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lavoro pubblicato lunedì 16 gennaio 2012
ultima lettura mercoledì 20 marzo 2019

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Il bivio di Castelmonte - terza parte

di mifi77. Letto 684 volte. Dallo scaffale Sogni

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Il bivio di Castelmonte - terza parte

Seduto sulla terrazza prospiciente il mare, con la sua tazza di caffè in mano, Raffaele si sentiva emozionato e contento. Non capiva perché aveva avuto quei due incubi: la gioia per l’imminente inizio del suo lavoro e la trepidazione per la nuova vita che lo attendeva non li giustificavano.

Intanto si pizzicava le braccia per avere la certezza di essere sveglio. Inoltre rifletteva sugli elementi comuni dei due sogni: il bar dopo lo svincolo, il bivio, il corso assegnato dal dirigente, la succursale, gli amori sbagliati, il pianoro sul mare…

Queste coincidenze si spiegavano per il fatto che i due sogni appartenevano alla stessa notte. Forse la succulenta cena era stata un po’ pesante; e quella torta preparata dalla sorella…

Bene, non era successo niente: aveva ancora ventisei anni e la testa sulle spalle; Debora e le altre non erano mai esistite; però Raffaele desiderava trarre insegnamento da quei due brutti sogni: aveva capito che prima di fare una scelta occorre riflettere a lungo, perché scegliere equivale a prendere una strada che non si sa dove può portare. E soprattutto bisogna scegliere bene il proprio comportamento. Forse la vita è piena di bivi, e il dramma è di non poter tornare indietro…

Inoltre aveva capito che al mattino bisogna alzarsi presto, e per essere sicuri di ciò, la sera bisogna coricarsi presto; non l’avrebbe dimenticato: se si fosse alzato presto, in quei sogni, avrebbe avuto assegnato un corso alla centrale, e forse tutto sarebbe cambiato. Se non fosse andato in discoteca, se non avesse dato retta a Franco… Ognuno di noi sceglie la sua strada in modo razionale: non dobbiamo poi deviare dai nostri intenti.

Aveva anche capito che dieci donne qualsiasi non valgono una buona, e questa puoi anche incontrarla in discoteca, ma devi essere molto accorto.

Raffaele rise di sé: stava cominciando a ragionare come i suoi genitori… A proposito! Suo padre era ancora vivo e in buona salute! Lo avrebbe abbracciato forte, prima di partire. Alla sorella invece avrebbe chiesto del suo ragazzo: era curioso di sapere se ne aveva già uno, perché… perché temeva che quei sogni fossero premonitori.

Doveva essere molto, molto prudente…

* * *

Raffaele partì presto, quel giorno: verso le dodici. Mangiò soltanto un panino, e lasciò i suoi tre familiari a festeggiare con l’ottimo pranzo. Il padre gli disse:

- Fai bene a partire presto: quando ti sarai sistemato in albergo, telefona.

Forse per l’ora, forse per il percorso scelto, le strade erano abbastanza libere, e Raffaele guidava tranquillamente: capì che quello era il momento giusto per riesaminare e valutare la sua vita, prima del nuovo capitolo.

A ventisei anni si sentiva ancora un ragazzo, responsabile soltanto dell’ultimo decennio, trascorso principalmente a studiare. Ricordava gli anni spensierati del Liceo, gli studi interessanti, i primi timidi appuntamenti con le compagne, poi l’esperienza esaltante dell’università, poi la prima breve passione con una collega del secondo anno.

Che cosa era stato quell’amore? Come aveva detto Debora nel sogno, era semplicemente successo: infatuazione, curiosità, desiderio… Un rapporto tra due coetanei: per lei un capriccio, per lui una novità. Tutto era terminato rapidamente senza lasciare segni.

Poco tempo dopo Raffaele aveva iniziato un rapporto più maturo e consapevole per lui, passionale e sentimentale, ma alla fine era stato lasciato.

Raffaele si rendeva conto di non aver mai lasciato nessuna donna, di sua volontà, un po’ come nel sogno, il secondo: forse, se una di quelle ragazze lo avesse amato davvero, le cose sarebbero andate diversamente.

Con la terza ragazza, bruttina ma sensuale, si era trattato per lui di una necessità: era semplicemente abituato ad avere una donna sua, per il giorno e per la notte. Quando non avevano più trovato niente di nuovo da dirsi o da fare, si erano lasciati.

A quel punto si era ritrovato un po’ indietro con gli studi e aveva deciso di fare a meno delle donne, almeno sino alla laurea; infatti aveva recuperato quasi tutto il tempo perduto e poi aveva partecipato al concorso a cattedre, svolgendo intanto qualche supplenza e altri lavori occasionali.

Per quanto riguarda l’altro sesso, aveva infine deciso di attendere l’incontro con la ragazza giusta; e l’attendeva ancora: non la cercava, l’aspettava.

Raffaele capì che le ragazze del secondo sogno erano una vaga reminiscenza delle tre che aveva avuto, ma era ancora colpito dalla forza delle emozioni provate nel sogno.

Ed era anche consapevole che per un uomo la donna amata rappresenta il sale della vita, il sottofondo musicale della sua esistenza. Il lavoro era forse il modo per realizzarsi, la compagna il complemento indispensabile per essere felice…

Tuttavia quei due sogni lo avevano lasciato un po’ deluso e un po’ nauseato, delle donne. Adesso era risoluto a dedicarsi soltanto alla costruzione del proprio futuro, per un po’ di tempo. E poi…

Poi avrebbe cercato una donna che lo amasse veramente: avrebbe cercato di capire bene i sentimenti di lei , prima che i propri. E avrebbe cercato una donna seria, per bene, di quelle che si donano soltanto nell’amore reciproco.

Egli cercava forse una verginità? Sì, cercava una verginità morale, più che fisica: una donna che avesse rispetto del proprio corpo e anche dell’uomo, presente o futuro, che sarebbe diventato il compagno della sua vita.

Ma egli poteva vantare la medesima verginità morale? Purtroppo no: aveva avuto almeno due donne senza amore; quindi non poteva pretendere niente di particolare, e non l’aveva mai preteso.

Ma adesso… adesso che i suoi incubi gli avevano aperto gli occhi, adesso voleva puntare al massimo, per andarci vicino; o meglio, non ora, ma dopo due o tre anni dedicati al lavoro e al risparmio…

Raffaele superò il raccordo anulare di Roma abbastanza presto; e mentre correva verso quella vita nuova ma in parte programmata, ricordava gli amici, i cugini, i colleghi di università; e poi la sua cameretta, i suoi libri, il giardino di casa, le gite al mare o in montagna, con intensa emozione.

La sua vita era giunta a una svolta: adesso diventava adulto. Forse i due drammatici sogni indicavano la consapevolezza di questa nuova responsabilità; come dire: sta’ attento, adesso la tua vita è nelle tue mani.

Uscì dall’autostrada e dopo un po’ si ritrovò in un punto con tante strade e pochi cartelli, un po’ come nei due sogni. Questa volta però gli sembrava tutto chiaro: un solo cartello dava l’indicazione per S.

Si chiese con curiosità se per caso ci fosse davvero quel bar sulla destra, dove ogni volta si era fermato, nei sogni; così molto presto rallentò l’andatura ed esaminava ogni costruzione: fu certo che quel bar non esisteva. Sorrise e scosse la testa, sollevato.

Camminò spedito per oltre mezz’ora, ma a un tratto giunse ad una biforcazione; accostò sulla destra, accese le luci di emergenza, anche se non c’era traffico, poi scese dall’auto e si avvicinò ai cartelli: a sinistra si passava per Castelmonte, a destra per Val di Castello…

Raffaele rimase attonito e fermo a guardare quei cartelli; poi osservò le due strade: non gli sembrava che somigliassero a quelle viste nei sogni.

Interdetto e confuso tornò all’auto e si sedette. Controllò l’orologio e vide che era ancora presto: la luminosità dei luoghi era scarsa soltanto a causa del cielo stranamente nuvoloso.

Si guardò intorno: c’era molto verde in quella zona. E lì, dall’auto, sì, quel bivio somigliava un po’ a quello dei sogni. Cominciò a darsi pizzicotti per avere la certezza di essere sveglio. L’unica spiegazione possibile era che anni prima egli fosse già passato di lì, magari nel corso di qualche gita scolastica.

Tuttavia non si sentiva di escludere totalmente il contenuto dei sogni dalle sue considerazioni: la strada che attraversava Val di Castello lo aveva condotto alla morte, quella che costeggiava Castelmonte a un matrimonio sbagliato.

Raffaele vagamente intuì che quest’ultima era quella giusta: semplicemente non doveva fermarsi nemmeno un attimo sino a S. e non doveva badare alle donne per molto tempo ancora, finché la sua vita non avesse preso una piega decisamente diversa dai suoi incubi.

Ripartì, mise la freccia a sinistra e continuò deciso, gettando soltanto un’occhiata alle costruzioni che superava: più avanti incontrò davvero una discoteca e dopo Castelmonte un albergo. Entrambe le volte istintivamente accelerò.

In periferia di S. chiese indicazioni per un albergo economico e glielo indicarono.

- … Se poi vuole alloggiare meglio, spendendo qualcosina in più, qualche chilometro più a destra, sulla strada che porta a Val di Castello, c’è l’hotel…

- Andrà bene il primo, grazie.

Raffaele arrivò all’albergo, mise l’auto in uno spiazzo riservato ai clienti, entrò con la valigia e chiese una camera silenziosa. Fu accompagnato in una stanza arredata in modo austero, ma completa di tutto. Si mise in libertà, si lavò le mani e sciacquò il viso, poi si sdraiò sul letto, quindi chiamò casa:

- Sono appena arrivato e mi sono sistemato in un albergo spartano, ma economico; mi hanno indicato una pizzeria qui vicino e tra poco andrò a cenare.

Il padre gli fece i migliori auguri.

Quella sera Raffaele andò a letto presto, perché si sentiva stanco: la notte precedente aveva sognato molto, ma dormito male. Chiese alla reception di svegliarlo alle sette, poi puntò la sveglia del telefonino alle sei e quarantacinque.

* * *

Raffaele si svegliò alle sei e trenta, ben riposato: si alzò, fece una doccia tiepida, poi guardò fuori: era l’alba di un giorno terso e sereno. Giù, sulla strada silenziosa, si vedeva transitare soltanto qualche rara auto, con andatura molto moderata: forse erano contadini che si recavano in campagna. Anche per lui iniziava un nuovo giorno, anzi una nuova vita.

Si vestì con accuratezza, poi consultò la mappa della città: non si trovava molto lontano dalla scuola; alle sette e venti era già fuori. Aveva tenuto la camera per un’altra sera, ma sperava che già in giornata potesse trovare una stanza in famiglia.

Si fermò al primo bar che incontrò e fece colazione con una pasta e un caffè: l’italiano del barista era ineccepibile, forse un po’ antiquato, e l’accento piacevolissimo; pensò che si sarebbe trovato bene, in quella città.

Si recò a scuola a piedi, percorrendo le antiche strade del centro di S. con curiosità: se non avesse chiesto trasferimento, quella sarebbe diventata la sua città a tempo indeterminato. Tranne la sua famiglia, non aveva lasciato niente giù nel Cilento; niente e nessuno.

Suo padre gli aveva detto:

- Se ti trovi bene, sistemati lì: la nostalgia non è una buona consigliera.

La scuola era un vecchio edificio austero, ma ben curato. Si presentò, chiese del dirigente e lo fecero accomodare in anticamera; capì che il capo non era ancora arrivato.

Trascorse i successivi dieci minuti a guardare l’ampio cortile interno dalla finestra: le aiuole, distanziate da larghi viali, avevano forme geometriche, grossi alberi, qualche fiore e siepi ben curate; le panchine erano di ottimo marmo bianco: complessivamente quel cortile ricordava il tipico giardino classico, pur potendo ospitare molte persone.

Il dirigente in persona aprì la porta della sua stanza e lo accolse con gentilezza: era un uomo di circa sessant’anni, molto distinto.

- Bene, professor L., oggi attendevo due docenti di matematica; poiché lei è stato il primo a presentarsi, le assegno il corso D.

- D? Non è alla succursale, vero? – Raffaele non era riuscito a trattenersi.

- No… Lei è già informato sulla organizzazione della scuola?

- No, ho tirato a indovinare.

- Alla succursale ci sono i corsi E ed F. Il corso E sarà assegnato al suo collega.

Raffaele trattenne un sospiro di sollievo.

- Ha già trovato alloggio? – continuò il dirigente – Il personale di segreteria può indicarle qualche stanza in famiglia. In seguito potrà trovare un appartamentino tutto per sé, a meno che non voglia chiedere subito trasferimento.

- No, mi piace molto la Toscana, col suo tipico paesaggio collinare, l’arte, la storia…

- Bene; lei avrà una terza, una quarta e una quinta: ha esperienza di insegnamento?

- Sì, ho svolto numerose supplenze e ho insegnato anche nella formazione professionale.

- Quest’ultima esperienza le servirà per la quinta: sa, si sentono già adulti e lei è così giovane… - guardò l’elegante orologio a pendolo collocato a fianco dell’ imponente scrivania e si alzò per congedarlo:

- Credo che lei abbia lezione in terza alla seconda ora: le faccio i miei migliori auguri di buon lavoro.

E gli strinse la mano cordialmente.

In anticamera un elegante giovane attendeva di essere ricevuto dal dirigente; Raffaele gli fece un cenno di saluto, pensando: “Avrà il corso E”.

* * *

Il professor L. fece conoscenza con i suoi allievi del terzo anno: chiamò l’appello e li fece brevemente presentare; poi parlò dei programmi e distribuì i test d’ingresso.

In quarta gli allievi erano pochi, ma più interessati. Fu intavolata un’ampia discussione, che Raffaele cercò più volte di portare sui binari dei programmi, ma ci riuscì bene soltanto parlando di fisica.

Per il pranzo un collega gli indicò un vicino fast-food, poi Raffaele si recò presso una famiglia per la stanza. Si accordarono subito e fu stabilito che si sarebbe sistemato lì il giorno seguente. Quindi tornò in albergo, si tolse le scarpe e gli abiti, si sdraiò sul letto e telefonò a sua madre, raccontandole un po’ tutto.

- … Insomma, è un’ottima scuola e la città mi piace. Non ti prometto di telefonare ogni giorno, mamma. Abbracciami papà e mia sorella.

Nel tardo pomeriggio uscì a passeggiare, dirigendosi verso il centro. Cercava di imparare i nomi delle vie e memorizzare uffici e negozi, aiutandosi anche con la mappa. Con discrezione guardava le persone: gli sembravano più alte e più pallide di quelle delle sue parti; però avevano ugualmente giovialità e loquacità.

Le ragazze erano tutte brune di capelli, ma di carnagione chiara. “Il mio tipo, in fin dei conti”, pensò distrattamente.

La sua mente era tutta concentrata sulla scuola, sul suo futuro di docente e di cittadino di S. Voleva risparmiare e aiutare la sua famiglia, che si era veramente sacrificata per lui: era ora di mostrare la propria riconoscenza. Per la cena si fermò in pizzeria.

Tornando in albergo, Raffaele si sentiva più che mai emozionato per la nuova vita che gli si schiudeva davanti… E ricordava i suoi incubi, e gioiva del fatto che nulla di ciò che aveva sognato si fosse ancora avverato. Anzi, aveva avuto assegnato il corso D, anziché il corso E alla succursale. Lo meravigliava molto la corrispondenza con i sogni, ma era felice che le cose stessero andando diversamente.

Quella sera in camera non accese il televisore: preparò la valigia per liberare la camera il mattino seguente e si coricò presto, perché aveva lezione a prima ora, in quinta.

Si svegliò in perfetto orario, pagò, lasciò la valigia in deposito e si avviò, fermandosi per la colazione allo stesso bar del giorno precedente; poi si diresse verso la scuola. L’aria era piacevolmente fresca e il traffico ancora modesto; portava ancora dentro di sé l’emozione sottile di chi inizia a vivere una nuova vita, densa di promesse.

Costeggiò un bellissimo giardino pubblico, osservando gli edifici antichi che si affacciavano sulla piazza, illuminati da un sole basso dalla luce rossiccia, gli alberi verdi delle aiuole spartitraffico, le strade sinuose velate di una leggera foschia… e avvertì un vago senso di piacevole presagio.

* * *

La quinta D si trovava al primo piano, in uno dei due angoli posteriori dell’edificio scolastico. Quando entrò in classe, c’erano ancora pochi allievi, che spigliatamente cominciarono a discorrere con lui sui programmi del nuovo anno e sul viaggio d’istruzione da programmare; intanto gli altri arrivavano alla spicciolata.

Quando suonò la campanella d’inizio, erano tutti presenti. La classe non era numerosa: sedici allievi, dei quali sette ragazze. Una di queste, Gianna A., gli chiese se era al primo anno d’insegnamento.

- Come docente di ruolo, sì, ma ho svolto numerose supplenze. Oggi cominceremo col test d’ingresso, che sarà utile anche per rivedere quegli argomenti sui quali avete eventuali lacune.

Un ragazzo, Roberto C., gli chiese notizie sulle modalità di svolgimento degli esami finali. Raffaele rassicurò tutti sul fatto che, studiando regolarmente, non c’erano problemi per il conseguimento della maturità, ma era importante impegnarsi molto, per ottenere un punteggio alto, che sarebbe stato utile sia per chi decidesse di cercare un buon lavoro, sia per quelli che volevano accedere ai corsi di laurea universitaria a numero programmato.

Dopo il test d’ingresso riuscì a intavolare una lezione interattiva e coinvolgente. Come al solito, c’erano elementi più partecipativi e altri che si limitavano a seguire con attenzione. Sapeva bene che non poteva dare per scontato che i primi fossero poi i più preparati, tuttavia gli fu facile imparare subito alcuni nomi (di battesimo, come essi preferivano): Carlo, Daniela, Roberto, Gianna.

* * *

Col trascorrere delle settimane, Raffaele notava che la sua vita si allontanava sempre più dai sogni che aveva avuto, i quali forse, più che essere premonitori, erano stati di avvertimento. Non aveva conosciuto nessuna Debora, né alcun Franco. Aveva comunque deciso di frequentare soltanto i colleghi. Nei pomeriggi rimaneva in casa a preparare le lezioni o correggere i compiti; nel rimanente tempo libero faceva qualche breve passeggiata in città o leggeva un libro, o guardava la televisione.

Il suo giorno libero era il venerdì, e ogni venerdì mattina non mancava di fare una passeggiata in centro, osservando i negozi, la gente, il modo di vivere: notava molta civiltà, e se ne rallegrava.

Tranne qualche eccezione, gli altri docenti erano gentili e socievoli, i consigli di classe aperti alle diverse opinioni e impegnati nella gestione dei programmi.

Raffaele sentiva più vicina la quinta classe: la differenza di età con lui era mediamente di otto anni soltanto e i ragazzi consideravano le sue materie fondamentali, per un Liceo Scientifico.

Durante le lezioni si distinguevano sempre i soliti; tra le ragazze Daniela era la più partecipativa, loquace e spigliata: parlava di tutto con disinvoltura, ma con sincerità.

Raffaele la osservava con ammirazione: era snella e appariva piuttosto alta, aveva una carnagione chiara, il naso sottile, i capelli neri. Si pettinava e abbigliava con sobrietà: jeans e magliette a tinta unita, generalmente scura, scarpe basse, pochi ninnoli, niente trucco. Quando si muoveva, silenziosa e svelta, sembrava quasi librarsi.

Nella sua semplicità gli appariva affascinante, ma c’erano tutti i motivi per mantenere ogni distanza e un corretto rapporto docente-discente.

Un giorno di Ottobre Daniela si alzò e disse:

- Professor L., oggi è il mio compleanno e ho portato una torta per i compagni, preparata da me. Permette che la divida e la consumiamo insieme?

Era un’ottima torta al cioccolato e Raffaele ebbe l’onore della prima porzione. Altre ragazze avevano portato le bevande. Daniela ricevette anche tre o quattro regali. Dopo gli auguri, volendo svolgere una lezione leggera, Raffaele impegnò gli allievi in un lavoro a gruppi, formandone quattro, che dovevano studiare tematiche diverse.

Giunse Novembre e Raffaele notò che Daniela lo seguiva con crescente attenzione, parlando meno e ascoltando di più.

Poi si accorse che lo sguardo di lei non lo lasciava mai, e allora evitò di guardarla troppo a lungo, anche per non essere sopraffatto dal fascino che la ragazza esercitava su di lui.

Il giovedì Raffaele aveva le ultime due ore, in quinta; mentre entrava in aula, udì Gianna sussurrare alla compagna di banco:

- Per oggi Daniela ha finito di chiacchierare con i professori.

Aveva ragione: la ragazza in silenzio si limitava a seguirlo con lo sguardo, ma egli dubitava che lei notasse ciò che veniva scritto alla lavagna.

Daniela dialogava con lui soltanto dopo la lezione. Un giorno gli chiese se era fidanzato e Raffaele rispose di no.

- Non ha lasciato una ragazza o un amore nella sua regione?

- No, sono libero da alcuni anni, dopo qualche delusione.

- Allora è di gusti difficili, prof.

- Direi piuttosto che le ragazze che ho frequentato erano di gusti difficili.

- Secondo me, l’unica cosa che conta è l’amore. – disse Daniela.

- Bene, allora cerca una definizione esatta di amore.

- E’ ovvio, amore è…

Raffaele la interruppe:

- Devi cercarla per te, non per me; ma secondo me non è facile definire l’amore.

Daniela rimase a fissarlo assorta, poi tornò al suo posto.

* * *

Il giorno successivo, venerdì, mentre passeggiava in prossimità del giardino comunale, gli sembrò di vedere… ma sì! era lei, la simpatica Daniela. Anche lei lo vide, sorrise e si avvicinò: - Buon giorno, prof.

- Ciao, Daniela.

- Ho chiesto un permesso per ritirare delle analisi. Lei che fa?

- Mi godo questa bella giornata di Novembre, prima che l’inverno prenda il sopravvento.

- Sa, ho trovato la mia definizione di amore…

Raffaele guardava con simpatia il suo sorriso aperto e sicuro.

- Immagino che me la vorresti dire.

- Sì: amore è un desiderio sempre esaudito e mai soddisfatto!

Raffaele annuì:

- E’ una bella definizione, ma… come si esaudisce questo desiderio? Col rapporto fisico?

- Non lo so… Forse lei, prof, può saperlo molto meglio di me. – piegò la testa sorridendo.

- Daniela, tu sei molto giovane, e questo non è un argomento di scuola. Ti confesserò che anch’io ho una grandissima difficoltà a definire l’amore. Però ti posso assicurare che non esiste soltanto l’amore fisico; voi che state studiando Dante e Petrarca, avete davanti due grandi esempi di amore platonico. Ritoccando la tua interessante definizione, potrei dire che l’amore è un’emozione sempre esaudita e mai soddisfatta; ma anche questa definizione è imperfetta e incompleta, perché l’amore è anche ammirazione, stima, simpatia, donazione, sacrificio…

La ragazza lo guardava rapita.

- Prof, la posso chiamare per nome?

- … Sì, ma non in classe, perché dovrei permetterlo a tutti i tuoi compagni, e so che il dirigente è contrario.

- Grazie, Raffaele; ti do anche il mio numero di telefonino, per ogni evenienza.

Gli diede un biglietto prestampato: - Adesso torno a scuola.

Porse la mano, che egli strinse, augurandole buon studio. Era una mano sottile e fresca, quasi da ragazzina.

Raffaele tornò lentamente a casa, turbato e meditabondo.

* * *

Daniela riprese a seguire le lezioni di Raffaele con reale attenzione, forse perché contenta di quel rapporto preferenziale che si era creato tra loro due. Raffaele era convinto che la ragazza avesse un’infatuazione per lui, del tipo “allieva verso docente” e si sentiva un po’ a disagio, anche perché quella giovane ragazza gli piaceva.

La loro differenza di età era di otto anni e Raffaele non aveva alcuna intenzione, per parecchi motivi, di assecondare quella reciproca simpatia.

A Daniela in quel periodo non importava molto che Raffaele corrispondesse ai sentimenti che lei sentiva svilupparsi dentro di sé. Le bastava osservarlo mentre spiegava o interrogava: è incredibile quanto un docente possa rivelarsi ai suoi allievi più attenti. A lei sembrava di conoscerlo sempre più a fondo, e le piaceva sempre più.

Il giovane le ispirava sensazioni ed emozioni che aveva provato per alcuni attori del cinema, specialmente quando interpretavano ruoli romantici. Però adesso si trattava di una persona reale.

Era questo a far sognare Daniela oltre ogni limite: si immaginava tra le sue braccia, a ballare; poi immaginava che egli la stringeva, che la baciava sul viso, poi sulla bocca, con passione.

Ovviamente Raffaele stava sulle sue, assumeva il suo ruolo di docente, e non avrebbe potuto agire diversamente: era di principio, era un giovane serio, educato…

Stando così le cose, Daniela, che era abituata a respingere i corteggiatori, doveva al contrario trovare il modo di incoraggiarlo un po’, aveva bisogno di capire se i suoi fugaci sguardi di ammirazione, nascosti all’attenzione di lei, ma che non sfuggivano alle sue compagne più attente, se quegli sguardi nascondevano una preferenza profonda e assoluta…

Insomma, toccava a lei corteggiarlo un po’, e si sentiva inesperta, ma intimamente emozionata da quella nuova prospettiva.

Arrivò il mese di Dicembre e Raffaele cominciò ad acquistare i regali per i propri familiari. Per telefono la madre gli disse: - Vieni al più presto, perché c’è una novità.

- Positiva o negativa?

- Niente di particolare, ma è positiva, penso.

Non volle dirgli altro.

L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, i ragazzi di quinta vollero festeggiare; questa volta Raffaele portò le bibite e l’allieva Gabriella la torta.

Si scambiarono gli auguri con calore e Daniela gli disse, a bassa voce:

- La sera di San Silvestro, a mezzanotte, pensami… Io lo farò.

Si allontanò con un ultimo languido sguardo.

* * *

Raffaele tornò a casa in macchina, con il portabagagli colmo di regali. Aveva molti motivi per sentirsi soddisfatto: intanto il fatto di riabbracciare i suoi dopo più di un mese e mezzo; poi la soddisfazione di portare regali di valore a tutti, grazie al suo lavoro; e infine il ricordo di Daniela, che gli riusciva estremamente gradevole, come quello dell’allieva preferita.

La sorpresa annunciata fu di trovare a casa, a fianco di sua sorella, un giovane che conosceva di vista, Leonardo, e che gli fu presentato come fidanzato ufficiale di Elvira.

Più tardi, quando Leo (così chiamato dalla sorella) andò via, Raffaele disse alla ragazza:

- Sei ancora una bambina!…

- Sì, dillo a lui: ho vent’anni, e mi guarda in un modo… Però è molto corretto e mi ama da morire, e anch’io lo amo.

- Ma è grande per te!

- Ha soltanto venticinque anni. Anche papà e mamma si tolgono quasi cinque anni…

Raffaele la guardava pensieroso: sua sorella aveva due anni più di Daniela… Sì, effettivamente ormai era una donna. Però c’era ancora una domanda importante:

- Elvira, tu lo ami davvero?

- Certo che lo amo!

- Cioè lo desideri, lo stimi, vorresti stare sempre con lui, lo consideri praticamente perfetto, corrisponde al tuo ideale di uomo?

- Quante domande! Peggio di papà! Sì, penso sempre a lui, lo vorrei sempre vicino, mi auguro che mi faccia fare almeno quattro figli, e abbiamo progettato di sposarci tra un anno! Ti sembra che è come te, uno scapolo incallito?

- Se è così, ti faccio i miei migliori auguri, sorellina.

Trascorsero un bel Natale, e Raffaele dovette abituarsi alla presenza di Leo, peraltro piacevole, e a considerarlo più che un amico.

Per la sera di San Silvestro vennero anche i genitori del futuro cognato e tutti trascorsero una piacevole vigilia. Quando la mezzanotte scoccò, Raffaele era tentato di telefonare a Daniela, ma si trattenne: un docente non può telefonare a un’allieva per motivi privati. Però poco dopo gli giunse un messaggio di auguri al telefonino. “Come aveva avuto il numero?” Raffaele si sentì in dovere di chiamarla. La gioia della ragazza fu grande e il giovane ebbe parole gentili di augurio per lei, che rispose:

- Speriamo che sia un anno speciale, per noi.

Prima che Raffaele ripartisse, sua madre gli diede una fedina di oro bianco, dicendogli:

- Adesso che lavori, anche tu cercherai una compagna: questa è la fedina che mi regalò tuo padre quando si dichiarò. Te la do perché tu la metta al dito di una donna degna di essere amata, e vi auguro sin da ora una felicità almeno pari a quella che abbiamo avuto noi.

Raffaele comprese quel gesto e abbracciò la madre, ringraziandola con fervore.

Sulla via del ritorno, finalmente Raffaele capì, al famoso svincolo, qual era la strada giusta per S.: doveva prendere la statale e poi deviare per S.; quella risultò infatti la strada più comoda e veloce. Si ripromise di non sbagliare più, anche per evitare quel bivio che ogni volta lo metteva in ansia.

* * *

A Gennaio i ragazzi della quinta classe organizzarono la tradizionale festa del Liceo per la fine del mese. Era una festa da ballo che si teneva annualmente in una grande sala con vista panoramica sulla sottostante vallata.

Gianna e Daniela gli dissero:

- Sono invitati anche i docenti sotto i trent’anni, quindi lei e la prof di scienze: non mancate!

La collega di Scienze era una simpatica giovane donna di ventinove anni, sposata e con figli, la quale gli raccomandò di essere presente, anche per farle compagnia.

La sera della festa Raffaele si vestì elegantemente e si presentò alla sala poco dopo l’orario fissato. Le sue allieve già presenti erano tutte truccate ed eleganti, con abiti interi e tacchi alti: sembravano più grandi di età.

Daniela era bella da mozzare il fiato: si era accorciata i capelli, portava tacchi alti e indossava un abito blu lungo, senza maniche e con scollatura stretta e profonda. Il trucco era leggero e il bianco del suo viso e del suo decolleté affascinavano Raffaele e lo rapivano in un’atmosfera di sensualità. Per contrasto la bionda Gianna aveva un abito chiaro, corto e con scollatura rotonda.

La collega arrivò poco dopo, vestita elegantemente, ma in modo sobrio. Si misero a chiacchierare con alcuni allievi. Daniela lo guardava silenziosa e gli sorrideva quando lui la guardava a sua volta.

Si aprirono le danze e Raffaele ritenne doveroso invitare per prima la collega. Daniela ballò con un compagno, ma spesso girava la testa verso di lui.

Raffaele invitò Daniela per il ballo successivo. La ragazza sembrava volare, leggera e radiosa tra le sue braccia.

Raffaele in cuor suo si sforzava di non innamorarsi perdutamente di quella giovanissima allieva, che sentiva fragile tra le sue braccia.

Ritenne di dover fare il terzo ballo con Gabriella, per cambiare allieva; questa, benché formosa, non aveva assolutamente il fascino di Daniela. Per il quarto ballo invitò nuovamente la collega; poi gli sembrò di notare nello sguardo di Daniela un lampo di gelosia, quindi la invitò nuovamente, e finì che per tutta la sera fecero quasi coppia fissa.

Prima di andar via Raffaele chiese ai ragazzi se qualcuno voleva un passaggio. Accettarono Carlo, Gabriella e Daniela. La collega era già andata via, prelevata dal marito.

La prima a scendere fu Daniela, che gli strinse la mano con entrambe le sue, e guardandolo negli occhi gli disse semplicemente: - Grazie.

Poi lasciò Gabriella, che abitava in una graziosa villetta con un ampio giardino alberato davanti. Quando Raffaele ripartì, Carlo gli disse:

- Vede quel giardino, prof? E’ circondato soltanto da una siepe e molti di noi lo usano per gli appuntamenti con le ragazze, quando sono appuntamenti innocenti. Ogni tanto Gabriella si arrabbia, per questo.

Dopo un po’ Raffaele commentò: - E’ stata una bella serata.

- Sì, prof, soprattutto per alcuni… e alcune… - e poco dopo, bruscamente:

- Sa che Daniela si è presa una cotta per lei?

“L’hanno capito tutti”, pensò Raffaele, e disse:

- Questo mi dispiace molto, se è vero, e spero che non sia colpa mia: queste infatuazioni per i docenti hanno breve durata… e se anche così non fosse, c’è troppa differenza di età tra noi due.

- Daniela è molto aperta e simpatica. Per i miei gusti è troppo magra: io preferisco Gabry. Per quanto riguarda la differenza di età, lei davvero è convinto che in amore è importante?

- Se si deve trascorrere una vita insieme, sì.

- Allora dirò a Daniela che non ha speranze.

- No, non dirle così! Non per ora… Aspetta che superi gli esami. Poi, se non le sarà ancora passato, sarà più facile per lei superare questa infatuazione e in ogni caso non avrà influito sugli studi.

Prima di scendere dall’auto, Carlo gli disse:

- Fossi in lei, prof, io ci rifletterei un po’ di più, su Daniela; a meno che lei non sia già impegnato. Buona notte.

Raffaele tornò a casa pensieroso: aveva negli occhi l’immagine di quella fanciulla che si atteggiava a donna e che egli avrebbe potuto, avrebbe desiderato amare come una donna, se non fosse stato convinto che l’attrazione di lei era tanto forte quanto passeggera… se non avesse avuto il dubbio di andare egli stesso incontro a una bruciante delusione, come già un paio di volte nella sua vita, come già più volte nei suoi sogni…

Forse anche nella realtà, il bivio di Castelmonte non conteneva la strada giusta.

* * *

Nel mese di Febbraio Daniela prese l’abitudine di chiedere il permesso di uscire prima dalla scuola, ogni volta che Raffaele terminava presto le sue ore; poi bazzicava nella zona in cui lui comprava il pane e faceva un po’ di spesa, quindi fingeva di incontrarlo per caso e accettava un dolce e un tè fumante dal suo prof, al piacevole tepore di una pasticceria, oppure, se il tempo era bello, lo invitava a passeggiare con lei nella villa comunale.

Con la sciarpa bordò intorno al lungo collo e le mani infilate nelle tasche del cappotto di lana grigio, la ragazza appariva più bella che mai. A entrambi quelle passeggiate riuscivano trepidamente gradevoli e gratificanti; soltanto Raffaele temeva un po’ che fossero notati da qualcuno della scuola, perché avrebbe potuto pensare che egli insidiasse la propria simpatica allieva.

In un mattino di tiepido sole, dopo aver scambiato poche frasi sul tempo e sullo studio, a un tratto Daniela chiese a Raffaele:

- Dimmi sinceramente: che ne pensi di me?

- Di te?

- Sì, che idea ti sei fatto di me, non come allieva, ma come donna?

- Come donna, sei molto giovane.

- Volevo dire come persona.

Raffaele la guardò sorridendo; intanto passeggiavano costeggiando le siepi delle grandi aiuole del giardino.

- Sei simpatica, vivace, educata…

- I miei compagni dicono che tu hai una preferenza per me.

- Io preferisco gli allievi studiosi…

- No, non in quel senso.

- Oh, ma io non guardo mai le allieve come donne, o come possibili fidanzate.

- Perché?

- Io ho ventisei anni e mezzo, Daniela; e una ragazza di diciotto anni non è ancora capace di capire bene i propri sentimenti.

- Non sono d’accordo, Raffaele: io penso che si può amare anche a dieci anni.

- Non devi dirlo a me, che a sette anni mi sono innamorato di un’attrice. Però ci sono tanti innamoramenti e tanti tipi di amore. Il sentimento importante è quello che può durare tutta una vita.

Daniela aveva ascoltato pensierosa, poi chiese:

- Vale di più un grande amore che dura dieci anni, o un sentimento tiepido che dura cinquant’anni?

- Come si fa a giudicare, Daniela? Io vorrei delle certezze per il mio futuro, una compagna che voglia starmi accanto tutta la vita…

Una brezza leggera scompigliava i neri, lunghi capelli di Daniela: una ciocca le toccava il naso sottile, poi un’altra le copriva la bella bocca col suo vago sorriso. La ragazza sembrò prendere una decisione coraggiosa e si volse verso di lui:

- E io non potrei essere questa compagna? – disse con serietà, fissandolo con i grandi occhi scuri.

Raffaele faceva fatica a trattenere quell’impulso di abbracciarla, stringerla a sé e dichiararle amore eterno, passione infinita…

- Vedi, Daniela, ho visto tante ragazzine innamorarsi dei loro docenti; poi, terminata la scuola, non ci pensano più. Sono convinto che questa infatuazione passerà anche a te.

- Io veramente volevo conoscere i tuoi sentimenti, non le tue convinzioni…

Raffaele la guardò, mentre sentiva quei sentimenti traboccargli dall’anima.

- Daniela, i miei sentimenti potrebbero condizionarti…

- Allora mi ami anche tu! – disse Daniela, ponendosi di fronte a lui e prendendogli le braccia, con gli occhi spalancati e un leggero tremito nelle piccole mani.

- Non voglio aiutarti a sbagliare, Daniela. Aspettiamo che tu possa guardare meglio in te stessa.

Un pallido sole illuminava il viso della ragazza, marmoreo e bello come in certi quadri… Rifletteva, un po’ a capo basso, un po’ guardando lontano, davanti a sé. Infine, con riluttanza, disse:

- Va bene, per quanto tempo?

- Sei mesi. Fra sei mesi, se tu mi vorrai ancora, sarò tuo per sempre.

Gli occhi di Daniela brillavano quasi sino alle lacrime:

- E’ una specie di prova d’amore… Bene, accetto la sfida: tra sei mesi ti confermerò il mio amore e tu mi dichiarerai il tuo. Adesso facciamo un po’ di strada insieme.

Lo prese sottobraccio e camminò silenziosa con lui mentre le cime degli alberi ondeggiavano intorno a loro. La ragazza si godeva quella parziale conquista, fiduciosa per il futuro. Raffaele cominciava a sperare che ella nutrisse realmente un sentimento forte e solido, ma riteneva anche che quegli otto anni di differenza fossero troppi.

Si salutarono con una forte stretta di mano e un lungo sguardo di amore soffocato.

* * * * *

continua

copyright 2006 Michele Fiorenza

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