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lavoro pubblicato giovedì 2 febbraio 2012
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

48 ore dopo la fine (Cap. 1)

di Wakko. Letto 721 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Sean Farmer spalancò gli occhi sotto al cielo azzurro di Manhattan, screziato da qualche stralcio di nuvola. Era disteso sull'asfalto caldo e scuro, col sole che picchiava su di lui e sulle macerie dei palazzi che lo circondavano. Quelle enormi ...

Sean Farmer spalancò gli occhi sotto al cielo azzurro di Manhattan, screziato da qualche stralcio di nuvola. Era disteso sull'asfalto caldo e scuro, col sole che picchiava su di lui e sulle macerie dei palazzi che lo circondavano. Quelle enormi strutture che una volta avevano dominato la città dall'alto erano state ridotte a rovine alte al massimo tre piani.
Sean sollevò il collo. Il corpo era cosparso di piccoli detriti ma sembrava non aver ricevuto troppi danni. La camicia bianca che usava per andare a lavoro ora aveva un colore grigio sporco e i jeans si erano strappati all'altezza del ginocchio destro.
Provò ad alzarsi ma una fitta alle costole non gli rese il compito facile. Con una smorfia di dolore si mise seduto, poi piegò le gambe e si alzò in piedi.
I suoi occhi azzurri vagavano su quello spettacolo desolante mentre un leggero vento caldo, umido e malsano gli smuoveva appena i lunghi capelli biondi.
Si trovava al centro di una via principale della città con le macerie che occupavano quasi tutta la strada. Auto, carretti dei venditori di hot dog, moto ed autbus giacevano semidistrutti qua e là mentre tutt'attorno regnava un silenzio di tomba.
Man mano che l'intorpidimento del sonno andava scemando, si andava acuendo un dolore sordo sulla parte destra della fronte. Tastando con la mano capì che doveva aver preso una gran botta in testa.
Tentò di ricordare cosa fosse successo prima di svenire, ma trovò solo un gran vuoto nella sua memoria ed un senso di smarrimento mai provato prima.
Era sconvolto e sperduto, come un bambino abbandonato in un bosco. Portò le mani alla bocca e cominciò a gridare.
-Ehi! Ehi! C'è nessuno?!-
La sua voce era un gracchiare rauco, come un cane che ha abbaiato tutta la notte alle ombre. Le grida si persero nel vento e nessuno rispose. Rimase solo quel mulinare di polvere e niente più.
Continuò a gridare ma non ottenne altro che silenzio.
Ansimante si passò le mani sulla faccia e tentò di calmarsi. Diede un'occhiata intorno, forse riusciva a capire dove si trovava. In un angolo sulla destra giaceva l'insegna del Meky's spezzata in due, sul marciapiede opposto a quello dove una volta si trovava il pub. Era un habituè del locale nonostante gli risultasse un po' fuorimano e nei giorni lavorativi, quando aveva un po' di tempo ci andava a bere una birra ed a discutere col barista sull'ultima partita dei New York Mets.
Il palazzo residenziale dove abitava si trovava una decina di chilometri più a nord, sulla Lexington Avenue. Prese a camminare in quella direzione, spinto più dall'istinto che dalla ragione. Non sapeva cosa si sarebbe trovato davanti una volta arrivato, ma almeno sarebbe tornato a quella che chiamava casa.

Dopo un interminabile lasso di tempo Sean riuscì ad arrivare nel quartiere dove abitava. Il sole nel frattempo aveva varcato l'orizzonte lasciando dietro di sé solo una striscia di luce che dal rosa sfumava sul blu scuro della notte incombente. Durante il tragitto non aveva incontrato anima viva, nessun rumore, nessuna voce, nessuna ombra, niente. C'erano soltato lui e quel vento caldo che permaneva senza mai interrompersi. La lunga camminata, che a Sean sembrò più una scalata per via delle macerie aveva incontrato a sbarrargli la strada, gli aveva rimesso in moto il cervello ed i pensieri erano andati subito a Jill, la sua ragazza, che abitava con lui nell'appartamento sulla Lexington Avenue. Sentiva che non avrebbe sopportato di vederla soffrire, o peggio, morire. Convivevano ormai da due anni e di lì a poco si sarebbe deciso a farle la fatidica proposta.
I genitori di Sean non erano di New York ma di New Orleans e lui in cuor suo sperava che almeno là stesse andando tutto come sempre: suo padre che si faceva gli ultimi anni di lavoro prima della pensione a bordo del suo battello da pesca e sua madre che arrotondava il mensile spolverando i mobili e pulendo i pavimenti di qualche vecchietta.
Sì, si ripeteva, è tutto ancora normale. Ma era inutile, le braccia forti e razionali della sua mente gli afferravano le caviglie a mezz'aria per riportarlo coi piedi per terra. Effettivamente Sean non aveva ancora visto nessun mezzo di soccorso attraversare la strada, nessun elicottero in cerca di sopravvissuti... Eppure l'intera città di New York era stata spazzata via in un secondo. Non riusciva a darsi una spiegazione e decise che forse era inutile arrovellarsi il cervello e che doveva darsi da fare per cercare qualche forma di vita nei paraggi o se non quello almeno delle provviste per mantenersi in forze.
Quando Sean raggiunse il palazzo dove abitava lo trovò esattamente come se lo aspettava: un cumulo di cemento e mattoni distrutti e sparsi in ogni dove. Guardando bene riconobbe qualche finestra rotta appartenuta a Prince, il ragazzo gay del piano di sotto. E ancora divani, armadi, frigoriferi, elettrodomestici, tutto sfasciato e sparso ovunque.
Sean cadde in ginocchio, un po' per la stanchezza dovuta al viaggio, un po' per quella visione desolante che si era trovato davanti. Certo, non si aspettava che la sua casa fosse ancora integra, con Jill al suo interno che l'aspettava tranquilla e sorridente, ma l'effetto fu comunque più forte di quanto potesse immaginare.
In quella posizione, coi capelli biondi e ricci che ricadevano in avanti, sulla fronte sporca di sangue rappreso, Sean si premette le mani sugli occhi sospirando, quasi volesse scacciare quel'orrido quadro dalla memoria come fosse un brutto sogno. Scosse la testa e riaprì gli occhi. Casa sua se ne stava ancora là, completamente distrutta. Lo sguardo vagò su tutto quel cumulo di cemento e ciarpame fino a posarsi su un libro ad un passo da lui. Allungò un braccio e lo raccolse.
Era It di Stephen King. Glielo aveva regalato Jill a natale, quando si era appassionato alla letteratura horror. Non aveva ancora finito di leggerlo.
Nel silenzio più totale, mentre se ne stava fermo a leggere e rileggere la dedica che la sua ragazza gli aveva scritto sulla prima pagina del libro, qualcosa sembrò muoversi. Sean non se ne accorse neanche, ma qualcosa si stava avvicinando a lui. Un respiro veloce e irregolare, seguito da un leggero rantolo accompagnava l'avanzata della creatura. Si muoveva lenta, claudicante, su quelle quattro gambe informi e canine. Uscendo alla luce l'essere si rivelò in effetti essere un cane troppo cresciuto. La sua altezza al garrese infatti arrivava fino al fianco di Sean, che ancora stava lì, imbambolato, piegato su quel libro a leggere e rileggere quelle parole scritte in blu.



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