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lavoro pubblicato sabato 11 febbraio 2012
ultima lettura mercoledì 13 novembre 2019

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La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo VIII )

di peppers. Letto 828 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Le storie che circolano sul Cavaliere Nero sono piene di riferimenti alla nave sui cui viaggiava. Estel era il suo nome, ovvero l'elfica Speranza. Le vele erano bianche come la spuma del mare. Il legno con cui era costruita fu dipinto per farl...

Le storie che circolano sul Cavaliere Nero sono piene di riferimenti alla nave sui cui viaggiava. Estel era il suo nome, ovvero l'elfica Speranza. Le vele erano bianche come la spuma del mare. Il legno con cui era costruita fu dipinto per farlo apparire più scuro di quanto in realtà fosse. Sulla sommità dell'albero maestro il nero vessillo di Edheldur sembrava sfidare continuamente il vento. Sul fianco della nave, proprio vicino alla punta, fece dipingere in piccoli caratteri elfici il nome Estel. Si narra che il giovane Arhathel si incise la mano con la punta di un coltello e lasciò che un po' del suo sangue si mischiasse alla tintura. Col tempo Estel divenne bella coma un perla, ma quando ne presero possesso era solo una nave come tante altre. Non era un veliero molto grande. Con le maestose navi romane non poteva certo competere come dimensioni, ma rivaleggiava coi delfini per la velocità con cui scivolava fra le onde. [...] Ogni membro della Compagnia prese una camera in cui dormire. Edheldur e Ariel scelsero di dividere una stanza in cui una grande vetrata dava sul mare. Sariel – da fratello della seducente elfa – non ne fu certo entusiasta, ma la sua voce era solo un sussurro. V'era una piccola camera – quasi uno sgabuzzino – in cui Spark teneva i registri della nave, la mappe e tutto ciò di cui un capitano può aver necessità. Per tal motivo il Cavaliere Nero ne fece il suo ufficio. Tempo dopo ebbi modo di entrare nel suo ufficio. La scena rimase marchiata nei miei ricordi poiché era in vero una stanza magnifica. La prima cosa che vidi fu una scrivania sempre ingombra di carte. Edheldur amava molto scrivere. Forse tenne anche un diario di tutto ciò che fece, ma ebbe il buon senso – purtroppo – di bruciare ogni traccia dei suoi pericolosi pensieri. Ricordo come se fosse ieri il suo calice finemente decorato poggiato sullo scrittoio, al fianco di una buona bottiglia di vino rosso. Edheldur sedeva in una grossa poltrona dietro la scrivania, ch'era rivolta verso la porta. Alle sue spalle la parete era stata sostituita da una grande vetrata, unica fonte di luce. Alcuni dicevano che dava le spalle alla vetrata poiché era un Elfo Oscuro e la luce gli dava fastidio. Altri pensano che ciò era dovuto solo al fatto che voleva vedere chiunque entrasse ed uscisse dal suo ufficio. So bene come avrebbe risposto l'audace Arhathel – Forse si, forse no, chi lo sa? -. Questa era una risposta che dava spesso a coloro con cui parlava. Il Cavaliere Nero non era la Luce, ma non era nemmeno l'Oscurità. Lui stava in mezzo. Lui era la Penombra. Lui era il Crepuscolo. Al tramonto – amava ripetere – il cielo non appartenie né al Sole né alla Luna. Ognuno in lui poteva vedere ciò che desiderava. Edheldur raramente smentiva o confermava le voci che presero a girare su di sé. Sapeva fosse cosa saggia che nessuno – in tempo di guerra – conoscesse la Verità su di lui. Nessuno, eccetto i suoi compagni. […] Nei giorni seguenti la conquista di Estel, non era raro vedere il figlio di Anfindur mirare l'oceano dalla vetrata del suo ufficio, perdendosi fra i pensieri. Accadde allora che Sariel passasse di lì e lesse il turbamento negli occhi del Comandante. Edhel – sussurrò lo Stratega – che succede? Qualcosa non va?. Bello e dolce amico – rispose il Cavaliere Nero – scure nubi si accalcano all'orizzonte dei nostri giorni. L'imperatore Teodosio di Roma muove guerra a tutti coloro che non sono umani. Ho visto con i miei stessi occhi scorrere il sangue dei nani che a lungo odiammo. E se rischiassimo anche noi di scomparire per sempre? Anche la sua voce era divenuta un sussurro. In verità il pensiero che potesse perdere anche solo uno fra i suoi amici lo perseguitava. […] Dopo solo un giorno di viaggio in nave, il Cavaliere Nero annunciò di voler fare ritorno nel villaggio degli Elfi Silvani, affinché fossero al corrente delle terribili notizie che aveva appreso. In seguito, quando mi narrò la sua vita, rimasi molto sorpreso di questa decisione. Edheldur era sempre stato un elfo ribelle, un ragazzo difficile e controverso. Molti dicevano – e v'era un fondamento di verità – che era più incline a distruggere piuttosto che costruire. Il giovane Arhathel si fece spazio nel mondo con tutti i mezzi che la Compagnia possedeva. Lottava ogni giorno per trovare se stesso e un posto per i suoi compagni. Stava iniziando a suonare una superba musica di ribellione e quella scelta di tornare al villaggio era una nota stridente nella sua sinfonia. Cosa lo stava spingendo ad avvertire la gente di suo padre dell'imminente pericolo? Perché voleva avvertire quegli elfi che a lungo aveva odiato? Perché si stava preoccupando della salvezza di quel villaggio in cui non aveva mai trovato posto? Alcuni dicono che le difficoltà del mondo esterno gli avessero fatto cambiare idea sulla vita al villaggio. Secondo altri la sua decisione non fu altro un modo per coprire la nostalgia della sorella. Fu detto infatti che nonostante Edheldur amasse Ariel, nel suo cuore c'era anche Lorelin. Taluni sostengono che fosse lo spirito di Anfindur a spingere il Comandante ad una si nobile azione. Qualunque fosse la verità, il Cavaliere Nero non me ne fece mai parola. [...] Fu deciso che Spark andasse ad acquistare un cavallo in una vicina città romana, poiché era l'unico a non essere un elfo. Tornò non molto tempo dopo, recando con sé un possente destriero dal nero manto lucido. Era una bestia dalla possente muscolatura, infaticabile e dalla grande forza. Un corsiero focoso e selvaggio, come mai ne vidi nella mia vita. Aveva un indole solitaria e burbera. Per tal motivo Edheldur lo chiamò Buio. […] Il giovane Arhathel stimava di non intrattenersi nel villaggio più del necessario – non era certo una gita di piacere – e non permise a nessuno dei suoi compagni di seguirlo. In verità – spiegò al resto della Compagnia del Crepuscolo – la strada che porta al villaggio è irta di pericoli. Non sarebbe saggio mettere in pericolo più d'una persona. Io sono il vostro Comandante, a me spetta correre i maggiori rischi. A nulla valsero i mille e un tentativi di dissuaderlo dai suoi propositi. Fratellino se incontrerai dei nemici in due sarà più facile affrontarli, sottolineò Maric l'Ambasciatore. Perché vuoi sempre lasciarmi fuori dalle cose più divertenti? Protestò Ariel la Sentinella. M-Manda me, figlio di A-Anfindur – balbettò il nervoso Tick il– f-farò ritorno prima c-che il Sole t-tramonti. Lasciate che sia lui a mettersi in viaggio – sussurrò Sariel lo Stratega, ch'era acuto e colse dettagli che agli altri sfuggivano. In vero Edhel ha visto tutto ciò che i romani hanno fatto più di chiunque altro. Nessuno meglio di lui potrà replicare le parole dell'imperatore. […] e salito in groppa al suo destriero, si avviò verso il villaggio degli Elfi Silvani. Spronò Buio a correre più veloce del vento e non si volse mai a guardare indietro. Venne il giorno e venne anche la notte ma il Nero Cavaliere non rallentò un attimo la sua andatura. Una grossa nube di polvere si levava al suo passaggio. Per tutto il viaggio non fece che pensare. Non sapeva come lo avrebbero accolto gli Elfi Silvani. Non sapeva se gli avrebbero creduto. Non sapeva come avrebbero reagito alla notizia del pericolo. Non sapeva cosa aspettarsi da Lorelin. Ma di una cosa era certo. Il popolo di suo padre doveva essere informato dei propositi di Teodosio. Fu così che le notizie volarono sulle ali di un nero destriero. Fu così che Edheldur Arhathel fece ritorno al villaggio da cui era stato esiliato. Fu così che venne ad annunciare future e sinistre sciagure."



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