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lavoro pubblicato giovedì 12 gennaio 2012
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Dualismo

di Lighty. Letto 489 volte. Dallo scaffale Fantasia

19 Novembre Il Sole invernale era calato da diverse ore ed Elio aveva lasciato campo libero alla sorella Selene. Quella notte, una delle più fredde che si erano viste in quei giorni, era pervasa da un gelido sospiro che avvolgeva le creature do.....

19 Novembre
Il Sole invernale era calato da diverse ore ed Elio aveva lasciato campo libero alla sorella Selene. Quella notte, una delle più fredde che si erano viste in quei giorni, era pervasa da un gelido sospiro che avvolgeva le creature dormienti nel manto della speranza; la speranza di un giorno nuovo, un cambiamento, un futuro. Nel parco, una tetra foschia permeava ogni cosa, tutto era calmo: non un solo soffio di vento muoveva le fronde degli alberi, piegati dalla tristezza; quella stessa malinconia si trasmetteva con un sussulto ai corpi della realtà e dei sogni. Solo una piccola ed insignificante luce, di un unico lampione, dava sollievo a chi disprezzava il buio. O quasi. Tutto si svolgeva sotto l’occhio di quella stella rossa che, imprevedibile e infida, ardeva nella coltre celeste: il suo bagliore purpureo illuminava la realtà, dipingendola di scarlatto. Circondato da un’intangibile caligine, Nathan s’era inginocchiato davanti al corpo esanime di Erik, dal quale era stato estirpato il soffio della vita. Nel bagno di sangue cadevano, gravi di rabbia e di disperazione, calde lacrime, da quegli occhi verdi che si erano tinti di un riflesso porporino.
Quello di Nathan era un pianto isterico, alternato da singhiozzii, convulsi e spasmodici, e grugniti non umani. L’odore del sangue era così fastidioso, nauseabondo, penetrava nel cervello e nelle viscere: consumava l’anima. Tutto ciò in cui credeva, tutto ciò in cui aveva riposto speranze e chimere era un falso inganno del destino. L’anello infinito del tempo s’era fermato per fare spazio a quella pantomima, a quella tragedia a cui, forse, nessun uomo avrebbe voluto assistere.
Il ragazzo, ispirato dall’ira, e suo malgrado dall’amore, respirò profondamente e cercò l’ultimo filo di voce che gli era rimasto; si rivolse a Wantu, e con voce perentoria e solenne gridò: “Ora so cosa devo fare”. Forse, era la prima cosa di cui era sicuro in quei due, efferati, interminabili giorni...
15 Novembre
Verso le dieci e mezza di notte nel cielo notturno è apparsa una stella nana rossa: l’avvenimento ha provocato stupore ed incredulità nella comunità scientifica di tutto il mondo; un fenomeno così strano e, per le normali leggi fisiche, paradossale se non impossibile.
Gli stessi scienziati francesi, che per primi avevano avvistato il corpo celeste, hanno espresso le loro perplessità, circondando così di mistero lo straordinario evento: il corpo non avrebbe una massa, una forza d’attrazione gravitazionale o un qualunque campo elettromagnetico; inoltre l’oggetto ha continuato a brillare sia di notte che di giorno, inverosimilmente sovrapponendo la propria luce con quella del Sole, tuttavia non influendo in alcun modo sulla temperatura del pianeta; infine, i raggi emessi dal corpo sembrerebbero non essere nocivi o dannosi all’uomo essendo privi di radiazioni. L’apparizione del corpo luminoso è sensazionale e ha ovviamente provocato disagio e paura in molte comunità. In particolare, nella città di Thabarimhi, in Sudafrica, una tribù indigena chiamata Quazirh, della regione centrale del continente africano, ha generato caos e disagi fra i cittadini: i membri della tribù si sono ribellati alle forze dell’ordine, lasciando un unico messaggio, destinato a tutto il mondo: “Wantu è tornato, è necessario il Rito”; in seguito alcuni di loro sono stati messi in prigione, alcuni sono riusciti a fuggire, forse a tornare nella loro terra.
18 Novembre
Pioveva. Roma stava festeggiando un altro, miracoloso giorno di vita della città eterna nel mondo. Il cielo, carico di nubi gravi d’acqua e fulmini, era plumbeo e dilatava il grigiore nella realtà dell’uomo. La pressione e l’umidità erano elevate, ogni persona in città avvertiva uno strano senso di disorientamento e stanchezza e sicuramente non era colpa del caos cittadino; gli abitanti vi erano abituati, forse per inerzia, o forse per un’imposizione. No, il tessuto umano era divenuto pallido e grigio non per un’abitudine maliziosa, ma per un estraneo scomodo e subdolo, Nova (così l’avevano chiamata gli astronomi francesi), che ardeva nello spazio, irradiando con i suoi raggi purpurei che facendo capolino fra le nuvole, le tingevano di violetto e cobalto; gli abitanti del mondo riuscivano a percepire il suono dell’esplosione di ogni particella solare in quel corpo di fuoco, un’eco, un agghiacciante incontro tra un rimbombo e un grido. Gli uomini si sentivano a disagio per quell’occhio rosso che era apparso dal nulla quasi a vigilare, o meglio scrutare le loro azioni con una sottile aria di disprezzo.
La pioggia cessò e, per la gioia di tutti, fece capolino fra le nubi in fuga il Sole, l’unico che avrebbe avuto il diritto di illuminare il cammino dell’uomo. A casa De Angelo la gioia nel rivedere la luce del Sole non aveva ancora impregnato l’ambiente. Nathan se ne stava sul divano davanti alla finestra che dava sul balcone, ornato di molti vasi del suo fiore preferito, la camelia; le piante erano ormai tutte sfiorite ma era rimasta integra e bellissima una sola camelia rossa.
Osservava il traffico e il fermento giù in strada. Dal primo piano riusciva infatti a vedere la gente che passava per la sua via: alcuni correvano, in ritardo ad un appuntamento o al lavoro; altri s’accingevano a chiudere gli ombrelli fiduciosi nel ritorno del buontempo. Quante piccole formichine, pensava, così minuscole e all’apparenza insignificanti; forse agli occhi di un dio o dell’intero cosmo erano piccolissimi granelli di sabbia, ma erano loro a fare la differenza, loro erano i veri protagonisti del Creato: gli uomini. Creature intelligenti, gli umani erano partiti come semplici primati mammiferi, degli “homuncoli” assoldati alla procreazione, ma sino ad allora erano arrivati ad un nuovo livello di civiltà. Si erano accaparrati il dono dell’anima, si erano imposti delle divinità antropomorfe come limiti della realtà materiale, e avevano fondato la società. Il termine società deriva dal latino societas, indicando una relazione, un’alleanza, un’unione: quella perfetta combinazione fra mente, corpo ed anima portata ad un livello di integrazione e condivisione con gli altri simili. Questo era il dono di cui l’umanità doveva essere fiera: l’amore; da cui discendono l’amicizia e il rispetto, regolati dalla sincerità e dalla complicità, limitati dalla giustizia e dal dovere, al fine di raggiungere un obiettivo: la pace. In quel momento della storia il mondo non stava godendo della tranquillità meritata dopo tante guerre: continue discriminazioni, emarginazioni e scontri bellicosi avevano portato l’uomo nel baratro dell’illusione e della finta felicità e lo avevano indotto ad una regressione morale e spirituale e alla corruzione di una realtà satura di nulla. Riflettendo su tutto ciò Nathan s’accorse dell’arrivo di un messaggio al cellulare da parte di Sasha, la sua migliore amica, che gli ricordò che avrebbero dovuto vedersi proprio in quel momento al La Sirena; Nathan se n’era totalmente dimenticato, quindi indossò i primi vestiti decenti trovati e scese al pianterreno. Scivolò rapidamente giù per le scale, attraversò il salotto e uscì in fretta e furia; in quel momento in casa non c’era nessuno eccetto lui: la “famiglia” era andata da Carlo a prendere i mobili da spostare nella casa di Nathan. Era in corso un trasloco importante: la madre di Nathan, entro breve, si sarebbe trasferita a casa del suo nuovo compagno Carlo, per ricreare in un certo senso l’antica famiglia, dopo le difficoltà che questa aveva affrontato.
I De Angelo si erano trasferiti da New York a Roma quando Nathan aveva solo tre anni: inizialmente non avevano avuto l’intenzione di rimanervi per sempre, tuttavia in quel periodo il padre stava morendo di cancro e prima di lasciare il mondo voleva far pace con il suo vecchio, che allora abitava ancora in un quartiere popolare di Roma; dopo aver incontrato il nonno, il padre di Nathan morì lasciando lui, la moglie e il fratello Erik soli. La madre decise quindi di stabilirsi in Italia definitivamente, iniziando una nuova vita. Molti anni dopo, quando Nathan non aveva compiuto i diciassette anni, la mamma incontrò Carlo, un uomo splendido, altruista, generoso e molto ottimista pur non godendo di una splendida situazione economica. Nathan non aveva alcun ricordo del papà naturale, perciò tutto quello che sapeva sul suo conto gli era stato riferito per bocca della madre; molto spesso lei lo rendeva partecipe delle avventure e delle esperienze più emozionanti vissute con il marito attraverso l’unico strumento che aveva, la parola: attraverso parole, parole d’amore e di malinconia, di desiderio e di delusione, parole d’affetto volte a far sognare e far rivivere l’uomo che per lei era stato tutta la sua vita. Non essendo molto legato al padre, Nathan aveva visto in Carlo una sorta di figura paterna che il ragazzo aveva ben accolto nella famiglia, cosa che invece non era accaduta con Erik. Il fratello maggiore aveva, infatti, conosciuto meglio il padre naturale e quindi non voleva accettare e considerare il nuovo compagno un membro della loro famiglia. Questo era sicuramente uno dei motivi per cui i due fratelli si erano allontanati negli ultimi tempi: sin da giovanissimi fra Erik e Nathan si era stabilita una grandissima competizione che, con il passare degli anni, la maturazione e la crescita psicologica, si era trasformata in un assurdo odio tra fratelli. Molte volte le loro compagnie di amici avevano tentato di far riappacificare i due, senza però ottenere un minimo risultato: ogni volta che parlavano infatti si scambiavano sguardi gelidi e parole affilate, mettendo in causa offese e problemi insensati che non stavano né in cielo né in terra, e che non avevano nulla a che vedere con il loro problema di comunicazione e comprensione. Fortunatamente Erik si presentava poco a casa, rimanendo quasi sempre fuori per questioni di lavoro o di scuola: si era infatti iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, pagando la retta universitaria con i soldi guadagnati lavorando come cameriere e barman in un locale prestigioso. I due fratelli quindi stavano sotto lo stesso tetto poche volte, e molto più raramente si guardavano in faccia o si scambiavano qualche parola.
Nathan inforcò la bicicletta e scese in strada: attraversò mezza città prima di arrivare al locale. Lì avrebbe dovuto incontrare Sasha e Francesca. Si sedette al solito tavolino, accanto al quadro di “arte astratta”, un insieme incomprensibile di schizzi multicolore. Stava attendendo l’arrivo delle due ragazze, quando sentì qualcosa. Un urlo, più precisamente. Si voltò di scatto, ma non vide nessuno, o meglio, nessuno si era voltato o aveva udito qualcosa di strano. E’ il freddo, si disse; ritornò a fissare il bicchiere di birra che aveva prima ordinato, quando accadde qualcos’altro. Sentì un forte giramento di testa: il sangue salì forte al cervello, gli occhi pulsavano, avvertì uno strano calore che si propagava nell’aria. Involontariamente chiuse gli occhi, e quando li riaprì si ritrovò in un mondo diverso: tutto era uguale e al solito posto, era ancora nel locale nella medesima posizione, ma qualcosa era cambiato; tutti gli oggetti, tutte le persone, ogni cosa era tinta di rosso come se fosse illuminata da un faro accecante color rosso. Si voltò di scatto, e fra le persone immobili notò una donna molto particolare: era una signora di colore, di circa una ventina d’anni forse, vestita con una tunica dall’aspetto molto vecchio, o addirittura antico, dipinta di un blu pallido; lei era l’unica che si muoveva, perché Nathan distingueva chiaramente i momenti in cui inspirava ed espirava. E poi, lo guardava: con quello sguardo così intenso, quegli occhi cinerei e distanti, e quelle lacrime che scendevano copiose come frammenti di uno specchio rotto, lo specchio dell’anima.
- Eccoci! Scusa per il ritardo! Nathan riaprì gli occhi: si ritrovò davanti a sé due splendide ragazze, Sasha e Francesca, ma di quel mondo impossibile e di quella donna non era rimasto più nulla. E’ stato solo un mancamento, pensò il ragazzo, ho sognato ad occhi aperti. Nathan non disse nulla a Sasha, non avrebbe certo voluto rovinare la giornata di lei e della sua fidanzata. Aveva conosciuto Francesca ad un ballo organizzato alla fine del quinto anno di liceo; Sasha aveva dichiarato di essersi fidanzata con una ragazza solo al termine degli esami finali. La sua era stata una rivelazione scioccante per tutti, parenti e amici, perché nessuno si sarebbe mai aspettato che una ragazza così popolare e bella come lei potesse essere così...diversa; in realtà Nathan forse lo aveva sempre saputo, perché da quando si erano conosciuti, otto anni prima, i due erano diventati più che migliori amici, una sorta di fratello e sorella. E questa “rivelazione”, ovviamente, non aveva cambiato nulla nel loro rapporto. I tre rimasero a parlare fino a tardo pomeriggio, quando Nathan si congedò e tornò a casa a riposare, poiché il giorno dopo avrebbe dovuto lavorare molto al Cédric. Tornato a casa, il ragazzo trovò la madre, Carlo ed Erik che stavano partendo con la macchina a scaricare il mobilio e tutti gli oggetti della mamma a casa del suo nuovo marito; la vecchia casa sarebbe rimasta solo ai due fratelli. Dopo aver evitato ogni possibile discussione con il fratello o la madre, Nathan entrò in casa e si fermò in salotto. Si stava chiedendo il perché di quella strana visione: il mondo si era fermato, ed era stato illuminato da una forte luce scarlatta. “Forse centra qualcosa la stella Nova, quella che è comparsa in cielo poco tempo fa... E poi quella donna misteriosa...” pensava. Per rispondere alle domande che si poneva, tuttavia, aveva bisogno di più informazioni, doveva fare una ricerca il più dettagliata possibile, partendo da un nome, Quazirh, il popolo indigeno di cui si era parlato alla televisione. Nathan allora entrò nella biblioteca di famiglia. Ampia, incorniciata da mirabili stucchi, dipinta su tre muri con una tinta rosa antico consumata; il pavimento in parquet di tessere di cedro. La biblioteca era stata per Nathan una sorta di rifugio, un luogo in cui poteva nascondersi dai disordini della società umana e dell’etica per rimanere a conversare con i migliori amici dell’uomo, i libri: portatori di informazioni, di risate o di conforto, i libri puri e semplici sono le impronte delle memorie delle persone, incorruttibili strumenti che in poche pagine sigillano storie di uomini o di interi mondi e le affidano alle cure delle stelle.
Quando Nathan accedette nell’ampio vano venne accolto da un forte odore di vissuto, segno di una cura a dire il vero scarsa. Oltrepassò le uniche due poltrone, rivestite in pelle imbrunita, e si diresse alla libreria; cominciò a cercare fra i volumi di cultura e storia. Dopo aver aperto ogni libro, trovò un testo intitolato “Cultura delle popolazioni tribali africane”: si mise a sfogliarlo pagina dopo pagina, tastando con le dita i fogli logori e usurati, accorgendosi della presenza di molte annotazioni, ai margini degli scritti, scritte in inchiostro nero e in una grafia illeggibile.
Si soffermò sull’unica nota scritta in inchiostro rosso: più che una nota era un segnaccio (forse un asterisco?) posto a lato di un paragrafo intitolato “Ritualità Quazirh”. Nathan ripensò a quel nome..Quazirh.. non dovette sforzarsi molto perché quello era il nome della tribù che aveva provocato l’insurrezione a Thabarimhi; non resistette, doveva leggere quell’articolo!
“Di particolare interesse sono le forme di ritualità presso la tribù dei Quazirh, una tribù animista e pertanto fedele al credo nelle proprietà spirituali nella realtà materiale. Fra le principali divinità venerate è necessario ricordare Wantu, lo spirito del male e della corruzione umana. Secondo una leggenda Wantu, prima di essere un dio malvagio, era stato protettore dell’amore; una volta accadde questo: Wantu stava progettando la sua uccisione, cioè il suicidio, e quindi la distruzione del sentimento amoroso dell’uomo, quando venne scoperto da un dio minore e pertanto punito per il suo crimine; venne quindi trasformato in una stella rossa. L’astro appare in cielo ogni 1700 anni e per vendicarsi del torto subito, attraverso l’unico corpo materiale che poteva possedere (la stella appunto) lo spirito s’impossessa del corpo di un umano per godere del più animale e primitivo piacere dell’uomo: l’omicidio. Per affrontare l’ascesa del dio la tribù compie un rito di purificazione consistente nella raccolta delle lacrime e di poche gocce di sangue di sette ragazze vergini, che vengono abbigliate per l’occasione con un lungo abito azzurro riccamente decorato; il tutto viene accompagnato dal ritmo di primitivi tamburi. La cerimonia, chiamata “ lavaggio delle ombre”, si dice che sia stata praticata una volta sola: secondo una storia una delle vergini venne posseduta da Wantu e, per evitare un omicidio, uno sciamano trasferì con la stregoneria lo spirito dell’indemoniata alla stella rossa, che si trasformò in una massa incandescente, vermiglia, priva di una struttura fisica e formata di pura, corrotta luce..”
Dopo aver letto quella breve descrizione Nathan rifletté su quanto strano e misterioso fosse il destino degli uomini: gran parte dell’umanità credeva fermamente nell’esistenza di un’unica entità superiore all’uomo, Dio, ed ora aveva fatto la sua comparsa agli occhi del mondo un’altra divinità, portatrice di corruzione e di dolore, venerata e nel contempo temuta da una popolazione tribale africana, rozza e primitiva. Nathan si soffermò a lungo sulla descrizione delle vergini che prendevano parte al rito, la rilesse più e più volte, non riusciva ad abbandonare quella strana, paradossale, impossibile idea: quel giorno aveva visto, in una visione illogica e per questo inammissibile, una donna scura di pelle che versava lacrime pesanti e vestiva con un abito celeste e riccamente abbellito, la stessa immagine creata dal libro. Perché proprio a lui? Non riusciva a rispondere a questa domanda; un’esperienza simile molto probabilmente nessun uomo l’aveva mai vissuta, altrimenti la ricerca della soluzione sarebbe stata molto più facile: era stato così affascinante, incredibile e prodigioso che la risposta al quesito era la più semplice, la più fragile, che lui non avrebbe mai accettato.
Mentre la sua mente stava intraprendendo la via verso la pazzia, accadde l’inimmaginabile.
Il ragazzo italo-americano vide le pagine del volume muoversi, spinte da un vento caldo; quel tepore, quell’abbraccio così rovente proveniva da un punto indefinito dietro a Nathan.
Lui non poté non voltarsi per soddisfare la sua vorace curiosità, altrimenti non avrebbe mai potuto credere a quell’orrida, incredibile apparizione. Quello che credeva fosse un soffio di vento arroventato era in realtà un invisibile, cristallino frammento di un velo rosso: quella sottile ed affilata patina incandescente avviluppava il corpo nudo di quell’essere, quel demonio le cui membra erano scure e cineree come se avessero subito interminabili abrasioni e bruciature di una lava, d’un magma, o forse della stessa linfa che teneva in vita i Soli dell’Universo.
Lo spirito dalle sembianze umane sorrise; un sorriso malizioso, divertito, di un bambino pronto a giocare. La misteriosa creatura tese il braccio destro, come un vigile in segno di arresto del mezzo, e allineò il palmo della mano nera con la zona del cuore, mentre con l’altra si coprì gli occhi accecanti. A Nathan, che nel frattempo aveva assunto un colore della pelle grigio pallidissimo, si gelò il sangue; l’essere divampante pronunciò delle parole incomprensibili con voce dirompente e tornò in posizione stante. Così come un fantasma attraversa i muri di un castello abbandonato, lo spirito si mosse verso Nathan, con forzata lentezza oltrepassò il suo corpo e sparì nel vuoto, sfumando nel nulla anche la fiamma che aveva portato le ombre nel salone.
Nell’esatto istante in cui Nathan era venuto a contatto con l’entità, sentì una fortissima e dolorosissima fitta al cuore; dalla bocca uscì un urlo incontrollato, e poi più nulla: il corpo cominciò a scaldarsi drasticamente e a infiammarsi, ma quello che ardeva in lui non era la combustione di una stella, era l’odio di un buco nero che risucchia tutti i corpi celesti intorno a sé per poi inghiottirli ed accrescere sempre più. Ciò che era stato ingoiato dal turbine di polvere cristallina non era materia spaziale, era la somma di tutte le emozioni, di tutti i sentimenti che quel povero ragazzo aveva provato in diciannove anni e che avrebbe potuto, anzi dovuto provare.
Nathan si ripiegò su sé stesso e rimase immobile, esanime; polvere e cenere si erano sostituiti al fuoco. Era divenuto realmente grigio: non solo la pelle, ma anche i vestiti, i capelli, le labbra e gli occhi, che avevano perso la vivacità e la solarità del loro verde smeraldo; le membra si irrigidirono e divennero carbone. Il silenzio in casa, il nulla nella mente; il cuore smise di battere.
Probabilmente, se gli fosse rimasto un minimo di intelligenza nel cervello, Nathan avrebbe pensato che fosse giunta la sua ora. Si sarebbe sbagliato. Il silenzio in casa venne rotto da un sussurro, un bisbiglio, che divenne poi melodica voce: una cantilena, un soave vocalizzo che permeava tutte le cose, di una donna triste e inquieta; era lei, la stessa donna della visione stava cantando nel cuore di Nathan. Le pareti, il mobilio e i libri si misero a vibrare, attraversati da un flusso di energia e di vitalità che, nel caso dei libri, era pari alla forza di volontà e al sacrificio compiuto dai loro autori. Gli occhi del ragazzo si riempirono di piccoli diamanti luccicanti, i vestiti si tinsero di celeste, la pelle assunse una tonalità turchese e divenne luminosa. Stava accadendo un vero e proprio miracolo. Una luce cristallina, accecante, la stessa luce di cui si cibano le nebulose, venne originata dal corpo di Nathan; un’infinità di stelle, di Soli e di Super Novae si erano messe a bruciare intensamente nel piccolo cosmo del ragazzo, un’immensità di luce purissima era stata generata e aveva portato polvere siderale in tutta la stanza. Quell’effimero, grandioso miracolo durò pochi istanti, dopodiché venne ristabilita la realtà; il cuore batteva di nuovo, il corpo dell’italo-americano ricominciava a funzionare. Nathan si accasciò a terra sfinito, rimase in quella posizione per un tempo indefinito, forse qualche minuto, o forse un’ora intera; non avrebbe mai saputo descrivere quello che aveva provato in quel momento, era stato come se corpo e anima fossero stati percossi e trafitti da meteore e frammenti solari. Smise di pensarci e, poco alla volta, riunì le forze rimaste e si sollevò da terra; con aria dinoccolata raggiunse la poltrona di pelle su cui sedette immobile, gli occhi persi nel vuoto.
Nella sua testa c’era un vero e proprio caos di idee e di pensieri, un turbine di domande. Cosa stava succedendo? Perché era accaduto tutto ciò a lui? Chi era quella donna, e cosa era quell’essere? Come poteva spiegare quei fenomeni impossibili? Provava a rispondere ai suoi quesiti nella maniera più logica e razionale possibile, ma sapeva che avrebbe dovuto abbandonare la ragione e affidarsi al suo istinto e al suo cuore. Era sicuro ormai che la creatura di fuoco e Nova fossero la stessa entità, Wantu, il dio africano della corruzione umana, che aveva tentato di impossessarsi del suo corpo; quella donna ormai era divenuta l’unico pensiero nella sua testa, perché era stata lei a salvarlo da quel nume malvagio. Forse era proprio lei la ragazza vergine di cui si parlava nel libro, l’umana che si era fusa con un dio forse divenendo a sua volta una dea; ma come lo aveva salvato, con un’effimera cantilena? No, questo non era stato sufficiente, Nathan ne era sicuro! Sentiva ancora nelle viscere del suo animo logoro e impuro l’eco di Wantu, che era quindi sinonimo di odio, l’odio verso Erik. Per quel momento il ragazzo riusciva a reprimere l’ombra nel suo animo, ma distruggerla per sempre sarebbe stato troppo, se non arduo o addirittura impossibile.
Nathan andò diritto in camera e chiuse la porta, si distese vestito sul letto, lo sguardo perso nel vuoto; ripensò ancora una volta a quello che gli era accaduto sino ad allora e giunse alla conclusione che stava veramente diventando pazzo! Non avrebbe più potuto sopportare una possessione divina; quel demonio aveva consumato tutta la sua forza fisica ed ora Nathan era più stanco e avvilito che mai; si arrese quindi nella lotta contro il sonno e s’assopì. Fuori, l’oscurità si stava sostituendo alle sicurezze del giorno, nel cielo notturno regnava fra le altre stelle Nova, che si stava preparando al suo destino. Ogni cosa era al proprio posto, ogni tassello s’incastrava perfettamente per formare l’inevitabile ragnatela di eventi ordita da un essere superiore; l’unico che ancora si opponeva era Nathan, un ragazzo di diciannove anni immaturo ed inesperto che credeva di poter affrontare e addirittura superare un dio. Nel cuore della notte il ragazzo, avvolto in un manto fatto di perle di sudore, venne scosso da un terrificante incubo. Era notte, galleggiava in piedi in mezzo ad una prateria verdissima, la pelle accarezzata da un gentile soffio di vento; dall’orizzonte indefinito salivano in migliaia piccole e colorate sfere luminose, simili a leggeri e delicati angeli accolti da Dio; Nathan alzò lo sguardo, e vide un imponente oggetto volare immobile fra basse nubi: una sorta di macchinario primitivo formato da due strani anelli dorati simili ad ingranaggi (o forse catene?) concentrici che ruotavano l’uno nell’altro in un movimento impercettibile, al loro interno una massa informe di un liquido rossastro e viscoso sembrava volesse liberarsi da quella gabbia magica. Nathan notò poste sugli anelli delle iscrizioni scritte in un linguaggio a lui sconosciuto che s’illuminavano di luce propria; a fatica trattenne l’orrore nel vedere che le sfere luminose, entrando nell’orbita di quella “cosa”, assumevano una struttura cristallina e diventavano corpuscoli orribili di sangue che andavano ad aggrumarsi nel corpo rossastro: nel momento della loro dissoluzione si sprigionavano terrificanti grida di terrore di uomini, donne e bambini. D’un tratto, una folata di vento caldo avvolse l’ambiente attorno a Nathan: il prato erboso prese immediatamente ad ardere, dirompenti colonne di fuoco imprigionavano il ragazzo: sulla sua pelle, Nathan sentiva il bruciore di quel fuoco: “E’ solo un sogno!...è...un sogno!!” le fiamme che divampavano s’avvicinavano sempre di più...sempre più vicine...
Un grido stagliò l’aria; Nathan aprì gli occhi, con il cuore in gola, venne investito da una fortissima luce proveniente dall’esterno: si era dimenticato di chiudere la finestra “Siamo al primo piano...cosa potrebbe accadere..?” pensò “ Non è stato un semplice incubo...Adesso ho veramente paura.” Scese dal letto, scosso per il brutto sogno, si cambiò e andò a fare uno spuntino prima di andare a lavoro al Cédric. Il locale era di proprietà di un lontano parente italo-francese che lo aveva assunto per fare un po’ d’esperienza lavorativa; vi rimase per tutto il giorno, fino alle sei e mezza.
Tornò a casa, avvolto nel buio dell’imminente inverno. Una volta in casa si trovò davanti il fratello:
- “Perché sei già a casa, hai finito prima il lavoro?” chiese Nathan.
- “No, il capo mi ha dato la serata libera: in ristorante non c’era praticamente nessuno, così mi hanno lasciato andare via prima del solito” rispose Erik.
I due fratelli si guardavano negli occhi: l’aria densa di rabbia e carica di scintille che anelavano vorticosamente a scoppiare, trattenute da forze invisibili.
- Come siamo arrivati a questo punto?
- Dimmelo tu, Nathan, se ti ritieni migliore di me!
Gli occhi di Nathan, iniettati di sangue, stavano letteralmente vibrando, come se nell’iride liquido fosse stato scagliato un ciottolo, generando onde nell’acqua.
- Credi forse che io mi ritenga migliore di te? Tu sei veramente fuori di testa; non ti rendi nemmeno conto di quello che dici, e di certo non ti stai comportando come un fratello maggiore: dovresti essere quello maturo, qui, anziché quello offeso! Questa situazione mi sta facendo impazzire!
- E di chi sarebbe la colpa allora, mia forse? -replicò Erik- E’ possibile che sia anche colpa mia se siamo arrivati a questo punto, ma non ho cominciato io questa storia: sai bene di cosa sto parlando...
- Certo che lo so! Ed è davvero un motivo stupido! Solo perché papà è morto e Carlo ha preso il suo posto, non significa che dobbiamo litigare ogni santo giorno! E poi, stare con Carlo o meno, questa è una decisione che spetta solo alla mamma!
- Ma cresci, fratello! Non sostituirà mai nostro padre. Anche se lui e la mamma si sono da poco sposati non significa che anch’io debba volergli bene o ritenerlo come un padre! Questo non accadrà mai!!
Erik uscì di casa sbattendo la porta, lasciando il fratello solo, con i suoi pensieri. Rabbia..delusione..sofferenza. Tutte queste si erano concentrate in un’unica parola: odio. Nathan si piegò in due e si mise a piangere; gli occhi avevano di nuovo cambiato colore, diventando rossi come camelie; li socchiuse. Riuscì a intravedere nel buio del cosmo un vortice di polvere luminosa che avvolgeva lentamente i due anelli concentrici che vorticavano all’impazzata: sapeva che in quel momento sarebbe successo qualcosa, ma non avrebbe avuto la forza di difendersi o sopportare altre sofferenze. Il fratello lo odiava, la madre s’era sistemata con qualcuno, i suoi amici vivevano felici senza di lui, Sasha stava sempre con Francesca, insomma era solo: l’avevano abbandonato..nessuno aveva più bisogno di lui...
Nathan si sentì bruciare stomaco, cuore e polmoni, lo avvolgeva un velo di luce cremisi che penetrava nella pelle e riempiva le vene di cristalli; dentro di lui il Demone stava nuovamente prendendo piede, corrodeva la sua anima come un acido; “E’ inutile lottare” pensava. Si strinse forte e chiuse gli occhi: spinse tutto il suo coraggio e le sue speranze nel cuore. E poi il nulla.
Si rialzò; tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il cellulare e scrisse un messaggio “Devo parlarti. Ci vediamo nel parco, verso le nove”; inviò il messaggio e, un sorriso stampato in volto, salì lentamente in camera sua. Sul tavolino, il cellulare che era rimasto appoggiato, vibrò: “ D’accordo”, aveva risposto Erik.
Freddo. Caldo. Non c’è il Sole, neanche la Luna: allora da dove viene la luce? Si trova dinnanzi a sé una piana verdeggiante, a tratti incolta e brulla; si staglia, tra due dolci colline, una splendida cascata, l’acqua zampillante trascina spirali di Arcobaleno. E’ spaesato: non sa dov’è, non sa se tutto questo è un sogno, non sa chi è. Ecco, dallo scroscio d’acqua appare una donna di colore: indossa un primitivo indumento, tinto con polveri azzurrognole e blu. Lo chiama a sé: lui esegue, non sa cosa accadrà, ma forse la storia che la donna gli racconterà farà in modo che ogni dubbio venga chiarito.
Buio, il buio ha avvolto ogni cosa, gelo e nebbia permeano l’aria della sera invernale.
La luce rossa di Nova illumina Roma, immersa nel silenzio della notte; nel parco della città i lampioni si spengono uno ad uno: numerosi cali di corrente hanno avuto luogo in tutta l’area urbana. Nonostante la caligine in mezzo agli alberi del parco s’intravedono le figure di due uomini, uno di fronte all’altro, a qualche metro di distanza. Sembra che l’aura di uno dei due allontani la foschia.
- Eccoti, per quale assurdo motivo hai voluto vedermi proprio qui, in questo posto desolato e buio, e con questo freddo?
L’altro, impassibile nello sguardo (la luce della stella rossa è talmente forte da illuminare il suo volto) prende a parlare:
- Ho chiesto di vederci qui perché è un luogo appartato ed essendo fuori dal rumore della città noi due possiamo liberamente parlare senza che alcuno ci disturbi.
Sul volto si legge un sorriso, un sogghigno, quasi maligno.
- Che vuoi dire? Perché tutto questo mistero!?
Niente, l’altro non risponde; d’altronde, la risposta è ovvia. – Immaginavo che non avresti compreso. Sappi che io non sono tuo fratello Nathan, vesto solo il suo corpo come contenitore, e sappi –afferma-,sappi anche ho intenzione di ucciderti, ma tranquillo: la tua sarà una morte indolore e rapidissima.
L’altro non sa cosa fare, è spaventato: “ Ma cosa stai dicendo, Nathan!”. Si avvicina al fratello per fargli ritornare il senno della ragione; ma la parola data da un dio viene sempre mantenuta. Egli pone il braccio destro davanti a Erik; senza alcuna esitazione un bagliore rosso rubino: un fulmine di fuoco accecante viene scagliato contro l’altro uomo, scaraventato a terra, esanime. Il corpo immobile è immerso in una pozza di sangue caldo; s’avvicina l’altro: mosso da un irrefrenabile pazzia, comincia a ridere, una risata isterica, maligna, incontenibile di una gioia insuperabile, inavvertibile agli uomini. La risonanza del suo odio verso gli umani, trasmesso attraverso quello sghignazzo, riecheggia inesorabile nel cuore del mondo: Madre Natura piange. E spera, perché, forse, c’è ancora una speranza.
In mezzo al caos, ai turbini oscuri di polvere cosmica, brilla incessantemente la luce di una stella nuova, una stella incompresa, una stella chiamata Nathan, il “regalo del Signore”: è sua la speranza, è suo l’amore, ed è sua l’ira per non essere riuscito a fermare una creatura ignobile e che non sarebbe nemmeno dovuta esistere. Ma il suo sentimento, non è forse ciò che accomuna noi tutti? Non vorremmo mai deludere coloro che hanno riposto la loro fiducia in noi, coloro che ci hanno amato e che ci ameranno fino alla fine, oltre i confini del corpo, qualunque cosa noi facciamo. Se poi questo sentimento è condiviso anche da un semidio, non significa forse che noi umani abbiamo qualcosa che gli dei non hanno? Non significa forse ammettere che, per una volta, è l’uomo a decidere della propria vita, è l’uomo a decidere cosa fare e quali scelte intraprendere? E’ vero: le nostre scelte sono influenzate da molti elementi, l’amore, la suggestione, le illusioni... Tuttavia, gli uomini possiedono una cosa che né creature inferiori o superiori hanno, cioè la volontà: è la volontà che ci spinge a mettere a soqquadro il nostro mondo, che ci spinge a viaggiare, a cercare sempre qualcosa di più, qualcosa che vada oltre il desiderio materiale o la pura ed egoistica immortalità. La volontà di crescere ci porta a maturare; la volontà di cambiare ci spinge a migliorarci per gli altri; la volontà di sorridere ci spinge a desiderare. La volontà di morire conduce ad uno stadio superiore dell’essere, l’essenza stessa del tempo.
Apre gli occhi: si trova inginocchiato davanti ad un corpo senza vita, immerso in una pozzanghera di sangue, il marcio fetore provoca un disgusto insopportabile. Nathan trattiene le lacrime, ciò che è stato fatto non può essere modificato, il passato è passato; rimane solo il futuro, e stavolta sarà lui a deciderlo. Si alza in piedi, lo sguardo corroso dal terrore. “Ora so cosa devo fare”, grida Nathan. Il capo si gira, gli occhi puntano su Wantu, quella stella rossa che aveva catturato la sua anima: “Se ti cibi del male degli uomini, allora ti farò nutrire fino a che sarai disgustato del tuo stesso essere!” Nella mente del ragazzo passano in successione le immagini di tutte le persone, uomini donne e bambini, che il demone aveva divorato e che divorerà nel futuro, se nessuno riuscirà a fermarlo. Spazio e tempo collidono: dolore e piacere si fondono, cantano all’unisono, e quando luce ed oscurità si uniscono, dalla loro passione nasce il figlio che li distruggerà entrambi, il Caos. La luce scarlatta che aveva invaso tutto il pianeta strepita, si affievolisce e poi svanisce. La stella comincia a sgretolarsi: lo spirito del demone decade, si trasforma in cenere e poi sparisce. Lo sforzo che compie è disumano, il dolore fisico e mentale è insopportabile, lo spirito di un ragazzo così giovane non dovrebbe mai conoscere un tale caos e una tale crudeltà. Nathan cade a terra, accanto resta immobile lo sguardo del fratello morto, strappato prematuramente dal gioco della vita. Gli occhi di Nathan incontrano quelli, freddi, del fratello, traboccano lacrime pesanti dense di commozione. Ora impressa sul volto non è più terrore, ma consapevolezza. Qualcuno, un giorno, affermerà che la nostra consapevolezza ci porterà alla morte, e dopo essere morti a causa della consapevolezza, ci spetterà solo il limbo.
20 Novembre
- Hai sentito cara? – dice turbato alla moglie.
- No, cosa tesoro? – risponde lei.
- Senti un po’ qui:
“ Stamattina, alle ore sei circa, il corpo di vigilanza locale ha rinvenuto i corpi di due ragazzi, entrambi sulla ventina d’anni, in un parco della periferia di Roma. Le indagini sono ancora in corso, ma la polizia ha accertato che i due giovani erano fratelli italoamericani, e ha ipotizzato che per via delle continue discussioni fra i due, il fratello minore abbia ucciso il maggiore e poi si sia suicidato con la stessa arma. Il caso è sconcertante, in quanto la morte dei due risale alla notte scorsa, ma non è stato ritrovata alcuna arma e, ad eccezione di una bruciatura sul petto di Erik il fratello maggiore, non ci sono segni di lotta o di resistenza e non è stata individuata alcuna goccia di sangue nei dintorni. Alcuni locali affermano che tutto ciò sia collegato alla misteriosa sparizione di Nova, la stella rossa che fino a pochi giorni fa infestava il nostro...”
- E’ davvero terribile, Sandro! Quei poveri ragazzi...avevano tutta una vita davanti...
- Mmph! Sono sicuro che si drogavano, e che quella sera erano fatti di brutto...
...Del marito non è la consapevolezza...
Sul giornale, la foto di due ragazzi, accasciati l’uno di fianco all’altro. Il ragazzo più giovane, stringe tra le mani il brandello di una veste colorata...una veste blu...



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