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lavoro pubblicato mercoledì 7 dicembre 2011
ultima lettura venerdì 6 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IX Legio -capitolo diciannovesimo-

di dany94. Letto 844 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Due punti di vista, appena abbozzati, di due esseri tanto diversi bastano a spiegare la drammaticità e l'insensatezza di una guerra stellare combattuta per motivi assurdi... (attenzione, linguaggio e scene molto forti)

Capitolo diciannovesimo:

Ego sum qui sum


L'atlariano sentì i battiti del suo cuore diminuire sino a zero. Con occhi sbarrati dalla paura vide lo xeno arrancare verso di lui. Aristarchos, ancora un po' stordito dall'esplosione della granata, tardò a muoversi, lasciando il tempo allo xeno di incombere sopra di lui.

Un rivolo di sangue scorse dalla bocca del mostro, scivolando fino al collo. Era rosso come quello di un essere umano, con leggere fluttuazioni sul viola scuro. Chinandosi con un grugnito di dolore, il barmok afferrò il paracadutista orbitale, che per risposta gli sferrò un furibondo calcio con la pianta del piede contro la rotula malferma: la calzatura metallica piombò con tutta la forza della disperazione contro l'osso dell'alieno, e si udì uno schianto terribile, da fare accapponare la pelle.

L'alieno sarebbe crollato a terra se non si fosse appoggiato al ginocchio sano, finendo per essere piegato, con la mano ancora salda sulla congiunzione fra placca toracica e casco integrale del paracadutista. Aristarchos sentì la forza di quella stretta sul malleabile metallo hyroami che faceva da congiunzione, e si stupì di quanta forza avessero quei selvaggi.

Non erano molto più imponenti di un essere umano, o comunque non di un jarichans, ma avevano una forza ed una ostinazione di ferro. L'OPSA afferrò il coltello da combattimento, riposto nel fodero sullo spallaccio, e con un colpo secco lo conficcò nel gomito del barmok, intingendo la lama fino alla guardia dentro l'osso.

Con un grido di dolore, l'alieno lasciò la presa e barcollò all'indietro, perdendo l'equilibrio vista la sua poca stabilità, dovuta al poter utilizzare una gamba sola, e crollò di fianco sul terreno duro e sporco di fuliggine.

Con un gesto fulmineo, Aristarchos sganciò l'anello di sicurezza della fondina che portava alla cintura e sfoderò la sua pistola. Le dita si strinsero automaticamente sul calcio modellato appositamente per una mano umana, e microscopici sensori di rilevamento entrarono in funzione, accendendo il sistema energetico dell'arma.

Il componente sotto la canna dell'arma s'illuminò di bianco-azzurro.


Il soldato di razza barmok intuì il pericolo quando il sibilo del generatore e alzò la testa per vederlo faccia a faccia.

Il suo scudo da combattimento era troppo lontano e non aveva senso cercare di raggiungerlo.

Come imponeva la sua cultura, ruggì all'avversario che lo aveva sconfitto, riconoscendone il valore di guerriero e accettando che fosse lui a toglierli la vita.

I guerrieri con un onore dovevano seguire quel rituale al termine di un duello, in modo da soddisfare gli spiriti.

Aristarchos vide il malvagio xeno guardarlo con una fanatica espressione di sfida e di odio sul muso, e udì il suo ruggito, pari a quello di una bestia maledetta, che si era resa conto di stare per essere abbattuta. Cosa spingeva quegli alieni a massacrarsi così tanto per la loro Alleanza?

Non erano che bestie da soma costrette ai voleri di un pugno di mostriciattoli rannicchiati in alti troni volanti, non potevano avere qualcosa come il pensiero, l'onore o il libero arbitrio. Quel pensiero attraversò la mente del paracadutista come un fulmine, inondandolo d'ira verso quell'invasore del sacro suolo di Eon.

Prima di quella lunga e sfibrante guerra totale, Aristarchos sapeva a malapena che esistesse un pianeta che di nome faceva Eon...


Il proiettile già in canna venne spinto da un impulso attraverso la bocca da fuoco, ruotando su se stesso mentre si faceva strada per lasciare l'arma. Con uno scoppio che a Mikeal parve vedere al rallentatore, il proiettile lasciò la pistola e sibilando come una serpe assassina si mosse verso il barmok. Parte di uno slot di cartucce nuove di zecca, il proiettile aveva inciso il simbolo della Confederazione sormontato da due scritte:

KILL ALL THE ALIENS!

HAIL TO THE HUMAN RACE!

La rudimentale corazza del barmok non oppose nessuna difesa contro il proiettile scagliato a cinquecento metri di velocità percorsi in un secondo; superando l'inutile sbarramento del metallo, giunse alla carne, che la sola energia termica posta attorno alla punta bastò a bruciare, prima che l'impatto la perforasse.

Facendosi avidamente strada tra il sangue, i legamenti e i muscoli dell'alieno, la pallottola schiantò due costole, i cui frammenti esplosero in tutte le direzioni, forando uno dei polmoni, e completando il suo tragitto uscì da dietro la schiena, spezzando una vertebra.

Il ping del plastacciaio che impattava contro il carbone risuonò in quel passo con più forza del boato sonico nato alla partenza del proiettile.

L'alieno venne schiantato a terra dall'impatto. Uno sbuffo di fumo e roccia polverizzata si alzò dietro alla sua spalla, prima che anche il torace crollasse, come tutto il suo corpo, su quel suolo ostile e lontano milioni di chilometri da casa.

Vide apparire davanti a sé, sotto forma di allucinazione, le verdi steppe dove aveva vissuto gran parte della sua vita. Un luogo ameno e distante, che non aveva nulla a che o fare o da spartire con quell'inferno di roccia, cenere e solariani resi pazzi dal desiderio di morte e di sangue instillato dai loro padroni.

Un attimo di maledetta lucidità lo scaraventò in quella terra infernale, in quella pozzanghera scura e opaca dove non avrebbe mai messo piede se non ci fosse stata la consapevolezza che senza di lui e i suoi compagni, i solariani avrebbero sterminato la sua famiglia e tutta la sua gente.


Aristarchos si appoggiò con la mano sul suolo duro, e strisciò il ginocchio destro prima di alzarlo. Il colore nero metallizzato della protezione metallica rimase per un quarto sul terreno irto di punte scure affilate come rasoi. Appoggiandosi sulla mano e sul ginocchio, si alzò in piedi. Un espressione esasperata deformava quello che normalmente era il viso di un trentacinquenne in forma, mutandolo in una manifestazione della sua anima stanca della guerra e del nemico che era costretto a vedere sul sacro suolo patrio.

Lo xeno era ancora vivo.

Quel maledetto verme, strisciato fuori da una caverna posta in un deserto di fango al limite della galassia, non voleva saperne di morire. Cosa lo rendeva così ostinato? Sicuramente le droghe che i suoi padroni gli avevano somministrato per convincerlo ad andare in guerra.

Era uno xeno, un alieno: non aveva coraggio, lealtà o spina dorsale.

«Ora facciamo i conti...», mormorò l'OPSA rivolgendosi all'alieno che rantolava, disteso a terra.


Il barmok vide, attraverso la ridotta fessure del suo elmo, per metà sciolto e colato sul volto quando la granata blastering era esplosa, il solariano avvicinarsi con un passo pesante. Lentamente, con la pistola stretta nel pugno destro, Aristarchos si avvicinava al suo nemico giurato, che con il solo occhio sano, quello destro, lo osservava terrorizzato.

Non voleva dargli una morte pulita, ma farlo soffrire. In quel momento, il barmok rimpianse di essere ancora vivo, a dispetto dei suoi compagni già caduti. Tutto era preferibile al rimanere alla mercé dei solariani, i più infidi e disgustosi tra le tante razze umane.

Con uno sforzo dettato dalla paura, il guerriero cercò di strisciare verso il bordo del costone roccioso.


Aristarchos slacciò una linguetta di metallo alla base del casco, poi schiacciò due pulsanti presenti sul collarino che fissava il casco alla protezione sul collo, il tutto con una sola mano per non lasciare la pistola. Si tolse il casco e mollò la presa.

Con un movimento lento, il casco scivolò dalle sue dita inguantate e batté contro il terreno. L'urto risuonò con brutalità. Tutto questo non era naturale, l'idea di combattere una guerra senza sapere nemmeno si sarebbe stato un domani, il fatto che il nemico fosse un incomprensibile e disgustoso essere non umano, il sapere che molti fratelli e sorelle di altri pianeti erano soggetti alla loro occupazione sangunaria...

Tutto faceva nascere in Aristachos una rabbia che trovava sfogo solo in certe occasioni.

La visiera, ironicamente, cadde rivolta verso l'altro lato dando così, solo simbolicamente, le spalle al solariano e all'alieno.


«Cosa fai, strisci?», chiese l'OPSA prima di sparare contro il piede destro del barmok, frantumandogli più di metà tallone. Il barmok lanciò un alto grido di dolore e spingendosi ormai solo con le reni e il mento cercò di raggiungere il bordo. Aristarchos soffiò un filo di fumo che si era alzato dalla canna della pistola, poi schiacciò con lo stivale corazzato il barmok, tenendolo inchiodato contro il terreno.

«No, non così...che fine ha fatto il possente guerriero alieno?», chiese lui togliendo lo stivale dalla sua schiena solo per sferrargli un rabbioso calcio di punta sulle costole, «pensavi di venire qui...e di conquistare...», colpì l'alieno con altri due calci, frantumando le spesse ossa del fianco, «...la Confederazione di Solaria, uh? Bastardo! Cane!».

Sparò un colpo alla coscia della gamba sana, forando muscoli e carne come se questi fossero una fetta di pane morbido contro un coltello acuminato. Si chinò di fianco all'alieno, afferrandogli il collo con la mano, ed esclamò: «Morirai qui!».

Tirando il cranio dell'alieno verso di sé, prese a tempestarlo di cazzotti, ignorando le sue grida di dolore. I colpi si accumularono gli uni sugli altri, in un crescendo sempre più violento. Metallo contro metallo, metallo contro carne bruciata...

Aristarchos non si accorse nemmeno di quel colpo vibrato male che gli costò una frattura al dito medio della mano sinistra. Continuò a tempestare l'alieno di colpi e di parole, inveendo contro di lui prima in angliano e poi nella sua lingua originaria.

Alla fine si staccò dal mostro ormai distrutto e con un espressione di insana ferocia sul volto, l'OPSA scaricò tutti i restanti proiettili del caricatore. Il sangue e i frammenti ossei schizzarono in ogni dove, macchiando persino la sua corazza.

Questa era segnata ormai da sangue, graffi, scheggiature e urti. Alcuni punti erano scoloriti, altri erano stati danneggiati, ed era sicuro che appena se la fosse tolta si sarebbe scoperto un milione di ematomi addosso.


«...», Aristarchos aprì la bocca per dire qualcosa, ma le parole gli morirono in gola. La pistola scarica cadde a terra, lasciando le sue dita tremanti. Crollando in ginocchio, il paracadutista proruppe in un grido disincarnato, liberatorio in un certo senso.

Urlò tutto quello che aveva represso nelle ultime settimane, tutto quello che aveva visto e subito in poche ore e tutto quello che aveva fatto negli ultimi minuti.

Ansimò. Dapprima fu veloce, con il cuore che pareva stesse per esplodergli nel petto, poi rallentò. Sputò un grumo di sangue e di saliva, sentendo un disgustoso sapore metallico sulla lingua, e batté il pugno contro il suolo, avvertendo una dolorosa sensazione quando il dito rotto sbatté assieme a quelli sani.


Atlaria...galázio ti_s thálassas...ble tou ouranoú...


L'immagine della sua terra natia attraversò la sua mente come una stella cometa che brilla nella volta celeste striando le tenebre della notte. Atlaria dai mari blu e dal cielo azzurro.

Un posto completamente diverso da quello in cui era adesso. Una fogna a cielo aperto, una pustola sulla faccia di Eon.

Non che lo stesso Eon fosse un mondo migliore della sua Atlaria...


L'OPSA raccolse il suo casco e se lo mise sottobraccio. La visiera con il prezioso HUD non si era fatta un graffio nonostante la caduta. Staccò un caricatore nuovo per la pistola e fece scivolare a terra quello vecchio.

Il caricatore slittò fuori dal calcio e cadendo sbilenco a terra, rimbalzando con il fianco lungo prima di fermarsi, vuoto e scarico.

Inserì il caricatore nuovo e ripose la pistola nella fondina, a quel punto raccolse uno dei fucili d'assalto dei fanti, facendo scorta di munizioni, e se lo mise a tracolla. Staccò la borraccia dalla cintura e svitò il tappo con gesti bruschi e veloci, mandando subito giù un sorso di acqua fresca.

Il liquido trasparente rinfrescò la sua gola riarsa come un deserto.

Avvitò il tappo e riagganciò la borraccia alla cintura.

In tempi disperati...

Pulì il casco dalla polvere con un paio di manate date piano, quasi con cura...

Si adottano soluzioni disperate...

Il casco calò come una maschera funebre sul capo del paracadutista orbitale, sigillandosi subito al resto dell'armatura.

Imbracciando il COTV-M4 frutto del suo sciacallaggio dei fantaccini, l'OPSA controllò i livelli di energia della sua armatura, constatando che erano bassissimi. Doveva muoversi se voleva ricaricarli.


«Io sono la sentinella sulle mura, la guardia che non dorme mai. L'occhio vigile eternamente spalancato che scruta oltre i bastioni, oltre la barriera...io sono...».

Cantilenò quelle parole mentre già si accingeva a lasciare il campo di battaglia.

Io sono un angelo guerriero.

IO SONO L'ANGELO GUERRIERO.

Sono il difensore dell'umanità.

Sono la soluzione disperata.


L'OPSA varcò l'angolo del sentiero montano nel momento in cui la visiera del suo casco si polarizzò e divenne immediatamente nera come le tenebre della notte. Indistinguibile da qualunque altro OPSA, Aristarchos si lanciò verso la gloria, la morte, il sangue o qualunque altra cosa vi fosse oltre l'angolo e il fumo...



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