ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 12 dicembre 2011
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Loro non avevano le finezze dei signori.

di trap56. Letto 2411 volte. Dallo scaffale Storia

   - Làsela lé, mama, sempre co' ‘sta storia! Sono passati vent'anni e sono tutti morti, lasciali in pace, no? Cecilia con la mamma ha sempre avuto un rapporto tipo selci: quando si incontrano fanno scintille. Su quella fa...

- Làsela lé, mama, sempre co' ‘sta storia! Sono passati vent'anni e sono tutti morti, lasciali in pace, no?

Cecilia con la mamma ha sempre avuto un rapporto tipo selci: quando si incontrano fanno scintille. Su quella faccenda, poi, non riesce a tollerare che covi ancora tanto astio nei confronti del defunto parroco.

- Séééé! - replica la Tugnìna con la grinta di chi ha ormai più energia che muscoli. - È che voialtre siete delle oche e noi siamo sempre stati dei cojò!

- Mama! - strilla la figlia irritata. Ma la ultranovantenne pasionaria in quei momenti diventa sorda. Testa bassa, carica come un toro:

- Non si fa così con un povero cristiano che per quarant'anni è saltato giù dal letto alle quattro tutte le mattine, tutti i giorni che nostro Signore manda in terra, perché ce n'era mica di ferie per lui, anche le feste comandate lavorava. Poer Gioanì.

Si ferma, la testa un po' piegata in avanti; sospende il lavoro. In spregio all'età, agli occhiali telescopici post-cataratte e al tremore delle mani, continua a governare l'uncinetto senza sbagliare un punto. Sforna, quel suo instancabile balletto, piccoli quadrati variegati, poi assemblati in fantasmagoriche coperte. Grani di un rosario a ciclo continuo. E' un attimo: memore dei tempi della filanda, china la testa e parte, lenta ma inesorabile.

- Mama, dai, basta, che non sei mica a contratto! Guarda lì come vai giù tutta storta!

- Devo finire la pezza, senò dopo faccio fatica a ritrovare il punto.

Guardarla infonde un senso di profonda calma; di serenità, anche.

Dietro la quiete di facciata, però, la marea monta, fino a dilagare. Come le avessero staccato la spina, si ferma di botto e posa il lavoro sulle ginocchia. Solleva la testa e carica, lancia in resta: le tira fuori tutte e ce n'è per tutti. Prevosto compreso:

- Quarant'anni senza ferie e senza malattie, fuori che quella volta che è caduto dalla scala: stava pulendo la chiesa e me l'hanno portato a casa che sembrava morto e io lo chiamavo Gioàn! Gioàn! Gioàn! Ma mica mi sentiva, sembrava che dormiva. L'è mort! L'è mort! gridavo io che mi ha sentito anche il Prevosto che dormiva, è venuto su a darci l'estrema unzione. Ma Nostro Signore lo sapeva che non potevo restare da sola con cinque figlie piccole e me l'ha lasciato lì ancora. Ne ha fatti di anni a suonare campane e pulire la chiesa e fare andare il turibolo e tenerci in ordine l'Asilo alle suore e anche l'orto.

Si placa un momento, riprende fiato, per via dell'affanno. Poi riparte, incurante degli sguardi severi della figlia.

- Quarant'anni a piegarla per due soldi e l'affitto gratis. E guai a toccargli la frutta alle suore: ‘l mé Gioanì, buono come il pane, era capace che gli gridava dietro ai suoi nipotini, nemmeno che erano dei ladri. Quarant'anni zitto come un mulo e poi... e poi, quando hanno visto che ce la faceva più a fare tutte quelle cose e si indormentava in chiesa durante la messa, alùra ‘na bela pesada ‘ndel cül...

- Mama, basta dai, che l'è semper chela! - cerca di arginarla Cecilia con fare quasi rassegnato.

- ... e l'hanno lasciato a casa dal lavoro di sacrestano. Se c'è rimasto male, parlava nemmeno più. Ma mica era finita - e la voce, da filo che era diventa corda tesa, vibra. - E' andato dal signor Prevosto a chiederci quanto era la pensione, che doveva camparci ancora lui e la moglie. E quel bestione del monsignore...

- Mama! - invocazione senza speranza, di fronte al torrente in piena.

- ... quasi gli è volato addosso, a dirci che loro le marchette non ce le avevano mai messe: "Non paghi il fitto, cosa vuoi ancora?" . Quarant'anni a piegarla come un mulo, senza orari, senza ferie, e nemmeno dircelo che non ci mettevano su le marchette!

Trema come una foglia nel temporale, la testa dritta, gli occhi lucidi. Sembra sul punto di schizzare in piedi, ma è un attimo, si affloscia sulla poltroncina.

- Un cane bastonato, mi è tornato a casa - la voce è una brezza senza lena, adesso, - con gli occhi gonfi e non ha nemmeno mangiato la minestra e non ha fumato il toscano. Ha spostato la fondina senza dirmi niente e ha messo giù la testa sopra le braccia. Capivo neanche se dormiva o se piangeva. Vederlo ridotto così, un uomo di quasi settant'anni.

- Basta, mama, dai che 'l ta fa mal!

- Certo che 'l ma fa mal! - scatta come una molla a lungo compressa. - C'ero lì io quel giorno a vederlo ridotto come un sacco di stracci, che la sua vita era contata niente. Distrutto. E io che sapevo mica cosa fare, perché noi ci volevamo bene ma allora non c'era la confidenza che c'è oggi tra marito e moglie. E poi non sapevamo neanche parlare, noi. L'ho lasciato dormire, o fare finta. Sono scesa nell'orto, perché pensavo che magari un uomo si vergognava a farsi vedere così da una donna, anche se era la sua moglie. Ha detto niente per qualche giorno, era una sofferenza vederlo. Poi una sera che forse aveva messo giù due bicchieri di vino, me l'ha detto:

"Tugnìna, la cosa che mi fa più male sono mica i soldi, che abbiamo le figlie grandi, una mano ce la daranno. Mi fa male qui - e si toccava dove c'è il cuore - che a trattarmi a quella maniera, a prendermi in giro per quarant'anni è stato proprio il nostro Prevosto, che io ci ho dato anche l'anima. Non mi passa giù."

- E neanche a me mi è passata giù! Che quando il monsignore gli è venuta la paralisi, ho pensato il Signore ti ha castigato!

- Brava, belle cose che dici, queste sono bestemmie che le devi confessare, anche se c'hai più di novant'anni! Te ti dimentichi però che se non c'era il signor Prevosto io in fabbrica ci rientravo più.

- C'hai ragione anche te, per quel bel favore che ti hanno fatto, valà.

La vecchia conserva intatta la memoria, non ne lascia cadere una.

Cecilia non risponde; raddrizza il ferro da stiro, lo posa sull'asse e guarda fuori dalla finestra, nella direzione della vecchia Manifattura. Chiude gli occhi e rivede ancora una volta quel film; colonna sonora, le Avemaria della mamma.

Quando sei la prima di cinque sorelle, c'è la guerra e tuo papà fatica a dar da mangiare a tutte, hai il destino segnato. Lavoretti qua e là ne aveva fatti, ma sempre per pochi soldi e nemmeno sicuri. Nel compiere i quattordici anni, il papà le disse:

- Ho parlato con il signor Prevosto e mi ha promesso che ci mette una buona parola per farti entrare alla Manifattura.

Per il monsignore era una pratica comune, raccomandare al padrone della fabbrica le figlie delle famiglie timorate di Dio. Quasi tutte, poi. Il sciur Ernesto aveva bisogno di molta mano d'opera: l'Italia era entrata in guerra da un anno e lui, fascista ‘chi-più-di-me', si era aggiudicato sostanziose commesse dalla Marina Militare. Servivano ragazze sane e senza grilli per la testa: chi meglio del parroco...?

- La Cecilia, ci metto la mano sul fuoco: è la figlia del mio sacrestano, una tutta casa e chiesa. Timida e ubbidiente ai suoi genitori. Sono cinque sorelle, lei è la maggiore, han bisogno di un po' di soldi.

- Va bene, va bene; fortuna che il lavoro non manca, anche se c'è in giro di quelle teste calde che non volevano la guerra.

In magazzino il lavoro era meno impegnativo che negli altri reparti, ma si lavorava dieci ore al giorno: "Finché ce n'è, si lavora senza tante storie." dicevano i capi quando sentivano una delle donne meno giovani che si lamentava dalla stanchezza e dai dolori. La paga era quella che era, ma sicura e la davano ogni due settimane.

La sera Cecilia si divertiva con le sorelle: scherzavano, ridevano, si raccontavano quello che avevano fatto. Ogni tanto leggevano ad alta voce un libro che le suore avevano prestato alla mamma. Sempre esempi di virtuose giovinette, che magari morivano martiri della fede o si sposavano e mettevano al mondo un sacco di figli. Accuditi col sorriso sulle labbra. Tanto che nelle menti delle ragazze si faceva strada l'idea che tali fossero le prospettive che la vita offriva a una donna. Per onesta che fosse.

Tra una lettura, una risata e una chiacchiera si faceva l'ora di andare a letto. La sveglia suonava alle sei in punto per la sorella maggiore: prima di recarsi in Manifattura l'attendeva la Messa. Quand'era inverno, in quelle notti che il gelo faceva gemere anche le ossa della casa, si ficcavano addirittura in tre nello stesso letto, dopo che ne avevano tolto la monega con lo scaldino. E allora le risa continuavano fino allo sfinimento, ma ben sotto le coperte: il bubà si alzava alle quattro e non era proprio il caso di rovinargli il sonno.

Cecilia riapre gli occhi: la mamma si è addormentata, ipnotizzata dal suo stesso neniare. Ogni tanto un sussulto, per via delle difficoltà respiratorie. Prova una fitta al petto: quanto tirerà avanti ancora? E' come una foglia avvizzita che sente l'autunno in procinto di cedere il passo all'inverno, eppure si aggrappa al suo ramo, fa uno sberleffo alle folate di vento che promettono di portarla in mondi di favola. Torna, fuggendo quel pensiero, al 17 maggio del 1942.

- Cecilia, vai dal Direttore che ti deve parlare, subito, dai, che c'ha mica tempo da perdere! - Sempre brusca, la caporeparto, scostante.

- A mé? - rispose incredula e spaventata. "Cos'avrò combinato, che ci sono stata così attenta?". Facile infrangere qualche regola, con tutte quelle che c'erano: ogni giorno fioccavano multe, oltre che lavate di capo senza riguardo per il sesso e per l'età. Il Gioanì e la Tugnìna, però, avevano allevato la figlia nel massimo rispetto dell'autorità e delle regole: lei la prima a restarci male, se commetteva errori. Adesso però non capiva proprio cosa avesse fatto di tanto grave da meritarsi una ramanzina addirittura dal Direttore. Il sciur Zatti veniva dalla città: aveva studiato, parlava tutto perfettino e vestiva sempre elegante. Era molto duro con il personale: puntava alla carriera politica e in pieno regime fascista ogni minima impressione di debolezza verso gli operai poteva solo che costargli cara.

- Lei è la signorina Cecilia Rossi, la figlia del sacrestano? - Sgarbato, senza un saluto, senza invitarla a sedere. Voleva si capisse quanto gli costava occuparsi di simili faccende, anche se non aveva potuto dire di no al dottor Moltrasio, il proprietario della fabbrica.

- Signorsì. - Un filo di voce sfuggito da una quasi riverenza.

- La signora Virginia, moglie del titolare, vuole che lei vada a Milano per fare la bambinaia ai suoi due figli.

- Me?! - con il tono di chi vorrebbe dire Ma no, lei si sbaglia.

Sguardo di quello che vorrebbe dire Sembra assurdo anche a me, però:

- Lei, sì, quante altre Cecilia Rossi ci sono qui dentro? Capisce - e lo capiranno anche i suoi genitori - che vi si fa un grande onore. Prenderà servizio la settimana prossima. E adesso torni in reparto, che ha perso anche troppo tempo.

Milano? Sapeva neanche dov'era di preciso, lei, quella città che aveva sentito nominare come un posto tanto grande, dove ci viveva un sacco di gente, di signori e giravano tante macchine e c'era sempre la nebbia. Perché poi proprio lei?

"Signor parroco, mia moglie Virginia s'è fissata di tornare a Milano; dice che ormai da più di un anno non ci sono stati bombardamenti aerei e lei si sente più sicura là. La verità è che le va stretto il paese. Siccome in città fa molta vita sociale, oltre alle domestiche vuole anche una bambinaia. Ma che sia una fidata, seria, senza grilli per la testa. Mi affido a lei."

"Ce l'ha qui in fabbrica, quella giusta: si ricorda la figlia del mio sacrestano, quella che lei ha avuto la bontà di assumere un paio di anni fa?"

Poteva ricordarsi di una delle sue operaie, lui, con tutto quello che gli passava per la testa? Ma si fidava ciecamente del parroco, su queste cose. Ne parlò alla moglie:

- Virginia, ho trovato la ragazza che ti serve. Vedi di trattarla come si deve - conosceva bene il caratterino della consorte - e di non farla scappare: di questi tempi non è facile trovare persone fidate da mettersi in casa.

Aveva pianto, minacciato che sarebbe scappata. "Piuttosto vado suora!". Fiato al vento: sulla fine di maggio Cecilia abbracciò la famiglia che l'aveva accompagnata alla fermata della corriera. Impossibile stabilire chi avesse gli occhi più gonfi di lacrime; persino al papà, sotto la tesa del cappello, brillavano certi lucciconi. Eppure:

- Dai, non vai mica alla morte, vai in città dove vedrai delle cose che qui nemmeno ce le sogniamo. E la casa? Quelli mica vivono come noialtri poveretti, non lo mangi più, lì, il freddo. C'hanno l'acqua calda che viene giù dai rubinetti, non la scaldano sulla stufa. Dai non fare così, parti mica per la guerra, poi qualche domenica veniamo a trovarti.

Parole che uscivano a fiotti ora dalla bocca della mamma, ora da quella del papà. Le sorelle erano combattute fra la tristezza per l'allontanamento della compagna di giochi e l'eccitazione per questo viaggio verso un mondo che a loro pareva di favola:

- Chissà quante cose belle vedrai, te, in città! Guarda bene tutto, che poi quando torni ci racconti.

- Valà, stupidelle, cosa vi mettete in testa. Vado a lavorare, mica a divertirmi.

Durante tutto il 1941 Milano era stata risparmiata dai bombardieri inglesi. La signora Virginia si ricordava ancora bene la notte fra il 16 e il 17 giugno del '40: la prima sirena aveva graffiato il silenzio e il buio del coprifuoco quando loro si stavano mettendo a letto, verso le ventidue e trenta. Giù a rotoli nel rifugio, fino all'alba, perché "quei delinquenti erano andati avanti e indietro fin dopo le sei del mattino". Danni seri alla Caproni ("Quella degli aerei, dai!"), ma nemmeno un morto. Loro erano scappati nella villa sul lago: lì non c'era niente da bombardare.

Il '42 scorreva tranquillo come l'anno precedente: il Bomber Command pareva concentrato su altri fronti di guerra. I milanesi erano tornati a dormire sonni profondi. Fino a quel 24 ottobre.

Cecilia stava in cucina, impegnata nei preparativi della cena; alle diciannove tutti a tavola: entro le ventidue si spegnevano le luci. L'occhio le corse subito al grande orologio sopra la madia: segnava le 17,57 quando le sirene invasero la città, del tutto inattese. Ci volle del tempo per realizzare cosa stesse succedendo: il traffico a quell'ora intasava martellante strade e timpani. Nemmeno il tempo di imboccare le scale per scendere nei rifugi e già le prime bombe berciavano ai milanesi: "La guerra è vicina!" Il sistema di allarme aveva fatto cilecca, forse preso in contropiede dalla novità: mai gli inglesi avevano attaccato a quell'ora. La contraerea intervenne in ritardo: fu un inferno, che avvampò in un baleno la tranquilla e ricca città proprio nel cuore. Centotrentacinque morti; centinaia di feriti, alcuni gravissimi e deceduti in seguito. Decine gli edifici distrutti o danneggiati. Il mostro aveva affondato un artiglio nella carne viva del capoluogo lombardo, caso mai si fosse scordato della sua esistenza.

Il lussuoso appartamento dei Moltrasio si trovava dalle parti di corso Buenos Aires, una delle vie prese di mira dalle bombe. Lo stabile non subì danni, ma la paura nella giovane paesana aveva ceduto subito il passo al terrore che paralizza cervello e gambe. Crollò a terra sul pianerottolo, davanti alla porta di servizio. Immobile. Con la testa riparata dalle braccia, pregò mentalmente tutto il pregabile. Nemmeno si rese conto della seconda ondata di bombardieri, che arrivarono verso le ventitre, per fortuna con senza gravi conseguenze. Quando risalirono dal rifugio, la trovarono in uno stato pietoso: senza parole, senza lacrime, senza colore. Nel riprendersi, cominciò a ripetere come un mantra:

- Voglio andare via da qui. Fatemi andare via da qui.

Fino allo sfinimento. La padrona temette seriamente che fosse andata via di testa. La sedarono e la misero a letto.

- Voglio tornare alla mia casa, al mio paese - furono le parole che pronunciò appena sveglia. Prima con tono lagnoso, poi sempre più deciso. Non c'era verso di farla ragionare:

- E' stato un caso che hanno colpito il palazzo qui vicino, perché non ci sono obiettivi militari. Non si ripeterà. Più facile che attacchino le fabbriche al tuo paese.

Magari la signora Virginia voleva tranquillizzarla, pungolarla a reagire; ma le sue frasi a Cecilia suonavano come un gracchiare metallico e ostile. Da subito Milano l'aveva disorientata, con quei suoi edifici alti, che per vedere il cielo dovevi piegare indietro la testa e quando lo vedevi era sempre come se fosse di umore storto. Anche se c'era il sole. E il caldo? Sudavi e sudavi e c'era mai fine a quella porcheria che ti si attaccava addosso e quando ti lavavi l'acqua cambiava colore ogni volta. E il traffico? Non usciva mai di casa sola, per l'autentico terrore di quel mostro tentacolare, mai fermo, rumoroso, puzzolente, aggressivo. Le rare volte che usciva - per andare a Messa, per fare acquisti in compagnia della cuoca - rientrava esausta per il continuo vigilare a destra e sinistra, davanti e dietro. Scendeva dai marciapiedi il meno possibile, muovendosi rasente i muri, senza guardare vetrine e persone. Si fossero almeno sentite le campane...

E adesso anche le bombe. Via, via da lì, subito; nemmeno un minuto di più. La paga che le davano era bassa, - "però vitto e alloggio sono gratis", le aveva detto la padrona - poteva guadagnarsela anche in fabbrica. Cecilia era un animo semplice, senza istruzione e cultura (giusto la quinta elementare); forse per questo all'occorrenza metteva in campo una cocciutaggine che non ammetteva alternative. Scrisse subito una lettera ai genitori: "Papà, mamma, venite a prendermi, subito!"

Nei giorni che seguirono, dovettero spingerla fuori casa a forza, per le commissioni: quasi correva, per strada, con le orecchie dilatate a captare il minimo accenno di sirena. La sera andava a letto mezza vestita e non riusciva più a godere di un sonno ristoratore.

Giunse la risposta dei genitori, dettata dal parroco, cui avevano fatto leggere la sua lettera: "... devi restare lì, fai la brava e non far arrabbiare la signora che è tanto buona con te. Devi avere Fede, prega quando c'hai paura. E ricordati del grande favore che ti hanno fatto a sceglierti proprio te per questo lavoro."

Non sarebbero venuti a prenderla.

Anni dopo le sarebbe capitata fra le mani quella lettera. Illeggibile: l'inchiostro si era stemperato nel lago delle sue lacrime. Quando finirono; alla disperazione subentrò la determinazione. Le sue continue richieste di tornare a casa infastidirono la signora Virginia, che prese a trattarla peggio. Cecilia cominciò a tormentare la cuoca, con pianti a dirotto e discorsi inconsulti:

- Guarda che io scappo e vado in giro per Milano fino che non trovo la corriera per il mio paese e se finisco sotto il filobus pace, almeno ho finito di patire.

Gina, così si chiamava, giunse a non poterne più di quell'assillo quotidiano. Cedette: le comperò il biglietto e durante un'uscita per la spesa l'accompagnò alla stazione delle corriere.

- Ma giura: di' sempre che hai fatto tutto da sola, senò quella là mi licenzia senza neanche la buona uscita!

- Guai a te se la riprendi in fabbrica, quella stupida maleducata e ingrata!

Di fronte al diktat dalla moglie, il sciur Ernesto aveva potuto solo piegare il capo. Gli spiaceva rinunciare a un'operaia laboriosa e senza grilli per la testa, ma non era il caso di contrariare la moglie proprio agli inizi di una tresca amorosa con la giovane segretaria, appena assunta.

Cecilia, piombata in casa senza preavviso, per i primi tempi si trovò a convivere con il mutismo carico di rimprovero dei genitori. Quasi gelo. Fortuna che le sorelle, quando erano sole, la subissavano di abbracci e di domande su Milano. Durò poco: la mamma, anche se non poteva ammetterlo davanti al marito, era contenta del ritorno della figlia. Giorno dopo giorno, lavorò ai fianchi il suo Gioàn, fino a fargli ammettere che anche a lui faceva piacere. Ma adesso la figlia doveva tornare a lavorare, non c'erano soldi per tirare avanti.

Il parroco, nuovamente coinvolto, si sentì opporre un netto rifiuto dal titolare della Manifattura: non se ne parlava nemmeno, dopo quello che aveva fatto a sua moglie. Che le aveva voluto tanto bene e tanto bene l'aveva trattata. Quella ingrata non meritava niente.

- Guardi, reverendo, lei non può capire, che deve rendere conto nemmeno alla perpetua. Lasci perdere, non è aria. Magari fra qualche tempo, quando a Virginia sarà passata...

O quando fosse passata a lui la tempesta ormonale in corso.

Cecilia, cocciuta più della signora, non si perse d'animo. Si adattò a fare quello che trovava, andando a servizio presso le famiglie benestanti del paese - quelle storiche e quelle che, senza troppo sottilizzare, erano state avvantaggiate dall'economia di guerra. Le toccava spesso fare la lavandaia: nelle case era scomodo lavare i panni, specie quelli più ingombranti. Lungo il fiume che attraversava il paese, in un'ansa riparata, avevano ricavato due gradinate con scivoli. Qui le donne andavano a lavare e sciacquare, per sé e per chi le pagava. Mestiere infame, soprattutto d'inverno: l'acqua gelida arrossava la pelle, apriva nelle dita crepacci che sanguinavano. Facevano male solo a guardarle. Un lavoro da bestie, per quattro soldi. Cantavano, le lavandaie, per non sentire il dolore che azzannava come un cane randagio affamato.

Fatica e ancora fatica, e umiliazione quando doveva farsi pagare: timida e giovane com'era, cercavano sempre di darle meno che alle altre. Ma Cecilia accettava tutto, in silenzio: mai un lamento, per paura di sentirsi rinfacciare la ‘fortuna' gettata al vento.

- Te potevi fare la vita della sciura, là in città, coll'acqua calda e il riscaldamento e le serve, invece di farla te, la serva. Alà bambossa! - la sfottevano le compagne di lavoro più adulte.

Non fu la durezza del lavoro, non le mani martoriate, che la portarono di nuovo alla Manifattura. Troppo pochi i soldi che rimediava con quei lavori saltuari e malpagati. Il padre andò a implorare il parroco, che tornò dal signor Ernesto.

- Eh, fate presto, voialtri: tutte famiglie numerose, tutte che i soldi non bastano e c'è bisogno di lavorare. Però a noi danno degli sfruttatori, degli affamatori del popolo, come dicevano quelli là, i comunisti. E poi ci sono le mogli, che se si incapricciano... me la godo io, mica lei, caro reverendo! Le viene l'orticaria, alla mia Virginia, solo a sentire il nome di... quella. Non se ne parla proprio, mi creda.

- Pazienza, pazienza. Mi saluti tanto la sua signora. Ah, e la signorina Gabriella, come sta, la signorina Gabriella?

- Chi...? la... mia segretaria?

- Sì sì, la signorina Gabriella.

- Sta bene, ma lei... perché me lo chiede? - la voce abbassata di un'ottava, il tono fatto sospettoso.

- Ma... così... sa come sono le pettegole di paese... brave donne, ma certe lingue...

- Ah, voi preti, siete voi i veri padroni del mondo! Voi siete più bravi ancora delle donne a ottenere quello che volete. Ma lei minacci l'inferno alle pettegole!

E così Cecilia rientrò in Manifattura. Ma niente magazzino: l'ottima signora Virginia aveva ceduto sul suo reintegro, ma:

- ... non in un reparto di fannulloni come il magazzino. Deve sudarsela, la paga! Imparerà bene a chi ha mancato di rispetto, quella smorfiosa!

Cecilia represse sul nascere il groppo che si sentì in gola quando entrò per la prima volta in tessitura, come aiutante. Conosceva la durezza del reparto, appresa dalle compagne. Ma aveva poco da fare la schizzinosa: l'8 settembre del '43 era alle spalle, i Nazisti occupavano il Nord Italia e la vita si faceva sempre più dura. Abbassare la testa e cercare di portare a casa quanto più si poteva: altro non c'era. Diciassette gli anni compiuti pochi mesi prima: eppure aveva l'impressione di aver lavorato per una vita intera. Il suo nuovo impiego era solo fatica: roba da uomini, ma quelli erano in guerra o nei campi di lavoro tedeschi o in montagna, con i partigiani. Cecilia e le sue compagne trascinavano e spingevano enormi casse cariche di pesanti spole per i mastodontici telai; a lavorazione finita, dovevano ancora trascinare pesanti e ingombranti rulli carichi del tessuto di spugna. Per un fisico tutt'altro che massiccio come il suo, un vero tormento, un dispendio di energie mai rimpiazzate. Le autorità avevano iniziato a razionare i viveri, anche se la sua famiglia, con quel po' di orto e di pollaio, riusciva a sopravvivere meglio di altre. Sempre troppo poco rispetto alle energie che bruciava in fabbrica. La sera, quando si metteva a letto, non chiudeva il ciclo delle preghiere che già aveva perso coscienza di sè e del mondo. Anche le sorelle non erano più così vispe, la lasciavano dormire senza fare storie, come gli aveva ordinato la mamma. Lei lo sentiva il patire di quella povera figlia, glielo leggeva scavato nel viso, negli occhi. Tremava al pensiero di quanto doveva aver patito a Milano, se adesso accettava di fare quella vita piuttosto che stare là. E lei e il marito non avevano potuto evitarglielo allora, il dolore; e non potevano ripararla nemmeno adesso. Quanto le voleva bene, a quella figlia, anche se non riusciva a esprimerlo. Erano gente semplice, loro, non avevano le finezze dei signori.

Un colpo di tosse della mamma riporta Cecilia ai panni da stirare. Un'occhiata alla vecchina sempre intenta a declamare la poesia del punto catenella: quante ne ha viste, quante ne ha passate, nei suoi oltre novant'anni. Eppure, conserva intatta la grinta per difendere la memoria del marito e accusare chi l'ha messo sotto i piedi. Fosse pure il monsignor Prevosto. Quanto gli deve aver voluto bene, a quel suo Gioàn. Ma lei, Cecilia, non ricorda una sola volta di averli visti darsi un bacio, anche casto.

Fra due giorni è Natale: glielo ricordano il calendario e una capannina posata sulla mensola copricalorifero. Da quando, dieci anni fa, è rimasta vedova, non ha più voluto nemmeno vederlo, il presepe. Le ricordava troppo il marito, la passione con cui lo allestiva. Morto a cinquant'anni.. Le tragedie della vita.

Spegne il ferro da stiro e prepara la semplice cena, la stessa di tutte le domeniche: a pranzo vengono i figli, si mangia un po' di più; la sera, meglio stare leggeri.

La radio gli tiene compagnia, rende più tollerabili i loro silenzi. Come sempre, è il GR1 delle diciannove a socchiudere almeno una finestrella sul mondo. Nevica in varie zone d'Italia, ci sono problemi alla circolazione.

La notizia arriva come un bombardamento senza sirena d'allarme: intorno alle 19,08 il Rapido 904 Napoli-Milano è stato devastato da una violentissima esplosione otto chilometri all'interno della Grande Galleria dell'Appennino, in località Vernio. Si parla già di quindici morti e di centinaia di feriti. Gente comune, che ritornava a casa o andava in visita a parenti per le festività.

Dolore, violenza, fatica: sempre questo deve essere il pane dei poveretti? Cecilia è lì lì per parlare, per dare fiato ai suoi sentimenti. Quindici morti, gente che non c'entrava niente, come quelli che restavano sotto le bombe.

Vorrebbe urlare. L'emozione le stronca le parole. Ma poi, lei è tanto ignorante: non le ha nemmeno, le parole per dire quello che sente.

Continua a lavare i piatti.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: