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lavoro pubblicato lunedì 2 gennaio 2012
ultima lettura lunedì 9 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Non c'è niente da ridere

di ottavio. Letto 520 volte. Dallo scaffale Generico

immagino sia dura sopravvivere a tripudi di incosciente allegria come questi, senza l’aiuto di “Bacco”.........

NON C’è NIENTE DA RIDERE

Luci, tavoli imbanditi, trucco, risate sospinte dall'alcool, lamentele su un anno di merda, Adele che ci prova con Christofer, candele rosse, auspici su un anno di merda, neonati che dormono beati nel tripudio, Christofer che ci prova con Jessica, tintinnii fastidiosi, Ettore fa il suo discorso del cazzo, piatto in frantumi a terra, pianto di neonato, Mara si macchia il bel vestito bianco, Jessica ci prova con Carla, Max è inciampando destando una fragorosa risata generale, "non tornerà mai pulito", Dennis scorreggia e sorride perché nessuno lo ha sentito, nessuno ci prova con Adele.
Punto.


Alain uscì con la scusa di fare una telefonata. Chiuse la porta alle sue spalle e vi si appoggiò. Respiro profondo. Aria vera, gelida. Come ci sono finito qui? Si incamminò lungo il viale alberato, passando di fronte a finestre illuminate dalle quali trasudava una gioia sgualcita, euforica. Si accorse di non avere voglia di camminare e si sedette su di una vecchia panchina. Il cielo penetrava fioco tra le corone di luce generate dai lampioni, sbucava qualche stella, che a denti stretti si era fatta strada, fino a raggiungere gli occhi di Alain, e di chissà quante altre anime, assorte in chissà quali pensieri. Da una finestra, intravide due tizi impegnati in una discussione alquanto animata, lei gesticolava tenendo le mani aperte e rigide, lui, teneva le mani sprofondate in tasca e quasi non la guardava in faccia. Vagava con lo sguardo, qua e la. Ad un certo punto esclamò qualcosa, la donna lo guardò esterrefatta per un paio di secondi. Uno schiaffo. Quali sono le probabilità di sbirciare entro una finestra ed assistere ad uno schiaffo, uno vero, un muto e rapido schiaffo? Ben poche, giornata fortunata, pensò sarcastico Alain. La donna inveì qualcos'altro, e se ne andò. Lui restò immobile, le mani ancora in tasca, una faccia quasi soddisfatta, questo è strano, non certo la faccia di chi ha appena ricevuto uno schiaffo, forse quella di chi guarda fuori casa e pensa "beh, almeno ha smesso di piovere", una cosa del genere, una faccia di chi constata un risultato, non quella di una vittima. D'un tratto, ruppe la sua espressione di cera, alzò lo sguardo ed incontrò quello di Alain, sbigottito dallo spettacolo, che con tutta la disinvoltura(ben poca) che riuscì a salvare dal suo stupore, si alzò e riprese a camminare.
Oddio, pensava. Che sberla. Deve averla combinata grossa, sono rari gli schiaffi a capodanno. Vagava lento, fissando l'asfalto, senza badare al percorso e tantomeno alla meta. Pensava alla faccia di quel tizio, all'espressione, indecifrabile, che cazzo gli passava per la testa, cos'avrà mai combinato. Boh. Si ritrovò a passare di fronte ad un piccolo bar, dietro al bancone un uomo calvo sulla cinquantina, intento a guardare una partita di calcio in un televisore appeso in un angolo dell'unica stanza che formava il locale. Decise di entrare. Appena aprì la porta suonarono dei campanellini appesi allo stipite ed il proprietario si voltò, salutò sottovoce e riprese a seguire la partita. Alain ordinò una cioccolata calda e si andò a sedere su un tavolino in un angolo. C'erano altre quattro persone oltre al proprietario, avevano posizionato le sedie al centro della stanza per guardare lo schermo dalla prospettiva migliore, come si farebbe a casa propria. Il proprietario portò la cioccolata in una tazza di ceramica scura ed accennò un sorriso, Alain rispose con un cenno del capo, mise una bustina di zucchero ed iniziò a mescolare. Tre dei quattro vecchi nel locale dormivano russando sonoramente, i nasi paonazzi e le mani appoggiate sulla pancia. La luce al neon appesa al soffitto emanava un alone di sconforto, che finiva per impregnarne le mura, tinte di colori improbabili. Puzza come di onesto questo posto, pensò Alain. Niente domande del cazzo sul tennis del mercoledì, niente elogi all'eleganza dei tessuti ed ai metalli indossati, c'è qualcosa di trasparente, di schietto. Niente buoni propositi spropositati per un nuovo anno, niente ottimismo effimero forse, ecco, questa gente è rassegnata alla periodicità dei giorni. Questa notte, non valicherà il confine tra due anni, bensì quello tra due giorni. Mescolava, fissando il tavolino unto ed appiccicoso. Quando l'onestà verso le tue sensazioni comporta tristezza e rassegnazione, insorgono domande scomode, che puoi solo soffocare, ognuno lo fa a modo suo. Alzò lo sguardo oltre la vetrina del locale e si accorse che stavano iniziando a scendere lenti dei fiocchi di neve, sottili, di quelli senza speranza, che scompaiono al suolo senza lasciare traccia. Comparve anche una sagoma, ingrandendosi lenta, fino a giungere alla porta del locale. Entrò un uomo con la giacca scura, un cappello di lana ed una guancia rossa. Oddio, pensò Alain. Lo colse una sorta di imbarazzo, si sentiva come testimone di un qualcosa di intimo ma non suo. Gli sembrava di essere stato colto in flagrante nell'atto di osservare qualcosa di non concesso, nonostante la casualità dell'evento. Si appoggiò la mano sulla fronte mettendosi in atteggiamento riflessivo, fissando intensamente la sua cioccolata.
-ehi, stai male?-
Alain alzò lo sguardo. Era lui.
-oh, no, stavo... pensando, sto benissimo, figurati! E... senti, mi dispiace per prima, ho buttato l'occhio e... ed è successo, sì insomma, mi spiace, non stavo spiando...-
Il tizio scoppiò in una sonora risata, doveva essere un po' brillo, vacillava in modo sgraziato.
-posso sedermi qui?-
Alain fece cenno di sì con il capo. Velo di perplessità.
-ah! Io mi chiamo Vasco-
-Alain, molto piacere-
Silenzio, rotto solamente dalla cronaca della partita in sottofondo e dal russare di un vecchio.
-ecco... un altro anno se ne va, assieme ad i buoni propositi per l'anno andato. Hai voluto la bicicletta? adesso pedali...-
-già...- Alain guardava ancora fuori, inarcò le sopracciglia cercando un nesso. I suoi pensieri furono interrotti dal padrone del locale, che arrivò con una pinta di birra bionda.
Vasco si portò le punte delle dita alla fronte. Sorriso.
-vedi... penso che i casini più grossi, li ho combinato proprio a causa dei buoni propositi, non so se mi spiego, quei progetti pieni di buone intenzioni, che esprimi figurandoti in testa situazioni impeccabili.- bevve un sorso di birra -tu lo sai, che certe cose sono fortemente improbabili, ci sei cascato una miriade di volte finora, lo conosci il percorso, lo sai che in quel punto c'è un muro, che non puoi passare, che non ne vale la pena addirittura, talvolta. Niente da fare, sei trasportato dalla corrente positiva scaturita dal fascino della svolta, di una nuova pagina. Dalla fine radicale e netta di qualcosa e dall'inizio di un'altra, candido foglio bianco. E ti ci butti, con l'ingenuità che ti sei costruito a fatica, negando le ragioni che esalano dai fallimenti. I risultati si sanno... e si vedono...- disse puntando la guancia con l'indice -certi desideri diventano trappole...-
-mi... mi spiace-
-di cosa? Ci sei dentro anche tu, tanto quanto me!- sbottò ridendo forte.
Alain era perplesso. Sentiva dentro di se, come un irrefrenabile voglia di ridere, non per una particolare gioia o contentezza. Era semplicemente uno stimolo esplosivo che spingeva dal di dentro, nel vedersi nella situazione in cui si trovava, per l'ironica fatalità degli eventi. Contribuiva in buona parte il confronto tra il posto da dov'era fuggito e dove era ora. Una rete di idee che assieme, tessevano una trama inconsueta. Unico ostacolo, quel guscio di contegno che si era costruito tra le emozioni e le azioni, sottile strato di "buonsenso", definito maturità in determinate circostanze, guscio nel quale fece breccia con un "vaffanculo".
La serata passò velocemente tra chiacchiere sconnesse, tra un ubriaco, ed uno sbronzo di una libertà ritrovata, per i più di poco conto, ma indubbiamente piacevole.
Decisero di uscire dal bar per respirare un po' di aria fresca. La notte era veramente gelida e si era alzata una brezza di vetro. Camminavano con le mani in tasca ed i menti sprofondati nelle giacche. Alain sentì una fitta al torace, gli sfuggì un gemito.
-cos'hai?-
-niente, fegato capriccioso, ci sono nato...- sussurrò portandosi una mano dove sentiva il dolore -va già meglio, non preoccuparti- disse sedendosi sul muretto di un parco.
-immagino sia dura sopravvivere a tripudi di incosciente allegria come questi, senza l'aiuto di "Bacco"- esclamò Vasco scoppiando nell'ennesima risata.
C'è poco da ridere, pensò ironico Alain.
D'un tratto il cielo si accese di luci sulfuree e corone luminose, il vento si colmò di grida e schiamazzi, esplosi ovunque.
-buon anno-
-vaffanculo-



Commenti

pubblicato il 03/01/2012 15.53.13
Arazedas, ha scritto: La solita accozzaglia di buoni propositi e di aspettative si infrange ancora una volta nella banalità del quotidiano. Un anno uguale all'atro, un giorno uguale all'altro, senza soluzione di continuità, senza speranza. Sono i sopravvissuti dell'ultimo dell'anno. Forse l'unica soluzione è rompere gli schemi. Cercare di non essere più buoni (?).
pubblicato il 03/01/2012 16.51.30
ottavio, ha scritto: Non pensi sia essere buoni il problema. Penso che sia anche questa una delle tante sfaccettature del ridondante problema di essere onesti con se stessi, per quanto a volte sia desolante. Ti ringrazio molto per il commento, ancora una volta per niente banale, e riferito a quella che è l'anima del racconto, grazie!
pubblicato il 03/01/2012 16.51.57
ottavio, ha scritto: *non penso
pubblicato il 03/06/2012 22.11.31
DonnaDuff, ha scritto: è davvero molto bello, bravo!
pubblicato il 04/06/2012 10.43.47
ottavio, ha scritto: Grazie mille DonnaDuff!! buona giornata :-)

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