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lavoro pubblicato giovedì 29 dicembre 2011
ultima lettura lunedì 9 novembre 2020

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IX Legio -capitolo ventitreesimo- -Atto I & II-

di dany94. Letto 954 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Capitolo ventitreesimo: Atto I Nella sala mensa le luci tremolarono, gettando per un brevissimo istante tutto nel buio più nero. Le luci si riaccesero tre secondi dopo, accolte, come il buio di poco prima, da una gradinata di grida, escla.....

Capitolo ventitreesimo:

Atto I


Nella sala mensa le luci tremolarono, gettando per un brevissimo istante tutto nel buio più nero. Le luci si riaccesero tre secondi dopo, accolte, come il buio di poco prima, da una gradinata di grida, esclamazioni e mormorii da parte dei presenti.

Hina fece per alzarsi, appoggiando la mano al muro di metallo che aveva alle sue spalle. Non appena il palmo della mano toccò il freddo metallo del muro che aveva di profilo, gemello a tanti altri che sostenevano il basamento del muro, una dolorosa scintilla viola elettrico dardeggiò dal muro alla sua mano, ustionandogliela prima di ritrarsi sul muro e correre, attraverso il pavimento, verso un punto vuoto antistante le mense dei soldati.

«Ah!», imprecò lei reggendosi la mano ferita. Il palmo era stato completamente consumato dall'energia balenata in quell'istante.

Trascorse un secondo, e nella plancia già aleggiava un forte olezzo, come quando sta per cadere un fulmine.

«Non vi sembra ozono...», mormorò John prima che un fulmine globulare colpisse con violenza il pavimento, scindendosi in mezza dozzina di scariche elettriche più grandi di un uomo.

Schiocchi come di frusta sibilarono nella sala, lasciando i presenti atterriti e spaventati da quel fenomeno inspiegabilmente nuovo ed estraneo ai loro occhi. La luce andò via una seconda volta, lasciando nuovamente la sala al buio. John si coprì gli occhi quando esplose un nuovo fulmine, e sentì l'aria elettrificata fagli drizzare i capelli.

Una grossa scintilla viola cadde da un pannello del soffitto, volando verso l'infernale spettacolo di luci formato dai fulmini. Era una goccia perfetta di energia elettrica sottoposta a processi talmente avanzati da renderla più simile ad un liquido che ad una effettiva forma di energia in perpetuo movimento.

Le luci si riaccesero, seguite da un nuovo boato.

Altre gocce apparvero, accompagnate da nuovi schiocchi di frusta.

L'odore di ozono, misto a sostanze che gli umani non conoscevano, era ormai soffocante.

Tornò l'oscurità, ci fu un boato assordante, come se un fulmine avesse per davvero colpito il pavimento, ed esplose una luce abbagliante e bellissima.


Sguardi ferali e carichi di ancestrale desiderio di combattere. Occhi di rettile che saettavano da una parte all'altra, squadrando gli avversari. Musi affilati e con denti acuminati. Foto-ricettori verdi come degli smeraldi.

Una squadra d'assalto Xeno in perfetto assetto di guerra, composta da un solido nucleo di Barmok e Kraal armati e protetti fino ai denti, capitanata da un Clay protetto da una leggera corazza iridescente e con un mantello a coprirgli il fianco sinistro, supportata infine da un paio dei loro robot da combattimento a cinque zampe.


Si scatenò il caos più totale. Con un sibilo meccanico, i cannoni laser gatling dei sacchi di bulloni aprirono il fuoco sui soldati seduti ai tavoli o in piedi accanto ad essi. Velocissimi fasci di luce scarlatta infiammarono l'aria, saettando dalle armi rotanti degli alieni contro i loro bersagli umani. Decine di fanti e piloti vennero uccisi in un secondo, tra il rumore, il dolore ed il panico collettivo.

I barmok si disposero a semicerchio attorno al loro comandante clay e aprirono il fuoco con i loro scudi da combattimento ad aghi di xero-cristallo. I proiettili super-accelerati fendettero con facilità le blande protezioni offerte dai tavoli di metallo e dagli appoggi dei muri.

John fu raggiunto alla gola da uno di quei proiettili, e l'intero collo esplose in uno schizzo di sangue ed ossa maciullate.

Hina percepì un sibilo simile a quello di un trapano laser, e si gettò a terrà appena in tempo; una raffica di laser gatling spazzò via tutti i suoi commensali riducendoli in una poltiglia rossa schizzata sui muri e sul pavimento.

Vide il clay allontanarsi verso la porta che dava sul corridoio, seguito solo da due barmok. Il resto della squadra non perse tempo e concentrò il fuoco sugli indifesi bersagli umani, falciandone un grande numero...


La ragazza chiuse gli occhi e trattenne una smorfia di dolore, comparsa all'improvviso alla vita. Tastò con la mano in cerca della fonte di quel dolore, sentendo che la maglia della sua uniforme era bagnata da qualcosa di umido e caldo. Abbassò gli occhi, scoprendosi un ago di xero-cristallo conficcato nella carne.

Brillava dall'interno di una fioca luce violetta.

Un barmok la sovrastava, lo scudo da combattimento puntato sul suo volto. L'alieno non ghignò e non rise maleficamente, ma con un basso ruggito gutturale preannunciò lo sparo che trapassò il cranio della giovane donna, ponendo bruscamente fine alla sua vita.


Il suono di quei colpi viaggiò ad una velocità di 3200 metri nei metalli della nave spaziale, giungendo in tutta la sua impetuosa forza sino al sarcofago di Mikeal. Sei anni di battaglie lo avevano reso in grado di distinguere i suoni, anche se smorzati, di molte armi aliene ed umane.

Quello era uno scudo da combattimento Barmok.

Con la pianta del piede colpì il vetro del sarcofago, sentendolo vibrare. Borbottando un insulto, Mikeal fece per sferrarne un altro, sicuramente vanificato dal regime a-grav, e in quel modo andò via la corrente.

Crollò malamente sulla schiena insieme al liquido che lo aveva ristorato e nutrito nelle sei ore passate dentro quella bara. L'urto li fece scappare un lamento, che costo ingerire una parte di quella sbobba. Il suo calcio, tuttavia, sbatté un notevole peso contro il vetro, incrinandolo.

Ne sferrò subito un terzo, e le crepe già presenti divennero più grandi.

Subentrò allora la paura di rimanere chiuso all'interno di quel sarcofago, senza poter sapere cosa stava succedendo all'esterno, con solo il presentimento, ormai in via di divenire una tremenda certezza, che gli xeno avessero abbordato la CSS Holy Hands.


Il dottore che aveva operato l'occhio di Mikeal si versò una generosa quantità di whisky nel piccolo bicchiere di vetro posato sul tavolino. L'alloggio era spartano e di modeste dimensioni, ma l'armadietto metallico consentiva di tenere da parte qualche oggetto non regolamentare, come una buona bottiglia, un paio di libri o persino qualche rivista hard rubacchiata qua e là nelle retrovie e nelle città.

Non amava scendere da una nave spaziale, ma qualche volta farsi una camminata su di un pianeta, dentro un atmosfera viva e con una gravità non indotta artificialmente era necessario. L'essere umano, rifletté lui mentre faceva roteare il liquido dentro il bicchiere, dopo millenni passati a viaggiare tra le stelle non si era ancora liberato di quelle catene mentali che lo legavano alla terra.

Se si passava troppo tempo nello spazio, avvertivano certi dottori, si avvisavano sintomi che andavano dalla depressione a forti disturbi fisici, per il rifiuto del corpo umano di sopportare la vastità esterna e la modesta dimensione della scatola di metallo che li consentiva di sopravvivere e di viaggiare tra le stelle.

Il discorso non si applicava a quegli umani modificati, come gli Immortali.

Quando gli echi dell'attacco alieno lo raggiunsero, lui volse lo sguardo nella direzione dalla quale erano provenuti, senza saltare sulla sedia o dare in escandescenze. Sul suo viso butterato e segnato dai decenni passati ad avere a che fare con sangue, morte e dolore non comparve nemmeno un espressione di paura.

La pistola era sul tavolo, vicino al caricatore supplementare e alla bottiglia di whisky.


CSS IA H-H, per tutti “Sia”, stava compilando una scheda riassuntiva sulla salute dei suoi pazienti. Selezionava metodica le lettere sul tastierino touch screen a fianco della videata riepilogativa. Finito di computare, pose la scheda dentro un raccoglitore ottagonale ad anelli che teneva sottobraccio, attaccando il bordo del foglio alla barra centrale, fatta per attirarlo magneticamente e liberarlo solo se si sbloccava la tastiera. A quel punto volse i suoi passi verso il pesante boccaporto metallico che dava sul corridoio.

Alta un metro e sessantotto centimetri, con un aspetto del tutto umano anche se sintetico, Sia rappresentava la nuova generazione, dopo un attesa di cinque secoli, di Avatar IA. La sua mente era un potentissimo computer quantico, le sue ossa erano di metallo leggero ma robusto, la pelle, il sangue, gli impianti...tutto artificiale ma perfettamente credibile.

Se poi ad averla davanti era uno Xeno, il rischio che la riconoscesse come intelligenza artificiale incarnata era minimo. I clay erano guerrieri puri e semplici, i barmok dei selvaggi simili ad umani primitivi o agli orchi dei racconti fantastici, e i kraal...quelli erano cani antropomorfi in sostanza.

La luce svanì non appena il primo missile colpì la nave. L'impatto fece tremare la sua struttura metallica, e nella “mente” di Sia venne a formarsi un quadro esatto del punto colpito e delle sue conseguenze.

Non sprecò un secondo nello stupirsi o nel immaginare cosa stesse succedendo, perché lo sapeva già con una precisione ed una freddezza meccanica.

Percepì l'aumento di tensione elettrica nell'aria appena questo si manifestò.

Una scarica elettrostatica balenò a cinque metri di distanza, abbattendosi sul pavimento di metallo.

Gli xeno stavano lanciando le loro capsule Spire. Stavano abbordando la CSS Holy Hands.


Atto II


Il boccaporto venne scardinato con un tremendo rumore di metallo torturato e sparato in mezzo al corridoio, sul quale impattò stridendo. Sulla soglia ora vi era l'alieno clay con il suo mezzo mantello bianco che gli pendeva dalla spalla come un famiglio.

Sharin incrociò gli occhi dell'alieno, schiacciati e allungati, come un orizzonte dai bordi lievemente arrotondati. Sapeva che avevano una visione laterale più limitata di quella umana e una profondità maggiore, come l'obbiettivo di una macchina fotografica. Erano sensibili alla luce forte e in condizioni di scarsa luminosità potevano colpire una mosca in mezzo agli occhi.

Il thiamas tintinnò quando lei fece scendere la mano sino alla fondina della furyiias, la speciale arma ad energia magica che usavano i guerrieri di Jaricho. Sganciò l'anello di sicurezza della fondina e strinse le dita attorno al tubo di cristallo metallizzato, sentendo la familiare sensazione del suo potere che veniva incanalato dalle vene fino alla lama, che pose davanti a sé, in segno di sfida.

Se c'era una cosa che i clay non osavano rifiutare era una sfida uno contro uno. Per la loro etica guerriera, un rifiuto equivaleva a perdere il krestaka, il coraggio, e ad essere tacciati come vigliacchi.

Nessun clay si sarebbe poi tirato indietro se a lanciare la sfida fosse stato un jarichans.


«I migliori dell'umanità.», disse l'alieno togliendosi il mantello e lanciandolo dietro di sé, «I guerrieri di Ijirarichos.».

«Si dice Jaricho, xeno», lo canzonò Sharin prendendo tempo per studiare l'ambiente circostante. Checché se ne dicesse, i jarichans non erano degli stupidi che urlavano e caricavano a testa bassa il nemico. Sfruttare l'ambiente era fondamentale.

Mault Wartan Valantarii rimase in silenzio, squadrando da capo a piedi il suo nemico. Era una donna di Jaricho alta ottanta centimetri in meno di lui, con un thiamas in vita ed una furyiias stretta in pugno, pronta a scattare. Se fosse stata una umana normale, sarebbe bastato un singolo colpo ben assestato per frantumarle tutte le ossa della cassa toracica, ma gli dèi avevano posto sul suo cammino un guerriero molto più ostico e duro da combattere.


Dalla furyiias scaturirono due taglienti lame di metallo affilate in punta e solcate sui piatti da due canali gemelli. Ogni lama era lunga un metro esatto e poteva fendere con facilità la corazzatura di un carro armato Venator. Sharin roteò l'arma portandola innanzi a sé con un singolo movimento, pronta ad attivarsi. Aggrottò la fronte.

Mault sapeva che la sua nemica stava aspettando il momento perfetto per attaccarlo, e con un gesto secco attivò la magia che portava incisa sul braccio destro; una lama di energia avvolse l'arto, scheggiando il muro.


La guerriera di Jaricho si scagliò contro il suo avversario con un impeto ferino.

Dopo un paio di grandi falcate spiccò un balzo in avanti e subito scartò a destra, percorrendo una mezza dozzina di passi sul muro prima di balzare agilmente a sinistra, tenendo la lama sempre in posizione di controllo, senza mai farle toccare il muro o il soffitto.

Piombò con un colpo veloce sulla guardia dell'alieno, che si mosse per colpirla quando era ancora in volo, Sharin scontrò la sua lama contro quella dell'alieno e con un poderoso colpo di reni si proiettò alle sue spalle, toccando il pavimento con le piante dei piedi, abbassandosi subito per evitare il fendente del clay, che tagliò solo l'aria sopra i suoi capelli scuri.

Slittando con i piedi sul pavimento come una bravissima atleta di pattinaggio artistico, Sharin si piegò versò il basso e menò una spazzata con la gamba destra; udì distintamente lo schiocco di un osso che si spezzava, non sapeva se suo o dell'alieno, e con quel solo movimento balzò in piedi, infilando la lama della furjiias nella guardia ora aperta del clay.

La lama si conficcò per tre quarti nel petto del gigantesco alieno, che ruggì per il dolore, chinandosi sul ginocchio.

Le dita artigliate della mano libera strinsero la lama energetica, fumando e schiumando mentre il calore strappava pezzi di squame e pelle corazzata come fogli di carta bruciata. Con un movimento secco tirò fuori l'arma dal proprio corpo, spingendo indietro la jarichans.

Lei s'impuntò e tirò la furjiias con tutta la sua forza sovrumana, squarciando la mano dell'alieno, proiettato in avanti con uno scatto brusco.

Il volto protetto da un casco metallico incontrò il piede della jarichans, senza accusare il colpo, che sfruttò per balzare all'indietro, compiendo una elegante evoluzione in aria.


Mault si alzò in piedi spostando tutto il peso sulla zampa sana. La lama energetica ardeva con vigore nel braccio sinistro, mentre la mano destra sanguinava copiosa un fiume di stille violette. Frustò l'aria dietro di sé con la coda, scagliando un arco elettrico che Sharin defletté con la spada, scaricandolo contro il muro; le scariche elettriche corsero velocissime da una lampada all'altra, facendole scoppiare tutte in un oceano di scintille luminose.

La lama energetica calò con potenza contro la furjiias di Sharin, che dovette fare appello a tutte le sue forze per non crollare a terra tagliata in due. Mault aveva una forza fisica gigantesca in quel braccio, ma Sharin era più veloce ed abituata ad una gravità molto più pesante; con un contrattacco spinse l'avversario indietro e menò un affondo deciso, il clay lo deviò con un colpo di coda, scagliando un fulmine alla ragazza.


Sharin volò oltre la soglia del boccaporto, schiantandosi malamente sul pavimento gelido. Sentì il suo thimas tintinnare con mille note argentee quando crollò sul pavimento, quel suono la riscosse e con un balzo lei fu di nuovo in piedi. Allungò la mano e la sua arma si alzò dal pavimento e vi fluttuò contro.

Strinse le dita sull'impugnatura, conscia di tutti gli alieni che aveva attorno. I suoi occhi si spostarono fulminei da destra a sinistra.

Era tenuta sotto tiro da diversi punti.

Un sorriso si dipinse sul suo volto, assumendo una piega sicura di sé e feroce. Per metà nobile e per metà predatrice al pari di una fiera, la jarichans vedeva in quella situazione solo un ostacolo da superare, un numero maggiore di nemici da abbattere, un modo per dimostrare il proprio valore.

Che fosse uno o quaranta, per lei non faceva alcuna differenza.

Il guerriero clay entrò, malfermo sulla sola zampa sana, vide che la sua avversaria era sotto il tiro dei soldati e con un cenno della mano intimò loro di abbassare le armi.

«Uno xeno che ha un briciolo di onore...raro.».

Sforzandosi di parlare il confederato nonostante lo trovasse una lingua difficile e sgradevole, il clay si rivolse alla sua avversaria: «Il nostro è un duello.».

«Per me è solo pratica!», esclamò Sharin avventandosi con un grido di battaglia contro l'alieno. Si mosse per colpirlo e lui agì per contrattaccare, sparandole un fulmine che lei evitò spiccando un balzo di quasi tre metri. La lama della sua doppia spada venne attraversata da uno strale di energia che sparò contro il clay, il quale frappose la spada energetica per difendersi.

Un bagliore legato ad un boato supersonico squarciò la mensa, i due contendenti scivolarono al piano inferiore, cadendo in mezzo alle macerie e alle fiamme. Il clay atterrò in piedi, ruggendo per il dolore quando toccò il pavimento con la zampa ferita, mentre la jarichan toccò il pavimento in piedi, ponendo la lama di traverso avanti a sé.

Nell'oscurità della sala dove erano caduti, la ragazza brillava dall'interno: era come se le sue vene fossero attraversate da un qualche liquido bio-luminscente dal forte colore blu.


«JARICHO!», gridò lei con un impeto che sorprese il clay, stanco dopo un combattimento così sfibrante. La ragazza lo raggiunse al volto con un calcio montante, si era mossa così velocemente che Mault non era riuscito a vederla, e sfruttando quel momento lei trafisse l'alieno al ventre, facendo leva con il braccio per inchiodarlo a terra.

Il clay sferrò un colpo con la lama energetica, ma Sharin estrasse la sua arma e scartò a margine, prodigandosi in una serie di capriole velocissime. Non urtò nemmeno una delle tante rastrelliere di armi e corazze che affollavano quell'armeria.

Mault tossì sputacchiando sangue misto a saliva. Con uno scatto reso più veloce e potente dal dolore che lo accecava, sferrò un fendente alla guardia di Sharin, che fece per difendersi, vedendo la propria arma sfuggirli dalle mani e roteare fino a conficcarsi nel muro. L'urto la spinse con la schiena sul pavimento. Il colpo l'accecò per un secondo, sentì il sapore del sangue sulle labbra, ma senza perdere un istante scattò all'indietro, facendo una capriola per portarsi fuori dal raggio dell'arma bianca aliena, e appoggiandosi alle palme delle mani balzò in piedi, atterrando elegantemente con le spalle contro la pesante porta di metallo.

Afferrò quello sportello pesante molti chili, tutto in metallo, e lo sradicò come se fosse un pezzo di cartone.


Mault aveva sferrato un affondo nell'attimo in cui aveva visto la jarichans distrarsi. Sbalordendosi davanti alla forza che quella femmina umana poteva scatenare da un momento all'altro si era scagliato in avanti, mirando alla gola.

A quel punto Sharin si era voltata di scatto, frapponendo la porta tra sé e la lama. Questa fendette il metallo come se fosse fatta di burro, sfrigolando e liquefacendo il robustissimo metallo, ma il braccio dell'alieno s'incastrò a metà nell'ustionante foro scavato in un istante.

Le dita dell'umana si strinsero con uno spasmo sulla porta, affondando nel metallo. Mault cercò di ritrarre il braccio ma si mosse troppo lentamente rispetto all'esplosiva velocità della jarichans, che lo scaraventò contro il muro al suo fianco.

L'urtò spezzò una parte del casco che difendeva il capo del condottiero alieno, il secondo colpo rimbombò con potenza dentro il suo cervello, mandandolo in confusione. A quel punto Sharin lasciò la porta e sfrecciò a lato, recuperando la furjiias, disattivatasi appena pochi secondi dopo essere stata separata dalla padrona.


Il clay si liberò dalla pesantissima porta di metallo e con un calcio la scaraventò contro la sua avversaria, che la tagliò simmetricamente a metà con un singolo colpo di spada. I due pezzi stridettero contro il pavimento, sollevando una miriade di scintille gialle e rosse. Sollevando il volto verso l'avversario in segno di sfida, la jarichans commentò: «Tutto qui?».

Aveva il fiato corto e i muscoli le bruciavano per l'acido lattico, ma il suo cervello di jarichans stava disattivando progressivamente quegli impulsi.

Nello stesso istante aumentava la pressione sanguigna, il battito cardiaco e sparava nelle vene della ragazza torrenti di adrenalina. Tramite il TEAMBIO di un HUD si sarebbe notato come la ragazza stesse lottando con picchi di tali funzioni corporee tali da stroncare anche il migliore degli OPSA.


Quella era la differenza tra un essere umano normale ed un Jarichans. I guerrieri dell'inospitale pianeta Jaricho erano uno degli orgogli della Confederazione di Solaria: forti, veloci e assolutamente letali. I migliori nell'universo.

Potevano tenere testa ad un guerriero clay e vincerlo pesantemente...potevano fare tutto, erano la massima espressione della potenza umana.

Avvicinandosi con calma misurata al suo avversario sconfitto, Sharin roteò la sua arma, pronta ad infliggere il colpo di grazia. Guardò lo xeno negli occhi, cercando la paura, il terrore o qualsiasi altra emozione potesse darle quella soddisfazione che si prova nell'abbattere una terribile fiera.

Vide solo un muto odio misto a repulsione. L'alieno scalciava per rialzarsi ancora e continuare a combattere. Non voleva cadere, senza più onore, per mano di una solariana.

Sharin era implacabile: aveva davanti il nemico, aveva vinto lo scontro, aveva in mano un arma.

Vibrò il colpo di grazia con un movimento pietoso quanto veloce, decapitando Mault.



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