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lavoro pubblicato sabato 14 gennaio 2012
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Solaria: L'Era dell'Oscurità -prologo-

di dany94. Letto 916 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Storia complementare a IX Legio, mostra alcuni eventi che non ho potuto farvi vedere e spiega più approfonditamente alcuni aspetti della civiltà Solariana. Questa storia è un dramma sull'animo umano ambientata in un universo "fantastico".....

Solaria: L'Era dell'Oscurità

Questa storia nasce in luoghi e tempi remoti ma indissolubilmente legati all'animo umano.
Non è una cronaca storica, non è una leggenda, non è una mera finzione.
È una sfida rivolta alle certezze e alle convinzioni di una intera razza, una sfida per ciò che crediamo rappresenti l'essere umano.


Prologo: We are OPSA.

Confederazione di Solaria
Anno Confederato (Confederate Year) 16.608
(25.608 a.C.)
Pianeta Corinthia, città di Hypàthia
Tempio di Hekatae
Ore 8:20


Ultimo saluto ad un compagno valoroso! Primo piede verso l'abisso! Hoo-rah!
Light of Aidan - Lament ODST Trailer Song Extended sarebbe da ascoltare davvero per questa scena.

Il ronzio della ventola fissata al soffitto era stemperato dal rumore di duecento torce che bruciavano lentamente. Bruciavano per coloro la cui vita si era spenta.
Torce d'argento che svettavano come pinnacoli su quel campo al chiuso, dove la terra aveva un colore grigiastro, come di qualcosa che non avesse linfa vitale. Sui fusti erano scritti dei nomi, centinaia di nomi per ogni singola torcia.
Erano i nomi di coloro che avevano sacrificato la cosa più preziosa: la loro stessa vita. Lo avevano fatto per un ideale, per i propri familiari e per la propria razza. Ed ora come millenni prima, quando le battaglie erano combattute sul sacro suolo di Areth o di Corinthia tra schieramenti di opliti dal valore senza pari, i familiari, gli amici e coloro che avevano conosciuto chi aveva dato la vita erano in piedi a porgere l'ultimo saluto.

La pira era semplice: un basamento di tetracarbonia che reggeva un tetto di legno: ebanius dei boschi di Hypàthia, rami di pioppi ed olmi corinthiani, tutto cosparso e bagnato dal sacro olio cerimoniale. Su di questa pira era adagiato un corpo dal pallore terreo.
La vita lo aveva lasciato quando una raffica di fucile d'assalto aveva distrutto la sua spina dorsale e massacrato il suo corpo, ma per la cerimonia di addio era stato composto ed adagiato in modo che non sembrasse che la morte l'avesse devastato così duramente.
La Chera lo aveva scelto.
Vestiva una uniforme nera priva di mostrine e decorazioni, perché nella morte si è tutti uguali, ma non poteva mancare, appuntato sulla casacca, il teschio. Un fregio d'argento rappresentante un teschio avvolto da cinque lingue di fuoco che ricordavano una mano, tutto sormontato da una scritta: “OPSA”.
Sotto al teschio si trovava una frase: “Primo passo verso l'abisso! Hoo-rah!”.

Tenoclès Irolia, quarantuno anni di cui sedici passati al servizio della Confederazione di Solaria, lasciava Mortalia per andare, come ogni altro OPSA, a riunirsi con i compagni tra lo Stige e l'Acheronte. Quello era il luogo dove andavano gli Orbital Paratroopers/Shock Assault, I Paracadutisti Orbitali per Assalti Shock.
Il drappello funebre stava alle spalle della famiglia e degli amici del caduto; sedici OPSA della V Legio di Orion, con indosso le divise da cerimonia funebre e in braccio la carabina d'assalto Sagitta M3.
A comandare il drappello c'era un ufficiale, anch'esso con l'alta divisa indosso, al quale mancava un occhio, sostituito da una protesi bionica che brillava di rosso, come un mastino degli inferi. In mano aveva il bastone del comando, una verga nera con due bande rosse sulle estremità e il simbolo dei paracadutisti orbitali al centro, sull'impugnatura.
Aveva circa cinquanta anni ed era stato lui ad addestrare Tenoclès quando si era arruolato negli OPSA. Lui lo aveva iniziato a quel mondo di eroico e cosciente sacrificio, lui lo scioglieva per sempre dagli ultimi legami con Mortalia. La sua memoria sarebbe sopravvissuta, sarebbe entrato nella leggenda della V Legio, e chi lo aveva conosciuto ne avrebbe tramandato le gesta ai posteri.

«Honorem thae!», ruggì l'ufficiale, facendo sussultare i presenti. Mireos Irolia sentì una morsa chiudersi sulle sue viscere. Sapeva di non dover piangere, sapeva che doveva restare impassibile, avvolto nel mantello nero che gli era stato donato per la cerimonia, con le dracme dorate in una mano e la torcia nell'altra, ma quello steso sulla pira non era un estraneo.
Era suo padre.
Come un esercito di automi, i sedici OPSA fecero roteare i Sagitta con la baionetta già innestata. Le armi predefinite dei paracadutisti orbitali compirono un giro esatto prima di tornare in posizione di partenza e venire mostrate al caduto al suono del:
«Alpha kai omega!».
Sui volti dei sedici soldati non si leggeva alcun emozione che non fosse una seria e composta tristezza. Avevano perso un compagno, ora lo stavano salutando con tutti gli onori, come meritava.
Mireos lanciò uno sguardo a quei soldati così cadenzati e ne rimase sconvolto: tre di loro non erano molto più grandi di lui, due ragazze ed una ragazza di appena qualche anno più vecchi, eppure già avvezzi al dolore della guerra.
Il sacrificio di pochi milioni di esseri umani, ripetuto ogni giorno, permetteva a molte centinaia di miliardi, se non bilioni, di vivere e tribolare in una tranquilla paura. La razza umana era assediata su tutti i fronti da fazioni ostili, alieni, eretici pazzi e barbari. Nessun civile sapeva davvero che orrori affrontassero i soldati del Grande Esercito della Confederazione, ma nessuno osava muovere una lamentela.
Le immagini dei loro sacrifici e gli effetti delle loro vittorie erano visibili in tutta la Confederazione. Con la loro quotidiana morte, permettevano la quotidiana vita dei loro cari e di chi non poteva difendersi.

Una sacerdotessa si avvicinò lentamente alla pira. Era scalza e i capelli neri ondeggiavano al vento artificiale indotto dalla ventola. All'ombra delle torce, unica fonte luminosa in quel sacrario, la sua ombra pareva abbracciare tutti i presenti.
Salì con una deliberata lentezza sul podio allestito per lei e srotolò la pergamena che teneva con sé. Benché sapesse benissimo cosa andava detto, il protocollo imponeva di portarsi dietro quel pezzo di carta fintamente antico.
«Con i cuori gonfi di dolore alziamo questo corpo a voi, dèi immortali, affinché lo proteggiate nella vostra luce.»
Tutti i presenti, tranne i militari, dissero in coro: «Amen», la parola corinthiana per dire “e così sia.”.

Mireos sussurrò quelle parole sentendosele morire in gola. La mano della zia calò sulla sua spalla come a confortarlo, ma non servì a molto. La donna, che ora aveva il ruolo di guida della famiglia, sapeva bene cosa volesse dire perdere un genitore. Quando era bambina lei, gli xeno avevano devastato Oceanus, la colonia dove era andata a vivere con la famiglia. Solo una nave su sei era scampata da quel massacro, e solo mille persone ogni dieci milioni avevano lasciato il pianeta.
Per questo capiva la sofferenza del ragazzo: lui aveva perso la sua figura di riferimento, lei tutte le persone che conosceva. Ma entrambi erano corinthiani: il loro era il popolo che aveva unito la confederazione, erano gente forte e capace di sopportare il dolore.
Non lo facevano trasparire mai se non dagli occhi, spesso blu come il mare del loro pianeta.
«Noi perdiamo un compagno che acquisite voi. Abbiate cura di lui così come lui ne avrà di voi, proteggetelo come lui ha difeso la sua gente, combattendo le oscure potenze maligne che premono ai nostri confini. Era un paracadutista orbitale, era un padre, era un uomo di Corinthia.».
La sacerdotessa fece una pausa, abbracciando la piccola folla con lo sguardo.
«Era uno di noi.».

«OPSA, onoratelo!», ordinò il comandante con la sua voce severa e potente.
Due paracadutisti si posero i fucili a tracolla sulle spalle e con gesti rituali e misurati stesero sul corpo un sudario nero, con i bordi rossi e con dipinto al centro il simbolo del loro corpo. Il teschio infuocato dai paracadutisti orbitali, i primi a mettersi in gioco quando il nemico attaccava, i primi a difendere la razza umana dalle oscure maree che ne martellavano i confini, i primi a poggiare il piede negli Inferi, certi di uscirne ancora una volta.
I primi fra tutti.
Fecero due passi indietro e si misero sull'attenti, presentando le armi al compagno non più in vita.
Dopo due secondi si spostarono a lato, aprendo un corridoio per il figlio del paracadutista caduto in battaglia. La zia lo spinse con un buffetto sulla spalla, non vi era bisogno di dire qualcosa. Le emozioni che condividevano parlavano da sole.
Mireos fece un fragile passo in avanti, sentendo su di sé gli sguardi di tutti i presenti. Si aspettavano un comportamento esemplare da lui perché era un corinthiano? Perché era il figlio dell'uomo che giaceva coperto da una bandiera che aveva significato solo se glielo si voleva attribuire?
«In tempo di guerra, i padri seppelliscono i figli. In tempo di pace, i figli seppelliscono i padri, ragazzo», disse la sacerdotessa con voce chiara e che non ammetteva repliche. Ciò che voleva dirgli era tutto in quella frase. Se lui poteva seppellire il proprio genitore era perché lui era partito al fine di regalare al figlio la pace.
Il popolo solariano era stanco. Una razza esausta che combatteva per inerzia e per non soccombere. Da quasi diciassette millenni governavano quel pezzo di galassia, e da almeno tremila anni erano un impero in declino. La spinta espansionistica si era raffreddata, gli animi avevano perso coraggio.
Ma vi era ancora forza nella razza umana, forza sufficiente per tenere gli xeno lontani, forza per mantenere un barlume di civiltà in quell'universo barbaro e freddo.

Mireos camminò, sentendosi sulle spalle il peso degli sguardi di tutti i presenti con una carica tale da sembrare un macigno. Alzò la torcia verso l'alto, lasciandola illuminare il corpo del padre, immobile e gelido in quella posa. La bandiera degli OPSA non aveva coperto il suo volto, che doveva restare tale. Sugli occhi chiusi il figlio posò due oboli d'oro.
«Addio...».
Accostò la torcia alla legna, che bagnata dal sacro olio cerimoniale prese fuoco, alzando una lingua di luce tremula e dai colori cangianti: rosso, arancio, giallo e poi di nuovo rosso. I colori del fuoco, della vita, dell'Ade.
I colori della speranza di un popolo, una speranza ormai sbiadita.
I sedici OPSA, seguiti dal loro ufficiale, intonarono un canto malinconico e cadenzato. Mentre compivano questa opera, la prima fila si schierò in ginocchio, con i fucili verso l'alto, la seconda fila fece un passo in avanti, inserendosi nei varchi della prima, e alzò a sua volta i fucili, appoggiandone il calcio alle spalle.
A Mireos quella posa ricordò sempre lo schieramento della falange.

Inganniamo la Chera dalla sua onnipresente vittoria
nessuno può sconfiggerci
siamo orgogliosi di posare per primi il piede nell'Ade,
certi che attraverso i nostri compagni
noi ne emergeremo
ancora una volta
VITTORIOSI!


Al suono dell'ultima parola, quel “VITTORIOSI!” urlato con imponenza e forza, gli OPSA spararono tre salve in successione. I colpi dei fucili Sagitta brillarono nel buio striandolo di blu elettrico ed impattarono contro il muro in alto.
Un colpo per il suo sacrificio.
Un colpo per la sua famiglia.
Un colpo per il suo popolo.
Il fuoco consumò la carne, gli abiti, il legno...
Lunghe spire di fumo nero salirono verso l'alto, aspirate dalla ventola sul tetto di quel sacrario, verso il cielo blu di Corinthia, striato ora come sempre dal passaggio di migliaia di navi spaziali.
La scritta sulla bandiera con cui era stato coperto il corpo di Tenoclès fu tra le ultime cose ad ardere. Una singola frase che tra le fiamme brillò prima di ridursi in cenere e in polvere, la sostanza dell'essere umano.

NOI SIAMO OPSA


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