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lavoro pubblicato giovedì 2 febbraio 2012
ultima lettura mercoledì 10 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Leggenda del Cavaliere Nero ( Capitolo II )

di peppers. Letto 720 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Se c'è una cosa su cui tutti i racconti che ho sentito concordano è l'aspetto del Cavaliere Nero, descritto sempre con lunghi capelli corvini e occhi color del ghiaccio. Del padre aveva i capelli e della madre i tratti delicati d.....

Se c'è una cosa su cui tutti i racconti che ho sentito concordano è l'aspetto del Cavaliere Nero, descritto sempre con lunghi capelli corvini e occhi color del ghiaccio. Del padre aveva i capelli e della madre i tratti delicati del suo volto. La sua bellezza era pari solo a quella della sorella. Anche Lorelin aveva capelli neri come quelli del fratello e la sua pelle era chiara quanto la luna. [...] Ricordo distintamente quei tempi lontani, in cui Edhel era solo un bambino. Lo si vedeva spesso appollaiato sui rami degli alberi con uno sguardo accigliato. Parlava molto poco e sorrideva ancor di meno. La gente lo guardava e gli parlava di suo padre, nella speranza che la sua vita gli fosse d'esempio. In molti nutrivano la speranza che Edheldur imbracciasse la nobile via del padre diventando il nuove eroe e campione del villaggio. Ovunque si guardasse attorno a sé vedeva elfi che non facevano altro che parlare della grandezza di Anfindur suo padre. Non è facile essere il figlio di uno fra i più grandi eroi dei propri tempi. Molti dicevano che era un ragazzo vivace. Menzogne. Edheldur non era vivace. Vivace era una parola per dire che era ribelle e irrequieto. Vivace era una parola che gli elfi usavano nella speranza che Edhel crescesse e divenisse il degno figlio di Anfindur. Edheldur era ribelle. Più la gente gli parlava della nobiltà di suo padre, più in lui cresceva la ripugnanza per ciò che fu Anfindur. Dure e frequenti erano le liti con Fulvio, che non riusciva a tenere a bada il fuoco del piccolo Arhathel. Il suo occhio – che conosceva la verità su ciò che era stato fatto ad Edheldur – capì che il bimbo che aveva giurato di crescere era tutt'altro che il padre. […] Nonostante l'infanzia del Cavaliere Nero fu piena di episodi degni di nota, due fra questi contribuirono a far capire a tutti quale era l'indole del piccolo Arhathel. Al villaggio viveva un tale di nome Finarwyndir, detto il falegname. Un giorno Edheldur decise di mettersi al lavoro nella sua bottega per un po' di tempo in cambio di una piccola cetra. Lo vidi entrare ed uscire da quella bottega per un mese e un giorno. Al termine del periodo stabilito il falegname – la cui arte e il carattere burbero erano noti a tutti gli elfi del villaggio – diede in dono al figlio di Anfindur una splendida cetra nera dal suono sublime. Non un solo grazie uscì dalle labbra del piccolo Arhathel, ma prendendo la cetra se ne andò senza dire una parola. Fulvio fu sorpreso dall'inclinazione del piccolo per la musica. Edheldur parlava poco, ma le note della sua cetra toccavano l'anima di chiunque lo ascoltasse. [...] Qualche giorno dopo la bottega di Mastro Finarwyndir ebbe uno spiacevole incidente e richiese un'intera notte di lavoro per essere rimessa in sesto. Il falegname accusò il piccolo Edheldur dell'incidente. Non fu mai chiaro se Edheldur avesse colpe o meno in ciò che accadde. Le male lingue – presenti in ogni villaggio, anche elfico – furono ispirate dall'episodio come un poeta da una musa. Cominciarono a circolare voci sul terribile carattere di Edheldur Arhathel. Come tutte le voci prive di fondamento, il vento portò via tali dicerie come foglie dagli alberi in autunno. […] Si dice che Edheldur non avesse amici fra gli altri bambini e che non rivolgesse mai parole di stima a coloro che erano più anziani di lui. L'unica persona a cui sembrava dimostrare affetto era Lorelin. Non passava notte che Edheldur non dormisse abbracciando la sorellina, avvolta fra le coperte come un fagotto. Se il figlio di Anfindur aveva un carattere cupo, Lorelin era di ben diversa inclinazione. Aveva solo un anno e ancora non aveva l'uso della parola. Eppure i suoi sorrisi commuovevano la gente del villaggio e i suoi occhi erano azzurri come quelli della sorella di Anfindur. [...] Avvenne un giorno che Edheldur bussò alla porta di una giovane elfa il cui nome era Elùvien. La sua bellezza era grande, come in tutte le figlie degli elfi. I capelli erano verdi come le foglie in primavera e il suo sguardo limpido e chiaro. Edheldur le rivolse parole d'amore e le chiese di essere la propria ragazza. Elùvien gli rispose con un sorriso poiché lui era solo un bambino di due anni. Quel giorno l'elfa dai capelli verdi raccontò di come lui l'avesse guardata con uno sguardo acceso e saltato in un balzo sulle sue gambe le avesse dato un bacio sulle labbra con tutta la passione di un ragazzo. Passò un giorno e una notte durante il quale Edheldur credette che Elùvien fosse la propria donna. Un pomeriggio accadde che il piccolo Arhathel vide Elùvien intrattenersi in compagnia di un altro ragazzo. Quella fu la prima volta che il mondo vide la sua indole, a cui non riesco ancora a trovare un adeguato aggettivo. I suoi occhi di ghiaccio divamparono del fuoco che solo nello spirito di un Arhathel poteva ardere, stette acquattato dietro una siepe. Non appena ella tornò a casa il piccolo la seguì e con un balzo fu sul tavolo. Le parole d'amore mutarono in sentimenti neri come la notte. Elùvien guardò sbigottita il piccolo figlio di Anfindur parlarle con rabbia. Afferrata una bottiglia di vino dal tavolo ne bevve solo due sorsi prima di cadere in preda all'alcool. Aveva solo due anni e già odiava il suo villaggio. Io stesso gli sentii dire che avrebbe creato una propria compagnia di mercenari e sarebbe tornato per distruggere lei e tutto il villaggio. Non nego che sentir parlare così un bambino mi fece gelare il sangue. Sopratutto se quel bambino era il figlio di Anfindur, il campione degli Elfi Silvani. [...] Il giorno non era nemmeno giunto al termine che una folla di curiosi si radunò dinnanzi alla porta di Elùvien, poiché da essa si levava del fumo. Fu detto che Edheldur aveva appiccato fuoco al legno. Fu detto che Edheldur rimase lì a guardare le fiamme con la sua solita espressione imbronciata. Fu detto che Anfindur aveva visto bene negli occhi del figlio quando scelse di chiamarlo Edheldur. Fu detto che quel bambino aveva qualcosa di oscuro. Mi chiedo quanti di coloro che espressero queste parole avessero realmente visto il piccolo Arhathel fare tutto ciò di cui era accusato. Di nuovo il vento portò via le cattive voci sul bambino, ma stavolta qualche foglia rimase attaccata all'albero. Fulvio prese seri provvedimenti. Molti furono gli schiaffi dati al piccolo, ma nessuna lacrima rigò il suo volto. Fu chiuso in una stanza a meditare sulla nobiltà delle proprie azioni finché non si fosse pentito di ciò che aveva fatto. Ma ad ogni provvedimento di Fulvio il piccolo Edheldur reagiva sempre più con rabbia. [...] Fu così che gli fu proibito di uscire di casa. Passarono degli anni prima che il piccolo bambino poté rivedere la luce del sole. Furono gli anni in cui la gente dormì sogni tranquilli. Furono gli anni in cui in molti si posero una domanda : Come era possibile che un bambino di soli due anni fosse riuscito ad appiccare fuoco ad una casa, ubriacandosi e minacciando di morte l'intero villaggio? Ma sopratutto come era possibile che quel bambino fosse proprio Edheldur, il figlio del Nobile Anfindur Arhathel? Nonostante ciò c'era ancora chi pregava gli Dei che Edheldur divenisse il nuovo eroe degli elfi silvani"



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