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lavoro pubblicato domenica 5 febbraio 2012
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo V )

di peppers. Letto 829 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Mentre la Compagnia del Crepuscolo ritornava al villaggio degli Elfi Silvani, fu vista una piccola colonna di fumo salire da una radura nel bosco, poco distante dal loro cammino. Edheldur, ch'era il leader del gruppo, decise di andare cautamen.....

Mentre la Compagnia del Crepuscolo ritornava al villaggio degli Elfi Silvani, fu vista una piccola colonna di fumo salire da una radura nel bosco, poco distante dal loro cammino. Edheldur, ch'era il leader del gruppo, decise di andare cautamente a dare un'occhiata. Divenne un gatto nero e si avvicinò con passo leggero e felpato. Attorno ad un piccolo fuoco da campo vide la figura di un guerriero, intento a scaldarsi. Fu deciso di circondare quel misterioso individuo, per bene intendere di cosa si trattasse. Edheldur, Falin e Tick ch'erano i più forti e robusti si lanciarono con le spade, mentre i compagni rimasero sugli alberi con gli archi tesi. […] Tutto si svolse in fretta. L'uomo seduto nella radura altro non era che un'esca e una trappola. Per difendere i compagni Edheldur – piuttosto che ripararsi – strinse forte a sé il fantoccio. Si udì un gran boato e le lamiere di cui era fatto l'automa si smembrarono in mille aculei, che colpirono il figlio di Anfindur. I compagni dissero che il povero Edheldur si levò verso il cielo e ricadde pesantemente fra gli alberi, privo di sensi e grondante di sangue. Era un'imboscata di Wolf detto il Freddo Sangue. Questo era il nome di un nano del Clan del Popolo Nascosto. Il suo viso era ben noto agli Elfi Silvani poiché in più di un'occasione aveva procurato gran dolore al villaggio. Wolf era famoso per l'agilità e l'astuzia con cui colpiva, ma prima ancora per la sua fellonia. Si diceva infatti che fosse stato esiliato persino dal suo popolo e vagasse solitario per il mondo. La lotta durò tutta la notte. Nonostante fossero sette elfi contro un solo – pericoloso – nano, la Compagnia ebbe si grande difficoltà nello scontro. […] Quel giorno Edheldur Arhathel e i suoi compagni uscirono vittoriosi dove tanti avevano più volte fallito : Wolf il Freddo Sangue era stato catturato. Ci riuscirono, ma ad un gran prezzo poiché Falin il robusto cadde durante la battaglia. Fu detto che il nano fellone dovette colpire l'elfo più di dieci volte prima di riuscire a metterlo in ginocchio. […] Al villaggio furono giorni di gioie e dolori. Furono celebrati i riti funebri e si pianse la perdita di un prode guerriero, ma si riconobbe il valore e il coraggio del figlio di Anfindur e dei suoi compagni. La gente lo acclamò come un eroe e fu fatta gran festa. Il Re in persona abbracciò Edheldur per il gran servigio reso al villaggio. […] Ricordo bene che mancavano solo tre giorni al solstizio di inverno, quando fu deciso di nominare veterano il giovane Arhathel e il resto della sua compagnia. Ogni elfo del villaggio si accalcò vicino al lago poiché tutti avevano saputo che Edheldur stava per ricevere le armi e l'armatura di Anfindur. Vidi splendide corazza finemente lavorate e forgiate dai più pregiati metalli, ma nessuna poteva eguagliare l'armatura del Campione. Era una corazza interamente nera, come la notte più buia. Coloro che la guardavano rimanevano incantati dalla sua bellezza. Nero era anche il manto che copriva le spalle e scendeva fino a terra. Era abitudine di Anfindur indossare un elmo anch'esso nero col cimiero grigio, forgiato a guisa di un demone. La gente del villaggio mormorava che il fabbro mise tutto l'odio che poteva provare al fine di renderlo ancor più cupo e minaccioso, secondo i desideri del Campione. […] Erano passati vent'anni dalla morte di Anfindur ma la sua nera armatura era proprio come l'aveva lasciata. Edheldur la indossò e la gente versò lacrime di commozione poiché molto assomigliava al padre. Re Mildur stesso cinse alla vita del giovane Arhathel le due spade del padre. Non erano lame come tante altre poiché erano spade incantate. Si diceva che le lame rispecchiassero l'animo di colui che le portava. Brillavano di una luce argentea quando il portatore faceva nobili gesta e diventavano sempre più scure per ogni azione ignobile. Le lame erano state forgiate per Caranthir Arhathel, che le lasciò in dono al figlio Anfindur. Il Campione – che seguiva la via della nobiltà tanto quanto le passioni del proprio cuore – aveva duramente faticato per renderle lucenti, come mai elfo l'ebbe viste. Quel giorno le nobili lame degli Arhathel furono impugnate per la prima volta da Edheldur. […] Ariel ricevette in dono un'armatura bianca come le neve ed una frusta, il fratello Sariel ebbe un'armatura color del mare e delle catene incantate con cui colpire i nemici. Elùvien scelse un'armatura verde, dai cui guanti uscivano artigli affilati. Tick desiderò una corazza grigio come il metallo. Maric, ch'era l'unico incantatore del gruppo, ricevette il bastone magico dei Lorien. […] Lorelin guardava il fratello con occhi pieni di emozione e ricoprì le sue guance di mille baci. Ce l'hai fatta, tesoro mio – disse ad Edheldur – sei riuscito ad avere le armi di papà, sono sicura sarebbe fiero di te. Quella sera anche Fulvio fece gran festa al giovane Arhathel poiché credette di essersi sbagliato sul suo conto. Si disse che era destino di Edheldur compire gesta grandi quanto quelle del padre. Si disse che era Destino di Edheldur divenire il nuovo Campione. Si disse che era nobile come ogni altro Arhathel. […] Passarono giorni tranquilli durante i quali divenne abitudine di Edhel trasformarsi in gatto – lontano da occhi indiscreti – e andare a trovare Lorelin. La sorella fece gran festa al piccolo gattino nero, ignara del fatto che si trattasse del fratello. Parlava al piccolo micio come ad un amico e gli narrava quanto volesse bene ad Edheldur. Gli svelò il suo desiderio di non volersi mai separare dal fratello e mille altre dolci parole. Lui stava lì ad ascoltarla, a guardarla e a farle tante fusa. Ariel – che diceva di amare il giovane Arhathel, o forse amava solo sedurlo – disse che in verità era un bel gatto e che gli occhi del micio erano dello stesso colore di quelli di Edheldur. Chiese permesso a Lorelin per accarezzare il gatto. E presolo fra le braccia, lo strinse forte al suo bel seno. Ariel sapeva che Edheldur non poteva fare molto per opporsi ai suoi tentativi di seduzione – non in forma di gatto – e fu molto divertita nel dargli mille baci. […] Edheldur tornò a passare i suoi giorni fra i turni di guardia, la sorella e gli amici. Era desiderio del suo cuore rivelare a Lorelin ciò che era successo poiché non voleva serbarle segreti di alcun genere, ma sapeva che non poteva farlo. Si sentiva a disagio quando tutti nel villaggio lo elogiavano perché sapeva che in lui non v'era la nobiltà del padre. Ma non era il solo a saperlo e una notte si accorse – con orrore – che le lame incantate del padre divennero completamente nere. Le lame sapevano che aveva partecipato ad un rito oscuro. Le lame sapeva che nel suo cuore albergava odio e rancore. Le lame lo accusavano. Le lame stavano mettendo a rischio l'equilibrio del suo mondo. Cosa avrebbero detto gli altri se avessero visto le lame inquinate dal suo peccato? Cosa avrebbe detto Fulvio, Re Mildur, ma ancor più la bella Lorelin? Sapeva che nessuno doveva vederle. Il resto della Compagnia – che sapeva di condividere il fato di Edheldur – gli suggerì di portarle sempre con sé ma di non estrarle mai dal fodero. […] Avvenne allora che Re Mildur, Fulvio e gli altri elfi più anziani del villaggio interrogassero Wolf il Freddo Sangue. Edheldur insistette affinché anch'egli potesse partecipare. Tutti gli elfi più importanti del villaggio erano riuniti nelle prigioni attorno al nano. Il fellone rispose ad ogni domanda con parole che riportare in questo manoscritto mi recherebbe gran vergogna. Esisteva da secoli aspra faida fra Elfi e Nani, la cui origine si perde nei granelli del tempo. Wolf non si piegava al volere degli Elfi Silvani e rivolse parole di sfida ad Edheldur. – Perché non lasciate che ad interrogarmi sia colui che mi catturò? – disse al Re e agli altri elfi – in verità grande è il valore di quest'elfo e solo a lui risponderò –. Fu deciso di fare un tentativo. Edheldur aveva gran forza e verso i nemici non mostrava né pietà né gentilezza, ma sopratutto agiva di impulso. Più volte la sua collera gli faceva dimenticare spesso il buon senso. Afferrò il nano con una mano. Lo sollevò una spanna dal pavimento e gli intimò di parlare. Fece tutto questo mentre lo minacciava, puntandogli contro una delle sue lame. Grande fu lo stupore dei presenti nel vedere le nobili lame di Anfindur – quelle lame che erano abituati a vedere splendenti – macchiate di nero. Allora tutti pensarono e dissero che il cuore di Edheldur era oscuro. Il giovane Arhathel provò vergogna e timore. Approfittò della confusione per trasformarsi in gatto e scappare via. Correva per le strade del villaggio e i suoi compagni capirono che qualcosa era successo. Lo seguirono e si ritrovarono alla Caverna del Crepuscolo. Aveva poco tempo per pensare ma sapeva cosa doveva essere fatto. Disse ai compagni che era il momento di lasciare il villaggio degli Elfi Silvani. Ariel sorrise al pensiero poiché vide in Edheldur grande risolutezza, Sariel e Tick rimasero sbigottiti, Maric credette stesse solo scherzando. Elùvien rifiutò di lasciare il villaggio e abbandonò per sempre la Compagnia. Erano rimasti solo in cinque. Mentre i compagni raccolsero in breve tempo le poche cose che avevano, Edheldur si recò dalla sorella. Lorelin era a letto a piangere poiché aveva saputo ciò che era successo. Al giovane Arhathel si spezzò il cuore nel vedere la sorella amata versare lacrime. Tesoro mio – disse Lorelin con un filo di voce – quale gran segreti serbi a chi ti sta accanto?. - Sorella mia adorata – ammise Edheldur – in verità ci siamo recati dagli elfi oscuri. Ho preso parte ad un rito e io stesso posseggo le abilità di un elfo oscuro. In verità, io sono quel gatto che ti recò gran diletto. Gli altri mi prenderanno. Gli altri non accetteranno mai la mia condizione. Gli altri mi faranno del male, gli altri ci separeranno. Sto lasciando il villaggio, Lorelin. Scappa insieme a me, sorella mia. Non lasciarmi solo. Lorelin non ebbe più le forze nemmeno per piangere e si mise ad urlare tale era il dolore che le parole del fratello le procurarono. Gli diede uno schiaffo e lo spinse via. La folla degli Elfi si stava diffondendo per il villaggio. Sapeva che lo stavano cercando. Sapeva che non aveva molto tempo. Sapeva anche che avrebbe dovuto lasciare il villaggio e che Lorelin non l'avrebbe seguito. Le lacrime gli sbavarono il trucco nero mentre tornava alla Caverna del Crepuscolo. I suoi compagni erano lì e capirono la gravità della situazione. Edheldur li guardò uno per uno, si chiese quanto giusto fosse stato ciò che avevano fatto. Si chiese quanto giusto fosse stato trascinare i suoi compagni in tutto questo. Edhel decise di fare il bene della Compagnia, e lasciò il villaggio. Una fila di frecce si piantarono ai loro piedi. Non erano solo fuggiti via, erano stati anche esiliati. Cacciati via da un villaggio in cui avevano scelto di non vivere. Quando furono soli Ariel, Sariel, Tick e Maric si inginocchiarono di fronte ad Edheldur e lo nominarono proprio comandante. Decisero di non rivelare a nessuno i propri nomi. Ariel divenne nota come la Sentinella poiché la sua vista era la più lunga di tutti. Maric divenne l'Ambasciatore poiché conosceva l'arte della favella. Sariel divenne lo Stratega poiché la sua mente era molto fine. Tick si fece chiamare il difensore poiché grande era la sua forza e la fedeltà ai suoi amici. Fu da quel giorno che Edheldur si fece chiamare il Cavaliere Nero. Erano solo in cinque. Non avevano nulla se non le armi e le armature che portavano addosso. Soli in un mondo dilaniato dalla guerra fra Uomini ed Elfi. Senza più una casa, senza più una famiglia. Avevano perso tutto ma avevano guadagnato la Libertà. Era iniziata l'ascesa del Cavaliere Nero, il Comandante degli Elfi del Crepuscolo.”



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