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lavoro pubblicato martedì 10 gennaio 2012
ultima lettura domenica 10 marzo 2019

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Il bivio di Castelmonte - seconda parte

di mifi77. Letto 630 volte. Dallo scaffale Sogni

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IL BIVIO di Castelmonte

seconda parte

L’urlo sembrava non terminare mai, anzi sovrastare l’impeto di quella folle corsa. Una parte della mente di Raffaele si chiedeva perché egli facesse così: non conosceva forse il temperamento di Debora? Non sapeva delle sue precedenti esperienze? Avrebbe dovuto aspettarselo.

Ma egli aveva sempre creduto che il reciproco amore e la promessa di fedeltà garantissero un’unione salda e felice…

Quando l’urlo terminò, era buio. E c’era completo silenzio. E lui era disteso. Nel buio un po’ di luce filtrava da una serranda… Si guardò intorno e riconobbe la sua stanza. La sua stanza da scapolo!

Istintivamente guardò la sveglia e vide che erano le tre di notte. Accese l’abatjour: era stato un sogno, un brutto sogno. Non era mai partito per S., non aveva vissuto quegli anni felici, né quel drammatico epilogo!

Forse le emozioni del giorno precedente gli avevano giocato un brutto scherzo: il suo primo posto di lavoro, un impiego pubblico a tempo indeterminato, la consapevolezza di essere a una svolta della sua vita, di doversi trasferire in Toscana, iniziare lì una nuova vita, da docente, da adulto…

Il suo sogno gli aveva anticipato i tempi: l’amore vero, la famiglia… e l’infedeltà di una donna di diversa cultura e di inaffidabile temperamento.

In ogni caso la perdita di Debora gli bruciava dentro; ma forse il suo inconscio, con quel tradimento, aveva voluto prepararlo al risveglio, un risveglio del quale adesso poteva consolarsi: forse, chissà, a tempo debito avrebbe incontrato una compagna migliore…

Il giorno dopo sarebbe partito, sapendo che non doveva commettere errori: prudenza con le discoteche, con le ragazze e con l’amore. All’inizio soltanto casa e scuola: conoscere l’ambiente, le persone, le usanze; imparare a capire, a discernere, a valutare.

Si alzò, bevve un bicchiere d’acqua minerale per placare il bruciore di quella gola secca, poi si coricò per attendere l’alba, convinto che non avrebbe ripreso sonno.

Invece si riaddormentò.

* * *

Si svegliò quando il sole già filtrava imperioso dalle tapparelle.

Evidentemente, rasserenato dopo il risveglio da quell’incubo (adesso gli sembrava il termine più adatto per definire quell’esperienza onirica), si era riaddormentato profondamente.

Mentre si radeva la barba, rifletteva su quell’intera esperienza, così realistica e coinvolgente, e si chiedeva dove avesse sbagliato, in quel sogno. Allo svincolo, al bivio, ad andare in discoteca?

Raffaele sorrise: la doccia non lo aveva ancora svegliato. Avrebbe preso un caffè molto forte, visto che ancora non capiva che non esistevano né lo svincolo, né il bivio, né la discoteca.

Quel giorno sua madre preparò un pranzo coi fiocchi, come soltanto lei sapeva fare. A proposito, come cucinava Debora? Il sogno non lo precisava. Avrebbe dovuto capirlo, che era un sogno…

Il pranzo fu servito prima del solito, poi la madre lo salutò commossa. Suo padre lo abbracciò in silenzio e la giovane sorella lasciò apparire qualche lacrima.

Raffaele la confortò con un buffetto: - Ritorno sabato prossimo!

La piccola automobile del giovane era pulita, in ordine e col serbatoio pieno; il sole si rifletteva sulla carrozzeria lucida. Le strade risultarono libere dal traffico e marciò spedito sino a Roma; superato il raccordo anulare, si rilassò: il più era fatto. Dopo circa un’ora entrava in Toscana.

Il paesaggio ondulato era piacevolmente ricco di verde, rispetto alla sua regione, e Raffaele assaporava il gusto di iniziare una nuova vita, più indipendente e più ricca di emozioni.

Dopo un po’ giunse a uno svincolo complesso, e cercò l’indicazione per S. L’unica strada sembrava essere una provinciale; controllò la mappa, e notò che la strada statale proseguiva per un’altra direzione, e più avanti avrebbe comunque dovuto prendere una strada secondaria: tanto valeva seguire la segnaletica.

Un po’ più avanti Raffaele ebbe la sensazione di avere già percorso quella strada: vagamente gli ricordava quella del sogno. Più avanti sulla destra incontrò un bar… Era quello del sogno?

Parcheggiò, scese dall’auto, si guardò intorno ammirando gli alberi ai lati e alle spalle della costruzione, quindi entrò: dietro il banco c’era una giovane ragazza biondina, piuttosto scialba. Ordinò un caffè.

La biondina gli sorrideva: a Raffaele ricordava vagamente quella della discoteca. Stava per chiederle se andava spesso a ballare, poi si trattenne, comprendendo l’assurdità della domanda.

Dopo essere ripartito, proseguì ad andatura decisa, perché voleva arrivare prima di sera, ma dopo circa mezz’ora fu costretto a fermarsi per un bivio inatteso.

Raffaele scese dall’auto interdetto e lentamente si avvicinò ai cartelli. Possibile? A sinistra Castelmonte, a destra Val di Castello.

Dopo qualche secondo capì: era già passato per quella strada, molto tempo prima, forse quando svolgeva quel lavoretto di rappresentante…

Questa consapevolezza comunque non risolveva il problema: a sinistra o a destra?

Il sogno era stato un po’ premonitore. Sebbene fosse attratto dalla via per Castelmonte, non voleva correre minimamente il rischio di incontrare davvero una ragazza come Debora. Come aveva potuto innamorarsi di un tipo simile? Soltanto un sogno del sonno profondo aveva potuto ingannarlo.

Istintivamente decise di andare per Val di Castello: voleva al più presto dimenticare quel brutto sogno.

Forse la strada era più lunga dell’altra, come indicavano i cartelli, ma certamente più veloce. Trovò subito un bell’albergo, appena fuori S., e si sistemò in una comoda camera. Dopo una breve telefonata a casa, andò a cenare in un ristorante non lontano. Avrebbe preso soltanto bistecca e insalata, e un buon bicchiere di Chianti.

Il ristorante, una trattoria rustica che vantava una cucina casereccia, era piuttosto affollato, forse perché si era di domenica sera, e gli trovarono posto allo stesso tavolo di due eleganti giovani, molto gentili e ciarlieri. Mentre Raffaele attendeva la sua bistecca, i due si presentarono, poi gli chiesero di lui. Rispose che era un docente di matematica in procinto di iniziare il suo primo anno scolastico di ruolo.

- Si intende di matematica finanziaria? – gli chiese Franco, che dei due sembrava il maggiore per età.

Alla sua risposta affermativa, Franco gli precisò che erano promotori finanziari di una Società in espansione, e dovevano assegnare un paio di province a nuovi promotori.

- E’ così facile trovare lavoro da queste parti? – gli chiese Raffaele.

- Sai, nel nostro lavoro siamo pagati a percentuale, quindi la Società rischia poco. Abbiamo una bella sede a S. Qualche pomeriggio vieni a trovarci: ci farebbe piacere; inoltre conoscerai anche le nostre simpatiche colleghe.

- Per adesso non credo che avrò tempo…

- Non c’è fretta: noi di là non ci muoviamo. Auguri per il tuo lavoro!

Lo salutarono e andarono via.

Dopo di loro si sedettero al tavolo tre ragazze. Raffaele le guardava di sottecchi, ammirandone il modo di parlare, l’abbigliamento, i modi e la bellezza.

Dopo un po’ andò via, convinto che avrebbe avuto allettanti prospettive, da quel punto di vista. Ma, pensando a Debora, l’inesistente Debora, si ripromise di non prendere impegni seri per molti anni a venire.

Quella sera Raffaele passeggiò a lungo, per le strade di S., piacevolmente affollate di giovani che camminavano a gruppi, chiacchierando allegramente. Così, alla vigilia della sua nuova vita, che certamente lo avrebbe cambiato, non sapeva quanto, non sapeva come, ripercorse la sua vita passata: i suoi studi, i suoi amori, i progetti per il futuro e infine la scelta per la carriera scolastica, su consiglio dei suoi genitori.

Tuttavia intuiva che avrebbe potuto avere di più dalla vita, di un tranquillo impiego: forse, dopo aver trovato casa ed essersi sistemato, dopo aver conosciuto i suoi allievi e i suoi colleghi, avrebbe potuto interessarsi alla Società di Franco.

Oltre tutto, se c’erano giovani colleghe, se avessero avuto il carattere e la simpatia della Debora del sogno, avrebbe potuto intrecciare qualche relazione, senza un vero coinvolgimento sentimentale e senza impegni.

Le sue brevi esperienze passate gli avevano rivelato quanto egli tenesse a quell’aspetto della vita, come lo ritenesse gratificante…

Erano ormai le undici di sera e diresse i suoi passi verso l’albergo, dal quale si era allontanato parecchio; lì giunto, si sdraiò sul comodo letto, accese il televisore e trovò un film di seconda serata, sensuale e disinibito, una pellicola “d’autore”, come si suol dire. La mancanza di musiche di sottofondo rendeva autentica la storia della giovane protagonista e seguì il film sino alla conclusione interlocutoria. Spense la luce quasi alle due di notte.

* * *

Quando udì suonare la sveglia, pensò che poteva permettersi altri dieci minuti di relax, e finì che si risvegliò quasi un’ora dopo. Si lavò e sbarbò in fretta, pensando che dopo tutto poteva ritardare una mezz’ora, quindi corse a scuola.

Il dirigente lo accolse gentilmente:

- Aspettavamo due docenti di matematica, stamattina: il suo collega è già arrivato e gli ho assegnato il corso D; a lei assegno il corso E.

- E’ alla succursale? – chiese istintivamente Raffaele.

- Ah, vedo che già conosce l’organizzazione della scuola…

- No, ho tirato a indovinare. – disse Raffaele, interdetto.

- Può recarsi subito lì, perché ha lezione a seconda ora; avremo modo di conoscerci meglio nei prossimi giorni: auguri.

Raffaele strinse la mano che il dirigente gli porgeva; all’uscita chiese l’indirizzo della succursale al bidello e vi si recò.

Stranamente, alcune cose somigliavano al sogno, che egli ormai considerava premonitore; ma non aveva incontrato Debora e non voleva neanche vederla da lontano, se mai esisteva: il sogno lo aveva messo in guardia nei confronti di quel tipo di donna, affascinante ma leggera, infedele nei sentimenti e nelle azioni…

Nella sua quinta classe c’erano cinque o sei ragazze, ma per fortuna nessuna gli ricordava Debora. Raffaele si sentiva in salvo. S’impegnò nelle sue lezioni, catturando l’attenzione degli allievi con una didattica coinvolgente, così come aveva imparato durante le sue supplenze e nelle lezioni effettuate nei corsi di formazione professionale. Avevano notato la sua giovane età; quindi, per sbarazzare il campo da qualsiasi dubbio sulla sua competenza, parlò loro delle proprie precedenti esperienze di insegnamento, illustrando ampiamente i programmi e i metodi che intendeva seguire, improntati alle più recenti teorie didattiche accreditate.

Sollecitò gli allievi a prospettare i loro dubbi sulle materie, e le ore trascorsero rapidamente.

Nel pomeriggio un collega lo aiutò a trovare un alloggio non lontano dalla scuola. Era un appartamentino arredato, sito al secondo piano, luminoso e confortevole. Raffaele pensò che non era troppo diverso da quello del sogno, ma l’arredo gli sembrava più completo.

Si rifornì di generi alimentari in un supermercato della zona, poi sistemò nei mobili il contenuto delle sue valigie: col tempo avrebbe comperato in più riprese ciò che gli occorreva.

Quando aveva tempo di fare una passeggiata in città, involontariamente osservava tutte le ragazze snelle, che potevano ricordargli Debora, ma nessuna le somigliava, per fortuna; ricordava ancora il terribile urlo di dolore che nel sogno scaturiva dal suo cuore, ferito a morte… e si ripropose di non mettere più quel cuore nelle mani di una donna: i suoi amori non sarebbero mai stati per sempre, non si sarebbe più consegnato senza riserve a una donna. Perché la donna, secondo lui, non era mai consapevole del valore del proprio corpo nell’amore di un uomo.

Dopo un paio di settimane, decise di andare a trovare Franco nel suo ufficio. Rimase impressionato dall’eleganza dei locali e della segretaria. Franco lo salutò festosamente:

- Accomodati, mi fa piacere che sei venuto! Questo pomeriggio l’ufficio è tutto nostro e di Gabriella, perché i promotori sono in giro. Che cosa prendi? Un caffè? Gabriella lo sta già portando.

Raffaele prese il caffè dalle mani della ragazza sorridente e lo sorseggiò mentre il suo nuovo amico si lanciava entusiasta nella descrizione del lavoro che egli coordinava:

- I nostri clienti investono e guadagnano. Quanto? Almeno il 100 % in un anno! Di solito il loro capitale triplica nel giro di pochi mesi!

Poi entrò in particolari tecnici che Raffaele seguì con interesse; alla fine Franco gli chiese:

- Quando inizi a collaborare con noi?

Raffaele era incerto: - Sai, sono nuovo del luogo e conosco pochissime persone; inoltre devo preparare le mie lezioni. Forse potrei cominciare il prossimo Giugno.

- Meglio tardi che mai! Nel frattempo fatti vedere: ogni tanto potrai accompagnare le colleghe, per imparare i sistemi di vendita e proteggerle un po’. Sai, sono troppo belle e ho paura che le rapiscano!

Quando Franco lo lasciò andar via, il giovane docente era piuttosto soddisfatto delle amicizie che si accingeva a stringere.

* * *

Raffaele iniziò la sua attività prima di Giugno; all’inizio calcolava i guadagni e li confrontava con le spese. Poi conobbe Nerina, una collega che gestiva una succursale, e se ne invaghì; la ragazza aveva i capelli corvini, ma Raffaele non seppe mai se il colore era naturale, o se invece li tingeva, per intonarli al suo nome.

L’innamoramento di Raffaele era tutto epidermico, basato su sfioramenti prima casuali, poi intenzionali. La invitò a uscire per cenare e ballare, più volte: Nerina sembrava ricambiare la sua attrazione.

Una sera le chiese: - Sei libera da impegni amorosi?

- Per il momento sì.

Quella sera Raffaele trovò il coraggio di baciarla. E non se ne pentì. Col passare dei giorni, Nerina continuava a rispondere prontamente al suo corteggiamento sempre più stringente, sempre più esigente.

La ragazza viveva da sola, e una sera Raffaele gli chiese di farlo salire da lei. Con un sorriso compiacente la ragazza accettò. Fisicamente si intesero subito e tra loro nacque e si consolidò una soddisfacente relazione.

Sul lavoro Nerina era spigliata e capace: Raffaele ne era sempre più affascinato e si stava innamorando sul serio, quando la ragazza fu promossa e trasferita a Roma.

Glielo disse all’imbrunire di un bellissimo giorno di Settembre, mentre attendevano la cena sulla terrazza di un ristorante in collina. Sebbene anche quella sera si coricassero insieme, quando Nerina partì, lo lasciò senza una promessa, senza una lacrima. Gli fece una lunga carezza sulla guancia, guardandolo a lungo e sussurrandogli: - E’ stato bello.

Raffaele ci rimase male. Sapeva bene che le storie iniziano e finiscono, ma questo di solito era dovuto ai sentimenti, che potevano cambiare, non alle circostanze. Capì che, più che conquistarla, era stato conquistato: si sentì usato, deluso, e la dimenticò facilmente.

* * *

Intanto andava avanti nella carriera di promotore, trascurando un po’ la scuola; divenne capogruppo e gli fu assegnata una segretaria, castana con gli occhi verdi, che gli ricordava un po’ Debora, ma si chiamava semplicemente Annalisa.

La ragazza fu all’altezza del suo compito: sistemava i documenti, curava i clienti, lo accompagnava spesso negli incontri e ai convegni; la loro confidenza aumentava e ad un certo momento cominciarono ad amoreggiare, come due adolescenti; lo presero come un gioco, anche perché Raffaele era deciso a non coinvolgere i sentimenti. Tuttavia il desiderio si faceva sempre più forte.

Una volta andarono a Milano per lavoro, si sistemarono in un comodo albergo e lì, arrivati al dunque, Raffaele fu chiaro con lei…

La ragazza non si scompose e passò ai fatti: era più giovane e acerba di Nerina, ma non gliela fece rimpiangere.

Raffaele prese sempre più ad amare la buona tavola, gli ambienti eleganti e la relazione con Annalisa. A scuola andava avanti controvoglia e quasi soltanto per attaccamento alla sicurezza dello stipendio.

Quando la Società decise di aprire due nuove sedi provinciali, Franco lo chiamò e gli disse:

- E’ arrivato il tuo momento: vorrei mettere te a capo di una delle due sedi, a tua scelta: puoi portare con te due delle collaboratrici di qui; cercherai gli altri sul posto. Ti verrà rimborsato l’ 80 % delle spese nel primo anno di attività e il 40 in quelli successivi; per ogni promotore addestrato e operativo riceverai un premio molto consistente.

Raffaele ascoltava con interesse: intravedeva inusitate prospettive aprirsi davanti a sé…

Franco continuò: - Però credo che a questo punto dovresti lasciare la scuola. A proposito, per l’apertura dell’ufficio avresti un congruo anticipo.

Raffaele gli chiese ventiquattro ore di riflessione, ma dentro di sé aveva già deciso di accettare: avrebbe iniziato a G. una nuova vita insieme ad Annalisa.

In verità la sua compagna non si mostrò entusiasta dell’idea, e tergiversava; Raffaele, nella sua mentalità rigorosa e un po’ ingenua, non riusciva a immaginare che la ragazza non fosse disposta a spostarsi cento o duecento chilometri più in là per seguire il suo compagno in un’impresa che poteva assicurare loro il più ampio benessere.

Intanto, pressato da Franco, diede le dimissioni dalla scuola, prese in affitto un bell’ufficio a G. e accettò ufficialmente l’incarico. Però all’ultimo momento Annalisa non volle seguirlo.

Raffaele non poteva ormai tornare a insegnare, ma non era questo il motivo per il quale Annalisa non voleva seguirlo: semplicemente non voleva spostarsi da S. Allora le propose di sposarlo e di far casa a S.; lui sarebbe rientrato a casa ogni venerdì per il fine settimana.

- Un amore a singhiozzo? – disse lei, scettica.

A Raffaele sembrò di vederla per la prima volta, cioè di capire la sua vera indole.

- Annalisa, a questo punto non posso più tornare indietro…

- Non importa: è stato bello finché è durato.

Mentre Raffaele vagamente intuiva che aveva amato una donna che non lo meritava, lei gli diede il bacio d’addio.

* * *

A G. Raffaele si impegnò molto nel suo lavoro, che adesso rappresentava il suo futuro e la sua unica professione; dopo un po’ assunse una giovane segretaria, una biondina di nome Eleonora, con la quale mantenne soltanto rapporti di lavoro. Però notò che la ragazza lo ammirava molto.

Dopo un paio d’anni, al termine di una riunione regionale, Franco lo vide un po’ depresso e glielo disse.

- Forse vado maturando… - gli rispose Raffaele.

- Non credo. – e poi – Immagino che Eleonora ancora non te l’ha data, vero? – e sorrideva ironico.

Franco era così: materialista sino al cattivo gusto. Era capace di svuotare qualsiasi rapporto d’amore di quel po’ di sentimento, romanticismo, delicatezza che poteva esserci.

Raffaele non credeva che il rapporto tra un uomo e una donna, se prolungato nel tempo, fosse semplicemente una questione di sesso.

- Non è questo. – gli rispose, scuotendo la testa; poi cercò di spiegarsi:

- Vedi, Franco, ogni tanto mi chiedo che cosa costruiamo noi.

- Che intendi dire?

- Mi chiedo che cosa faccio io di utile per la società civile.

- Fai guadagnare i clienti.

- Sì, e guadagno io, Eleonora, tu, la nostra Società… ma chi paga queste spese?

Franco lo guardava sbalordito, poi disse:

- Raffaele, la nostra società capitalistica è fatta così: chi non ha soldi lavora, chi ha soldi fa lavorare i soldi. Tutte le forme di società “civili” hanno sfruttati e sfruttatori, e tutti gli individui si adoperano per passare dalla parte più comoda. Dal nostro lavoro tu ottieni i soldi, le belle macchine, le belle donne, i buoni pranzi al ristorante, gli ottimi alberghi… Che cosa vuoi di più dalla vita?

Raffaele lo fissava:

- Sono tutti beni materiali, Franco; inoltre tu mi stai confermando che indirettamente noi sfruttiamo chi lavora sul serio, chi costruisce qualcosa: il contadino, il muratore, il meccanico, l’impiegato…

- Vedi, Raffaele, la società umana è imperfetta, è come una cassaforte che contiene oro liquido, e una parte di questo fuoriesce dalle imperfezioni della cassaforte: noi semplicemente raccogliamo quest’oro…

Raffaele non rispose, perché non sapeva se l’esempio di Franco rappresentava correttamente la loro realtà.

Questi gli mise una mano sulla spalla e concluse:

- Portati a letto Eleonora, che è pazza di te, e ti sentirai meglio.

- Non voglio ingannarla.

- Ma non è più una ragazzina! Saprà bene che cosa vuole dalla vita…

Raffaele voleva saperne di più, di Eleonora, così quella sera, dopo cena, passeggiando nel viale alberato antistante il residence in cui abitavano, portò l’argomento sull’amore e pian piano le confidò le proprie esperienze, circostanziandole, motivandole, giustificandole se necessario.

- Ti fai troppi problemi. – fu il commento di Eleonora – Io me li sono posti fino a quando non ho rotto il ghiaccio con un ragazzo. E fu la prima delusione. Da allora non ho più creduto alle storie eterne, ai grandi amori. E’ bello ciò che accade qui e ora. Persino questo è un momento magico e non mi sembra il caso di buttarlo via pensando agli amori passati. Quelli appartengono a un altro Raffaele e a una diversa Eleonora…

Raffaele in quel momento pensò che l’osservazione di lei era saggia e illuminante, quindi l’abbracciò e la baciò: un nuovo amore nasceva, e con esso un nuovo Raffaele e una nuova Eleonora.

Quel momento magico durò molto, ma non fu eterno: Eleonora aveva enunciato la sua verità, aveva espresso i suoi convincimenti…

Quando Raffaele si accorse che la sua ragazza si stava invaghendo di un altro, più giovane e forse più bello di lui, comprese e formulò la propria verità: Eleonora era semplicemente volubile.

Raffaele la lasciò andar via senza fare resistenza, e quando alla fine lei gli comunicò che la loro storia era finita, riuscì serenamente a farle i migliori auguri: quella donna ne aveva bisogno.

* * *

Le visite di Raffaele alla propria famiglia si erano ridotte per frequenza e per durata: Natale, Pasqua e qualche compleanno. I suoi genitori non erano entusiasti di ciò: avevano compreso che aveva numerose amicizie e gli facevano mille raccomandazioni.

Poi suo padre si ammalò, finì in ospedale e Raffaele si dovette alternare con la madre ad assisterlo; dopo un mese morì. L’ultima raccomandazione che fece al figlio fu di cambiar vita.

Raffaele capì pienamente i propri sentimenti per il padre soltanto dopo averlo perduto… In compenso avrebbe voluto restare per un po’ vicino alla madre e alla sorella; però ormai doveva rientrare, perché telefonicamente aveva capito che il suo ufficio a G. era alla deriva.

Sua sorella lo incoraggiò a partire senza preoccupazioni, dicendogli che lei e la mamma non sarebbero state sole: infatti gli presentò il suo ragazzo, un bravo giovane che gli promise che sarebbe stato vicino alle due donne e in particolare alla madre, anche dopo le nozze.

Raffaele trovò in ufficio un sacco di bollette e fatture da pagare, e pochi proventi da riscuotere. I collaboratori avevano prodotto meno e qualcuno gli comunicò che andava via, avendo trovato un lavoro più sicuro.

Durante la pausa per il pranzo, che spesso veniva consumato nella vicina trattoria, diede sfogo alla sua amarezza col suo braccio destro; quando terminò, questi gli disse:

- Non è colpa di nessuno, Raffaele; semplicemente il mercato non tira più: la gente non investe, non si fida. La Grande Illusione dei fondi e delle azioni è finita, e i risparmiatori, quelli rimasti, investono in immobili. Sarebbe opportuno stringere sulle spese.

- Ma come si fa? – ribattè Raffaele – Il nostro marketing si regge sull’immagine: l’eleganza nostra e dei nostri uffici, le nostre automobili, l’avvenenza delle nostre collaboratrici…

- Sai che la società ha ridotto la copertura delle spese e persino le nostre provvigioni? - gli disse il suo amico.

- Che farabutti! Vuol dire che venderò la mia parte di eredità e la investirò nell’ufficio…

Così fece, ma la situazione non migliorò e meno di un anno dopo anche il suo bravo vice andò via.

Raffaele tuttavia continuava a godersi la vita: la sua ennesima segretaria era una spendacciona, ma a letto… Raffaele si eccitava soltanto al pensiero.

Poi ci fu il Lunedì Nero; arrivò in ufficio a mezzogiorno e trovò quasi in lacrime i due promotori rimasti: c’era stato un crollo; loro avevano chiuso quasi tutto, per minimizzare il danno, e rimaneva soltanto da conteggiare le perdite dei clienti.

- Ti abbiamo cercato, Raffaele, ma il telefonino era quasi sempre spento…

Raffaele accese il telefonino e trovò più di dieci chiamate alle quali non aveva risposto.

Nei giorni successivi chiamò i suoi clienti a uno ad uno e la maggior parte disinvestì. In alcuni casi dovette dare soldi suoi. Come se non bastasse, dopo un mese la Società gli ritirò il mandato.

Raffaele era ridotto sul lastrico: aveva avuto prestiti persino da sua madre, da sua sorella e da suo cognato.

E non poteva restituirli: era senza lavoro e non era più capace di mangiare pane e formaggio. Nella città di G. aveva ormai una cattiva fama, non si sentiva di fare il cameriere e in cucina non sapeva fare nemmeno il lavapiatti; inoltre era il mese di Ottobre e nessun ristorante cercava personale.

Raffaele capiva che non si sarebbe più ripreso. La sua ultima fiamma si era volatilizzata in pochi giorni e certamente già navigava verso altri lidi.

Anche Franco aveva i suoi problemi e non poteva essere né di aiuto né di conforto; tra l’altro i loro rapporti personali si erano deteriorati da un po’ di tempo.

Un pomeriggio Raffaele prese la sua automobile, vecchiotta ma ancora bella, mise un po’ di benzina e si recò al mare, camminando adagio, abbattuto e malinconico.

C’era un punto in cui la costa era alta e scoscesa e la veduta del mare era splendida; a volte si intravedeva anche qualche isola all’orizzonte.

C’era andato spesso, da quelle parti, con ragazze sempre diverse; nessuna era innamorata di lui. Quando facevano l’amore, Raffaele si era spesso illuso di aver trovato la donna giusta; egli si affezionava alla compagna del momento, ma loro no.

Ironicamente il miglior ricordo di un amore intenso, ricambiato, ancorché passeggero, gli era dato da Debora, la ragazza che in sogno aveva sposato.

Che tremendo destino avere di bello soltanto un sogno col finale da incubo! Debora gli fece tornare alla mente anche il suo lavoro di docente, ormai perduto. Richiamò alla mente i volti di parecchi suoi ex allievi, per i quali era stato un maestro, sì, anche un maestro di vita… finché non aveva abbandonato la maggior parte di loro a metà percorso. Gli sarebbe piaciuto accompagnarli sino alla Maturità, ma ormai questo non era più possibile: avevano trovato altri maestri, certamente migliori di lui.

Era tardi pomeriggio, e quel terreno costellato di villette gli ricordava momenti belli e ormai perduti. Si sentiva il rumore delle onde, vario e ritmato e si avvicinò al ciglio del terreno per vedere il mare.

L’altezza sul mare era più o meno quella del sogno di Debora, ma giù non c’era una bella spiaggia e nemmeno quel maledetto albero; ma non c’era neanche Debora. Lei non esisteva: non poteva nemmeno perdonarla e ricominciare da capo.

Raffaele, sconvolto, capì che la sua condizione era peggiore dell’incubo. A quella riflessione sbarrò gli occhi, come allucinato…

Da occidente il vento gli batteva forte e freddo sul viso: nel precoce inverno le nubi coprivano il cielo e la linea dell’orizzonte, dove a volte aveva ammirato uno splendido tramonto, abbracciato a una donna calda e reale…

Guardò giù: chi perde si ritira. Un tuffo e avrebbe risolto tutti i suoi problemi. Chissà, in un altro mondo, in una diversa realtà, avrebbe potuto incontrare nuovamente Debora, purificata dai suoi peccati.

Fu un attimo di disperazione. Poi si voltò di scatto per correre via, come nell’incubo…

Ma il terreno sotto il suo piede cedette. Raffaele era certo che il piede avrebbe trovato un altro appoggio.

Ma non fu così. Cadde all’indietro, e a testa in giù vedeva avvicinarsi rapidamente i terribili scogli.

Un urlo terribile gli uscì dalla gola, mentre la morte gli veniva incontro.

* * *

Raffaele smise di urlare.

Era arrivato. Intanto si era fatto buio.

Era atterrato sulle spalle, ma incredibilmente non era morto. Soltanto, sentiva del sangue sulla sua fronte.

Gli scogli non erano duri, ma morbidi. Forse c’era uno spazio sabbioso, tra uno scoglio e l’altro, che dall’alto non si notava.

Aveva qualcosa, sotto la testa, forse qualche pesce o qualche schifoso animale. Con cautela Raffaele mosse un braccio e toccò… una specie di cuscino!

Un dubbio lo fece guardare intorno: dalle tapparelle (!) filtrava la luce dei lampioni… quel puntino verde poteva essere del piccolo televisore che teneva in camera; sull’altro lato un orologio segnava le sei e quindici.

Raffaele respirò sollevato, si toccò la fronte e notò che era madida di sudore.

Ringraziò in cuor suo il Signore. Poi sentì il bisogno di recitare tutte le preghiere che conosceva, felice di aver avuto il secondo e ultimo incubo di quella notte.

Sì, ultimo, perché adesso si sarebbe alzato, preparato il caffè e si sarebbe seduto in terrazza, a salutare il suo paese, prima di trasferirsi in Toscana.

* * * * *

continua

copyright 2006 Michele Fiorenza

opera registrata



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