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lavoro pubblicato lunedì 19 dicembre 2011
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

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La porta

di Ladeeflake. Letto 501 volte. Dallo scaffale Sogni

«No, non ti aprirò la porta» le dissi con voce ferma.Dovevo mostrarmi autoritaria, decisa, sicura di me.Ma chi volevo prendere per il culo? Lei sapeva benissimo quando bluffavo e quando facevo sul serio.Sorrise. Le sue labbra si arri.....

«No, non ti aprirò la porta» le dissi con voce ferma.

Dovevo mostrarmi autoritaria, decisa, sicura di me.

Ma chi volevo prendere per il culo? Lei sapeva benissimo quando bluffavo e quando facevo sul serio.

Sorrise. Le sue labbra si arricciarono in un ghigno malefico. Dio se era bella!

Con i lunghi capelli mogano spettinati, i suoi occhi verdi penetranti, le sue labbra rosee e delicate, ma cattive.

Lei era quella sicura, quella che sapeva sempre cosa fare, quella che nessuno poteva fermare quando si metteva in testa qualcosa.

Io, invece, non ero altri che il suo pallido fantasma, un burattino, la sua marionetta.

Lei muoveva i fili della mia anima, pigiava i bottoni della mia mente, strimpellava le corde del mio cuore.

Ero completamente in balia dei suoi desideri.

Non sempre, certo. A volte mi ribellavo, scioglievo le funi invisibili che mi tenevano legata a quella divinità cosmica; mi allontanavo quel tanto che bastava per riprendere fiato, per mettere ordine nella mia vita, prima che lei mi gettasse, di nuovo, in quel vortice freddo e oscuro dal quale entrambe provenivamo.

Era difficile starle lontana, era impossibile ignorarla per più di qualche giorno.

L’amavo. Io amavo quella creatura con tutta me stessa.

E la stimavo per tutto quello che aveva affrontato, ero lusingata di condividere con lei i miei sentimenti, mi sentivo forte quando le stavo accanto.

Tuttavia, la temevo. Era pericolosa, fredda, calcolatrice. Psicopatica.

Non credo che lei abbia mai amato me quanto l’ho amata e l’amo tuttora. Lei voleva uccidermi. Voleva che entrambe ci togliessimo la vita. Voleva farla finita, voleva trascinarmi giù, nel buio. Insieme. Per sempre.

Io però non ero pronta. C’era ancora qualcosa che dovevo fare. Non so cosa. Vivere credo…

Dunque presi una decisione: dovevo murarla viva.

Ma ebbi pietà di lei. Non le tolsi ogni cosa.

Le lasciai uno spazio, uno spazio immenso, solo che lei non se ne rendeva conto.

All’interno di quello spazio, era libera di fare ciò che voleva: parlare, camminare, sognare, uccidere.

Non chiusi il muro completamente, lasciai una piccola porta. Credevo che, un giorno, se fossi stata abbastanza forte, avrei potuto riaprire quel varco; incontrarla, parlare con lei, abbracciarla, fonderci l’una nell’altra.

Ma non è una di quelle che si accontenta di così poco. No, lei voleva essere libera, voleva usarmi, voleva correre e morire alla luce del sole.

«No, ti ho detto che non aprirò quella porta» ripetei con la voce un po’ tremante.

Udii lo stridio delle unghie sull’acciaio, il respiro ansante di una risata smorzata. Mi immaginai i suoi occhi verdi iniettati di sangue, i denti perfetti che laceravano le labbra in un impeto di rabbia, la pelle resa cinerea dalla mancanza della luce del sole. Percepii la sua ira.

Era lì, dall’altra parte di quella porta precaria. Impotente, dilaniata dall’odio, mossa dall’orgoglio, innamorata di un sogno. Incapace di uscire.

«Ti amerò per sempre» le dissi «un giorno ci ritroveremo»

Un urlo acuto e straziante mi perforò i timpani.

Voltai le spalle e mi allontanai.



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