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lavoro pubblicato venerdì 20 gennaio 2012
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

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IX Legio -capitolo ventisettesimo-

di dany94. Letto 853 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Capitolo ventisettesimo: Sangue, non importa il colore.Al momento dell'impatto, il capitano Ethan si trovava alla poltrona di comando. L'ultimo ricord...

Capitolo ventisettesimo: Sangue, non importa il colore.

Al momento dell'impatto, il capitano Ethan si trovava alla poltrona di comando. L'ultimo ricordo che Halia aveva del suo capitano era lui che cercava, con la disperazione sul volto, di pilotare quel mostro da migliaia di tonnellate verso un buon sito d'atterraggio.

Aveva fatto sforzi titanici per condurlo lontano dalla furia della battaglia che imperversava nella bassa atmosfera, i danni troppo gravi non li avevano concesso di rimanere nello spazio.
Il pozzo gravitazionale di Arrini era stato spietato.
Il repentino cambio di pressione aveva stordito lei e tutto l'equipaggio a bordo. Era incespicata in avanti quando la gravità di Arrini, di poco più forte di quella standard, l'aveva sbilanciata. Battendo la testa contro la console dei comandi, per lo più guasta, aveva visto il mondo avanti ai suoi occhi esplodere in una tempesta di sfolgoranti puntini neri.
Era caduta in un abisso d'incoscienza degno del divino intervento di Bacco e dei suoi vini.
Rinvenne quando sentì il suo sangue, ancora caldo, scendere a bagnarli la fronte. Il caldo ed umido tocco del suo sangue la fece tornare in sé.

Aprì gli occhi con un sussulto, quasi lanciando un mezzo grido di paura. Si premurò di vedere se era ancora in grado di muovere il suo corpo, assalito da fitte acute in ogni suo centimetro.
Erano le conseguenze della rapida accelerazione e decelerazione in atmosfera, una massa d'aria compatta e dura quanto un muro di mattone le era volata addosso.
Si slacciò la cintura di sicurezza e mosse un piede in avanti, stramazzando a terra subito travolta da un attacco di vertigini. Soffocando la nausea e il dolore dietro una determinazione insegnatali all'accademia di volo, la giovane tenente di vascello strisciò, aggrappandosi ai mobili infissi nel pavimento, fino a quando non fu sicura di potersi alzare in piedi nuovamente. Il muso del velivolo era lievemente sbandato a sinistra, e per questo fece fatica a mantenersi decentemente in piedi.
Passò una mano sul volto di Ethan, chiudendogli gli occhi. Il suo collo era piegato in un angolo innaturalmente orrendo, il corpo aveva già smesso di vivere. Portando il suo equipaggio a destinazione, il capitano di vascello Ethan Merris aveva compiuto il suo ultimo volo.
Halia tolse dalle sue dita l'unità vox e con un rumore di statica simile ad un gracidio, lo attivò.

«Qui parla il tenente di vascello Halia Tanari: a tutto il personale di bordo ancora vivo, uscire dalla nave! Punto di incontro a venti metri dalla prua!».
Uno shuttle schiantato al suolo non sarebbe passato inosservato alle forze Xeno sparpagliate nei cieli. Aveva visto quegli sciacalli gettarsi in attacchi suicidi contro i velivoli danneggiati solo per infliggere ai confederati altri danni. Non potevano restare dentro.
Controllò il proprio equipaggiamento con una smorfia di dolore dovuta al muovere il braccio destro, che probabilmente si era lussata nella caduta, la stessa nella quale aveva battuto la testa, rischiando un grave trauma cranico.

Pregò Esculapio che ci fosse un medio tra i superstiti, poi sganciò l'anello di sicurezza della fondina ed estrasse la pistola d'ordinanza.
12 colpi più quello in canna, un caricatore supplementare e nient'altro. Di certo non era attrezzata per muoversi all'attacco di una roccaforte. Avrebbe dato ordine ai fanti di marina di recuperare armi ed attrezzature dalle armerie di bordo.

Delta-Squad procedeva in ordine sparso e nel più completo silenzio radio. I dieci Orbital Paratroopers/Shock Assault si muovevano tra quella zona di macchia Arrinese come un piccolo esercito di spettri, cercando di fare il minimo rumore possibile nonostante le corazze e gli equipaggiamenti.
L'improvviso cambio di ordini aveva confuso alcuni di loro in un primo momento: erano scesi sul pianeta per distruggere un re-lay e venivano spediti a fare da squadra di soccorso? Quando però si erano resi conto che non solo era un ordine, ma quello che stavano andando ad aiutare era uno shuttle pieno di compagni, nessuno aveva più fiatato.
I loro compagni avevano bisogno di una mano, e inoltre i server della nave arenatasi a terra dovevano essere ripuliti perché non cadessero in mani nemiche.

Sulla TACMAP di ogni OPSA era riportata la loro posizione su di una mappa costantemente aggiornata dai satelliti in orbita, la posizione del loro obbiettivo e una serie di dettagli sul suolo che stavano attraversando. Bastava un battito di palpebre per attivare una visuale tridimensionale ed ingrandita della mappa per studiarla meglio. Tactital-Map, TACMAP.
Avanzando tra un gruppo di ulivi in ordine sparso ed allargato, con tre OPSA a guardare le ali, due la retroguardia e due in avanscoperta, Delta-squad si avvicinava all'area dell'impatto. Nel cielo continuavano a brillare lontane esplosioni e ogni tanto si vedevano scie infuocate tingere di mille sfumature cremisi le nuvole.
Basilius e Christopher si affiancarono al sergente Jonas quando questi gli chiamò attraverso il TEAMCOM.
«Rilevo del movimento davanti a noi, sulla strada per lo shuttle. Andate in avanscoperta tagliando per questi campi e comunicatevi via TEAMCAM tutto.».
I due OPSA scattarono verso i campi di grano oltre gli ulivi, scendendo il fosso e procedendo chini e con le armi pronte a fare fuoco.
«Caruso, Nait: avanzate di sessanta metri rispetto a noi.».
Mark e Jenny si scambiarono uno sguardo di tacita intesa e poi si mossero lungo la strada sterrata, lasciando gli altri sei OPSA della squadra Delta indietro.

«Credi che siano xeno?», chiese Jenny su di un canale TEAMCOM isolato a lei e al suo amico mentre avanzavano lentamente tra gli ulivi.
«Siamo su di un pianeta invaso dagli xeno...mi stupirei se fossero gelatai.»
«Che ci fanno dei gelatai tra ulivi e grano?»
«Un gelato campagnolo.»
Jenny guardò l'amico, che di rimando le rivolse uno sguardo divertito, invisibile dietro al visore del casco, e poi le disse: «Cosa c'è? Era una battuta.».
«No...è che non ti sentivo da scherzare da quando ci hanno mandato qui...».
«E dai ora basta perdere tempo...siamo qui per combattere una guerra.».
Io spero che finisca presto questa maledetta guerra. Jenny fece quel pensiero mentre guardava il proprio amico avanzare di qualche metro rispetto a lei, troppi morti, troppo dolore...sono stanca.

La razza solariana sarebbe riuscita a sopravvivere a quelle invasioni barbariche? I suoi confini erano sottoposti ad una pressione enorme, un numero non indifferente di pianeti giaceva in fiamme o era invaso, le sue armate subivano perdite mostruose ma tenevano duro. Jenny aveva visto sui telegiornali le immagini dei mondi in fiamme, le colonne di profughi senza speranza che venivano fatti imbarcare sulle navi e le armate muoversi per salvare il salvabile.
Ma sarebbe bastato? La sua gente avrebbe superato la tempesta? O sarebbe annegata in una marea di xeno e ribelli pronti a banchettare sulle rovine della più grande civiltà che la razza umana avesse edificato dai tempi di Azuras?

I due OPSA superarono con un breve scatto un tratto della strada, avventurandosi in un bosco di alti alberi da frutto dalle fronde viola e rosse. I frutti che pendevano, gli stevan, avevano il colore di queste fronde e il loro sapore era detto molto dolce. Gli alberi coprivano il suolo con la loro ombra, i rami si allungavano in una corazza ad ombrello solida come marmo e che riparava dalla vista.
Gli stivali corazzati schiacciavano passo dopo passo un soffice tappeto di fili d'erba dorata. Ad un tratto i due paracadutisti si schiacciarono a terra e avanzarono strisciando sui gomiti e sulle ginocchia. La mimetizzazione delle loro corazze lavorava bene con quell'ambiente. Mark staccò dalla cintura un apparecchio simile ad una scheda dati in miniatura e sbloccò le sue tre gambe, che appoggiò sull'erba.
La piccola macchina era un rilevatore di movimento, e i suoi dati, inviati sullo HUD del soldato, non promettevano bene.
Sul visore di Jenny si accese una finestra di stato rossa che venne retroilluminata due volte, simbolo di attesa e di allerta.
Il rilevatore di movimento captò le tracce energetiche lasciate da una squadre di Kraal. Le loro zampe robuste, coperte da una leggera armatura di piastre sbalzate, comparvero oltre il piccolo dosso di terra dietro al quale si erano riparati i due OPSA.
Sentivo puzza di xeno...Ringhiò dentro di sé Mark, stringendo le dita sul suo DMC SM-101 “Hotshot”, una pratica arma individuale d'assalto a laser ultra-riscaldati per colpi ad alta penetrazione. Non era un arma dal rateo velocissimo ma suppliva a questa mancanza con colpi più caricati e devastanti contro bersagli umani o umanoidi.
Si avvicinò strisciando al sentiero che la pattuglia di Kraal stava pattugliando. Erano sei, si guardavano attorno con circospezione, annusando l'aria e imbracciando armi a raggi dal design alieno e inconsueto per Mark, che fece un cenno a Jenny.
Io vado prima, le disse, tu mi segui.
Jenny rispose con un segno affermativo, preparandosi allo scatto.

Mark balzò fuori dal suo riparo arrivando alle spalle della pattuglia xeno, che si voltò immediatamente. Il paracadutista aveva staccato dalla sua cintura una granata a frammentazione che scaraventò a terra, alzando nel medesimo istante la barriera e offrendo la spalla all'esplosione, laddove la corazza sapeva essere molto robusta.
La bomba esplose squarciando due degli alieni, i quattro vivi arretrarono, sparando attraverso la cortina di fumo che sapeva di carne bruciata. Siccome la barriera era ancora attiva, i loro colpi vi impattarono contro senza effetto, tra grida ed imprecazioni nella loro lingua di latrati e guaiti.
«ADESSO!», esclamò l'OPSA nel TEAMCOM dando il via libera alla compagna che con uno scatto tagliò la strada ai sei alieni, sparando a più non posso con il fucile d'assalto a proiettili solidi Gazelle Automatic Rifle.
Le pallottole FMJ fecero a pezzi i corpi dei quattro kraal, lasciandoli a terra tra pozze di carne maciullata e sangue color melanzana.

«Hoo-rah!», esclamò Mark scambiandosi un cinque con Jenny, «sei cagnacci in meno!».
«Ahahah! Sì...credo che questi bastardelli xeno non invaderanno più nulla!», ricambiò Jenny prendendo a calci la testa di una di quelle bestie, prima di tornare in guardia e alzare il fucile: «Movimento! Duecento metri in rapido avvicinamento!».
Mark imbracciò il suo Hotshot e polarizzò il visore.
«Direzione?»
«Davanti a noi, sta' pronto!».
Sbucarono ringhiando e sbavando da dietro gli alberi: cani a due teste con le zanne snudate e tinte di rosso. Erano grandi quasi come cavalli e i loro occhi erano innesti cibernetici per permettergli di seguire le prede anche al buio.
«Frak frak frak!», imprecò Jenny incominciando a svuotare il caricatore del Gazelle su una di quelle bestie. I proiettili scavarono orrendi crateri nel suo corpo, spezzando ossa e distruggendo muscoli, legamenti ed organi. Il cane si accasciò a terra mugolando in preda a spasmi di dolore, mentre veniva superato dai compagni.
Mark piantò saldamente il piede destro sul suolo, sentendolo tremare sotto il colpo dello stivale corazzato. Il suo occhio, dietro il visore, si pose allo stesso livello del mirino e il dito sul grilletto si mosse fulmineo. Dal fucile laser balenò una luce cerulea che terminò la sua istantanea corsa contro uno dei due crani.
Sangue, ossa e cervella schizzarono in ogni direzione quando la scarica di energia colpì l'alieno. L'altra testa lanciò un grido di dolore che avrebbe fatto accapponare la pelle ad una persona normale, ma quello che aveva davanti era un paracadutista orbitale.
Forgiati in battaglia e con nel cuore la fedeltà verso la Confederazione, questi affrontavano qualunque nemico. Un secondo bagliore terminò la vita della bestia aliena.

I cani ancora vivi fecero presto retromarcia, andando a nascondersi tra gli alberi. Sei kraal e due bestie giacevano morti ai piedi dei due OPSA. Jenny tolse il caricatore ormai vuoto e lo gettò nel fosso, ricaricando meccanicamente la sua arma. Mark abbassò il fucile laser, guardando di sfuggita il filo di fumo che si alzava dalla canna.
«Credi che torneranno?», chiese alla compagna. Jenny camminò con passi piccoli e lenti verso uno dei cani e lo toccò con la canna del fucile d'assalto. Sollevò un angolo della bocca, coperta di bava rossa, e ritrasse l'arma schifata.
«Non ho mai visto niente del genere...», mormorò.
«Se ti è di consolazione...nemmeno io», disse Mark prima di piantare un colpo di laser nella testa della bestia che stava ansimando, quella ferita a morte da Jenny, «però so che se li facciamo saltare la testa questi crepano. Mi basta.».
Almeno sappiamo come ucciderli. Pensò tra sé e sé il paracadutista, sferrando un calcio al mostro che giaceva a terra. Lo stivale fracassò diverse costole senza che la bestia alzasse un gemito.
«Andiamo allo shuttle...i nostri hanno bisogno di noi.».

Onde d'aria a cerchi concentrici si allontanarono dal velivolo che con un ronzio si sollevò dal folto del bosco, divenendo visibile. Era una navetta d'assalto kraal, sinuosa e allungata come una serpe. Una serie di barre orizzontali poste sulle ali s'illuminarono di colpo, assumendo un colore rosso come il sangue.
Un tracciante laser si attivò sul corpo di entrambi i paracadutisti.
«Corri!», esclamò Mark.



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