gran numero di elfi nascosti e camuffati fra le fronde. Sentinelle attente e diligenti. Una volta anche lui ne faceva parte, ma quei tempi erano come pagine d'un libro ch'era stato gettato tra le fiamme. […] Io ero lì in quei giorni. Anche io come tanti altri stavo nascosto fra i rami. Anche io come tutti tendevo l'arco, timoroso di ciò che poteva fare un Elfo Oscuro. Lo vidi tirare le briglie del suo destriero. Buio scivolò nel terreno fangoso ancora un po' prima che i suoi zoccoli si fermassero. Perché non uscite fuori? – disse il giovane Arhathel a coloro che non poteva vedere – non v'è alcun intento ostile in me. Sono venuto a parlarvi. Sono venuto a portarvi importanti e tristi novelle. La sua voce risuonò sicura di sé. Ma non ebbe risposta e la pioggia portò via l'eco delle sue parole. decise allora di proseguire finché non fosse giunto al villaggio. […] Non ebbe fatto un sol passo che dalle fronde uscì Nelendil, capitano degli Elfi Silvani. Era uno fra i più autorevoli del villaggio, più anziano anche di Re Mildur. Aveva visto così tante volte gli alberi fiorire che poteva narrare persino di Caranthir Arhathel, padre di Anfindur. Il suo volto, segnato da parecchie cicatrici, era coronato da capelli rossi come il fuoco. Color Amaranto era anche la sua armatura. Aveva fama di gran guerriero poiché anch'egli aveva combattuto contro l'Ultimo Drago. Parte del braccio sinistro gli era stato strappato via dalla feroce bestia, ma i più valenti artigiani elfici avevano lavorato affinché lo scudo di Nelendil potesse essere fissato al moncone dell'arto. Ad un mio segnale – dichiarò il carminio guerriero – il tuo corpo potrebbe essere trafitto da mille e una freccia, indegno figlio di Anfindur Arhathel. Allora il Cavaliere Nero guardò gli occhi verdi di chi gli stava di fronte e vide che il suo sguardo era quello d'un nemico. È così che accogliete coloro che si premurano della vostra salvezza? Replicò Edheldur che non si lasciò intimidire dalle minacce di Nelendil. L'anziano elfo reagì con voce aspra e dura. È così che accogliamo i traditori del villaggio. Parla dunque se hai qualcosa da dire, elfo macchiato. Ma il focoso Arhathel si rifiutò di rivelare ciò che aveva appreso, poiché voleva farne parola solamente al cospetto del sovrano. Gli altri elfi guardavano attoniti Nelendil e l'ostinatezza con cui Edhel gli teneva testa. Fu detto che non v'era di fidarsi di un Elfo Oscuro. Fu detto che era rischioso accoglierlo al villaggio. Fu detto che avrebbe cercato di diffondere la sua malattia anche ad altri. Accadde allora che Nelendil diede l'ordine che gli venissero tolte le lame e la corazza, legati i polsi e bendati gli occhi. Come un prigioniero fu condotto per le vie del villaggio. Come se non avesse bisogno di occhi per guardare, Edheldur sapeva che non v'era Elfo Silvano che non era accorso per vederlo. Accadde allora che Re Mildur lo interrogasse sul suo ritorno. Quando Edheldur ebbe riconosciuta la voce del sovrano prese a narrare con grande precisione ciò che l'imperatore aveva fatto. […] Ascolta bene le mie parole Mildur Lorien, figlio di Cleygan – ammonì il Cavaliere Nero – presto o tardi i templari arriveranno al villaggio. Daranno alla fiamme le vostre case, violenteranno le vostre donne e uccideranno i vostri bambini. Di voi non rimarrà che cibo per corvi. Questa è una minaccia che non potete fronteggiare da soli. Propongo che venga stipulata un'alleanza fra voi e la nostra Compagnia, così da poter unire le forze se ve ne fosse il caso. A tali parole molti tremarono sgomenti, alcuni iniziarono a deridere il giovane Arhathel, altri presero a inveirgli contro. In verità – disse Re Mildur per riportare la calma – mi parli da pari figlio di Anfindur, ma ricorda che sei a capo di solo cinque elfi. Pensi davvero che il vostro aiuto possa fare la differenza se la minaccia di cui parli è così grande? V'è altro di cui dovremmo essere a conoscenza? A tali parole scese il silenzio. Tutti aspettavano la risposta di Edheldur, ma il Cavaliere Nero sembrava tentennare. Era solo al centro della sala. Il petto nudo, i polsi legati, una benda posta sugli occhi. I lunghi capelli corvini che gli ricadevano fin sulle spalle. Aveva lineamenti nobili e superbi. La sua voce rimase ferma e decisa sin da quando aveva pronunciato la prima parola. Aveva parlato di guerra e morte con un freddo distacco. Le sue parole erano come i pennelli di un artista che aveva dipinto un quadro terribile a vedersi. Ma ad un tratto qualcosa sembrava frenarlo. Voglio parlare a Lorelin. La sua voce risuonava quasi diversa. Lasciate che io veda mia sorella. Vi fu un altro minuto di silenzio. La tua richiesta non sarà esaudita. Qualcuno dice che a queste parole si vide una lacrima bagnare la benda posta sopra gli occhi di Edheldur. Altri al contrario narrano che il giovane Arhathel mostrò segni di collera. Ti verrà servita la cena e passerai la notte nella Caverna in cui eravate soliti riunirvi – proseguì il sovrano – Ci prenderemo noi cura del tuo destriero. Domani appena il sole sorgerà lascerai il villaggio e farai ritorno dai tuoi compagni. Non appena ebbe finito di parlare fece un cenno col capo e alcuni elfi portarono via Edheldur. […] Fu così che si trovò da solo in quella umida caverna che gli era molto familiare. Vide che gli avevano preparato un piccolo giaciglio e si sorprese nel vedere una bottiglia di vino vicino ad un ricco pasto. Il suo umore era più nero della sua armatura. Aveva viaggiato senza sosta per l'intero giorno. Era venuto con intenti diplomatici ed era stato condotto come un prigioniero. Lo avevano schernito senza alcuna pietà. Sei a capo di soli cinque elfi. Le parole di Mildur gli risuonavano in mente. Nei suoi ricordi offuscati dalla stanchezza la voce del sovrano appariva ancor più derisoria di quanto fosse stata realmente. Solo cinque elfi. Lasciate che io veda Lorelin. La tua richiesta non verrà esaudita. Venne quasi sopraffatto dai fantasmi delle sue paure. Perché volevano impedirgli di parlare con Lorelin? Dove era sua sorella? Aveva assistito anche lei al dialogo con Mildur e gli altri elfi? Era forse lei che non voleva rivolgerli parola? Si sentì improvvisamente debole. Solo e debole. Guardò l'ingresso della caverna. La pioggia seguitava a cadere nella notte buia. Voleva che il giorno arrivasse presto. Voleva scappare via da quel maledetto villaggio. Voleva tornare da coloro che gli volevano bene. Voleva tornare dai suoi amici. Fermò tutte le lacrime che premevano per uscire. Non voleva cedere. Non qui fra gli Elfi Silvani. Guardava l'ingresso della caverna come se da un momento all'altro sperasse di veder comparire Lorelin. Come se da un momento all'altro dovesse entrare Eluvien a consolarlo. Ma nessuno venne a far visita all'Elfo Oscuro. Scagliò la bottiglia di vino contro la roccia della caverna e cacciò un urlo di rabbia. Stremato e spossato si gettò sul giaciglio maledicendo il popolo di suo padre e presto fu colto dal sonno. Fu svegliato dai primi raggi di sole. Guardandosi attorno capì che qualcuno era stato lì. Ma chiunque fosse entrato si era limitato solo a lasciargli la colazione e portare via i frammenti della bottiglia rotta. […] Non passò molto che Re Mildur si avvicinò alla caverna, recando con sé Buio. Come sta mio figlio? Gli stava parlando da padre e non da Sovrano. Maric sta bene, lo rassicurò Edhel. Io stesso vigilo ogni giorno su di lui. Mildur fece una pausa. Digli che gli voglio bene – la voce del Re tradiva preoccupazione – e che se mai vorrà tornare al villaggio, grande sarà la gioia del mio cuore nel riabbracciarlo. il Cavaliere Nero lasciò il villaggio degli Elfi Silvani di buon mattino e tutti furono ben lieti che l'elfo traditore si stesse allontanando. Cavalcò velocemente per far ritorno dai suoi amici. Perché non riusciva a smettere di pensare alle loro parole? Perché trovava così ingiusto e sbagliato il trattamento che gli avevano riservato? […] Dopo un giorno di marcia il giovane Arhathel giunse in una baia dove era ormeggiata Estel. La Compagnia del Crepuscolo lo aspettava con ansia e preoccupazione. Tutti gli si accalcarono intorno curiosi di avere risposte. Edhel come è andata? Sussurrò Sariel. Fratellino che ti hanno detto? Lo interrogò Maric. C-Cosa hai v-visto? Lo incalzò Tick. Ma il giovane Arhathel non diede loro alcuna risposta. In verità non degnò loro di uno sguardo e corse dritto nella propria camera. Tutti furono stupiti da tale comportamento. Ariel fermò i compagni prima che potessero raggiungere il loro comandante. Lasciate che sia io la prima a parlare a Edheldur – disse la seducente Sentinella. Entrata nella camera, gli si avvicinò. Gli prese la testa e la appoggiò al suo seno. Allora il Cavaliere Nero prese a piangere come un bambino. Non aveva voce per parlare ed era straziato da mille singhiozzi. Aveva trattenuto a lungo le lacrime e finalmente poteva lasciar uscire l'acqua del suo cuore. Cosa ti hanno fatto, amore mio? Sussurrò l'elfa dai capelli bianchi, cullandolo mentre lo stringeva a sé. In cuor suo capì che lei doveva essere la sua forza quando Edhel non ne aveva. Sapeva quanto il suo elfo fosse temerario e coraggioso eppure in quel momento – quando nessun altro poteva vederlo – giaceva fra le sue braccia così fragile. Dopo che il giovane Arhathel l'ebbe raccontato ciò che era accaduto al villaggio, Ariel rimase a coccolarlo finché non si addormentò. Il suo cuore s'accese di collera nel vedere il suo dolore e pregò gli Dei finché non fu colta dal sonno. Forse nel buio di quella stanza qualcuno diede ascolto ai pensieri di Ariel. Forse qualcuno esaudì le sue preghiere – qualsiasi esse erano state – poiché quando il sole si levò nuovamente Edheldur Arhathel aveva ripreso nuova forza. Lo trovò sveglio a sorseggiare il suo calice vino guardando fuori dalla vetrata. Quando lui s'accorse che Ariel era sveglia le fece l'accenno di un sorriso. Buongiorno stellina – la sua sua voce era tornata decisa. I suoi occhi di ghiaccio sembravano luccicare tale era l'intensità del suo sguardo. Ariel non ebbe bisogno di fargli nessuna domanda per capire che Edheldur aveva avuto una nuova idea. Il suo volto parlava più di mille parole. Il Cavaliere Nero avrebbe stupito il mondo intero.”



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