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lavoro pubblicato lunedì 19 dicembre 2011
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

CONFESSIONI DI UN MALANDRINO (Avevo nove anni, allora … )

di Diabolik. Letto 790 volte. Dallo scaffale Amore

Qual'è la prima delusione d'amore che il tuo cuore ricordi? Che colore di capelli aveva? E che nome? Accadde in quel giorno: la perdita della smemoratezza, la cognizione del dolore.. a nove anni si può amare, sapete? Ingenuamente, ma si può già amare

Sì, devo dire che l'infanzia affettiva è veramente una terra irta di ostacoli e delusioni in cui le esperienze che formeranno la nostra filosofia amorosa sono spesso portatrici di ricordi dolorosi. Sono stato anch'io bambino, negli anni settanta, con i calzoncini corti ricavati da vecchi jeans tagliati al ginocchio ed i sandaletti blu con i buchi.

Avevo nove anni, allora, e frequentavo una classe interamente maschile. Mi innamorai perdutamente di una bambina di un anno più grande di me che sedeva nei banchi della classe di fronte alla mia. Era bella. Anzi, bellissima ai miei occhi implumi di timidissimo scolaretto. Portavamo i grembiuli con il fiocchettone, blu con il nastro bianco io, bianco con il
nastro rosa lei. Si chiamava Silvine. Probabilmente di genitori italo-francesi, quel nome - Silvine - mi intimidiva ancora di più dei suoi occhi e illuminava ingenui scorci esotici nella mia fantasia. Era, come si suole nelle migliori delle tradizioni, bionda e portava i capelli sciolti e lunghi sulla spalla. Ne ero innamorato. Ne eravamo tutti innamorati, a dire il vero, e quando a Natale nella recita scolastica della scuola venne scelta per impersonare la Madonna, a nessuno tra noi maschi parve cadere scelta più giusta e benedetta. Si scatenò in me l'invidia ed il rancore, ingiustificato e ingiustificabile, verso il mio compagno di classe Fabio, di fisico precocemente possente (e, aggiungo, un po' bovino) al quale venne affidato il ruolo di Giuseppe. Cosa non avrei dato per essere "costretto" a starle vicino! Ma se esiste un Dio dei miti e degli umili, quel Dio un giorno decise di operare a mio beneficio uno stupefacente miracolo e mi sciolse la lingua. Durante l'intervallo, nella gioiosa confusione del cortile, in stato di trance, la avvicinai e le dissi il mio nome. Lei mi rispose. E da lì nacque il mio primo timidissimo amore, oggi mi rendo conto assolutamente casto e non corrisposto, che si traduceva nell'incontrarla durante l'intervallo e regalarle, ogni giorno, a partire da quel fatidico giorno, una caramella o un cioccolatino. Era tutto quello che chiedevo alla vita, qualcuno da amare, omaggiare e che mi dedicasse un esclusivo sorriso; era tutto quello che chiedevo a lei, accettare il mio dono quotidiano e dirmi silenziosamente grazie.

Perché questo mi faceva sentire importante. Mi rendeva felice.

Un giorno accadde la mia piccola tragedia personale. Non temevo la gelosia di vederla parlare con altri bambini né mi ponevo il problema di non conoscere null'altro di lei che quell'immagine scolastica nel cortile della scuola. Ma non ero pronto al tradimento, al tradimento di chi ci si aspetta debba dare conto alla persona eletta delle proprie grandi scelte di
vita. Cosa era successo? Si era tagliata i capelli a baschetto, senza dirmi niente, senza darmene preavviso. La mia opinione non contava, quindi, nulla per lei; non aveva avuto considerazione
dei miei sentimenti, della mia approvazione. Mi aveva semplicemente spezzato il cuore. Vedendola rimasi di sasso e piansi sconsolato e deluso, tra l'incomprensione dei compagni e della maestra (che allora era una sola) con la testa tra le braccia appoggiate sul banco per il resto della giornata. Il mattino dopo, febbre, e non andai a scuola.

Finì così il mio primo grande amore.

Nei giorni successivi lei non mi chiese perché avessi smesso di portarle quei piccoli doni; io non le spiegai nulla. Non ne vedevo il motivo. Semplicemente avevo smesso di amarla; semplicemente, come solo può farlo un bambino. Si era spezzata la corda del mio piccolo tenero cuoricino di carta stagnola caricato a molla

Avevo nove anni, allora, e frequentavo una classe interamente maschile.

Iniziai da lì a poco a cantare anch'io, con i miei compagni di scuola, le canzoni "contro le femmine", stupide e cattive, a prenderle in giro, ad escluderle in maniera plateale dai giochi di gruppo.

Avevo nove anni, allora, e mi arresi all'idea che tutte le bambine che avrei voluto avvicinare avrebbero trovato il sistema per spezzarmi il cuore, perché questa era la loro natura. Magari con un facile sorriso.

Avevo nove anni, allora.

Ho dovuto aspettare i quattordici anni perché un'altra ragazza mi facesse ricredere su tutto, per arrivare a pronunciare per la prima volta senza timore l'affermazione "ti amo".

Per fidarmi, ancora una volta, dell'Amore.



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