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lavoro pubblicato lunedì 12 dicembre 2011
ultima lettura giovedì 24 gennaio 2019

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BREVE STORIA DI MARISA

di mifi77. Letto 2217 volte. Dallo scaffale Sogni

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BREVE STORIA DI MARISA

Questa storia è realmente accaduta, ad eccezione della conclusione, che è soltanto un augurio, affidato al futuro e a Marisa.

L’adolescenza di Marisa era stata segnata dalla povertà della sua famiglia e dal suo spirito ribelle; pertanto era forte il desiderio di uscire da quella condizione; dopo due superficiali infatuazioni, aveva incontrato Fabio, alto, biondo e innamorato. Anche lei se ne invaghì, e rapidamente convolarono a nozze.

Il carattere di Fabio si rivelò più difficile di quanto non fosse apparso a Marisa; ma all’inizio lei era molto impegnata in una vita di lavoro e di risparmio, per comprare una bella casa e raggiungere il benessere materiale, e non badava ad altro, se non a coinvolgere lui e i suoi risparmi in quel progetto ambizioso.

Dopo dieci anni di matrimonio avevano una graziosa villetta, un conto in banca e una figlia di nove anni, Loretta; Fabio svolgeva funzioni di tecnico specializzato in un’azienda del settore metalmeccanico, Marisa gestiva una lavanderia. Inoltre avevano ceduto in affitto una parte della villa e Fabio effettuava lavoro straordinario, lunghe trasferte e si occupava anche della manutenzione della casa e del giardino.

L’aspetto negativo era che Marisa si sentiva delusa: i suoi sentimenti per Fabio cominciavano a vacillare, c’era qualche screzio, lei lo desiderava sempre meno e accettava le sue attenzioni e la sua passione quasi soltanto per dovere.

Il benessere economico non le aveva portato la felicità e la sua nuova famiglia non le aveva portato la libertà; gli anni passavano e si accorgeva di non essere più una ragazza; la figlia cresceva in fretta e prometteva di divenire più alta e più bella di Marisa. Fabio rientrava a casa sempre più stanco e si mostrava piuttosto irascibile.

Intanto al negozio Marisa aveva bisogno di aiuto e spesso chiamava una ragazza, rimpiangendone la paga. La madre di Fabio non nascondeva una profonda antipatia per Marisa, cui addebitava di sfruttare materialmente Fabio, anziché farlo felice, e i cognati non la tenevano in alcun conto.

In breve tempo Marisa avvertì l’esigenza di evadere un’altra volta e non nascondeva il desiderio di andarsene. Si aprì un conto personale, sul quale accumulò in quattro anni un’ingente somma, poi, un mattino d’estate, se ne andò ad abitare in un appartamentino che avevano nel frattempo acquistato.

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Non è difficile immaginare la tormentosa fase che seguì quella decisione: le domande di Fabio, le sue preghiere, i pianti di Loretta, ormai quattordicenne, la severa condanna della suocera.

Marisa acconsentì a incontrare psicologi, a sottoporsi a colloqui e a test; la conclusione fu che si era sposata senza amore, per fuggire la famiglia di origine, e poi, nuovamente delusa, era fuggita ancora per inseguire un fragile sogno di felicità.

Inizialmente cominciò a frequentare palestra e piscina, ma poi la lavanderia e l’appartamento assorbivano tutto il suo tempo. Intanto il marito e la figlia erano rimasti nella villa, a vivere la loro vita e ad attenderla. Dopo un po’ gli avvocati di entrambi aggravarono la situazione: Fabio chiedeva la separazione per colpa di lei, Marisa voleva un’enorme somma per rinunciare alla sua parte di villa.

Loretta faceva la spola tra il padre e la madre, ma il confronto tra i due diversi atteggiamenti la portavano a una scelta sempre più netta, la predisponevano a rinunciare affettivamente alla madre.

Marisa occasionalmente fu vista in giro con altri uomini e allora Fabio cominciò a corteggiare apertamente altre donne. Loretta notò che qualche sera il padre rientrava tardi e si coricava al piano superiore; il mattino seguente la ragazza trovava al primo piano i segni della presenza di un’altra donna.

Marisa era andata via dopo quindici anni di matrimonio e mancava quasi da quattro anni; Loretta, ormai maggiorenne, non aveva più speranza di recuperare l’unità della famiglia.

Subito dopo il termine dell’anno scolastico, gli zii la portarono con loro in Puglia per una gita; non mancarono di recarsi al santuario di San Pio.

Affascinata dall’atmosfera di bontà che promanava da quei luoghi, Loretta chiese in ginocchio a San Pio la sua intercessione per la riconciliazione dei genitori; ma sapeva bene che a quel punto, traditisi a vicenda e divisi ormai da tanto tempo, non c’erano più speranze. Più tardi si pentì del suo scetticismo. Una donna diceva:

- Bisogna chiedere le grazie con fede! Altrimenti è inutile...

Loretta tornò dal padre un po’ depressa e appena lo vide lo abbracciò con forza:

- Papà, io ti lascerò soltanto quando troverò un giovane bravo e buono almeno quanto te.

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Nella loro piccola città c’erano persone che, avendo una vita piuttosto vuota, cercavano di riempirla con i pettegolezzi e le notizie sulle disgrazie degli altri; c’era in particolare qualche persona che, sotto l’apparenza di un’amicizia, non trovava disdicevole riferire a una delle due parti espressioni e commenti dell’altra.

Così era avvenuto che una sera Fabio aveva sfogato la sua amarezza con un collega: - Marisa potrebbe essere una donna speciale. Ha soltanto tre difetti: è avida, cafona e frigida.

Accadeva che una parente del collega conoscesse Marisa, la quale un pomeriggio si sentì riferire le stesse parole, con una piccola aggiunta: - ... avida, cafona e frigida, incapace di sedurre un uomo.

La parente infatti sapeva che i tentativi di Marisa di intrecciare un nuovo rapporto affettivo erano rapidamente naufragati.

Marisa si sentì profondamente ferita, nella sua umanità, nella sua intelligenza e nella sua femminilità. Quella notte dormì poco; in compenso ebbe il tempo di riesaminare la sua vita: le sue scelte, i suoi obiettivi, i suoi comportamenti.

Al di là dei rancori che nutriva nei confronti di Fabio, il giudizio di lui, severo e perentorio, le aveva fatto troppo male. Era sempre stata convinta di essere l’unica delusa del loro rapporto: covava la convinzione che il proprio comportamento non poteva intaccare l’amore di Fabio. Aveva avuto la presunzione di credere che in qualunque momento avrebbe potuto riaverlo, anche se per il momento desiderava fuggirlo.

Tuttavia quel momento durava ormai quasi da quattro anni. Della presunta frigidità dava la colpa alla scarsa capacità amatoria di Fabio, ma rifiutava anche l’idea di essere avida e cafona: era soltanto una ferrea risparmiatrice, consapevole che il mondo è una giungla. Però a quel punto sentì la necessità di avere un parere e un conforto.

Pochi giorni dopo si confessò con un giovane prete che era molto apprezzato per la sua vocazione e spiritualità. Si inginocchiò serena al confessionale, convinta di non avere gravi colpe. Dopo poche domande e risposte, il prete cominciò a parlarle, senza fretta, in un linguaggio che stentava a capire: donazione, sacrificio, sacramento, grazia, mortificazione, rinuncia...

Non riuscì a comprendere la sostanza delle sue colpe: l’unica cosa che capì fu il consiglio di recarsi a Milano, presso una psicologa cattolica, laureata da poco. Poi dovette recitare una serie interminabile di preghiere.

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Marisa era scettica sul parere del prete e sulla ennesima consultazione di una psicologa. Telefonò allo studio di sera, convinta che nessuno avrebbe risposto, ma con sua sorpresa udì una voce gentile. Marisa le precisò:

- Io sono libera soltanto la domenica, se può ricevermi.

- D’accordo. Va bene alle undici? – fu la risposta.

Marisa fu costretta ad accettare. “Dev’essere una morta di fame, oppure è una che non si riposa mai, pur di fare soldi a palate.” Ci volle un po’ di tempo, prima che Marisa capisse che la seconda ipotesi calzava a pennello anche a lei.

La giovane psicologa almeno dimostrò la qualità di saper ascoltare. Soltanto quando Marisa si fermava, facendo intendere che non aveva altro da dire, la tizia le poneva un’altra breve domanda, alla quale seguiva una lunga e circostanziata risposta. Quando Marisa terminò, si sentiva soddisfatta: aveva dimostrato di essere nel giusto, aveva rivelato tutti i difetti del marito e della figlia, tutte le colpe della sua famiglia di origine e la cattiveria dei parenti acquisiti, aveva manifestato di aver mantenuto la propria dignità, nonostante le incredibili sfortune avute...

La psicologa, in maniera informale, le offrì una tazza di caffè, fatto da lei stessa; poi, come per caso, iniziò a esprimere la sua interpretazione:

- Io non conosco la sua famiglia di origine, ma capisco che le sue difficoltà sono nate allora, per l’incapacità dei suoi genitori di dare tutto l’amore necessario a una bambina in crescita, tra l’altro in una situazione di povertà... Però penso anche che il suo carattere abbia drammatizzato la percezione della situazione. La sua fuga precipitosa, con un matrimonio senza amore (ma è proprio così?) e il suo eccessivo impegno a raggiungere la ricchezza, sono stati la causa di tutto il resto.

Marisa sentì il bisogno di interromperla, di contraddirla, di colpire la presunzione di quella ragazzetta...

La ragazzetta ascoltò il suo sfogo con tranquillità, poi alla fine disse:

- Le nostre sono due diverse interpretazioni: a favore della sua c’è la migliore conoscenza dei fatti e degli attori, a favore della mia c’è l’obiettività di un’estranea; non pensi che situazioni come la sua siano rare o che io le ascolti per la prima volta, nonostante la mia giovane età. Tuttavia nel suo caso sarei ottimista: lei può ancora scegliere liberamente. Infatti sua figlia non ha rotto i rapporti, suo marito l’ama ancora e lei non lo ha ancora veramente tradito. In ogni caso, pensi a sua figlia e mantenga i rapporti con suo marito quel tanto necessario per il bene della ragazza. Di tutti gli altri non si curi.

Marisa tentennava: quella psicologa le aveva fatto vedere le cose da un altro punto di vista... Poi guardò l’orologio e sospirò, quindi le chiese l’onorario, aprendo la borsa, incerta se prendere uno o due bigliettoni.

Con sua sorpresa la ragazza rifiutò decisamente, aggiungendo:

- Mi saluti tanto padre ...

- Lo conosce?

Questa volta era stata Marisa a mettere in difficoltà l’altra, e fu quest’ultima a sospirare:

- E’ stato il mio fidanzato...

Marisa si turbò: per la prima volta percepiva che la sofferenza umana poteva essere più grande e diffusa del suo personale dolore. Sulla porta si voltò, e chiese:

- Per quanto tempo?

- Tre anni.

Marisa, scossa, voleva dirle quanto le dispiaceva, ma si trattenne e promise:

- Arrivederci...

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Qualche giorno dopo sentì il bisogno di avere un altro colloquio con padre ... però al di fuori del confessionale.

Gli riferì i saluti; il prete si sentì in dovere di dirle:

- E’ una ragazza speciale, che forse ho fatto soffrire, ma la mia vocazione mi ha imposto una diversa scelta.

Marisa commentò insieme a lui il colloquio che si era svolto con la psicologa. Udì ancora parlare di sacrificio, di generosità, di sensibilità, di apertura mentale, di amore materno ecc.

Quando si congedò, Marisa si sentiva un po’ confusa: in fondo lei era una persona semplice; così sintetizzò tutta la situazione in un solenne impegno: dimostrare a Fabio e a chiunque che non era avida, né cafona. Per quanto riguardava la presunta frigidità, doveva riflettere: poteva sempre suggellare il loro addio in un certo modo, magari per fargli capire ciò che perdeva. In fondo erano ancora sposati, e quasi quattro anni di astinenza sono contro natura.

Il giorno dopo Marisa telefonò alla sua avvocata e le diede disposizioni precise di riferire a Fabio le sue decisioni: lei stava per comprare un appartamento nuovo e desiderava intestarlo a Loretta, tenendo per sé l’usufrutto; alla figlia avrebbe dato anche la nuda proprietà dell’appartamentino e del negozio adibito a lavanderia. Per la villa chiedeva che Fabio le assegnasse uno dei due piani, del quale lei avrebbe egualmente dato la proprietà alla figlia, tenendo l’usufrutto. Inoltre si impegnava a dare a Loretta un sussidio di 500 euro al mese per dieci anni.

Al marito cedeva ogni diritto sul conto bancario intestato a entrambi, purché egli rinunciasse a ogni diritto sul conto di Marisa, che peraltro sarebbe diventato molto esiguo dopo l’acquisto dell’appartamento. Per i dettagli avrebbe telefonato a Fabio la domenica successiva.

Ascoltò per educazione le perplessità dell’avvocata, compresa l’ipotesi che la lavanderia potesse fallire, poi le rispose che tre abitazioni e un negozio in usufrutto le apparivano più che sufficienti per vivere.

Quindi telefonò al commercialista e gli ordinò di preparare i documenti per l’assunzione a tempo pieno e indeterminato della ragazza che ogni tanto l’aiutava in negozio; il consulente le consigliò di impegnarsi in un semplice rapporto di collaborazione a tempo parziale, molto meno oneroso, ma lei ribadì le sue intenzioni. Poi diede personalmente la notizia a Silvana, che si sorprese molto e la ringraziò con entusiasmo, garantendole il massimo impegno, anche oltre l’orario.

- Non dovrai lavorare un minuto più del necessario, anche perché nel pomeriggio spesso lavorerò in negozio con te. Chiedi al commercialista di assicurarti ogni diritto per quanto riguarda le indennità accessorie e le ferie. In ogni caso, prepara un avviso per informare i clienti che saremo chiusi dal 1 al 21 Agosto, ferie pagate, s’intende.

Fabio la chiamò molto presto, riferendole la riconoscenza della loro figlia, per la quale anch’egli avrebbe operato in maniera simile, e dichiarandosi disponibile a tutte le richieste di Marisa; le suggeriva di prendersi il primo piano della villa e metà dell’autorimessa. L’appartamentino del piano terra, non più in affitto da molto tempo, era sufficiente, per lui e per Loretta. Poi le disse che potevano incontrarsi anche sabato.

- Verrò io nel pomeriggio, - disse Marisa - se per te va bene.

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Continua

copyright 2007 Michele Fiorenza

opera registrata



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