ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 9 gennaio 2012
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il Nero e il Rosso

di Massimo70. Letto 1609 volte. Dallo scaffale Eros

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0...

Diana e Lea avevano atteso la serata per tutta la settimana, preparandola, e preparandosi, accuratamente. Le ampie scollature lasciavano intravedere più che generosamente ciò che le camicette a stento contenevano, non tanto per l’esuberanza delle forme quanto per la voglia, inconfessata tra i risolini fatui, ma facilmente intuibile, di non passare inosservate.

Il locale aveva tutta l’aria di promettere bene, quella sera: più particolare del Transeunt, più affollato del Fiesta, Il Nero e il Rosso aveva fama di locale soft trasgressivo, anche se a giudicare dall’allegria generale e dal genere di musica diffuso dagli altoparlanti avrebbe potuto tranquillamente essere l’ennesimo pub stile irlandese, cosa che inizialmente deluse un po’ le due ragazze, ansiose di divertimenti un po’ più “osé” del solito.

Rovesciando sfacciatamente in avanti i prorompenti balconcini sbottonati, chiesero al cameriere del bancone due birre medie e un’informazione: in che cosa consisteva la fama del locale e se e quando avessero potuto averne prova.

Il mescitore, che sul gilet verde portava un cartellino con su scritto la curiosa parola “denti” le squadrò velocemente e quasi per caso, come sa fare chi a certi atteggiamenti provocatori ha già fatto abbondantemente l’abitudine, stirando poco dopo la bocca in un mezzo sorriso a fior di labbra ed occhi bassi che non gli strappò però troppe parole di bocca.

“Più tardi, se avrete pazienza…”

Se pure voleva essere un modo per scoraggiarle, quella frase fece alle due ragazze l’effetto opposto e prese dalla loro allegra curiosità decisero, brindando abbondantemente, che sarebbero rimaste fino a tarda serata, a costo di arrivarci completamente ubriache!

Il cameriere al bancone, dietro di loro, continuò a sorridere, asciugando un boccale dopo l’altro.

Poco prima di mezzanotte la porta oscillante d’ingresso si aprì lasciando entrare due personaggi davanti ai quali i camerieri di sala fermavano le loro corse di vassoi pieni e vuoti per lasciarli passare. Diana e Lea si accorsero di quello strano comportamento e notarono che i due erano spariti rapidamente dietro una pesante tenda rossa.

Si rivolsero ancora, sorridenti e pettorute, al mescitore, posando sul bancone i loro boccali sbavati di rossetto

“ehi senti carino, chi sono quei due e dove stanno andando?”

“sicure di volerlo sapere, signorine?”, fu la risposta, ma evidentemente l’espressione sul volto delle due ragazze non aveva lasciato dubbi in merito.

“da quella parte c’è quello che noi qui chiamiamo il privé, una zona del locale in cui è possibile appartarsi dalla calca della sala e consumare più tranquillamente ciò che si desidera”.

Alle due amiche non parve vera l’idea di poter incantare le compagne di corso raccontando della zona più riservata di un locale di per sé già noto per la propria clientela sofisticata…

“Come si fa ad entrare nel privé?” chiese Diana, la più sicura ed estroversa delle due, “dipende, cosa siete disposte a pagare, belle signorine?” rispose ironico Denti.

“Ma l’entrata non era gratuita qui?” chiese allora Lea, la gregaria del duo.

“Nessuno ha parlato di soldi signorina, ma per ogni piccolo mistero da scoprire c’è comunque un prezzo da pagare…” continuò laconico e lacunoso il mescitore.

“Ti sembriamo tipe da tirarci indietro?” avanzò, ironicamente minacciosa, Diana. “no, in effetti, ora che vi guardo meglio direi di no…” concluse Denti, sorridendo appena.

“Bastone!” lo strano nomignolo viaggiò sopra le teste e i tavoli degli altri avventori, chiacchieroni e sorridenti, fino a raggiungere un altro cameriere in gilet verde e grembiale color vinaccia, tipo piuttosto magro ed asciutto ma decisamente più che alto. Che venisse chiamato così per quel motivo, si chiesero le ragazze, o per un altro tipo di bastone, aggiunse Lea scoppiando in una risata volutamente visibile a tutti i clienti nelle loro vicinanze, che non mancò di fare il proprio effetto.

“Accompagna le signorine nel privé…” disse semplicemente Denti, e quello che chiamavano Bastone si volse prima a guardare le ragazze, squadrandole piuttosto maleducatamente e poi, con aria stupita, il collega che gli aveva appena passato la consegna, “hanno voglia di divertirsi stasera…”. Di nuovo, Bastone fissò Denti come a chiedere conferma e quest’ultimo semplicemente assentì. Poi si allontanò, con un cenno alle ragazze, in direzione della tenda rossa.

Diana e Lea si strinsero reciprocamente le mani, strillando ed intrecciando le dita, come avessero appena vinto un premio. Poi seguirono Bastone.

Passando davanti alle vetrate dei servizi gettarono un occhio alla pettinatura, agli abiti che indossavano, ai tacchetti che calzavano – il capello ondulato e scuro di Diana ben si accordava col capello liscio biondo di Lea. Poi, in un impulso cameratistico si strinsero per i fianchi regalandosi un bacio sulle guance che per pochi millimetri non divenne altro, accompagnando il tutto con risolini acuti e più che allegri.

Oltre la tenda il buio.

E i passi dei tre che risuonavano sul pavimento, di colpo lontani miglia dal rumoroso vociare della sala.

Si aprì una porta in fondo al corridoio. Un altro cameriere in abito scuro chiese con un cenno silenzioso a Bastone chi fossero le due ragazze e come mai fossero lì.

“Ospiti”, rispose semplicemente la pertica umana con una voce più profonda e quieta del previsto. “Le manda Denti”.

La porta si aprì del tutto lasciando entrare le due ragazze in una sala interamente dipinta ed illuminata di rosso, fatti salvi alcuni piccoli spot su una mezza dozzina di tavoli, molti dei quali vuoti ed al buio. Molti ma non tutti. Ad uno dei tavoli illuminati sedeva una giovane, in abito lungo nero, dalla schiena quasi scoperta, elegante, persino troppo elegante per quel genere di locale.

“Quella lì non sa proprio come vestirsi pur di farsi vedere” sghignazzò a bassa voce Lea. Diana non rispose, stava momentaneamente interrogandosi sul perché la porta della sala rossa venisse chiusa dall’interno e come mai vi fosse così poca gente.

“E così avete voglia di divertirvi…” esordì da un angolo rimasto in penombra una voce maschile. “Denti sa chi far entrare qui dentro”, disse poi la voce venendo verso la luce “e perché”.

“Tu!” disse solamente Lea, riconoscendo di colpo la fisionomia del misterioso interlocutore.

“Vedo che ci incontriamo ancora, mia cara troietta…” disse Daimon, emergendo nel cono di luce di un faretto, nella sua giacca in gessato verde sopra una maglia nera.

“No… no… no…” iniziò a biascicare Lea, indietreggiando incerta, prima che qualcosa la costringesse ad andare avanti, improvvisamente impaurita.

“Che ti prende..?” chiese, involontariamente nervosa, Diana all’amica. “Conosci quest’uomo..?”

“Lui…lui è…” stava cercando di rispondere Lea, quando la voce di Bastone la interruppe “serve altro, Maestro?” chiese, con un lieve inchino, il lungo bifolco.

“Nulla amico mio, se non un minimo di privacy e tranquillità da trascorrere con le mie giovani amiche..! Non è vero mia cara?”

“E lei… Lei è…” stava farfugliando Lea, sempre più immobile, come improvvisamente impietrita.

“Pantera. Io sono Pantera” disse la donna dal lungo vestito, alzandosi in piedi dal proprio tavolo ed avanzando sinuosamente e lentamente, le braccia scoperte, verso di loro.

“Così siete qui per divertirvi”, disse felina, girando loro attorno, mentre Daimon, sorridendo sornione sedeva al tavolo da lei precedentemente occupato, sorseggiando qualcosa da un elegante bicchiere in vetro blu. Vino forse.

“veramente noi…” continuò a farfugliare Lea

“forse siamo finite per errore in una festa privata, ce ne dispiace molto. Scusate” aggiunse Diana.

“Nessun errore!” obiettò rapida Pantera, “vi prego, siate pure nostre ospiti, del resto non era ciò che desideravate stasera?

Poi, così, quasi inavvertitamente, come le fosse sfuggito un pensiero a voce alta sussurrò a Diana “toccale la fica…”

Diana rimase per un attimo bloccata, poi perplessa, indecisa se ammettere di aver capito bene o meno.

“Per quale motivo credi sia così nervosa la tua amica?” disse guardando prima Diana poi volgendosi verso Lea “Paura..? No… E’ semplicemente eccitata. Sa cosa l’aspetta”.

Diana fissò Lea e notò stupita che nonostante lo sgomento che l’amica portava espresso in viso, stava comunque stringendo le gambe e premendosi il basso ventre coi pugni chiusi.

“Ma che ti prende, si può sapere?” sbottò Diana

“devo farlo di nuovo..?” disse Lea, come in trance, rivolta agli strani padroni di casa.

“Non è forse ciò che vuoi? Non è forse ciò cui hai pensato tutta la sera fissando i suoi vestiti fasciarle il corpo..?”. Pantera stava divertendosi a giocare al gatto col topo, Daimon sorrideva compiaciuto.

Lea si inginocchiò ai piedi dell’amica, che tentò di obiettare, mentre una stana agitazione le prendeva le viscere, “ma che ti prende si può sapere?”

“Bastone…” chiamò Daimon deciso, come chi non ammetta repliche.

“si Maestro?”

“temo avremo bisogno di aiuto…” più ironicamente gentile.

Lea si stava avvicinando carponi, quasi strisciando sulle ginocchia, alla gonna di Diana e sollevandone goffamente l’orlo aprì la bocca ed iniziò a saettare la lingua sull’inguine dell’amica.

“Ma che fai, sei impazzita..? Lea!!” stava urlando Diana tentando di scuotere l’amica da quell’innaturale torpore mentale, quando due paia di braccia la presero per le spalle costringendola a cadere lentamente indietro. “Ma che fate, chi siete..?”

“non temere, loro non faranno nulla, hai la mia parola, sarà la tua amica a pensare a te…” Diana non vide il volto di Daimon ma era pronta a giurare che stesse sorridendo…

La bocca di Lea intanto aveva raggiunto lo slip di Diana e scostatolo con le dita stava affondando la lingua nel sesso dell’amica leccando ed iniziando subito a succhiarne gli umori, mentre gambe e braccia di quest’ultima venivano tenute ferme e ben aperte.

Non ci volle molto tempo. Lea si lanciò subito a leccare più intensamente e velocemente il clitoride dell’amica che cominciò seppur involontariamente a bagnarsi tra le cosce.

“E’ proprio vero allora… sei proprio una troietta…” mentre la voce le diveniva via via più roca. “No” protestò l’amica, “sono proprio una troia…” e nel dir così affondò le mani tra le proprie cosce, una davanti, in un movimento convulso che poco spazio lasciava alla fantasia e l’altra dietro, a violare con foga l’altro buchino con uno, due, tre dita forzando subito, spingendo a fondo…

Ma se il viso di Lea esprimeva ormai tutta la sua incontenibile lussuria, quello di Diana mandava ancora bagliori di razionalità.

“Fate entrare gli squali…” ordinò quieto Daimon, osservando tutta la scena.

C’erano sempre clienti vogliosi di farsi una scopata facile di là in sala, affamati come squali, bastava solo chiamarli al momento giusto…

In pochi minuti Diana aveva già due cazzi che si alternavano nella sua bocca ed uno che le sfondava il culo, voglioso di riempirla tutta prima possibile… Difficile dire dai suoi gemiti soffocati e dai suoi occhi stravolti cosa la facesse godere di più, se la lingua di Lea tra le cosce o lo sperma che le colava già dalle labbra e tra le natiche… Ma la sua bocca non cessava di ingoiare tutto ciò che le si infilasse in gola né i suoi fianchi diminuivano la corsa di chi stava per inondarle le viscere…

Lea gemeva ininterrottamente quasi guaisse come una cagna in calore, con ancora la faccia immersa nella fica dell’amica ormai grondante, intenta a succhiarne ogni goccia d’umore come fosse per lei il suo nutrimento, ma già due nuovi amici le stavano addosso. E mentre uno di loro le si stava infilando sotto per poi farla sedere sul suo cazzo paonazzo e duro di voglia, l’altro le cercava il culo visibilmente desideroso, fin dai primi affondi, di trarre il massimo piacere dal dolore di quel tenero culo sfondato…

La porta di servizio del personale si era chiusa piano alle loro spalle, cigolando lievemente, lasciandoli a godere l’aria fresca delle prime ore del mattino, delle ultime ore di oscurità.

Pantera gli si strinse al braccio, alla spalla, indi al fianco, avvicinando sempre di più il suo corpo ed il suo calore a quello di lui.

Daimon, percependone l’intimo fuoco, l’abbracciò accarezzandole nel contempo lievemente il monte di venere e trovando rapidamente la via aperta attraverso la stoffa sottile.

Si fermò, piacevolmente stupito. Le sue dita avevano trovato la carne di lei, ma non altra stoffa e sui suoi polpastrelli fluiva lattiginosa una sostanza densa e biancastra.

“Proprio un bello spettacolino, non trovi mia cara?”

Lei lo fissò coi suoi occhi scuri, enormi, privi di qualunque accento di menzogna

“credi sia per loro che mi hai trovata così..?”

Daimon la fissò attento, aspettando una risposta alla domanda che non aveva posto.

“No mio signore, è per te, per te sono così, sempre…”

Un lungo, lunghissimo bacio.

Più di tante banali, ingannevoli parole.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: