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lavoro pubblicato lunedì 2 gennaio 2012
ultima lettura domenica 10 marzo 2019

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Il bivio di Castelmonte - prima parte

di mifi77. Letto 611 volte. Dallo scaffale Sogni

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IL BIVIO DI CASTELMONTE

PARTE PRIMA

Raffaele era felice, come può essere felice un giovane di ventisei anni, laureato in Matematica, che ha vinto un concorso a cattedre e attende l’assegnazione della sede di servizio. Aveva anche indicato delle preferenze, tra le sedi possibili, e aspettava con una certa trepidazione il suo destino.

Destino… Raffaele era troppo razionale per credere al destino. Il caso, eventualmente, generava il destino, forse insieme all’indole individuale. La volontà del singolo è soltanto un debole motore in un mare agitato.

Era un caldo mattino di Settembre e il giovane stava approfondendo la sua materia in attesa dell’assegnazione della sede, quando il postino gli consegnò una raccomandata ministeriale, senza commentare, ma con un sorriso sornione.

Raffaele l’aprì subito e dopo un attimo sorrise soddisfatto: il suo primo posto di lavoro si trovava nell’ Italia centrale, non eccessivamente lontano dal suo paese natale del Cilento. Sette o otto ore di viaggio in tutto, con la sua utilitaria ancora efficiente.

Raffaele desiderava andar via dal sud, e quella cittadina del centro Italia gli appariva piena di promesse. Era stato assegnato ad un Liceo Scientifico, e doveva presentarsi… lunedì!

Appena il tempo di preparare le valigie, salutare gli amici e i familiari, e via! … verso il suo futuro. Aveva atteso con ansia quel posto di lavoro: gli avrebbe dato l’autonomia economica e la soddisfazione di insegnare qualcosa a ragazzi più giovani di lui, e adesso il tempo della partenza era arrivato.

Udita la notizia, sua madre lo abbracciò felice e commossa: i suoi sogni si realizzavano! Più tardi il padre gli fece i migliori auguri, contento che i propri sacrifici avessero avuto buon esito.

Raffaele sapeva che la famiglia avrebbe tratto un vantaggio non indifferente dal risparmio delle spese sino ad allora sostenute per lui; anzi, il giovane si riprometteva di esaudire qualche desiderio della madre e della sorella minore. Continuò a gioire intimamente della novità sino a sera tardi, centellinando il gusto di quel successo.

Quel sabato pomeriggio non uscì e la sera si addormentò sereno.

* * *

Al risveglio si sentì nuovamente felice; dopo colazione preparò i bagagli con cura, non sapendo quando sarebbe potuto tornare a casa: avrebbe chiesto il lunedì, quale giorno libero, ma dubitava che l’ultimo docente arrivato potesse facilmente essere soddisfatto in merito.

Quella domenica pranzarono tutti molto presto e verso le 12,30 partì, dopo un ultimo abbraccio ai suoi familiari.

Raffaele viaggiava spedito verso la sua nuova vita; percepiva chiaramente che quello era un momento di svolta e si augurava che fosse una svolta positiva, anzi il suo giovanile entusiasmo gli dava la certezza di iniziare una vita piena e gratificante.

Giunse al raccordo anulare di Roma verso le diciassette, e lo trovò ancora sgombro di traffico. Quel mese di Settembre rappresentava ancora una coda dell’estate e aveva tenuto accesa l’aria condizionata. Si augurava che a S. avrebbe trovato una temperatura più fresca, almeno dalla sera al mattino: quello era un aspetto climatico che Raffaele avrebbe saputo apprezzare.

Poco dopo le diciotto, mentre l’auto si inoltrava lungo le statali ondeggianti della Toscana, spense il condizionatore e abbassò un po’ i vetri; la radio trasmetteva un piacevole programma di intrattenimento.

Intanto la strada diveniva sempre più stretta: che statale era quella? Gli venne il dubbio di aver sbagliato strada. Si fermò, accostando, controllò la carta, cercò di ricordare qualche cartello superato, ma non si raccapezzò.

Decise di fermarsi al primo bar che avrebbe incontrato, per chiedere chiarimenti e prendere un buon caffè, di cui sentiva un gran bisogno.

Il barista gli spiegò tutto:

- Probabilmente ha sbagliato allo svincolo di … Accade a molti. Adesso ha due possibilità: o torna sulla strada statale per di qua, - indicò la strada sulla cartina – oppure prosegue sulla provinciale. Considerando il traffico di rientro, le consiglio la provinciale: in un’ora e mezzo arriverà a S.

Raffaele non si sentì contrariato per quell’errore, che anzi rappresentava un interessante diversivo e l’occasione di conoscere meglio il paesaggio della regione.

Tuttavia, meno di un’ora dopo si trovò davanti ad un bivio: il cartello indicava che a sinistra si procedeva per Castelmonte e a destra per Val di Castello.

Raffaele fermò l’auto, accostando, e consultò la cartina. Entrambe le strade gli consentivano di giungere a S. in meno di un’ora, calcolò: quella a sinistra era più breve, ma quella a destra probabilmente era più scorrevole.

Forse per riposarsi un po’, dopo quasi sette ore di viaggio, rimase a rimuginare qualche minuto, con la vaga sensazione che la sua scelta sarebbe stata in qualche modo determinante. Poiché stava per imbrunire e doveva decidersi, scelse istintivamente la strada di Castelmonte, che gli appariva più bella, almeno nel suo tratto iniziale.

Ripartendo pensò che aveva riflettuto troppo, per una stupida indecisione.

* * *

La strada saliva con dolci curve, ora a destra, ora a sinistra, con scarso traffico, poi iniziò la discesa. Dopo un po’ Raffaele notò sulla sinistra una graziosa discoteca, poco più che una vecchia balera, e si chiese se quella sera avrebbe potuto andarci, per festeggiare il suo nuovo lavoro e cominciare a conoscere le ragazze del luogo.

Poco più avanti notò un albergo e istintivamente decise di fermarsi; la città era ormai vicinissima ed era già buio. Appena in camera, telefonò alla famiglia.

Riposò mezz’ora, sdraiato su un confortevole letto, poi mangiò un panino con salame piccante, preparatogli dalla sua mamma, guardò un po’ di televisione in camera, quindi decise di recarsi in discoteca, abbigliato sportivamente.

Non c’era molta gente e il volume della musica non era troppo forte, anche se ugualmente coinvolgente. Era frequente qualche ballo lento.

Non essendo in coppia, se ne stava col suo Martini in mano nei pressi del bar, quando una biondina, né bella né brutta, lo invitò a ballare.

Dalle sue parti, pensò Raffaele, accadeva raramente che una ragazza invitasse. Dopo una reciproca presentazione e qualche domanda su di lui, la biondina, di nome Clelia, lo presentò ai suoi amici e Raffaele ballò con altre ragazze del gruppo.

Intanto aveva notato una simpatica ragazza dai capelli neri e dal sorriso smagliante, che si divertiva un mondo. Era apparentemente sola, e Raffaele la invitò per un lento. Lei sorridendo si accostò.

Era alta quasi quanto lui, snella e chiacchierona. Aveva nel viso qualcosa di familiare e i suoi occhi erano scuri, ammalianti.

Si dice che gli uomini preferiscono le bionde, ma Raffaele ne dubitava. Per quanto lo riguardava, le brune spesso avevano una sensualità del tutto assente nelle bionde. Le poche e brevi esperienze di Raffaele gli avevano confermato la bontà della sua preferenza, almeno sul piano fisico.

Chiese alla ragazza il suo nome, sperando che fosse diverso da quei classici nomi di sante, così diffusi dalle sue parti. La bella toscanina si chiamava Debora. Quel nome bello e raro gli sembrò un segno del destino.

Raffaele andò via presto, spiegandole che aveva un impegno di lavoro per il giorno dopo, di buon mattino, ma prima le chiese se poteva rivederla. Debora gli diede appuntamento lì per il successivo sabato sera.

Con un ultimo prolungato sguardo, cui la ragazza rispose con uno splendido sorriso, Raffaele andò via, giustificandosi ancora per il suo impegno del mattino seguente.

Si diresse lentamente verso il suo albergo, con la sensazione che si stesse sviluppando in lui un sentimento nuovo, mai provato prima.

Dopo aver spento la luce della camera, pensò parecchio a Debora: doveva avere una ventina d’anni, era estroversa e socievole, ma non eccentrica. Raffaele al momento era libero da impegni sentimentali e cominciò a sperare in una storia con lei. Quanto bella, quanto lunga, al momento non era dato di sapere.

Con questo pensiero si addormentò.

* * *

Il mattino seguente si svegliò alle otto: non aveva udito la sveglia. Si preparò velocemente e si recò a scuola, presentandosi al dirigente con un ritardo quasi indecente.

- In effetti stavo un po’ in pensiero. Stamani aspettavo due docenti di matematica; il suo collega era già qui al mio arrivo e gli ho assegnato il corso D. A lei rimane il corso E, che si svolge alla succursale, ma si troverà bene, perché si tratta di un edificio nuovo. Si presenti lì al professor …, coordinatore del corso; adesso gli telefono e preannuncio il suo arrivo. Credo che lei abbia lezione alla terza ora.

La succursale era fuori città, in direzione Castelmonte; Raffaele si fermò ad ammirare l’edificio piccolo e moderno, con tanto verde attorno.

Il coordinatore lo accolse cordialmente e gli diede uno schema dell’orario settimanale provvisorio; Raffaele cominciò con la quinta classe, che non era numerosa, e subito familiarizzò con i suoi allievi, presentandosi, parlando loro delle sue precedenti esperienze di insegnamento, illustrando i programmi e i metodi che intendeva adoperare.

Rispose alle numerose domande sui vari argomenti, tra i quali gli esami finali; li tranquillizzò in merito, precisando però che avrebbero dovuto studiare regolarmente, per presentarsi alla commissione senza lacune.

Nel pomeriggio il coordinatore lo aiutò a trovare un alloggio economico in periferia di S., non lontano dalla scuola. Era un appartamentino arredato, sito al primo piano, un po’ rustico, ma ben messo e confortevole. Raffaele pensò che lo avrebbe personalizzato con quadretti, tappetini e qualche punto luce in più.

Si rifornì di generi alimentari in un piccolo negozio della zona, poi ripulì e sistemò la camera, dove c’era un comodo letto da una piazza e mezzo.

Passò la serata conversando con un collega che abitava nella stessa palazzina, mentre passeg-giavano sulla strada alberata che scendeva da S. e che portava anche alla discoteca. Ascoltò il suo collega sempre più distrattamente, pensando a Debora, poi si accomiatò, salì nell’appartamentino e si coricò nel suo nuovo letto; era felice per la sua nuova vita e si addormentò pensando al sorriso della ragazza.

* * *

La settimana scolastica trascorse tranquilla: Raffaele impegnò i ragazzi delle tre classi in un sintetico riepilogo delle conoscenze di base, approfondendo le parti nelle quali alcuni avevano dubbi o incertezze.

Sistemò l’appartamentino, ripulendolo a fondo, tinteggiando il soggiorno e completando l’arredo secondo i suoi gusti. Il suo giorno libero era il martedì, e Raffaele capì che non sarebbe potuto andare a casa dei suoi molto presto. Però telefonava loro quasi ogni giorno, per dare brevemente le poche notizie che aveva.

Il sabato sera si recò presto alla discoteca, aspettando con impazienza Debora, che desiderava conoscere meglio (o forse desiderava e basta?): se non fosse venuta, era probabile che lei non avesse il minimo interesse per lui.

Invece la vide arrivare poco dopo, abbigliata con una certa cura: lei accolse le sue attenzioni con interesse. Ballarono molto, scambiando poche parole; la ragazza lo osservava, più incuriosita che ammirata, e ascoltava sorridendo ciò che Raffaele le raccontava di sé. Sul tardi, al momento di salutarsi, egli riuscì a darle un rapido bacio.

A scuola le cose andavano bene, in quanto Raffaele sfruttava a fondo le sue doti di comunicazione. Nel pomeriggio si preparava le lezioni con cura, poi cenava in maniera semplice, quindi usciva a passeggiare.

Aveva deciso di dichiararsi a Debora; l’esperienza gli aveva insegnato che in questi casi l’attesa è negativa: meglio dichiarare subito il ruolo che si vuole assumere, così la ragazza può valutare con cognizione la propria disponibilità.

Secondo Raffaele, le donne amano nell’uomo gli atteggiamenti estremi. L’amore a prima vista, la preferenza incondizionata o un atteggiamento passionale, ancorché controllato, le colpiscono emotivamente. Per loro l’uomo dei sogni deve giungere all’improvviso, sorridente, vincente: il suo sguardo deve dire “Sono io”.

In quei giorni di fine Settembre Raffaele, nelle sue passeggiate serali, rimuginava a lungo sui propri sentimenti. Intanto il tempo si manteneva bello, limpido e asciutto, e il cielo mostrava una grande quantità di stelle.

Il giovane docente confrontava Debora con le tre ragazze che aveva avuto: nonostante ricordasse momenti felici e serate molto passionali, ciò che provava per Debora era diverso.

Ammirava la sua bellezza e il suo carattere, la desiderava fisicamente e voleva averla sempre accanto, con quel sorriso smagliante, con la sua vivacità, con quella speciale capacità di ballare. Raffaele capì, o credette di capire, che con Debora poteva fare sul serio.

Il sabato successivo la ragazza si presentò curata ed elegante, con ampia scollatura e abito corto: se mai Raffaele avesse dubitato della sua avvenenza fisica, adesso i suoi dubbi potevano sciogliersi. Ma forse Debora non sapeva che egli si era innamorato soprattutto della sua personalità.

Si mostrò molto interessata a lui e molto allegra: forse presagiva la sua dichiarazione. Dopo un’ora di balli vivaci, coronati da un tango che Raffaele si sforzò di interpretare bene, la condusse in terrazza a prendere un po’ d’aria.

Debora sorrideva ironicamente: - Vuoi baciarmi di nuovo?

Dopo un attimo Raffaele disse: - Sì, voglio baciarti infinite volte, se tu vuoi. Debora, che cosa prevedi per il tuo futuro?

- Io ho ventidue anni e un buon lavoro: faccio la modella in un’azienda di abbigliamento. Sai che ho le misure perfette per la taglia 44? Non hai davanti una qualunque! Per me è magnifico, mi fa sentire molto bella e desiderabile. Quando perderò queste misure, penso che mi sposerò e farò la casalinga; nel pomeriggio potrei impartire lezioni private, perché sono maestra.

- Debora, come sai, ho un posto di ruolo e non ho vizi: vuoi sposarmi?

La ragazza rimase un po’ sorpresa, e rifletté qualche secondo:

- Sai troppo poco di me, e io di te, per una decisione così vincolante. Intanto non posso essere certa della solidità dei tuoi sentimenti, anche perché mi conosci poco. Per esempio non sai che io ho già avuto due storie importanti, praticamente due relazioni: questo per te, che vieni dal sud, potrebbe essere un problema…

Raffaele fu colto un po’ di sorpresa, ma disse: - Anch’io ho avuto le mie avventure. Ti ringrazio per la sincerità, ma confermo il mio desiderio di sposarti.

Si era alzata una brezza pungente, che fece rabbrividire la ragazza. Una musica languida proveniva dall’interno. Alla tenue luce che filtrava dalle vetrate all’inglese, Debora guardava quel giovane uomo che la desiderava per la vita… Alla fine rispose:

- Riflettici meglio per una settimana; poi, se vorrai, prenderò in considerazione la tua richiesta, che non mi aspettavo in questi termini: non pensavo al matrimonio.

Raffaele le chiese: - Per quelle due storie… com’è successo?

Debora alzò le spalle e allargò le braccia:

- La prima volta è semplicemente successo: infatuazione, curiosità, desiderio… Finì in un paio di settimane. La seconda volta ero innamorata, ma lui lo era meno di me. Rifletti per tutta la settimana, ma intanto, se vuoi, possiamo uscire insieme, qualche sera, senza impegno, da buoni amici. Ti do il mio numero di telefonino.

Uscirono spesso. Per mangiare una pizza, per fare compere, per conoscersi. Raffaele desiderava abbracciarla e baciarla, e coglieva tutte le occasioni per farlo. Debora accettava le sue effusioni.

Sabato pomeriggio Raffaele le disse:

- Ti confermo il mio desiderio di sposarti, se mi accetti. Dimenticheremo ciò che è stato: ti chiedo soltanto fedeltà assoluta. Sai, da buon meridionale sono tendenzialmente geloso.

Debora si mise a ridere:

- Chiunque è geloso della sua compagna; ma io ti devo confessare un’altra cosa: io sono più meridionale di te, perché sono nata e cresciuta a …

Osservando il viso stupefatto di Raffaele, Debora continuava a ridere:

- Vedi quanto poco mi conosci? Pensavi che fossi una toscanaccia? Lo sono soltanto a metà: mio padre si è trasferito qui oltre dieci anni fa, per lavoro, e dopo un anno mia madre ed io lo abbiamo raggiunto.

Poi si fece seria:

- Raffaele, io sono molto giovane, però mi piacerebbe avere una casa mia, un marito mio, farmi una famiglia: penserò seriamente alla tua proposta, perché mi piace il tuo carattere. Ora dammi un bacio vero e frizionami un po’: vediamo come te la cavi.

* * *

Nei giorni successivi Raffaele si sentiva tutto scombussolato per quella passione che cresceva in lui. Debora non era proprio bella, ma aveva una simpatia inebriante e un corpo ben proporzionato: era molto attraente e, secondo lui, sensuale… Non poteva pensare al suo corpo senza essere preso dalle smanie.

Le giovani fidanzate e amanti che aveva avuto impallidivano di fronte al fascino di Debora…

Il sabato successivo, nel pomeriggio, Debora andò a trovarlo nel suo appartamentino; Raffaele, sorpreso, la fece accomodare. La ragazza ammirò i particolari dell’arredamento, che Raffaele aveva curato molto: i quadri, le luci, le tendine, i soprammobili, i piccoli tappeti:

- Hai reso molto confortevole questo piccolo appartamento.

- Sai, ho imparato da mia madre e da mia sorella; è importante che uno senta propria la casa in cui vive: deve diventare il suo nido.

Debora lo guardò in quel modo particolare che aveva quando si sforzava di riflettere profondamente, e che la rendeva unica.

Raffaele le chiese se voleva provare il suo caffè, quindi lo preparò e lo distribuì in due grosse tazze. Mentre lo sorseggiavano, lei disse:

- Dovrei darti la mia risposta… Ottimo questo caffè! Lo sai che per me il caffè è eccitante?

Poggiò la tazza sul tavolo, poi con studiata lentezza si tolse la camicetta, poi lo abbracciò. Il messaggio era evidente, e dopo un po’ finirono sul letto. Debora gli lasciò l’iniziativa.

Alla fine gli chiese: - Sei sempre così tenero e passionale?

Raffaele fece cenno di no: - Soltanto adesso che ho conosciuto te…

- Forse preferivi una taglia 48… Ho paura di averti deluso. Sai, sei ancora in tempo: se non ti piaccio, lasciami. Sarai comunque un ricordo meraviglioso.

Raffaele scosse il capo in modo deciso: – Anche tu sei meravigliosa.

Debora lo guardava seria e commossa. Raffaele avrebbe ricordato per molto tempo quello sguardo. Lei disse:

- Allora la mia risposta è sì: accetto di sposarti.

- Oh, Debora…

Raffaele la tempestò di baci, sul viso, sul corpo… Poi lei cominciò ad accarezzarlo sapientemente. E si amarono ancora.

Quella sera cenarono in casa, sereni, soddisfatti, guardandosi senza desiderio, ma con tanta tenerezza. Dopo aver sparecchiato, Debora disse:

- I miei sanno che sono in discoteca, così abbiamo un mucchio di tempo…

Raffaele con gioia prese ancora la ragazza, ma questa volta si preoccupò meno del proprio piacere e molto più del suo. Lei si sentiva felice di avere incontrato un vero uomo.

Alla fine egli dovette accompagnarla a casa.

- Quando vorrai, ti presenterò i miei. – gli disse Debora, e lo salutò con un lungo bacio.

Raffaele si sentiva al settimo cielo, ebbro di emozioni e felice: era entusiasta di lei, della sua bellezza, che aveva conosciuto e apprezzato a fondo, della sua passionalità, del futuro che li attendeva…

Quella notte, sul letto, in quel letto, si agitò per una buona mezz’ora, poi si addormentò spossato.

Si svegliò alle dieci del mattino, con una fame da lupi.

* * *

Debora non amava soltanto il ballo, ma anche la vita all’aria aperta; per un paio di domeniche andarono al mare, nonostante fosse già autunno. La spiaggia era quasi deserta e lì fecero allegramente il bagno: Debora non era formosa, ma molto sensuale nel suo succinto bikini. La seconda volta nel tardo pomeriggio rimasero praticamente soli e finì che fecero l’amore nascosti tra una duna di sabbia e un roccione sporgente.

Poi presero l’abitudine di compiere escursioni sui vicini Appennini, ogni volta che potevano, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante e profumata di resine.

La vitalità di Debora era prorompente e illuminava la vita di Raffaele. Da ogni gita tornavano abbastanza presto a casa, e lì dedicavano un paio d’ore all’amore fisico. Il giovane si sentiva soddisfatto e fortunato.

A Novembre si fece presentare alla sua famiglia: erano persone sagge e moralmente rigorose, più riflessive e meno istintive della figlia. Fu accolto con simpatia e i rapporti si mantennero sempre cordiali e quasi affettuosi.

Il fidanzamento durò meno di un anno, il tempo di trovare un comodo appartamento e arredarlo con cura; poi si sposarono in chiesa.

Quel passo, generalmente unico nella vita di una persona, fece tentennare un po’ Raffaele: al di là della loro intesa fisica, aveva fatto la scelta giusta? Obiettivamente non poteva averne la certezza, ma amava profondamente Debora e non avrebbe potuto fare a meno di lei.

Dopo un altro anno spensierato e gratificante, nacque Laura, e Debora fu una madre affettuosa e accorta. Quando Laura raggiunse i sei mesi, Debora rientrò al lavoro, ma soltanto a tempo parziale.

D’estate andavano al mare e la giovane passava molto tempo in acqua; le gite al mare divennero così frequenti che, con l’aiuto delle rispettive famiglie e di un mutuo, comprarono una casetta in una bella posizione sopraelevata, con ampia vista sul mare.

Raffaele non amava il mare quanto Debora, ma l’aria salmastra, l’atmosfera balneare e l’abbigliamento della giovane moglie erano per lui un forte afrodisiaco, e i conseguenti rapporti cementavano sempre più la loro unione.

A parte quest’aspetto, Debora non aveva più le piccole attenzioni di un tempo, ma Raffaele quasi non ci badava. Nel frattempo lei era stata licenziata e adesso gestiva una lavanderia, con buoni guadagni; teneva anche un’impiegata, così poteva dedicarsi alla bambina e alla casa.

Col tempo Debora prese l’abitudine di restare al mare anche a Settembre, con la bimba e con la madre, mentre Raffaele riprendeva servizio a scuola. Due volte alla settimana egli raggiungeva la famiglia al mare.

Gli anni trascorrevano felici: il fascino di Debora non passava, anzi si era arrotondata un po’ e ciò accresceva la sua sensualità; non diminuiva la sua passione per Raffaele, né quella per il mare o per il ballo.

Frequentavano abitualmente la discoteca, lasciando Laura alla nonna. Debora era diventata un’esperta ballerina, e Raffaele stentava a starle dietro.

Una volta accadde che Raffaele non poteva andare, per una importante relazione che doveva preparare a proposito di un gemellaggio scolastico, e propose a Debora di lasciargli la bimba e andare con le sue amiche.

Il fatto di andare da sola in discoteca, divenne per Debora quasi un’abitudine; ma Raffaele non era geloso di quelle uscite, perché la passione di lei gli dimostrava il suo amore e la sua fedeltà.

* * *

La bimba aveva ormai sette anni, e Debora era una bella donna di trenta. Quell’estate furono soli al mare, cioè senza la madre di Debora, e fu un’estate particolarmente intima.

Per essere precisi, a Raffaele sembrava che sua moglie fosse meno affettuosa di un tempo; ma a letto era sempre molto passionale e ciò lo gratificava e tranquillizzava.

A Settembre Raffaele dovette rientrare a S., ma Debora volle rimanere un altro po’. C’era un’amica nella villetta vicina, e avrebbe avuto compagnia. Laura rientrò col padre, cui era molto affezionata.

Ogni sera si sentivano al telefono, ma i giorni passavano e Debora non si decideva a rientrare:

- Sai, il tempo è così bello… meglio che in Agosto!

In quel periodo l’attività della lavanderia era portata avanti dall’impiegata, anche perché, finché non arrivava Ottobre, il lavoro era poco. Raffaele era ormai abituato ai capricci della moglie.

Ben presto le telefonate di lei si fecero più brevi e poi anche meno frequenti; spesso non rispondeva alle chiamate di Raffaele, giustificandosi poi in vari modi.

Raffaele andava a trovarla ogni fine settimana, e la vedeva contenta, ma molto meno passionale del solito; in quelle occasioni l’amica si faceva vedere poco o nulla.

Quando iniziò il mese di Ottobre, Raffaele cominciò ad avere molte perplessità riguardo alla persistente volontà di sua moglie di rimanere al mare, con l’occasionale compagnia di un’amica. Tuttavia era vero che il tempo si manteneva bello.

Un giorno, mentre faceva un po’ di spesa al supermercato, incontrò Ada, la vicina di casa del mare:

- Ciao, come mai qui?

- Sai, sono rientrata qualche giorno fa.

- E Debora?

- E’ voluta rimanere ancora un po’…

A Raffaele sembrava che Ada fosse un po’ in imbarazzo. Scambiarono ancora qualche parola, poi si salutarono.

Raffaele pranzò presto, insieme alla figlia, meditabondo. Dopo il pranzo accompagnò la bambina dalla nonna con una scusa, prese l’auto e corse al mare.

Si rendeva conto di essere un po’ agitato: glielo rivelavano le sue palpitazioni, forti e veloci, che si ripercuotevano sulla tempia destra.

Aveva notato il progressivo raffreddamento della moglie nei suoi confronti: non era più la Debora di otto anni prima, e nemmeno quella dell’anno precedente.

A Raffaele sembrava quasi di vivere un brutto sogno: ricordava tutte le emozioni forti di quella storia, ma erano ricordi immersi in una specie di nebbia. Tutto era chiaro e nitido sino a quel bivio, quello di Castelmonte, poi i ricordi erano offuscati. E se avesse preso l’altra strada, quella per Val di Castello? Forse non avrebbe incontrato Debora: avrebbe perduto il grande amore della sua vita.

E ora? Che cosa stava accadendo adesso? Raffaele cercava di calmare la propria ansia: trovava tutti i possibili motivi per giustificare il mancato rientro della moglie.

Purtroppo lei non rispondeva al telefonino; che stesse male? Ada gli aveva detto di averla lasciata in “ottima” salute. Forse aveva marcato troppo quella parola; ma Ada era certamente invidiosa della vivacità e della bellezza di Debora.

Più si avvicinava al mare, più Raffaele paventava qualcosa di grave: una malattia, una caduta, un incidente… Si ripropose per il futuro di riuscire ad imporsi di più con la moglie, anche nell’interesse di Laura. Nel frattempo occorreva risolvere l’enigma.

Finalmente arrivò, e parcheggiò accanto all’utilitaria di Debora.

Era quasi l’imbrunire. Debora non era in casa, né nello spazio antistante. In quella zona il terreno era pianeggiante, ma più in là scendeva quasi a strapiombo sul mare, tanto che si utilizzava una scaletta a più rampe, con i gradini intagliati nella roccia, per raggiungere la sottostante spiaggia. Si udiva chiaramente il dolce sciacquio delle onde.

Raffaele si avvicinò al ciglio dello strapiombo e guardò giù: in spiaggia non c’era nessuno, ma in mare Debora aveva appena terminato il bagno e stava uscendo dall’acqua in un bikini molto succinto, che Raffaele non le conosceva. Aveva indubbiamente un corpo splendido… Dietro di lei uscì dall’acqua anche un giovane uomo, alto, biondo e robusto. Raffaele rimase col fiato sospeso.

Vide entrambi asciugarsi sommariamente, poi abbracciarsi e baciarsi.

A Raffaele gelò il sangue nelle vene.

I due, tenendosi per mano, si avvicinarono ad un grosso albero che cresceva al riparo del roccione scosceso e scomparvero alla sua vista.

Raffaele si spostò lungo il ciglio del roccione con la gola secca fino a fargli male, cercando di vedere i due… poi si fermò, guardò… si voltò e corse via urlando disperatamente.

* * * * *

continua

copyright 2006 Michele Fiorenza

opera registrata



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