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lavoro pubblicato giovedì 12 gennaio 2012
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Asylum - VII e ultima parte

di Ladeeflake. Letto 496 volte. Dallo scaffale Gialli

 L’ultimo volo   L’urlo mi mozzò il respiro in gola. Ero abituato a sentire gridare i pazienti, a vederli portare via con la camicia di forza, a doverli sedare perché in preda alle allucinazioni. Tuttavia, quelle u.....

L’ultimo volo

L’urlo mi mozzò il respiro in gola. Ero abituato a sentire gridare i pazienti, a vederli portare via con la camicia di forza, a doverli sedare perché in preda alle allucinazioni. Tuttavia, quelle urla erano nulla in confronto a quelle che riempivano il corridoio.

Strazianti, laceranti, gorgoglianti. Lo stesso grido che emette un maiale squartato.

La cosa peggiore era riconoscere la fonte di quelle urla: era Zagor, il giovane che si era appena congedato e che aveva messo in repentaglio tutto ciò che aveva per salvare il suo migliore amico.

M’issai sui gomiti per guardare nello specchio del corridoio, ma non vidi nulla. La scena si stava consumando altrove, evidentemente.

Attesi.

Il tempo mi parve scorrere lento, dilatato; quello che per qualunque umano corrispondeva a un secondo, per me, ora, si trattava di minuti. Lunghi, interminabili minuti.

Poi udii dei passi. Lo scalpiccio di piedini minuscoli che si avvicinavano sempre più alla mia porta.

Mi ricomposi. Sapevo ciò che stava per accadere, sapevo perfettamente chi mi sarei trovato di fronte e non volevo apparire come un fantoccio inerme. No, non le avrei dato questa soddisfazione, non le avrei permesso di giocare con me. Avrei lasciato questo mondo in modo dignitoso, avrei tirato fuori gli attributi. Non potevo difendermi, non potevo fuggire ma, per lo meno, avrei tenuto alto il mio amor proprio.

Afferrai il bicchiere d’acqua sul mio comodino, ingollai una rapida sorsata, tirai indietro i capelli, sistemai le lenzuola e mi misi a sedere composto con la schiena appoggiata ai cuscini.

Ero pronto. Stavo per recitare la mia ultima parte e volevo farlo bene.

Una manina delicata spinse la porta catturando il mio sguardo pieno di stupore e terrore.

Era una bambina, doveva avere poco più di cinque anni. I lunghi riccioli color miele le cadevano sulle spalle, incorniciando il visino angelico.

Le iridi blu mi ricordarono subito l’oceano indiano: puro, perfetto, profondo.

Nulla di lei avrebbe fatto presagire la sua crudeltà, nulla eccetto il sangue che grondava copioso dalle fauci. I lembi di carne umana erano ancora sparsi sulle guance; il vestitino una volta bianco, zuppo del liquido purpureo. Piccole gocce di sangue le erano schizzate sulla fronte, sui capelli, sulle braccia.

Sorrise. Il ghigno perfido di un bambino capriccioso.

Un brivido attraversò il mio corpo. Lei rappresentava il male allo stato puro. L’innocenza di un bambino stuprata dalle perversioni di un adulto.

Solo in quel momento compresi appieno i racconti degli agenti: quell’essere era inarrestabile. Lei avrebbe potuto commettere qualsiasi crimine, senza sentirsi in colpa per questo.

I bambini sono sprovvisti del senso di giustizia, dei freni posti dalla coscienza, dalla morale, dalla società e dalla legge.

Guardai di nuovo i suoi occhi e vidi la morte.

«Apollonia…»

Sorrise, sfoggiando una sottile fila di perle aguzze ancora imbrattate.

«Dottor Cusack, che piacere incontrarla…finalmente»

Chinai il capo in segno di ringraziamento.

La nostra era una danza mortale, un corteggiamento macabro. Conoscevamo i nostri passi, le nostre battute. Nessuno dei due avrebbe saltato i convenevoli.

«Le offrirei del tea se fossi nel mio studio, ma come può vedere…» dissi indicando il mio corpo allettato, ancora legato alle flebo.

Le sue pupille si dilatarono per un secondo prima di tornare alla dimensione normale.

“Le pupille di un predatore” pensai.

«Non sarà necessario. Dottore, lei sa perché sono qui a farle visita oggi?»

«Dovrei?»

«Suvvia Dottor Cusack, vuole davvero prendersi gioco di me?»

La piccola creatura si avvicinò lentamente al letto, come un felino intento a misurare la distanza tra lui e la sua preda, poi si arrampicò sul materasso, accanto a me, cominciando a sistemare le pieghe del vestitino in organza.

«Di certo qualcuno dei miei agenti le avrà posto la domanda crucciale prima di oggi? O devo pensare che non abbiano svolto il loro lavoro?» buttò lì non curante.

«E quale sarebbe la domanda crucciale?»

«I nomi dei candidati». Le parole uscirono dalla minuscola bocca con violenza, con rabbia; i denti digrignarono. Lo sforzo in atto per non divorarmi era evidente.

«Credo di non capire. Cosa intende per ‘candidati’?»

«Tu» disse puntandomi un minuscolo dito sul petto «non sei altro che carne per topi, quindi vedi di darmi quello che voglio e vedrò di farti soffrire il meno possibile»

«Sai Apollonia, non credo sia l’approccio giusto»

«Vuoi l’approccio giusto dottore? Eccotelo…»

Si chinò improvvisamente sulla mia gamba, non mi resi nemmeno conto di quello che stava accadendo, percepii solo un dolore lancinante e urlai.

Quando riaprii gli occhi, tra le lacrime, vidi che teneva tra i denti una rotula. La mia.

Il mio corpo, già debole per via del pestaggio subito da Tito, prese a contorcersi.

Apollonia sputò la rotula insanguinata sul pavimento, si pulì la bocca con l’avambraccio e schioccò le dita in aria.

«Legatelo!» ordinò a qualcuno.

Misi a fuoco la scena: due guardie entrarono nella stanza, il loro volto era trasfigurato dal disgusto, ma non nei miei confronti, bensì in quelli del loro superiore, in quelli dell’assassina che attirava su di sé l’attenzione.

Delle cinghie mi cinsero polsi, caviglie, gomiti e il ginocchio. Uno solo, l’altro mi era appena stato strappato.

«Grazie. Uscite e chiudete la porta. Tra quindici minuti mandate degli inservienti con degli stracci e disinfettante, questa stanza necessiterà di pulizia. Torniamo a noi dottore…»

Gli occhi negli occhi. Mi stava deridendo; io la stavo sfidando.

«Le piace il mio gioco?»

«Piccola merda psicopatica»

«Ah-ah dottore, non sia volgare o dovrò insegnarle un po’ di educazione. Non saprei, magari così»

Con un gesto mi ruppe quattro dita del piede e poi le strappò come si toglie la carta a una caramella.

«Mi dia i nomi!» ordinò.

«Non sono rimasti candidati» dissi in preda agli spasmi «Li avete uccisi tutti»

«Tu menti! Io lo so…dammi i nomi!»

Si avventò sulla coscia, strappando coi denti un grosso pezzo di muscolo. Il sangue prese a zampillare come una fontana: aveva reciso un’arteria. Mi restavano si è no cinque minuti di vita.

Apollonia sembrò leggermi nel pensiero. Afferrò una cinghia e la legò stretta vicino all’inguine per impedire al sangue di defluire troppo rapidamente.

«Non penserai di cavartela in così poco tempo, vero? Dammi-i-nomi» scandì impaziente.

Non le risposi, non provai nemmeno a ragionare sulle sue parole. Mi concentrai solo sul mio respiro che si faceva via via più lento ogni volta che la carnefice staccava un pezzo di me.

Non sentii dolore quando vidi cadere a terra entrambe le mie caviglie; non provai nulla quando vidi scivolare tra le lenzuola i miei intestini, non ebbi nemmeno un fremito quando si tuffò con la testa nel mio addome e masticò il mio fegato come una gomma.

L’unica cosa che mi disturbava un poco era l’odore del sangue mescolato a quello della bile e del vomito, per il resto…niente.

La mia mente era altrove, in alto, in un’altra dimensione. Volavo libero tra gli uccelli del cielo, accecato dal bagliore dell’aurora. Non mi importava di aver perso entrambe le braccia, non mi importava di essere diventato un moccolo di carne umana perché io, ora, avevo uno splendido paio di ali ed ero libero.

O quasi.

Avevo dimenticato qualcosa, un particolare, un dettaglio.

C’era una persona alla quale tenevo, una persona umana, con il sangue caldo, il cuore puro e sincero.

Fui distratto per un attimo dal mio occhio sinistro che abbandonava l’orbita, ma cercai di fare di nuovo mente locale.

Io dovevo incontrare quella persona. No, non dovevo incontrarla, dovevo proteggerla, salvarla.

E come un’epifania, mi giunse davanti all’occhio della mente il viso della creatura meravigliosa che negli ultimi istanti della mia vita si era fatta largo dentro di me.

Pezzi di cervello mi colarono lungo il viso.

«Alina…» sussurrai con l’ultimo alito di vita. E poi più nulla.

Il risveglio

«Alina…Alina svegliati, amore mio apri gli occhi, non possiamo rimanere qui»

Una mano scuoteva il mio corpo delicatamente. La mano più bella che avessi mai avuto il piacere di toccare.

Aprii gli occhi e mi guardai attorno. Eravamo nel blocco centrale. Le alte pareti di cemento erano illuminate dalla luce verde intermittente. Perché mi trovavo li?

Perché intorno a me c’erano Caleb, Tonia e Bruno?

«Amore, Alina…alzati!»

«Cal» sorrisi.

«Caleb, falle dare una mossa. Saranno qui in un istante, non abbiamo tempo da perdere» la voce di Tonia giungeva distante…perché dovevamo muoverci? Io stavo così bene lì sdraiata…

Delle braccia forti e robuste mi sollevarono da terra. Non erano quelle di Caleb, erano quelle di Bruno.

«Andiamo via, la tengo io»

Era piacevole farsi cullare da quell’uomo immenso, era come trovarsi di nuovo tra le braccia di mio padre.

Ok, Bruno non era esattamente umano, ma in quel momento non m’importava. E poi…io amavo un alieno quindi, in fondo, Bruno faceva parte della mia famiglia.

«Per di qua» sentii dire a Cal.

Chissà perché correvano?

«Dobbiamo trovare Zagor» disse Tonia.

Zagor…mi piaceva quel ragazzino, era simpatico. Non era cattivo come gli altri agenti, lui era buono. Era solo obbligato a seguire delle istruzioni, tutto qui. Non aveva colpe.

Zagor…Zagor…

Dovevo parlare a Tonia di Zagor, ma non ricordavo più l’argomento.

Perché Zagor non era insieme a sua sorella? Solitamente le ronzava attorno come un’ape col miele. Lui adorava Antonia, lei era il suo punto di riferimento.

«Tonia» dissi «dov’è Zagor?»

«Nel corridoio D, dobbiamo andare a prenderlo» rispose secca.

«Mhm…la mia testa» mormorai.

«L’hai sbattuta cadendo» mi spiegò Bruno.

«Sono caduta?» domandai confusa.

Caleb mi si avvicinò, mantenendo il passo serrato di Bruno.

«Si, amore. Non ricordi? Ti abbiamo chiesto di connetterti e d’un tratto ti sei sentita male»

«Connessa…»

Un flash. Un ricordo.

Apollonia. Zagor nel corridoio. Zagor che veniva squartato. Apollonia che faceva a pezzi Cusack. Cusack che sussurrava il mio nome.

Mi dimenai come un’anguilla, pretendendo che Bruno mi mettesse a terra.

«Dove siamo diretti?» dissi ansante.

«Te l’ho detto» rispose Tonia «al corridoio D, devo andare a prendere mio fratello»

«Tonia» il battito del mio cuore schizzò alle stelle «Zagor…»

Tonia mi fulminò con lo sguardo.

«Cosa sai di mio fratello?»

«Tonia…Apollonia si stava dirigendo in infermeria da Cusack»

«E con ciò?» domandò presagendo la mia risposta.

«Zagor era lì. Era andato a parlare con il dottore…»

Un ruggito di dolore mi perforò i timpani. Tonia sembrava come impazzita. Comincio a prendere a calci ogni cosa intorno a lei, a distruggere mobili, sedie, finestre.

«Tonia…Tonia calmati»

Caleb l’afferrò bloccandole le braccia.

«Tonia, ci sentiranno. So che è doloroso, non possiamo fare più niente per Zagor, ma possiamo salvare noi stessi. Andiamo»

«Tu non sai un cazzo!» grido Tonia «Cosa vuoi saperne tu? Non hai fratelli…lui era parte di me»

Antonia cadde a terra in preda alle lacrime.

«Tonia» Bruno si inginocchiò davanti a lei «ascoltami. So che è difficile in questo momento, ma dobbiamo andare via. Anch’io provo dolore per la perdita di tuo fratello, ma non possiamo permetterci il lusso di piangerlo qui, adesso. Potrai anche vendicarlo un giorno, sei vorrai. Per farlo, però, dovrai restare in vita e se ci trovano…non avremo scampo»

Mi avvicinai a lei.

«Tonia. Guardami…Cusack mi ha tradita, ha fatto il mio nome ad Apollonia. Ora lei sta scendendo a prendermi. Non possiamo andare al corridoio D e non possiamo rimanere nei sotterranei. Dammi la mano»

Fui sorpresa delle mie parole: Tonia ed io non eravamo mai andate molto d’accordo, ma ancor di più mi sorprese il fatto che allungò il braccio e strinse con forza le mie dita; lo sguardo duro, il cipiglio di un comandante.

«Forza, corriamo via di qui»

Prendemmo l’ascensore, arrivammo al primo piano e corremmo verso la porta a vetri. Bruno tentò di far scattare la serratura con il badge e la chiave, ma non riuscì a togliere l’allarme. In un attimo le guardie ci furono addosso. Tonia afferrò la pistola di Bruno e prese a sparare ai vetri. Passammo tra le rovine e corremmo fuori.

Ci salvammo tutti. Beh, non proprio tutti. Caleb, Tonia, Bruno e io. Ci alleammo con la resistenza e lottammo fianco a fianco per sconfiggere l’oppressione aliena.

«Dottor Cusack, ha finito con quella cartella?»

«Un attimo solo Ambrosia, finisco di compilare le informazioni dell’ultima seduta»

Il dottor Cusack, chino sui fogli, trascriveva febbrilmente i suoi appunti.

«Alina Grant» Ambrosia scosse la testa «povera ragazza. Ne vedo di brutti casi ogni giorno, ma questo…questo fa proprio stringere il cuore»

Cusack alzò appena lo sguardo e annuì.

«Cosa le ha raccontato questa volta?» domandò l’infermiera.

«Il solito. La storia degli alieni, il complotto, la resistenza. Ah, questa volta mi ha fatto morire squartato. Forse nutre ancora rancore per l’ultima volta che l’abbiamo dovuta legare»

Il volto di Ambrosia si corrucciò.

«E’ così giovane…non…non ha ancora trovato un medicinale che la faccia stare un po’ meglio?»

«Credimi Ambrosia, è quello che desidero di più per tutti i miei pazienti. Alina è un caso difficile: paranoica schizofrenica con disturbo di personalità multipla. Quando diventa violenta, non posso fare altro che sedarla. Quando emerge la vera Alina, come in questi giorni, si può parlare un po’ con lei, ma quando spunta Apollonia…beh, hai visto cosa ha combinato nella sala comune…»

L’infermiera annuì.

«Ecco» concluse il dottore apponendo la sua firma in calce «puoi riporla nello schedario, non ci servirà fino alla prossima settimana»

«Va bene dottore. Va a casa stasera?»

«Si, ho bisogno di passare un po’ di tempo con la mia famiglia» Cusack si stiracchiò.

«Capisco. Allora buonanotte dottor Cusack»

«Buonanotte Ambrosia, a domani»

www.ladeeflake.com

In caso di errori del testo, chiedo scusa e assicuro un'accurata revisione entro breve tempo.



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