ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 31 dicembre 2011
ultima lettura giovedì 24 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL VENDITORE DI STELLE

di DARIOFRANCESCO. Letto 686 volte. Dallo scaffale Generico

Mi chiamo Ettore, sono un uomo che ha appena passato la cinquantina, ma dicono che non li dimostro. Sono felicemente sposato con Stella. Per scelta, non abbiamo avuto figli. Ho un impiego “fisso” da trent’anni come graphic designer. Siamo alla vigilia dei..

«L’esperienza è il miglior anticorpo che l’uomo maturo possiede per combattere le insidie del lavoro e della vita.»

Mi chiamo Ettore, sono un uomo che ha appena passato la cinquantina, ma dicono che non li dimostro. Sono felicemente sposato con Stella. Per scelta, non abbiamo avuto figli. Ho un impiego “fisso” da trent’anni come graphic designer. Siamo alla vigilia dei tre giorni della merla. Di solito sono i più gelidi, invece quest’anno, che si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, sembrano essere abbastanza miti.
E’ un venerdì, le prime luci della sera lambiscono la città stanca dopo una settimana lavorativa. Sto ultimando il restyling del sito per un noto cliente proprietario di una catena di alberghi. Ne vado fiero, mi piace questa professione.
Intorno alle 17, alla fine di un pomeriggio tutto sommato tranquillo, suona il telefono sulla mia scrivania, rompendo quell’incantesimo. Vedo sul display il numero dell’interno del Responsabile Ufficio Personale. Alzo la cornetta immediatamente: dall’altra parte, con voce calma e professionale, la Signora Pazzamore mi chiede di andare subito dal Presidente. Guardo distrattamente fuori dalla finestra: l’aria crepuscolare fa allungare l’ombra ad ogni cosa, anche alle polveri sottili. Ho sentito dire che domenica è previsto il blocco delle auto. Non so a cosa possa servire, ma sempre meglio che niente, dal centro alla periferia non si respira più. La Torre Velasca sembra un sigaro avvolto dal fumo. Questa è Milano: bella, provocante, nervosa. Non si riposa mai, proprio come la Grande Mela dall’altra parte dell’oceano.
Salgo le scale che portano ai piani superiori, quasi in punta di piedi per non disturbare gli altri colleghi dei vari piani. Sento, in sottofondo, un motivo musicale che andava forte nei primi anni Ottanta e mi ricorda il periodo della mia assunzione: la canzone è “Smaltown Boy” dei Bronski Beat. Sono arrivato al quarto e ultimo piano: faccio fatica a fare gli ultimi gradini, eppure non è mai stato un problema per un runner come me. Il cuore è un martello. Ho uno strano presentimento. In quel momento penso a quello che potrebbe dirmi o chiedermi il Dottor Bellavita, il nuovo Presidente. Forse mi vuole prospettare un progetto per il mio futuro...
Arrivato davanti alla grande porta laccata di nero, busso un paio di volte chiedendo «E’ permesso?» - «Avanti! Entri pure!», replica una voce maschile. Supero la soglia, forse non sono mai stato nel suo nuovo ufficio ristrutturato. Una specie di città proibita. Faccio un mezzo giro con la testa, da sinistra verso destra: è un grande spazio con le pareti bianche, progettato e arredato alla moda da un noto architetto di Milano. Di lato all’ampia vetrata, da cui si gode una bella panoramica su Piazza della Repubblica, troneggia la scrivania nera e, dietro, sprofondato su una poltrona di pelle altrettanto nera, il nuovo Presidente.
Quello uscente, il Dottor Squisito, ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età, dopo più di trent’anni alla guida dell’azienda.
Bellavita indossa un gessato blunotte, camicia bianca e cravatta azzurro intenso. Di fronte, seduti su poltroncine più ridimensionate, il Dottor Bellaidea, giovane Consulente del Lavoro, appena sfornato dal solito master dei master post-laurea e la Signora Pazzamore. In mezzo vedo un’altra poltroncina, messa lì per me.
Come la sedia elettrica nel braccio della morte.
Il Presidente mi fa cenno di avvicinarmi alla scrivania. Lo saluto e lui risponde con distacco, invitandomi a sedermi, cosa che faccio come fossi un robot. Si respira un’aria di metallo, fredda come la luce dei neon sul controsoffitto. Dagli sguardi percepisco la serietà del momento.
Il Presidente osserva per un attimo l’astrolabio sulla scrivania, forse per raccogliere tutte le energie prima di comunicarmi, con tono dispiaciuto ma non altrettanto in buona fede, il mio licenziamento con effetto immediato, motivandolo come «giustificato motivo oggettivo».
Frasi come «...l’attuale e strutturale crisi dei mercati...», «...per fronteggiare il difficile contesto di mercato...», «...adottare particolari accorgimenti in materia...», cominciano lentamente a entrarmi nella corteccia cerebrale come il liquido di una siringa per via endovenosa. Ho pensato per un attimo a uno scherzo, una burla di pessimo gusto. Purtroppo i tre fogli dattiloscritti su carta intestata, che campeggiano nel centro della scrivania come un tris d’assi, confermano le parole appena pronunciate.
Sinceramente, che diavolo vuol dire quella frase? Giustificato - Motivo - Oggettivo, Giustificatooo - Motivooo - Oggettivooo... Un’eco nella pianura padana... Fino ad allora, avevo sentito parlare solo del sinistro «giusta causa». Ma «giustificato motivo oggettivo» sembra il solito «politichese» di chi ci governa.
Bellavita si alza dal suo scranno, si aggiusta il nodo della cravatta e viene verso di me, prigioniero tra il Consulente del Lavoro e il Responsabile dell’Ufficio Personale, il condannato tra i suoi carcerieri, il predestinato e i suoi angeli custodi. Si ferma davanti a me, ha finito di aggiustarsi la cravatta. Mi porge i fogli tenuti assieme da un punto metallico, chiedendomi di firmare in calce l’ultimo dei tre.
Firmare la mia condanna a morte!
Cerco di leggere con attenzione: «...Come le è certamente noto...», «...per fronteggiare il difficile contesto di mercato...», «...ci vediamo costretti a recedere dal rapporto di lavoro...», mi sono sentito come sul Titanic, aggrappato alla poppa un istante prima dell’abbraccio mortale dell’Atlantico.
Il mio sguardo si sofferma sulla riga in fondo all’ultimo foglio: “firma del dipendente”. Percepisco gli occhi di Bellavita, Bellaidea e Pazzamore su di me. Ogni secondo che passa, un macigno sempre più grosso pende sulla mia testa.
Avrei voluto urlare con tutta la rabbia in circolo: «Perché proprio a me?», «Cosa faccio adesso?». Silenzio e gelo scendono come il buio fuori dall’ampia vetrata. Ho firmato quel foglio in uno stato di totale apatia. La stilografica era tutta nera,
«Che iella!». Quello che adesso è diventato l’ex-datore di lavoro, mi toglie rapido il foglio e la penna di mano. Lo guarda un’ultima volta e lo passa al Bellaidea, ordinandogli di provvedere di conseguenza.
Lo vedo sollevato, forse non si aspettava una reazione in “stile inglese” da parte mia. Sicuramente si immaginava una situazione in pieno stile “dramma all’italiana”. «Presidente, la prego, non lo faccia, ho tante bocche da sfamare!» - «Dottor Bellavita, non accetto questo licenziamento! Non lo firmo, parlerò col mio avvocato!» - «E adesso, a 52 anni, dove lo trovo un altro lavoro con questa crisi?» - «Ha pensato bene a questo? Lei è un egoista con un cuore vuoto!». Oppure, fosse stata una donna o una mamma con prole che aspetta a casa, si sarebbe messa a piangere, presa da una crisi isterica. Niente di tutto questo. Ma non perché sono “troppo buono”. Semplicemente sono “saggio”.
Appena uscito, dopo aver salutato distrattamente i presenti, la mia mente stava già lavorando al “dopoguerra”, al “dopolutto”. Ho ridisceso le scale molto lentamente: ad ogni gradino, pensavo all’inferno dantesco. Forse finirò in uno dei gironi infernali, o direttamente nelle acque dell’Acheronte.
Raggiungo di malavoglia quella che ora non è più la mia postazione di lavoro. Guardo il monitor da 24 pollici, la tavoletta grafica, la sedia ergonomica. E’ tutto finito. Tabula rasa. Chiudo i programmi e spengo il computer per l’ultima volta. Sono le 18 circa, sembra passata un’eternità. Per me, il tempo si è fermato: licenziato anche lui dalle lancette degli orologi.
Confusamente, cerco di raccogliere gli “effetti personali”, non esattamente in uno scatolone, come fanno gli impiegati licenziati negli Stati Uniti, ma qualcosa di simile. La mia collega di ufficio, Alessandra, che nel frattempo si era accorta del mio comportamento “atipico”, intuisce che qualcosa di “grave” è accaduto. Si avvicina, mi guarda negli occhi e poi fa cadere lo sguardo sui tre fogli che gli mostro, senza aver detto una parola. Scoppia a piangere, ci abbracciamo come due compagni di scuola, che dopo la maturità, si lasciano ognuno per il proprio destino. Piano piano, la notizia “trapela”. I colleghi lasciano il lavoro per venire a darmi conforto, suggerimenti: «Vai da un buon avvocato!» - «Quel bastardo merita di essere trattato allo stesso modo!» - «Fai valere i tuoi diritti!» - «Fatti dare tutto quello che ti spetta!» - «Abbiamo paura anche noi!» - «Il prossimo a essere licenziato sarò io!».
Li saluto, altri li abbraccio e prometto di venirli a trovare qualche volta. Li guardo: in fondo li conosco, almeno la “vecchia guardia”, da trent’anni circa. Abbiamo lavorato, litigato, scherzato, mangiato e viaggiato assieme. Alcuni sono venuti al mio matrimonio e io ho ricambiato andando al loro. Il “distacco” è pesante, una colla difficile da togliere dal mio corpo. Come loro, appartengo a un’altra epoca. Oggi la “new age” e la “new economy”, propongono rapporti virtuali, oggi ci sei, domani non sei più indispensabile.
Comincio a sentire brividi di freddo, anche se sto sudando, troppe emozioni in così pochi minuti. Prendo la mia 24 ore riempita di “effetti personali” ed esco dall’ufficio. Il portone di vetro si chiude alle mie spalle. Sono fuori, sul marciapiede. Mi giro per guardare per l’ultima volta quell’ingresso. Esattamente trent’anni fa, lo avevo varcato come un giovane timoroso e inesperto.

Dulcis in fundo
Attraverso la strada e mi dirigo alla fermata della metropolitana per ”l’ultimo viaggio”. Rivivo una sensazione che avevo provato quando era morto mio padre, nove anni fa: il vuoto ti riempie completamente. Non piango. Dentro, sono rimasto un soldato. Ho imparato che dopo una “sconfitta” c’è il tempo per curare le ferite, ricomporre le file, meditare una strategia e risollevare la testa davanti a un nuovo mondo, sconosciuto per me, che mi aspetta. Sarà peggio, sarà meglio? Questo lo saprò solo alla fine. Per ora è solo l’inizio di un’altra storia. Guardo il cielo stellato e poi il fumo che esce dai tubi di scappamento delle auto: «Ah, dimenticavo, domenica c’è il blocco!». Si aprono le porte automatiche della metrò, sto già pensando alla futura professione: farò il “venditore di stelle”.


Commenti

pubblicato il 31/12/2011 19.28.43
DARIOFRANCESCO, ha scritto: Perdere il lavoro a 53 anni non è piacevole. Da questa esperienza è venuto fuori questo racconto.

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: