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lavoro pubblicato martedì 10 gennaio 2012
ultima lettura mercoledì 30 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Carnevale

di Vic. Letto 753 volte. Dallo scaffale Umoristici

  Questa é ben modesta e breve storia, di pretesa alcuna se non quella di portar goliardico diletto e buone risa a chi, suo malgrado o di buona lena, s' accinga a proseguir con quanto segue. É la storia d'una maschera, come tante se...

Questa é ben modesta e breve storia, di pretesa alcuna se non quella di portar goliardico diletto e buone risa a chi, suo malgrado o di buona lena, s' accinga a proseguir con quanto segue.

É la storia d'una maschera, come tante se ne scorgono a Venezia in quei dì nei quali i grandi ,come spesso i più piccini sanno fare, amano celar dei propri sguardi il lume dietro volti che volti in ver non sono, ma maschere, appunto. Della maschera in questione, il nome saper non mi é dato, ma, d'altro canto, in quel giuoco delle parti che il carnevale é in sostanza, poco importa saper di costui l'identità reale.

Vi basti , per ora, conoscere ch'egli rappresenta, sul palco grottesco e irriverente della vita, e del Carnevale a maggior cagione, la maschera teatrale del dramma, del guitto ferito che s'aggira con l'anima ingombra e un sorriso che sfuma in smorfia dolente.

Lo chiamerò, dunque , per chiarezza, quando a lui mi riferisco, Gargantuà. E tal nome fittizio, badate bene, lo pesco senza nesso alcuno, a mo' di farsa, così come il beffardo e manigoldo destino ama, nelle farse, il gusto per le risa, e negli inganni, la caotica complessità degli intenti.

Di fatti anch' io, che son regista per nulla democratico di questa storia, amerò di farsa vestir la storia stessa, di modo da emular , per come posso, il mio eccellentissimo maestro, ch'é il destino.

Nella notte di quel Sabato che segue il Giovedì grasso, Gargantuà percorreva di buon passo i borghi alti e stretti di una Venezia lunare, persa nelle profondità disorientanti di una fitta coltre di umida nebbia.

Procedeva col suo incedere un po' ricurvo ma spedito , come fa chi ,appena sveglio, s'appesantisce il capo d'ogni sorta di chimera, e della vita vuol guardar a tutti i costi il lato più nascosto e turbolento, che tra le cose d'ogni giorno l'apparir si cela spesso .

Lo si potrebbe definir, in breve, un romantico incallito, se non fosse per la sua forte antipatia, che spesso generava in lui una sorta di sospetto, verso ciò che romantico appare ai più.

Lo si potrebbe definire un sognatore, se non fosse ch' egli di sognar non ne volea più saper da un pezzo.

Si potrebbe dir di lui ch'era un artista. Ma in modo improprio, vi avrebbe lui risposto, dato ch'egli rigettava, un po' per indole, un po' per indolenza, di aggettivar se stesso con titoli siffatti, che mai nessuno fregiarsi dovrebbe ,infatti,di tali cariche e tali titoli, se non dopo il ritiro dalla scena, se non dopo che morto.

Al limitar della borgata che il nostro Gargantuà, mani in tasca e passo lesto, avea ormai percorso in tutta la lunghezza,era posta, bassa e sghemba, la locanda Verdebruco. Ecco,dunque, la sua meta!

Dilungarmi io non voglio inutilmente, soffermandomi a elencare le molteplici e bizzarre personalità che questo luogo avean abitudine a frequentare. Ma dirò, perché più semplice sia figurarsi il quadro, che costoro , per la maggior parte, non li si sarebbe potuti chiamare malfattori, pur avendone, nel piglio, l'impronta tipica ben impressa. Brava gente, diremo quindi, che spesso dei regolamenti usava arrotolar i tomi, per fumar tabacco con la pipa.

E di tabacco ridotto in fumo, e di pipe e di risa e di otri ch'eran stati colmi del nettare dell'uva fino a poco prima, la locanda Verdebruco, quella sera, era stracolma. Come tutte l' altre sere,d'altronde.

Sedute o in piedi, parlottanti o silenti, festanti, danzanti, dormienti, ovunque ,nella taverna, quella sera, v'era ogni genere concepibile di maschera.

Maschere ubriache, avvampate, sganasciate,deformate, stupite, irrigidite ed annoiate, maschere ghignanti, maschere sognanti e poi maschere posticce, malaticce, rossicce, maschere voluttuose, maschere vogliose, e poi maschere c' han solo gli occhi, nasi come becchi, bocche a fior d'orecchi, con cappelli lunghi e corti che da piume son coperti, con le guance rosso vivo e dai colori accesi o spenti, maschere d'adulto o maschere di vecchi, di donne, di demoni, di santi e di dementi.

"Brindo al Carnevale e alle sue vesti! Che nessuno dei presenti scordi mai questi miei versi!"

Una maschera ubriaca stava dritta come un mimo sulla tavola nel centro e col diaframma ben compresso, recitò questa poesiola:

"Brindo al giuoco ed alle risa,

al rosso ebbro sulle gote della faccia,

al rosso ebbro sulle cosce di una santa,

che da quel rosso e dal giuoco e dalle risa

da siffatti semi nasce ancora, ad ogni nuova festa, nuovo il mondo!"

E,così dicendo, dal calice stretto in pugno un sorso fece, che l'acque intere della laguna tutte insieme non basterebbero a colmarne il vuoto lasciato nel bicchiere.

Una giovane, col seno prosperoso fasciato da pizzo che d'arrendersi al peso delle generose grazie sue sembrava aver tutto l'aspetto, mosse il passo in direzion dell'improvvisato menestrello e, col palmo aperto della mano, gl'assesto una sonora pacca sul di dietro.

"Dai fiato alla bocca,caro mio, e il fiato che n'esce del vino stagnante ha l'olezzo, ma passa ai fatti adesso e lascia i versi a chi di rime ha più di te mestiere! "

E ,così dicendo, fra le risa generali ,la mano inoperosa del sedicente menestrello afferrò dal polso e con la decisa grazia di chi ben sa cos'ha da offrir di bello a un uomo, l'appoggio', aperta e tesa, sul seno suo color del latte, che d'afferrarlo per intero la mano d'un titano bastar non puode.

"Mostra ,al nostro artista, l'arte tua, bella fachira!" grido qualcuno.

"E cosi sia!" rispose quella.

Gargantuà, che dall'uscio avea assistito a quella scena, vide la giovane fanciulla trafficar di buona lena nello scogliere i legacci e cavar gli impedimenti che obbligavan in forzata prigionia l'erezione del suddetto menestrello.

" Siete incline a predicar e la lingua avete lunga, mio signore, ma altrettanto lunga in ver non é la dote che tenete nelle brache!" dichiarò quella, mentre avea negli occhi il fuoco che d'ogni maschio accender sa la fiamma. Le labbra sue , più rosse per il vino, s'apprestavano, sbocciando come un fiore, ad ospitar quel fallo appena apparso per incanto.

Apparso,si, per un istante, facendo capolino dai calzoni, ma adesso gia scomparso, come in giuoco di prestigio, che se il coniglio torna nel cilindro da cui viene , quello torna tra le labbra rosse e in fiore e ,dopo, viene. E pare proprio, che a guardarle lavorar, ne succo d'uva, ne altro nettare divino, abbia ,per quelle labbra rosse e in fiore, lo stesso amabile sapor di voluttà del seme caldo e vivo.

Nessuno avea più tempo di far caso all'arrivo del nostro Gargantuà , troppo presi nell'incitar quella fachira con ogni genere di plausi. Ma una maschera di vecchio, con la barba, calva e smunta indicò col dito l'uscio ed il nostro eroe, che vi era sopra.

"Chi mai essere potrà quel bell'imbusto che ,dall'uscio, per passar, il capo inchina se non vuol picchiarne il colmo con la fronte? A me pare che quel tizio alto e magro rassomigli anche fin troppo al nostro caro Gargantuà !"

"Ha ragione, il nostro oste! " disse un altro in mezzo al mucchio " vieni avanti, e bevi, impiastro!"

Gargantuà , la cui bravura nel riempir la propria pancia con il luppolo e col nettare dell'uva riconosciuta era ben bene alla locanda Verdebruco, si fece avanti e andò al bancone, dove l'oste già l'aspetta, per veder s'é bravo é ancora.

La fanciulla avea nel mentre sciolto dal suo bacio il pene, che privo del suo seme pendeva adesso, senza vigor ne slancio, e che d'alzarsi ancor ,per ora, sembrava dir: "non posso!".

E quella andava ballando per la sala, con le vesti che giravan e le gambe belle che lasciavano guardarsi, finché priva d'ogni forza, prese contro a Gargantuà.

"E voi, caro signore,che restate al vostro posto, avete forse qualche cosa da ridire sulle mie doti di fachira? Son curiosa di saper se il vostro fusto può apprezzar le mie attenzioni..."

Così disse e l'iniziativa prese, che con un guizzo la sua mano avea già messo tra le gambe a Gargantuà.

E qui mi fermo ,per un poco, nel narrar codesta storia. Ogni nesso va' spiegato, a chi mi ascolta, e qui m'é parso che sia il caso d'accennare alcune cose per poter ricominciare.

Gargantuà ,come si é detto, é un romantico incallito. Un poeta, un cuore vivo che deluso e assai tradito, ha finito col sembrare un normale mascalzon.

Non v'inganni la sua maschera infelice. Non credete a quei suoi modi bruschi e alle parole che vi dice. Il suo animo é rugiada che si posa s' é mattino e il suo spirito cristallo che s'infrange al sol toccarlo. Quand' é triste, un cuor siffatto, non é facile curare ed un gesto o una parola che di norma allevia e cura, può apparir come veleno e risultare anche mortale.

Fu così che il nostro artista amareggiato, incallito servitore d'amor romantico e assoluto, si diede a fuga, tra le risa dei presenti, tra gli scherni,insulti e grida.

Mai nessun debba provar, ahime, l'offesa di sentir deriso il cuore suo già fatto in pezzi e poi lo beffa, pure, di dover renderne conto a terzi. Che di bruciar nel foco é più penoso e di morir sventrati é peggio, poiché in entrambi i casi il cuore sa che ancor per poco durerà il dolor che sente. Chi muore dentro al cuor non ha certezze, e i segni del dolore suo ha da nascondere ai presenti, perché non sembri ch'egli muore ad ogni giorno che trascorre tra le genti cieche e sorde al dolor che non l'é proprio.

Gargantuà iniziò a vagare per le vie della città, senza meta e senza l'uso della vista, che la nebbia ormai copriva come un manto tutto quanto intorno a lui. Stava ancora a torturarsi ripensando ai propri affanni, quando udì , poco lontano, una voce recitare:

"Le gioie del creato per due misere monete!"

Un mercante ,dalla maschera col naso a mo' di pomo,rosso e tozzo, stava in piedi sopra un carro fatiscente, posteggiato in malo modo sopra il ciglio della strada. Un gruppetto di curiosi stava lì per ascoltarlo mentre quello continuava:

"Un unguento portentoso, la cui fama, ormai ben nota, é apprezzata da dottori e professori in ogni angolo di mondo! Osservate!" disse quello, sollevando nella mano una fiaschetta.

"Una goccia del portento che vi offro basta infatti a cacciar via ogni malanno, sia situato dentro al corpo oppure frutto di pensier che affligge il capo!"

In quel mentre una fanciulla assai smagrita , che l'ossa sue del peso complessivo di quell' esile figura eran la parte più cospicua e l'età per maritarsi non aveva ancor raggiunto,sbucò fuor da dietro il carro e vi salì con fare mogio.

"Questa povera figliuola ha perso il gusto delle cose, ma in attimo le rendo ancor già lieto lo star al mondo!"

Cosi disse e reclinando appena il capo della cavia, versò un goccio di quel liquido verdastro nella giovane boccuccia. Quella bevve, suo malgrado, tossicchiando appena appena.

Tutti tacquero, in attesa del miracolo promesso.

E il miracolo dipinse sopra il viso di fanciulla un'espressione assai diversa. Ella infatti, con l'intruglio ingurgitato , avea negli occhi acceso il languido piacere degli amanti, mentre la lingua accarezzava con sensuale accanimento le sue labbra di bambina o poco più.

Nel frattempo che una piccola manina era scesa tra le cosce sollevando la sottana e stuzzicava gentilmente il pube implume, l'altra il piccolo capezzolo rossiccio avea scovato dal colletto delle vesti, torturandolo a dovere. La fanciulla si piegò sulle ginocchia e mise in mostra le sue grazie a gambe aperte, poi col passo più veloce continuò quel pizzicar finché un tremito la scosse e dal petto un gemito le uscì.

"Avete visto tutti quanti? Questo balsamo riaccende le passioni che son morte come legna in una stufa! Due monete, lor signori,due monete per curare i vostri cuori spenti e tristi!"

Dai presenti si alzò forte un gran brusio e nel giro di un istante al cospetto del mercante restò solo Gargantuà.

"molto bene" disse il mercante rivolgendosi al suo unico cliente "é evidente che costoro non han voglia di godere, ma tu che sei rimasto non avrai di che pentirti,garantisco!"

Gargantuà rimase zitto mentre quello continuava "Due monete,giovanotto, per cambiare quella maschera piangente in un riso mai provato..." e si chinò dal suo carretto, porgendo un flaconcino a Gargantuà.

La fanciulla nel frattempo s'era messa a quattro zampe e fissava il nostro eroe con un'aria da sgualdrina.

"Forza,avanti giovanotto, é per te questa fiaschetta. Dammi solo due monete e se hai voglia proprio adesso di provarne il potere curativo, guarda, sai cosa ti dico? Mi rovino! All'offerta aggiungo anche la cagnetta che scodinzola per te. Non puoi mica rifiutare questo affare vantaggioso... "

Gargantuà non disse nulla, girò i tacchi e riprese a camminare nella nebbia.

"Brutta cagna d'una figlia, non sei buona d'acchiappar neanche un cliente! Ti farò spuntar le poppe che non hai a suon di calci nel sedere!"

Dalla Riva del Carbon il Canal Grande non v'era modo di vedere, tanto era fitta e densa coltre che avvolgeva la città. Gargantuà facea fatica a veder più là d'un passo, non che questo gli spiacesse, anzi, fosse stato in suo potere altra nebbia avrebbe aggiunto alla presente , per sparire dalla vista di chiunque e da se stesso.

Ma un alito di vento spirò freddo sul canale, quel po' che basta a rivelar al nostro eroe noncurante la presenza di qualcosa galleggiante sulle acque. Una gondola avanzava a passo d'uomo sciabordando appena appena e procedeva guarda caso stando a fianco a Gargantuà.

Era grande e tutta nera con a poppa un fregio d'oro che abbracciava le fiancate. Nessun remo sospingeva la sua corsa, ch'era lenta ma costante e pareva essere eterna. Sulla prua un baldacchino d'alabastro decorato con intagli di enigmatiche creature , nascondeva al suo interno una figura , dietro tende in seta fina. Indovinar non si poteva s'era donna oppure uomo, ma s'intuiva dalla sagoma del capo che il suo sguardo fosse volto verso il nostro Gargantuà.

Questa strana situazione ,di riflesso, mise fretta al passo suo, ma quella, che seguiva come un'ombra il suo padrone, rimaneva alla medesima distanza, producendo alcun rumore.

L'esperimento di fermarsi e constatar gli avvenimenti si insinuò tra quei pensieri che agitavan le cervella a Gargantuà. Così fece e vide chiaro che la gondola imitava la sua sosta.

Come il tuono che deflagra in un boato scoppiò un gran colpo di tosse a frantumare quel silenzio.

Proveniva dalla gola catarrosa di un barbone vecchio e scianco che accasciato sopra un fianco tra i rifiuti, s'era ben si camuffato che notarlo era assai arduo.

"Chi va' là?" chiese quello con la voce biascicante ,resa tale dalla fiasca che teneva stretta al petto.

A vederlo su tirarsi si sarebbe proprio detto che il barbone avea dormito mille anni e mille notti e che ancor non fosse sveglio. Arrancando e scatarrando riuscì a mettersi seduto. Che espressione vispa e sveglia avevan gl'occhi gonfi e storti! Ma bastò uno sguardo appena alla gondola sull'acque che il vecchiardo scrollò via tutto il torpore della sbornia e i suoi occhi come ostriche dischiuse.

"A strapparmi dalla morsa della fiasca sei venuta, maledetta! Quante volte ti ho chiamata ed eri sorda! Ho dormito per due notti e per due giorni senza sosta e non m'hai preso, hai atteso il mio risveglio, non é vero? Forza allora, sono pronto. Io di te non ho paura"

Solo il vento gli rispose, mentre lui rispose al vento con un altro, ch'é il suo rutto.

Dopo aver cacciato fuori l'aria stagna dei budelli, il barbone ciondolante vide anche Gargantuà, e che sorpresa sul suo volto!

"Non rispondi proprio niente maledetta? Non a me...ma forse a lui? Non é me che vuoi allora?"

farfugliò l'ubriacone, poi, rivolto a Gargantuà: "Tu sei pazzo, l'hai chiamata ed ora é giunta. Non é solita partir per viaggi a vuoto, la signora. Lei non torna a mani vuote, stai sicuro! Cosa avrai di tanto storto nella testa per voler il suo conforto freddo e muto? Non sei vecchio, gobbo o monco...

Troppo tardi, farabutto, per poterci ripensare! Per lei uno vale l'altro e così, se ti fai dei dubbi adesso, di sicuro prenderà il sottoscritto, che lo voglia oppure no! "

Così disse e fu l'ultima parola, che un infarto, si direbbe, lo trafisse dritto al cuore.

Gargantuà lo aveva visto, mani giunte sopra il petto e denti stretti per la morsa del dolore, e non volle fare attender le sue gambe che pregavano il cervello per potersi liberare.

Il nostro eroe mancato corse a perdi fiato per i borghi, nella notte miagolante dei felini sopra i tetti. Certamente corse più per sfogar la sua amarezza, che per fretta vera e propria. Sta' di fatto che, in un lampo, giunse a Campo S. Zulian.

Si sedette in un sudicio angolino della piazza,buio,buio, e tenendo tra le mani il suo viso mascherato, pianse a dirotto.

" Mi perdoni se disturbo..." disse una voce a lui vicina.

Gargantuà alzò la testa e tra le lacrime copiose vide appena quattro sagome, che disposte a mo' d'un cerchio, lo cingevan tutto intorno.

"Salve..." disse ancora quella sagoma sfocata, "... non vorremmo interrompere il suo dramma, ma ecco,vede, noi siamo una compagnia d'attori itineranti e lei sta' seduto sul palco nostro..."

Gargantuà si prodigò come poteva a cavar le lacrime dagli occhi mentre quello continuava:

"Se ci usasse la cortesia di piangere un po' più in là...solo un pochino...noi potremmo cominciare il nostro, di dramma, le dispiace?".

Gargantuà non disse nulla, vuoi ch'era stupito dell'improvvisa apparizione di quel quartetto,vuoi che la sua lingua s'era annodata pei pensieri avuti in testa.

"Ecco,visto,lo sapevo... l'avevo già inquadrato,io, questo relitto. O é un matto, oppure un ubriaco..." disse ancora quella voce nella notte.

"Forse é sordo,non ci sente..." disse un altro.

"Che ci importa dei suoi grucci? Stiamo a perder tempo in vano, quando basta un calcio forte per spostar stò disgraziato!" disse una terza.

"Sei la solita manesca! Se da te ci fosse vento , picchieresti il Maestrale. Forse é solo un poveretto che non ha più di dove andare!" disse un quarto.

"Certo,certo. E tu ben saresti incline ad ospitarlo per la notte,il poveretto" disse il primo e continuò:"visto ch'egli si rifiuta di spostarsi dal mio palco, così sia, ci resterà! Ma come attore!

-o come mimo, visto ch'é muto...-"

A quel punto Gargantuà riacquistò il dono della voce e commentò:

"Come!?"

In quel mentre ,su nel ciel, una luna piena e accesa spuntò fuori dalle spalle di una nube, illuminando ,appena, appena, la piazzetta S.Zulian.

"Costui parla,dunque?" disse l'altro,alto e smilzo con la maschera accigliata.

"Ci ha buggerati! Le mani al collo ora gli metto!" disse la terza, col le poppe smisurate fuori al vento e la maschera iraconda.

"Grazie al ciel che non é pazzo. Pare pure un bel ragazzo..." disse il quarto, che per posa, portamento e per lo squillo della voce, parea proprio un Farinelli con la maschera stupita.

"Molto bene..." continuò il primo, un piccoletto tutto arzillo che pareva un saltimbanco con la maschera ghignante, " se la lingua per parlare lui possiede, avrà la parte...già che ho visto che le pause del teatro sa già bene amministrar, sarà certo avvantaggiato quando avrà da improvvisare!"

"Improvvisare?" chiese assai confuso Gargantuà.

Gli rispose il piccoletto: "Si capisce! Ho già detto che noi altri siam attori di teatro itineranti. Compagnia Del Guitto Rosso é il nome nostro. Mentre il mio é Rabelais. Avete un nome,voi, sperduto? Oh, ma certo ,che l' avrete! Faccio ,in ver, sciocche domande questa sera ma ,dovete perdonarmi, sto già entrando nella parte..."

Gargantuà:"Quale parte?"

Rabelais:"Anche voi, però, mio caro non scherzate in quanto a arguzia! Vi ci vedo come attore, fate ridere persino più di me, con quell'aria da tardone tutto triste! É una parte un po' stranita,devo dire, ma ha comunque un suo percome, lo ammetto pure. Bene,dunque,il dado é tratto! La compagnia é al gran completo!"

Quel giullare piccoletto s'inchino con far solenne e cominciò:

"Questa é ben modesta e breve storia, di pretesa alcuna se non quella di portar goliardico diletto e buone risa a chi, suo malgrado o di buona lena, s' accinga a proseguir con quanto segue.

É la storia d'una maschera, come tante se ne scorgono a Venezia in quei dì nei quali i grandi ,come spesso i più piccini sanno fare, amano celar dei propri sguardi il lume dietro volti che volti in ver non sono, ma maschere, appunto. Della maschera in questione, il nome saper non mi é dato, ma, d'altro canto, in quel giuoco delle parti che il carnevale é in sostanza, poco importa saper di costui l'identità reale.

Vi basti , per ora, conoscere ch'egli rappresenta, sul palco grottesco e irriverente della vita, e del Carnevale a maggior cagione, la maschera teatrale del dramma, del guitto ferito che s'aggira con l'anima ingombra e un sorriso che sfuma in smorfia dolente.

Lo chiamerò, dunque , per chiarezza, quando a lui mi riferisco, Gargantuà. E tal nome fittizio, badate bene, lo pesco senza nesso alcuno, a mo' di farsa, così come il beffardo e manigoldo destino ama, nelle farse, il gusto per le risa, e negli inganni, la caotica complessità degli intenti.

Di fatti anch' io, che son regista per nulla democratico di questa storia, amerò di farsa vestir la storia stessa, di modo da emular , per come posso, il mio eccellentissimo maestro, ch'é il destino.

Nella notte di quel Sabato che segue il Giovedì grasso, Gargantuà percorreva di buon passo i borghi stretti e alti di una Venezia lunare, persa nelle profondità disorientanti di una fitta coltre di umida nebbia.

Procedeva col suo incedere un po' ricurvo ma spedito , come fa chi ,appena sveglio, s'appesantisce il capo d'ogni sorta di chimera, e della vita vuol guardar a tutti i costi il lato più nascosto e turbolento, che tra le cose d'ogni giorno l'apparir si cela spesso .

Lo si potrebbe definir, in breve, un romantico incallito, se non fosse per la sua forte antipatia, che spesso generava in lui una sorta di sospetto, verso ciò che romantico appare ai più.

Lo si potrebbe definire un sognatore, se non fosse ch' egli di sognar non ne volea più saper da un pezzo.

Si potrebbe dir di lui ch'era un artista. Ma in modo improprio, vi avrebbe lui risposto, dato ch'egli rigettava, un po' per indole, un po' per indolenza, di aggetivar se stesso con titoli siffatti, che mai nessuno fregiarsi dovrebbe ,infatti,di tali cariche e tali titoli, se non dopo il ritiro dalla scena, se non dopo che morto.

Al limitar della borgata che il nostro Gargantuà, mani in tasca e passo lesto, avea ormai percorso in tutta la lunghezza,era posta, bassa e sghemba, la locanda Verdebruco. Ecco,dunque, la sua meta!

Dilungarmi io non voglio inutilmente, soffermandomi a elencare le molteplici e bizzarre personalità che questo luogo avean abitudine a frequentare. Ma dirò, perché più semplice sia figurarsi il quadro, che costoro , per la maggior parte, non li si sarebbe potuti chiamare malfattori, pur avendone, nel piglio, l'impronta tipica ben impressa. Brava gente, diremo quindi, che spesso dei regolamenti usava arrotolar i tomi, per fumar tabacco con la pipa.

E di tabacco ridotto in fumo, e di pipe e di risa e di otri ch'eran stati colmi del nettare dell'uva fino a poco prima, la locanda Verdebruco, quella sera, era stracolma. Come tutte l' altre sere,d'altronde.

Sedute o in piedi, parlottanti o silenti, festanti, danzanti, dormienti, ovunque ,nella taverna, quella sera, v'era ogni genere concepibile di maschera.

Maschere ubriache, avvampate, sganasciate,deformate, stupite, irrigidite ed annoiate, maschere ghignanti, maschere sognanti e poi maschere posticce, malaticce, rosicce, maschere voluttuose, maschere vogliose, e poi maschere c' han solo gli occhi, nasi come becchi, bocche a fior d'orecchi, con cappelli lunghi e corti che da piume son coperti, con le guance rosso vivo e dai colori accesi o spenti, maschere d'adulto o maschere di vecchi, di donne, di demoni, di santi e di dementi.

"Brindo al Carnevale e alle sue vesti! Che nessuno dei presenti scordi mai questi miei versi!"

Una maschera ubriaca stava dritta come un mimo sulla tavola nel centro e col diaframma ben compresso, recitò questa poesiola:

"Brindo al giuoco ed alle risa,

al rosso ebbro sulle gote della faccia,

al rosso ebbro sulle cosce di una santa,

che da quel rosso e dal giuoco e dalle risa

da siffatti semi nasce ancora, ad ogni nuova festa, nuovo il mondo!"

E,così dicendo, dal calice stretto in pugno un sorso fece, che l'acque inter della laguna tutte insieme non basterebbero a colmarne il vuoto lasciato nel bicchiere.

Una giovane, col seno prosperoso fasciato da pizzo che d'arrendersi al peso delle generose grazie sue sembrava aver tutto l'aspetto, mosse il passo in direzion dell'improvvisato menestrello e, col palmo aperto della mano, gl'assesto una sonora pacca sul di dietro.

"Dai fiato alla bocca,caro mio, e il fiato che n'esce del vino stagnante ha l'olezzo, ma passa ai fatti adesso e lascia i versi a chi di rime ha più di te mestiere! "

E ,così dicendo, fra le risa generali ,la mano inoperosa del sedicente menestrello afferrò dal polso e con la decisa grazia di chi ben sa cos'ha da offrir di bello a un uomo, l'appoggio', aperta e tesa, sul seno suo color del latte, che d'afferrarlo per intero la mano d'un titano bastar non puode.

"Mostra ,al nostro artista, l'arte tua, bella fachira!" grido qualcuno.

"E cosi sia!" rispose quella.

Gargantuà, che dall'uscio avea assistito a quella scena, vide la giovane fanciulla trafficar di buona lena nello scogliere i legacci e cavar gli impedimenti che obbligavan in forzata prigionia l'erezione del suddetto menestrello.

" Siete incline a predicar e la lingua avete lunga, mio signore, ma altrettanto lunga in ver non é la dote che tenete nelle brache!" dichiarò quella, mentre avea negli occhi il fuoco che d'ogni maschio accender sa la fiamma. Le labbra sue , più rosse per il vino, s'apprestavano, sbocciando come un fiore, ad ospitar quel fallo appena apparso per incanto.

Apparso,si, per un istante, facendo capolino dai calzoni, ma adesso gia scomparso, come in giuoco di prestigio, che se il coniglio torna nel cilindro da cui viene , quello torna tra le labbra rosse e in fiore e ,dopo, viene. E pare proprio, che a guardarle lavorar, ne succo d'uva, ne altro nettare divino, abbia ,per quelle labbra rosse e in fiore, lo stesso amabile sapor di voluttà del seme caldo e vivo.

Nessuno avea più tempo di far caso all'arrivo del nostro Gargantuà , troppo presi nell'incitar quella fachira con ogni genere di plausi. Ma una maschera di vecchio, con la barba, calva e smunta indicò col dito l'uscio ed il nostro eroe, che vi era sopra.

"Chi mai essere potrà quel bell'imbusto che ,dall'uscio, per passar, il capo inchina se non vuol picchiarne il colmo con la fronte? A me pare che quel tizio alto e magro rassomigli anche fin troppo al nostro caro Gargantuà !"

"Ha ragione, il nostro oste! " disse un altro in mezzo al mucchio " vieni avanti, e bevi, impiastro!"

Gargantuà , la cui bravura nel riempir la propria pancia con il luppolo e col nettare dell'uva riconosciuta era ben bene alla locanda Verdebruco, si fece avanti e andò al bancone, dove l'oste già l'aspetta, per veder s'é bravo é ancora.

La fanciulla avea nel mentre sciolto dal suo bacio il pene, che privo del suo seme pendeva adesso, senza vigor ne slancio, e che d'alzarsi ancor ,per ora, sembrava dir: "non posso!".

E quella andava ballando per la sala, con le vesti che giravan e le gambe belle che lasciavano guardarsi, finché priva d'ogni forza, prese contro a Gargantuà.

"E voi, caro signore,che restate al vostro posto, avete forse qualche cosa da ridire sulle mie doti di fachira? Son curiosa di saper se il vostro fusto può apprezzar le mie attenzioni..."

Così disse e l'iniziativa prese, che con un guizzo la sua mano avea già messo tra le gambe a Gargantuà.

E qui mi fermo ,per un poco, nel narrar codesta storia. Ogni nesso va' spiegato, a chi mi ascolta, e qui m'é parso che sia il caso d'accennare alcune cose per poter ricominciare.

Gargantuà ,come si é detto, é un romantico incallito. Un poeta, un cuore vivo che deluso e assai tradito, ha finito col sembrare un normale mascalzon.

Non v'inganni la sua maschera infelice. Non credete a quei suoi modi bruschi e alle parole che vi dice. Il suo animo é rugiada che si posa s' é mattino e il suo spirito cristallo che s'infrange al sol toccarlo. Quand' é triste, un cuor siffatto, non é facile curare ed un gesto o una parola che di norma allevia e cura, può apparir come veleno e risultare anche mortale.

Fu così che il nostro artista amareggiato, incallito servitore d'amor romantico e assoluto, si diede a fuga, tra le risa dei presenti, tra gli scherni,insulti e grida.

Mai nessun debba provar, ahime, l'offesa di sentir deriso il cuore suo già fatto in pezzi e poi lo beffa, pure, di dover renderne conto a terzi. Che di bruciar nel foco é più penoso e di morir sventrati é peggio, poiché in entrambi i casi il cuore sa che ancor per poco durerà il dolor che sente. Chi muore dentro al cuor non ha certezze, e i segni del dolore suo ha da nascondere ai presenti, perché non sembri ch'egli muore ad ogni giorno che trascorre tra le genti cieche e sorde al dolor che non l'é proprio.

Gargantuà iniziò a vagare per le vie della città, senza meta e senza l'uso della vista, che la nebbia ormai copriva come un manto tutto quanto intorno a lui. Stava ancora a torturarsi ripensando ai propri affanni, quando udì , poco lontano, una voce recitare:

"Le gioie del creato per due misere monete!"

Un mercante ,dalla maschera col naso a mo' di pomo,rosso e tozzo, stava in piedi sopra un carro fatiscente, posteggiato in malo modo sopra il ciglio della strada. Un gruppetto di curiosi stava lì per ascoltarlo mentre quello continuava:

"Un unguento portentoso, la cui fama, ormai ben nota, é apprezzata da dottori e professori in ogni angolo di mondo! Osservate!" disse quello, sollevando nella mano una fiaschetta.

"Una goccia del portento che vi offro basta infatti a cacciar via ogni malanno, sia situato dentro al corpo oppure frutto di pensier che affligge il capo!"

In quel mentre una fanciulla assai smagrita , che l'ossa sue del peso complessivo di quell' esile figura eran la parte più cospicua e l'età per maritarsi non aveva ancor raggiunto,sbucò fuor da dietro il carro e vi salì con fare mogio.

"Questa povera figliuola ha perso il gusto delle cose, ma in attimo le rendo ancor già lieto lo star al mondo!"

Cosi disse e reclinando appena il capo della cavia, versò un goccio di quel liquido verdastro nella giovane boccuccia. Quella bevve, suo malgrado, tossicchiando appena appena.

Tutti tacquero, in attesa del miracolo promesso.

E il miracolo dipinse sopra il viso di fanciulla un'espressione assai diversa. Ella infatti, con l'intruglio ingurgitato , avea negli occhi acceso il languido piacere degli amanti, mentre la lingua accarezzava con sensuale accanimento le sue labbra di bambina o poco più.

Nel frattempo che una piccola manina era scesa tra le cosce sollevando la sottana e stuzzicava gentilmente il pube implume, l'altra il piccolo capezzolo rossiccio avea scovato dal colletto delle vesti, torturandolo a dovere. La fanciulla si piegò sulle ginocchia e mise in mostra le sue grazie a gambe aperte, poi col passo più veloce continuò quel pizzicar finché un tremito la scosse e dal petto un gemito le uscì.

"Avete visto tutti quanti? Questo balsamo riaccende le passioni che son morte come legna in una stufa! Due monete, lor signori,due monete per curare i vostri cuori spenti e tristi!"

Dai presenti si alzò forte un gran brusio e nel giro di un istante al cospetto del mercante restò solo Gargantuà.

"molto bene" disse il mercante rivolgendosi al suo unico cliente "é evidente che costoro non han voglia di godere, ma tu che sei rimasto non avrai di che pentirti,garantisco!"

Gargantuà rimase zitto mentre quello continuava "Due monete,giovanotto, per cambiare quella maschera piangente in un riso mai provato..." e si chinò dal suo carretto, porgendo un flaconcino a Gargantuà.

La fanciulla nel frattempo s'era messa a quattro zampe e fissava il nostro eroe con un'aria da sgualdrina.

"Forza,avanti giovanotto, é per te questa fiaschetta. Dammi solo due monete e se hai voglia proprio adesso di provarne il potere curativo, guarda, sai cosa ti dico? Mi rovino! All'offerta aggiungo anche la cagnetta che scodinzola per te. Non puoi mica rifiutare questo affare vantaggioso... "

Gargantuà non disse nulla, girò i tacchi e riprese a camminare nella nebbia.

"Brutta cagna d'una figlia, non sei buona d'acchiappar neanche un cliente! Ti farò spuntar le poppe che non hai a suon di calci nel sedere!"

Dalla Riva del Carbon il Canal Grande non v'era modo di vedere, tanto era fitta e densa coltre che avvolgeva la città. Gargantuà facea fatica a veder più là d'un passo, non che questo gli spiacesse, anzi, fosse stato in suo potere altra nebbia avrebbe aggiunto alla presente , per sparire dalla vista di chiunque e da se stesso.

Ma un alito di vento spirò freddo sul canale, quel po' che basta a rivelar al nostro eroe noncurante la presenza di qualcosa galleggiante sulle acque. Una gondola avanzava a passo d'uomo sciabordando appena appena e procedeva guarda caso stando a fianco a Gargantuà.

Era grande e tutta nera con a poppa un fregio d'oro che abbracciava le fiancate. Nessun remo sospingeva la sua corsa, ch'era lenta ma costante e pareva essere eterna. Sulla prua un baldacchino d'alabastro decorato con intagli di enigmatiche creature , nascondeva al suo interno una figura , dietro tende in seta fina. Indovinar non si poteva s'era donna oppure uomo, ma s'intuiva dalla sagoma del capo che il suo sguardo fosse volto verso il nostro Gargantuà.

Questa strana situazione ,di riflesso, mise fretta al passo suo, ma quella, che seguiva come un'ombra il suo padrone, rimaneva alla medesima distanza, producendo alcun rumore.

L'esperimento di fermarsi e constatar gli avvenimenti si insinuò tra quei pensieri che agitavan le cervella a Gargantuà. Così fece e vide chiaro che la gondola imitava la sua sosta.

Come il tuono che deflagra in un boato scoppiò un gran colpo di tosse a frantumare quel silenzio.

Proveniva dalla gola catarrosa di un barbone vecchio e scianco che accasciato sopra un fianco tra i rifiuti, s'era ben si camuffato che notarlo era assai arduo.

"Chi va' là?" chiese quello con la voce biascicante ,resa tale dalla fiasca che teneva stretta al petto.

A vederlo su tirarsi si sarebbe proprio detto che il barbone avea dormito mille anni e mille notti e che ancor non fosse sveglio. Arrancando e scatarrando riuscì a mettersi seduto. Che espressione vispa e sveglia avevan gl'occhi gonfi e storti! Ma bastò uno sguardo appena alla gondola sull'acque che il vecchiardo scrollò via tutto il torpore della sbornia e i suoi occhi come ostriche dischiuse.

"A strapparmi dalla morsa della fiasca sei venuta, maledetta! Quante volte ti ho chiamata ed eri sorda! Ho dormito per due notti e per due giorni senza sosta e non m'hai preso, hai atteso il mio risveglio, non é vero? Forza allora, sono pronto. Io di te non ho paura"

Solo il vento gli rispose, mentre lui rispose al vento con un altro, ch'é il suo rutto.

Dopo aver cacciato fuori l'aria stagna dei budelli, il barbone ciondolante vide anche Gargantuà, e che sorpresa sul suo volto!

"Non rispondi proprio niente maledetta? Non a me...ma forse a lui? Non é me che vuoi allora?"

farfugliò l'ubriacone, poi, rivolto a Gargantuà: "Tu sei pazzo, l'hai chiamata ed ora é giunta. Non é solita partir per viaggi a vuoto, la signora. Lei non torna a mani vuote, stai sicuro! Cosa avrai di tanto storto nella testa per voler il suo conforto freddo e muto? Non sei vecchio, gobbo o monco...

Troppo tardi, farabutto, per poterci ripensare! Per lei uno vale l'altro e così, se ti fai dei dubbi adesso, di sicuro prenderà il sottoscritto, che lo voglia oppure no! "

Così disse e fu l'ultima parola, che un infarto, si direbbe, lo trafisse dritto al cuore.

Gargantuà lo aveva visto, mani giunte sopra il petto e denti stretti per la morsa del dolore, e non volle fare attender le sue gambe che pregavano il cervello per potersi liberare.

Il nostro eroe mancato corse a perdi fiato per i borghi, nella notte miagolante dei felini sopra i tetti. Certamente corse più per sfogar la sua amarezza, che per fretta vera e propria. Sta' di fatto che, in un lampo, giunse a Campo S. Zulian.

Si sedette in un sudicio angolino della piazza,buio,buio, e tenendo tra le mani il suo viso mascherato, pianse a dirotto.

" Mi perdoni se disturbo..." disse una voce a lui vicina.

Gargantuà alzò la testa e tra le lacrime copiose vide appena quattro sagome, che disposte a mo' d'un cerchio, lo cingevan tutto intorno.

"Salve..." disse ancora quella sagoma sfocata, "... non vorremmo interrompere il suo dramma, ma ecco,vede, noi siamo una compagnia d'attori itineranti e lei sta' seduto sul palco nostro..."

Gargantuà si prodigò come poteva a cavar le lacrime dagli occhi mentre quello continuava:

"Se ci usasse la cortesia di piangere un po' più in là...solo un pochino...noi potremmo cominciare il nostro, di dramma, le dispiace?".

Gargantuà non disse nulla, vuoi ch'era stupito dell'improvvisa apparizione di quel quartetto,vuoi che la sua lingua s'era annodata pei pensieri avuti in testa.

"Ecco,visto,lo sapevo... l'avevo già inquadrato,io, questo relitto. O é un matto, oppure un ubriaco..." disse ancora quella voce nella notte.

"Forse é sordo,non ci sente..." disse un altro.

"Che ci importa dei suoi grucci? Stiamo a perder tempo in vano, quando basta un calcio forte per spostar ‘sto disgraziato!" disse una terza.

"Sei la solita manesca! Se da te ci fosse vento , picchieresti il Maestrale. Forse é solo un poveretto che non ha più di dove andare!" disse un quarto.

"Certo,certo. E tu ben saresti incline ad ospitarlo per la notte,il poveretto" disse il primo e continuò:"visto ch'egli si rifiuta di spostarsi dal mio palco, così sia, ci resterà! Ma come attore!

-o come mimo, visto ch'é muto...-"

A quel punto Gargantuà riacquistò il dono della voce e commentò:

"Come!?"

In quel mentre ,su nel ciel, una luna piena e accesa spuntò fuori dalle spalle di una nube, illuminando ,appena, appena, la piazzetta S.Zulian.

"Costui parla,dunque?" disse l'altro,alto e smilzo con la maschera accigliata.

"Ci ha buggerati! Le mani al collo ora gli metto!" disse la terza, col le poppe smisurate fuori al vento e la maschera iraconda.

"Grazie al ciel che non é pazzo. Pare pure un bel ragazzo..." disse il quarto, che per posa, portamento e per lo squillo della voce, parea proprio un Farinelli con la maschera stupita.

"Molto bene..." continuò il primo, un piccoletto tutto arzillo che pareva un saltimbanco con la maschera ghignante, " se la lingua per parlare lui possiede, avrà la parte...già che ho visto che le pause del teatro sa già bene amministrar, sarà certo avvantaggiato quando avrà da improvvisare!"

"Improvvisare?" chiese assai confuso Gargantuà.

Gli rispose il piccoletto: "Si capisce! Ho già detto che noi altri siam attori di teatro itineranti. Compagnia Del Guitto Rosso é il nome nostro. Mentre il mio é Rabelais. Avete un nome,voi, sperduto? Oh, ma certo ,che l' avrete! Faccio ,in ver, sciocche domande questa sera ma ,dovete perdonarmi, stò già entrando nella parte..."

Gargantuà:"Quale parte?"

Rabelais:"Anche voi, però, mio caro non scherzate in quanto a arguzia! Vi ci vedo come attore, fate ridere persino più di me, con quell'aria da tardone tutto triste! É una parte un po' stranita,devo dire, ma ha comunque un suo percome, lo ammetto pure. Bene,dunque,il dado é tratto! La compagnia é al gran completo!"

Il tempo era volato e la nebbia ormai sparita. Gargantuà stava in silenzio ad ascoltare Rabelais cantar la storia di se stesso.

"Tutto ciò che avete detto m'é successo questa notte veramente!" disse infine Gargantuà.

Rabelais: "É soltanto una storiella, ma credo pur che quel che ho detto vi sia pure capitato. Che c'é di strano? Sono fatti che han vissuto o che vivranno tutti quanti, prima o poi. Ma credete, amico caro, non vi sono coincidenze a questo mondo, solo fatti!"

Gargantuà: "Come prosegue,poi, questa storiella?"

Rabelais, piroettando sul calcagno da funambolo: "Il resto della storia sta' a voi di raccontarla. E dovrete improvvisarla, l'ho pur detto già due volte,se non sbaglio. Io vi do solo un consiglio, che potete anche ignorare:

Liberati da ogni passione

qui non si trova male, ne infezione

o é pur vero poca perfezione apprenderete

che non sia per ri-de-re

altra cosa non sa il nostro cuore esprimere

vedendo il lutto,la noia e la tensione che da noi tutti da un po' di tempo promana

meglio é di risa che di pianti scrivere

che ridere, soprattutto, é cosa umana!"

E piroettando sul calcagno un'altra volta, scivolò e cadde a terra come un sacco di patate.

Gargantuà scoppiò in un riso e le sue risa risuonaron quella notte per tutta la Venezia agghindata a Carnevale.

Rabelais, ancor disteso e dolorante: "Son ben lieto che il consiglio abbiate voi seguito così alla lettera. E che velocità d'apprendimento, mi congratulo! Molto bene, amico caro. Ciò facilita il mio compito di attore e il vostro pure. Per stasera può bastare,voi che dite?" chiese al resto della compagnia del guitto Rosso.

In quel mentre una nuvola spedita sovrappose la sua forma alla luna mattutina e gettò nel buio ancora la piazzetta S. Zulian.

Ma durò pochi secondi, poi tornò il chiaror del cielo e di tutta quella ciurma che l'aveva intrattenuto, Gargantuà non vide traccia ad occhio nudo.

Egli prese i legacci della maschera piangente e li sciolse con un gesto. Sorrideva, finalmente,il nostro caro Gargantuà. Corse ancora quella notte, ma stavolta per la fretta d'arrivare al Verdebruco. E una volta che fu giunto dimostrò alla fachira che il suo fusto d' apprezzar le sue attenzioni avea tutte le intenzioni.



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