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lavoro pubblicato sabato 3 dicembre 2011
ultima lettura mercoledì 20 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I Troikà di Giovanni Malala

di teseo2347. Letto 938 volte. Dallo scaffale Storia

In attesa di pubblicarne una edizione commentata, forniamo ai nostri lettori una nuova Iliade, quella del bizantino Giovanni Malala, vissuto ai tempi di Giustiniano, nel VI secolo d.C. Anche in questo caso, salvo auspicabili smentite, è la prima volta che..





Ai
tempi di David regnò a Ilio, cioè in Frigia, Priamo, figlio di Laomedonte.
Durante il suo regno Ilio e la terra di Dardano e Troia e tutta la regione
della Frigia furono devastate dai Greci; tra i quali i capi più celebri furono
Agamennone e Menelao con Neottolemo Pirro e gli altri, che mossero guerra a
Troia per il rapimento di Elena, dal cui amore Paride detto anche Alessandro
era stato preso. Elena infatti era di giusta statura, bella, con bei seni,
occhi alquanto grandi, gradevole, una bella voce, uno spettacolo insomma
temibile tra le donne per la bellezza; aveva 25 anni: si dice che fu la causa
che portà la rovina a Troia, alle regioni della Frigia, a tutto il suo impero.



Quando
da Ecuba nacque Paride, suo padre Priamo consultò l'oracolo su cosa dovesse
sperare del figlio natogli. E il vate diede questo responso: "Ti è nato il
figlio Paride, figlio sciagurato. Toccando il trentesimo anno porterà la rovina
ai regni Frigii." E sentito ciò il padre subito cambiò il nome e lo chiamò
Alessandro e lo mandò in una campagna di nome Amandra, lo consegnò perché fosse
allevato a un contadino, finché non si fossero compiuti quei trent'anni
indicati dall'oracolo. Priamo perciò, lasciando il figlio in campagna, cinse
con un gran muro questo campo e chiamò la città Pario. E Paride lì fu allevato
dedicando il suo tempo a buone attività. Divenne saggio e colto e compose un
discorso encomiastico per Venere, dicendola superiore a tutte le dèe, incluse
Giunone e Minerva. Disse infatti che Venere è il piacere; dal piacere tutto
nasce. Perciò su di lui è nata la favola che egli fu posto come giudice tra
Pallade, Giunone e Venere; e che a Venere attribuì la vittoria, dandole la mela
d'oro. Disse infatti che Venere, cioè il piacere, tutto genera, e figli e
sapienza e saggezza e arti e tutte le altre cose, tanto negli esseri bruti che
in quelli razionali; e che non c'è cosa più grande e più bella di lei.



Ma
Paride compose anche in sua lode un inno che chiamò "cesto". Dopo che trascorse
il trentaduesimo anno, Priamo ritenendo che era ormai trascorso il tempo
fissato dall'oracolo datogli su Paride dei venti anni, manda chi facesse venire
da quel campo il figlio Alessandro, con ogni onore: infatti gli voleva bene. E
lo stesso re Priamo gli uscì incontro per accoglierlo, circondato dai suoi
consiglieri e fratelli e tutti i cittadini. E Paride entrò in Troia nel
trentatreesimo anno di vita, nel mese di aprile. E quando Priamo lo vide così
bello e di aspetto e di vigore e di eloquio, gli ordinò di prendere doni e di
andare a darli in sacrificio in Grecia ad Apollo Dafneo, dicendo: "Dio
commiserò la mia vecchiaia e allontanò le sciagure predette. Infatti, è passato
ormai il tempo dell'oracolo". Priamo dunque congedò Paride, dandogli doni per
tutti i re dell'Europa, che per lettera esortò ad accogliere degnamente suo
figlio Paride Alessandro che andava dall'oracolo di Apollo per un voto a
sacrificare. Paride perciò dopo 57 giorni che si fermò a Troia parte il 18
giugno prendendosi anche moltissimi doni del re e scegliendo cento compagni del
fiore della gioventù frigia, salpando si mise per mare.



E
giunse in una città della Grecia, di nome Sparta, dove regnava Menelao figlio
di Plistene. Questo Menelao veramente era stato allevato in casa di Atreo, re
degli Argivi, insieme con il figlio del re, Agamennone, e perciò entrambi
furono chiamati Atridi. Proprio al momento dell'arrivo di Paride nella città di
Sparta Menelao meditava la partenza, dovendo salpare il giorno seguente per
l'isola di Creta con i suoi familiari, per far lì un sacrificio a Giove ed
Europa nella città di Cortina. Egli aveva ormai assunto come abitudine di
festeggiare questo anniversario e di fare in quel periodo sacrifici ogni anno
in memoria di Europa. Letta dunque la lettera e presi i doni inviati da Priamo,
re di Frigia, abbracciò Alessandro ossia Paride e lo accolse non meno
onorevolmente che se fosse stato un suo figlio. Designò poi tra i suoi quelli
che servissero lui e i suoi compagni e gli preparassero la mensa e tutto il
necessario giù nel suo palazzo. Anzi gli diede il permesso di fermarsi in
quella città quanti giorni volesse , fin quando avesse recuperato le sue forze
esaurite dalla navigazione, per poi andarsene a fare il sacrificio stabilito
con voto nel tempio di Apollo. Avendo quindi provveduto a Paride in ogni cosa
nel suo palazzo, Menelao si imbarcò e salpò per Creta.



Ma
intanto, dimorando Menelao in Creta e facendo sacrifici a Giove Asterio e
Europa nella città di Gortina, un giorno capitò che Elena scendesse nel
giardino del suo palazzo con Etra, cognata di Menelao per paryte di Pelope, e
Clitennestra, che discendeva da Europa, per svagarsi. E Paride, guardando per
caso nel giardino, vide Elena e, osservatane la bellezza, nel fiore della
gioventù, fu preso d'amore per lei e con l'aiuto di Etra, la cognata di Menelao
già citata, corruppe Elena. E insomma, pensando alle cose sue con la fuga, e
imbarcandosi sulle navi che aveva portato con sé da Troia, se la portò via con
trecento libbre di monete e molte vesti preziose e argento, accompagnandola
Etra, cognata di Pelope e Clitennestra, oriunda da Europa, con cinque ancelle
cubicularie. E tralasciando del tutto il previsto sacrificio in Grecia e il
tempio di Apollo, navigò verso l'antistante città di Sidone e salpando da lì
arrivò in Egitto dal re Proteo. Ma i soldati di Menelao custodi della reggia ,
appena furono informati della fuga di Elena, costernati, mandano senza indugio
tre soldati dalla città di Sparta a Cortina di Creta ad annunciare al re
Menelao che Elena era stata rapita da Paride e che con lei era stata portata
via anche Etra, cognata del re e di Clitemnestra. Appena Menelao lo sentì fu
quasi travolto dal furore, ma fu preso anche da ira violenta contro Etra, visto
che dalla castità di lei aveva presunto per sé fiducia assoluta.



Perciò
salpando subito torna in Grecia e venendo a Sparta manda in tutte le direzioni
alla ricerca di Elena con Pride e gli altri, ma non li trovarono in nessun
posto. E dopo qualche tempo Paride tornando dall'Egitto portò con sé Elena con
tutte le sue ricchezze e tesori. Priamo ed Ecuba allora, appena videro Elena
con Paride, ammirati della sua straordinaria bellezza, le chiesero chi mai
fosse e da quali antenati discendesse; Elena rispose di essere legata a
Alessandro, cioè Paride, e di appartenere più alla stirpe di Priamo ed Ecuba
che a Menelao, figlio di Plistene. Infatti affermò che lei e Priamo
discendevano dai Sidonii Danao e Agenore. Da Plesione infatti, figlia di Danao,
erano nati Atlante ed Elettra; e di Elettra era figlio il re Dardano, dal quale
discendevano Troo e i re Troiani. Aggiunse inoltre che il re Dina, padre di
Ecuba, discendeva da Fenice, figlio di Agenore. Da Dina poi anche Leda aveva
tratto la sua origine. Essendosi rivolta a Priamo ed Ecuba con queste parole,
Elena chiese loro di confermare con giuramento che non l'avrebbero tradita,
confermando anche lei con giuramento di non aver sottratto assolutamente nulla
a Menelao, ma di aver portato con sé solamente i beni suoi.



E
allora Ecuba l'abbracciò e la baciò, e da allora in poi li ebbe più cari di
tutti gli altri. Ma Agamennone e Menelao, informati che Elena con Paride era
giunta a Troia, mandano ambasciatori a chiedere che Elena sia restituita.
Veramente più di tutti era Clitennestra, sua sorella, a chiedere ciò a suo
marito Agamennone, re degli Argivi; e anzi diede anche una lettera a Menelao,
da consegnare ad Elena,in cui si sforzava di convincerla a tornare. Prima
dunque che iniziasse la guerra, Menelao si recò da Priamo, chiedendo che gli
fosse resa la moglie. Ma rifiutandosi assolutamente i Priamidi di restituirla,
subito gli Atridi presero le armi contro i Troiani, prendendo come alleati
mercenari i principi vicini. Sollecitati perciò Peleo e sua moglie Teti, fecero
preghiera anche a Chitone, re e fiolosofo, padre di Teti, di concedergli come
alleato Achille, figlio di Peleo e Teti. Perciò Chirone lo fa venire dall'isola
dove egli viveva presso il re Licomede, padre di Deidamia. Perciò Achille si
aggiunse come compagno agli Atridi, avendo con sé nel suo esercito tremila Mirmidoni
(così erano detti un tempo quelli che ora si chiamano Bulgari) tra i quali ci
fu anche Nestore e Patroclo, prefetto dell'accampamento: Chitone, Peleo e Teti
chiesero appunto loro di accompagnare Achille.



Partì
dunque Achille contro Ilio, scortato dai soli Argivi e Mirmidoni. Ma anche gli
Atridi, sollecitando anche da ogni parte per l'Europa tutti i duci e re, li
esortarono a venire schierati con le loro flotte ed esercito all'alleanza di
questa guerra. Si radunarono perciò tutti nella regione dell'Aulide, decisi a
salpare di là, quando, scoppiata una tempesta, il vate Calcante disse che
bisognava che Agamennone immolasse sua figlia a Diana, nume di quel luogo.
Ulisse allora con una falsa lettera di Agamennone partì per Argo e ne portò via
sua figlia Ifigenia. Quando la vide il padre Agamennone pianse amaramente, ma
temendo per sé da parte dell'esercito e dei re la consegna come vittima per
Diana. Ma essendo la vergine condotta al tempio di Diana per essere immolata,
ecco al cospetto di tutti, re e sacerdote, esercito e vergine, una cerva
tagliare correndo la strada. Appena il sacerdote la vide esclamò: " Catturate
questa e datela come vittima a Diana al posto della vergine!" Fecero quindi
vittima la cerva catturata e restituirono Ifigenia a suo padre Agamennone. Il
padre tuttavia la lasciò lì facendone la sacerdotessa nel tempio di Diana. Da
allora perciò Agamennone fu eletto dall'esercito comandante in capo; e partendo
da lì andarono contro Troia.



Facendo
una sortita i Troiani respingevano i Greci che si avvicinavano a Troia perché
non approdassero alla loro spiaggia. Molti dunque caddero da una parte e
dall'altra, tra i quali Protesilao, uno degli alleati dei Greci. Peraltro i
Greci non cedendo di un passo ma occupando finalmente il lido marino di Troia
legarono con funi le loro navi; all'inizio della notte, i Troiani ritornarono
in città sbarrandone le porte. Ma nel cuore della notte un certo Cicno, cognato
di Priamo, che abitava non lontano dalla città, quando seppe dell'arrivo dei
Greci a Troia, uscito con molte truppe dalla sua città di Meandro, assale i
Greci; e attaccata battaglia nella notte, fu ucciso da Achille e il suo
esercito fu sbaragliato prima che fosse schiarato il giorno. Allora i Greci
presero la decisione di occupare prima le città circostanti più da vicino Ilio
e Troia, visto che avevano preso le parti di Priamo. E così, legandosi con
giuramenti reciproci di portare in mezzo ai loro re e all'esercito tutto il
bottino, ne venivano tenuti comunque fuori Achille, Aiace Telamonio e Diomede.
Allora subito Diomede, occupata Meandro, la città di Cicno difensore dei
Troiani, ne saccheggia la regione; e, portandone via come prigionieri i suoi
due figli Cebo e Cocarco e la figlia Glauce( di undici anni, vergine, di grande
bellezza), saccheggiò tutte le ricchezze del re e della sua terra e le portò
davanti all'esercito.



Achille
intanto, uscito con gli Argivi e i suoi Mirmidoni, assale la città di Lesbo e
tutta la regione circostante, che era soggetta a Forbante, uno dei cognati di
Priamo, come lui ostilissimo ai Greci. E occupate la città e la regione Achille
uccise Forbante stesso, e spogliato il suo regno portò via come prigioniera la
figlia Diomedea. Questa era vergine, di pelle chiara, volto rotondo, occhi
chiari, statura normale, capelli quasi biondi, piuttosto camusa, di ventidue
anni. E tornando Achille riportava da Lesbo all'esercito dei Greci la preda
conquistata. Partito poi di nuovo per il Ponto Eusino devasta quella regione e
ne porta via la preda. Anzi prese anche Lirnesso, eliminando il re Eezione, che
era padrone di quel luogo; e anche la moglie di lui Astinome, detta anche
Criseide, figlia di Crise il sacerdote di Apollo, la portò via prigioniera; e
riportò alle navi anche le ricchezze del re stesso e della regione.



E,
devastata da ogni parte quella regione, incombeva sulla città stessa cingendola
d'assedio. Uccisi moltissimi e occupata la città, portò via come prigioniera
Ippodamia, chiamata anche Briseide, figlia di Brise, moglie del re Legopolitano
Menete, ed eliminò i fratelli di lei Andro e Timete. Ma Menete stesso allora
era assente da Legopoli, occupato a procurare truppe ausiliarie in Licia e
Licaonia per la guerra. E subito dopo che da Achille erano state conquistate
regione, città e moglie, Menete, tornando con le sue truppe dalle terre di
Licia e Licaonia, per nulla cedendo al viaggio per quanto faticoso, assale
stanco Achille con tutte le sue truppe e attaccata battaglia combattè
valorosamente con lui finché, colpito con la lancia da un certo Eurizione, uno
dei duci dell'esercito di Achille, fu ucciso lui con tutto l'esercito.
Ippodamia, chiamata anche Briseide, era alta, candida, di belle guance, bella,
con le sopracciglia unite, naso bello, occhi alquanto grandi, palpebre
aderenti, ricciuta, con i capelli piegati dietro la schiena, allegra, di ventun
anni. Preso d'amore per lei Achille la tenne segretamente nella sua tenda né la
mostrò all'esercito. Invece il bottino e Astinome ossia Criseide e tutte le
altre cose che aveva conquistate in guerra le mise in mezzo, davanti ai re e a
tutto l'esercito.



Ma
essendo divenuto noto a tutti che Achille aveva nascosto presso di sé la figlia
di Brise, moglie del re Menete, con tutto il suo corredo, la presero male e
furono presi da ira contro di lui, perché era diventato spergiuro per l'amore
che aveva per lei: anzi lo accolsero anche con insulti, improverandogli
l'amante tenuta nascosta. Ma dai duci riuniti a consiglio fu anche interdetto
ad Achille do occupare o invadere città e di uscire dall'accampamento per
saccheggiare altre regioni, e gli subentrarono Teucro, il fratello di Aiace
Telamonio, e Idomeneo, i quali conquistarono depredarono e saccheggiarono
Cipro, Isauria e la Licia. Ma Aiace Telamonio uscito dal campo assale i Traci
nel Chersoneso e il loro re Polimestore. E Polimestore temendo la forza di
Aiace gli offrì una grande quantità d'oro e gli fornì tanto frumento quanto
bastasse per un anno all'esercito greco. Maconsegnò ad Aiace anche Polidoro, il
figlio più piccolo di Priamo, che suo padre aveva affidato da allevare a Polimestore
con una ingente quantità di denaro. Certo il re Priamo ebbe sommamente caro
Polidoro, poiché era bello e l'ultimo di nascita: e così lo volle far allevare
in un'altra regione, perché non fosse atterrito, così piccolo, dallo strepito
delle armi. Ma Polimestore stipulò un patto scritto con Aiace che non avrebbe
portato aiuto a Priamo.



Partito
da lì Aiace andò a combattere contro il re Teutrante, con il quale attaccò
battaglia e lo uccise con la spada; e saccheggiata la sua città, depredatene
tutte le ricchezze, portò di notte all'accampamento sua figlia Tecmessa e tutte
le ricchezze. Tecmessa era ben dotata per ciò che attiene alla bellezza, di
colorito scuro, begli occhi, naso piuttosto sottile, capelli neri, viso
piccolo, vergine, di 17 anni. E mettendo Polidoro, il figlio di Priamo, di
fronte alle mura, annunciano a Priamo che, restituendo Elena e prendendo in
cambio Polidoro, ci sarebbe stata piena pace; altrimenti avrebbero messo a
morte Polidoro. Ma rifiutando...



...Pirro,
detto anche Neottolemo...era figlio di Achille, da Deidamia, figlia di Licomede,
che dopo la morte del padre, chiedendoglielo i Greci per vendicare Achille
ucciso con l'inganno partì per vendicare il sangue paterno, mandato da Teti e
dal nonno Peleo. Perciò con 22 navi e un esercito di 1650 Mirmidoni, informato
da Peleo partì contro Ilio. E salpando e approdato al lido troiano andò nella
tenda del padre, dove trovò Ippodamia cioè Briseide custode di tutte le cose
che erano state di Achille. E così abbracciandola la tenne in sommo onore e la
pregò di badare anche alle sue cose nella tenda paterna.



Non
molto tempo dopo Briseide si ammalò e morì. ...



Polissena...a
17 anni fu uccisa, come dice il sapientissimo Ditti Cretese che ha tramandato
tutto ciò che è stato detto finora e quello che stiamo per dire sulla guerra
dei Greci presso Ilio descrivendolo fedelmente. Questo Ditti era infatti il
cronista di Idomeneo (che era sceso in questa guerra con i Greci) e insieme con
lui partecipò alla guerra: e riportò fedelmente nella sua storia gli eventi dei
quali era stato testimone oculare....



...Tutte
le navi dei Greci sono dunque 1250. E i Greci, come avevano concordato,
imbarcatisi si portarono prima in Aulide, e poi, assalita la Frigia e devastate
le regioni dei Frigi, come si è detto prima, uccisero il re Priamo e la regina
Ecuba; e portati via i loro figli e saccheggiate tutte le ricchezze dei Frigi
se ne tornarono ognuno nella sua regione. Il regno di Efeso, che fu quello di
Troia frigia e dell'Asia tutta, durò perciò in tutto 819 anni. Presa Troia, gli
Argivi si divisero tutto il bottino e le ricchezze e allestivano la flotta per
tornarsene ognuno nella sua patria. Salpando dunque parecchi, moltissimi
tuttavia rimasero, per la contesa sorta tra Aiace Telamonio, Ulisse e Diomede.



Aiace
Telamonio infatti chiedeva il Palladio per sé: proprio quella piccola statua
lignea di Pallade, che veniva preparata con rito mistico, come dicono,
evidentemente per la vittoria e per rendere inespugnabile la città in cui
veniva consegnata. Questo Palladio lo aveva offerto al re Troo quando stava per
gettare le fondamenta della città un certo Asio, filosofo e mago: e per
gratitudine verso di lui il re Troo chiamò Asia titta la terra in suo potere,
chiamata prima Epitropio, in memoria di Asio filosofo. Questo Palladio lo portarono
via di nascosto Ulisse e Diomede, entrati di notte a Troia e dormendo presso il
tempio di Pallade, mentre intanto da Grececi e Frigi si celebrava la festa
delle offerte: e questo dietro consiglio di Antenore, che era fra i duci
troiani, e la cui moglie Teano serviva come sacerdotessa a Pallade nel tempio
dove era posto questo Palladio. Certo i Greci erano stati informati da un
oracolo che Troia non poteva essere occupata altrimenti senza che ne venisse
sottratto quel Palladio. E Aiace Telamonio lo chiedeva per sé per portarselo in
patria. "Giacchè infatti giustamente è dovuto a me, disse, che ho sostenuto
tanto per gli Achei. Già davvero basterebbe il fatto che Ettore, stando per
venire a duello con me, evidentemente inferiore lasciava il duello. Ma anche,
respinti i nemici, io da solo aprii la via per le porte di Troia e, salvate le
navi di tutti voi, ferii parecchi eroi troiani senza esserne ferito io stesso.



Ma
basta per la mia gloria il fatto che portai all'accampamento il corpo di
Achille, portandolo fuori dal tempio di Apollo Timbreo". Ma gli ribattè Ulisse:
"Anzi esso è dovuto piuttosto a me, perché lo porti nella mia città. Tu non hai
beneficato gli Argivi con meriti superiori ai miei. Infatti dagli stessi inizii
della guerra, dopo il rapimento di Elena da parte di Paride io ho mosso le armi
contro Troia con Palamede e il re Menelao. Chiamai nel nostro esercito re ed
eroi convocandoli da ogni parte, ma anche per Paride io sono stato autire della
morte. Quando infatti, come sapete, attaccata battaglia tra Troiani e Greci
caddero moltissimi da entrambe le parti, insistendo e premendo nel frattempo a
vicenda i duci di entrambi gli eserciti perché si decidesse la guerra, io
esortai l'eroe Filottete a sfidare Paride a tentare il duello con l'arco. Subito
dunque uscito di mezzo ai re, Filottete sfida Paride al duello con l'arco:
sentendolo, Paride uscì anch'egli armato dell'arco con il fratello Deifobo.
Allora io misurai loro la distanza della posizione reciproca. Perciò Paride, al
quale per sorteggio era toccato di farlo per primo, scagliò la freccia ma mancò
il bersaglio. Filottete invece, mentre io lo esortavo a stare ddi buon animo,
cercando a sua volta di colpire Paride con la freccia, gli trafigge la mano
sinistra; e subito scagliandone un'altra lo ferì nall'occhio destro.



Urlò
allora Paride, e stava per darsi alla fuga, quando Filottete scagliò una terza
freccia e gli trafisse i piedi vicino ai malleoli, e alla fine Paride cadde. I
Troiani velocemente prendono il suo corpo e si danno alla fuga. E portato in
città chiamò i tre figli che aveva avuti da Elena, Bunimo, Coriteo e Ideo, e
quando li vide piccoli intorno al suo letto rimase senza fiato, e verso la
mezzanotte spirò. Vedendolo la sua prim,a moglie, Enoe, ridiede la morte
impiccandosi. E Elena la prese in moglie Deifobo, l'altro figlio di Priamo, che
fu mutilato delle estremità dal re Menelao, come vi è abbastanza noto. Anche
mio fu il consiglio che l'eroe Pirro sgozzasse Polissena presso la tomba di
Achille". E allora Ulisse alzando la voce: "Chi, disse, può esser paragonato a
me, che ho ordito la morte a Paride, in vendetta di Menelao, di Achille e dei
Greci tutti?". Allora Agamennone e una gran parte dell'esercito lo acclamarono.
E Ulisse: "Ma ritengo di non dover tacere neanche l'ulteriore pericolo che
affrontammo, io e Diomede, sottraendo il Palladio: come, dico, trattando con i
barbari a Troia, di tutte le cose che erano accadute loro vi abbiamo informato
tornando all'accampamento: e anche ora voglio ripeterle.



Quando
i Troiani celebravano la festa delle Offerte, compiendosi intanto in città i
sacrifici, all'altare di Apollo accadde un prodigio di questo tipo.
Avvicinavano secondo il rito all'altare il fuoco per immolare la vittima: ma
questa non brucia. E il fuoco, ripreso più volte, tuttavia non arse, anzi anche
le cose che avevano poste sull'altare caddero a terra tutte. Si aggiunsero a
questi anche altri prodigi, e i Troiani vedendoli dissero che si annunciava
loro qualcosa di avverso. Perciò Antenore, chiedendoglielo il re Priamo, i duci
e l'esercito troiano, fu mandato da voi come ambasciatore, evidentemente a
chiedervi di concedere la pace, stabilendone il prezzo. E noi, avuta notizia di
tutto ciò, tornando all'accampamento ve ne demmo notizia. E Antenore, accettata
l'ambasceria, a nome dei Troiani e di Priamo tenne un discorso di questo
tenore: "O re dei Greci, non fate più le cose tipiche dei nemici, ma degli
amici. Abbiamo scontato il fio dei nostri delitti. Per l'offesa infatti di
Paride a Menelao ha pagato Troia, e lo testimoniano a sufficienza i sepolcri
degli uccisi in guerra. Da voi dipende il prezzo con cui noi, superstiti al
conflitto, potremo riscattare i nostri figli, la patria e gli dèi. Anzi,
essendo Greci, liberate con un riscatto quelli che ora siamo i vostri supplici,
un tempo eravamo contumaci. " E, consentendo noi tutti ad Antenore, fummo
mandati io e Diomede da Priamo per decidere l'entità del riscatto.



Ma
ammessi al cospetto di Priamo e diopo molte discussioni decidemmo finalmente
che vi fossero consegnati due talenti d'oro e altrettanti d'argento. Tornati
quindi all'accampamento vi informammo dei patti, indicando anche la quantità di
denaro contrattato per voi. E anzi, mentre voi facevate i sacrifici, vi legai
tutti con giuramento a non salpare da Troia prima che, costruito
industriosamente un cavallo di legno con giunture adattissime, non fossimo
visti navigare verso Tenedo, l'isola vicina, dando intanto alle fiamme le
nostre tende, in modo che i barbari, credendo intanto che noi fossimo partiti,
stessero ormai tranquilli dandosi alla pazza gioia: noi però al cominciar della
notte, tornando da Tenedo, entrassimo a Troia e data alle fiamme la città e
eliminato il re Priamo recuperassimo Elena e la riportassimo finalmente nei
regni di Plistene. Con la permanente guida del mio consiglio gli dèi ci hanno
concesso la vittoria contro i barbari. Pertanto vi chiamo, re e eroi, a giudici
delle cose fatte da noi". Agamennone dunque e Diomede e i loro eserciti
stettero dalla parte di Ulisse, Pirro Neottolemo invece con i suoi da quella di
Aiace Telamonio, visto che era suo parente. Peraltro, discusse molte altre cose
tra i duci fino a sera, finalmente si decise che Diomede conservasse presso di
sé il Palladio fino alla mattina successiva, e che entrambi riposassero fino a
che il giorno dopo si decidesse a chi dovesse esser dato il Palladio sulla base
dei meriti.



Perciò
Aiace, irritato con Ulisse, Agamennone e Diomede si ritirò nella sua tenda,
dove durante la notte fu ucciso di spada, e se ne trovò il giorno dopo il
cadavere. Gli eserciti di Aiace perciò e di Pirro insorgevano contro Ulisse
volendo ucciderlo. Ma egli, messe in mare le sue navi e salvandosi con la fuga,
dirige la rotta verso il Ponto e fermatosi là per qualche tempo decise di
tornare nella sua patria e nella città di Itaca con la flotta e l'esercito. Ma
mentre procedeva per la regione Maronide gli si opposero gli abitanti, e Ulisse
assalendoli a sua volta li sconfisse e s'impadronì di molte ricchezze; e
concependo la speranza, in qualunque terra sbarcasse, di debellare chiunque gli
si opponesse e di depredarne le ricchezze, attaccò battaglia anche con i
Lotofagi nella cui terra finì. Ma sconfitto da loro, quando poco mancava che le
sue truppe fossero tutte sterminate fino all'ultimo uomo, prende la fuga e
infine spossato dalla lunga navigazione approdò nell'isola Sicila, che ora si
chiama Sicilia. Quest' isola era vastissima, e la dominavano tre fratelli che
se l'erano divisa, Ciclope, Antifante (sic,
ndr
) e Polifemo, che erano i potenti figli di Sicano, il re di quest'isola,
e uomini di gran nome che curavano reciprocamente le loro cose. Questi tre
avevano costumi efferati e tutti dediti non ad ospitare gli stranieri ma
piuttosto a ucciderli.



E
Ulisse, avvicinandosi con la flotta e l'esercito capitò in quella parte
dell'isola soggetta ad Antifante; attaccata battaglia con lui e con i suoi
Lestrigoni, vedendo uccisi parecchi dei suoi Ulisse imbarcatosi fugge via di
là, con l'intento di assalire un'altra parte dell'isola, quella proprio che,
soggetta a Ciclope, ha i monti detti Ciclopii. Avendo sentito ciò Ciclope,
raccolte le truppe, partì contro di lui. Ciclope (era di mole fisica
grandissima e di volto deforme), assalendo d'improvviso Ulisse che stazionava
sulle sue terre, sconfigge per largo tratto il suo esercito e catturò Ulisse
stesso e parecchi altri del suo esercito. Tra questi c'era un certo Miccalione,
uomo d'animo nobile e che si era dimostrato duce valoroso a Troia. Ciclope,
afferratolo per i capelli, alla presenza di Ulisse e di tutti i compagni lo
sventrò con la sua spada perché aveva osato muovere le armi contro Ciclope. Gli
altri invece li imprigionò, avendo in animo di finirli uno per volta. Ma Ulisse
gettandosi ai suoi piedi lo pregò come un supplice di lasciar libero sé e il
suo esercito superstite con il pagamento di un grande riscatto e doni. Ma,
convinto a stento a ciò, Ciclope prometteva di lasciarli partire quando facesse
sera e diede la sua parola, con l'intenzione invece di uscire a notte fonda per
saccheggiare, uccisi Ulisse e i compagni, tutte le ricchezze che egli aveva
portato con le navi.



Ma
Ulisse, appena si fu liberato da un uomo così truculento, temendo miseramente
per sè, salpando di là si allontanò subito dalle sue spiagge. Ma Ciclope,
avendo intenzione di assalirli durante la notte, appena si accorse che le navi
erano scappate, si infuriò e ordinò di lanciare sassi in mare, nel timore che
avessero per caso occupato qualche altra postazione. La notte era oscura e la
terra era avvolta dalle tenebre, quando Ulisse e i compagni, ignari dei luoghi,
capitarono in quell'altra parte dell'isola che era di Polifemo, il fratello di
Ciclope e Antifante. Polifemo, avendo sentito che alcuni erano approdati
durante la notte alla sua terra, raccolte le sue forze attaccò Ulisse e,
scoppiata tra loro la battaglia per tutta la notte, caddero moltissimi dei
compagni d'Ulisse. Fattosi giorno, Ulisse anche a Polifemo portò doni, e
prostrandosi alle sue ginocchia: "Io, disse, dai lidi troiani, sperimentando
gli estremi pericoli, sono giunto errabondo qui, nelle vostre terre", e
contemporaneamente, enumerando i pericoli che aveva affrontati, ammorbidiva
Polifemo sicché egli commiserandolo accolse nella sua casa Ulisse e i compagni
finché non venisse il tempo adatto alla navigazione. Ma la figlia di Polifemo,
di nome Elpe, s'innamorò di uno dei compagni di Ulisse, un certo Lione, uomo di
bell'aspetto. Cogliendo così l'occasione di venti propizi, rapitala, essi
salparono dalla Sicilia, come ha lasciato scritto il sapientissimo Sisifo Coo.



Il
dotto Euripide nel suo dramma parla di Ciclope : racconta che egli aveva tre
occhi, certo alludendo a quei tre fratelli che, tenendo reciprocamente cura di
loro, badarono ognuno a tutto quel che c'era nell'isola, prontissimi e a darsi
aiuto e alla vendetta. Lo stesso Euripide racconta che, ubriacato Ciclope,
Ulisse scampò così dalle sue mani: certo Ulisse lo inebriò con una gran
quantità di denaro e doni, perché non respingesse sé e i compagni. E sempre lui
dice che Ulisse con un palo ardente cavò l'unico occhio a Ciclope: evidentemente
perché rapì la figlia vergine di Polifemo, l'unica che aveva, ardente d'amore
per lui: per questo motivo si dice che egli spense al Ciclope (certamente a
Polifemo) uno degli occhi, come raccontò il sapientissimo Fidia di Corinto, che
aggiunge anche che Euripide ha tramandato poeticamente tutte queste cose, e che
non ha tramandato delle peregrinazioni di Ulisse le stesse cose del
sapientissimo Omero. Ulisse poi salpando dalla Sicilia arrivò alle isole Eolie,
il cui re Eolo lo ospitò. E questi in punto di morte lasciò quelle due isole
alle figlie, che le governavano come regine. Circe era sacerdotessa del Sole, e
il padre l'aveva dalla tenera età consacrata al dio nel suo tempio nell'isola
Eea, perché vi fosse allevata.



Quando
fu un po' cresciuta, quella vergine di straordinaria bellezza imparò la mistica
sacerdotale. Ma a lei era ostilissima la sorella Calipso e con sommo odio la
perseguitò dicendo: "Perché, rinnegando suo padre Atlante, si spaccia per
figlia del Titano Sole?". Perciò Circe temeva da parte della sorella Calipso di
trovarsi a pessimo partito se assalita da lei così adirata (aveva infatti a
disposizione nella sua isola una ingente moltitudine di valorosi guerrieri).
Perciò, badando a sé stessa, Circe, non avendo potuto procurarsi altrimenti alleati
e custodi, con i poteri estratti da alcune erbe si preparò un potentissimo
filtro di velenosa efficacia, il cui effetto per chi lo assumesse era di
dimenticare la sua patria e di restare lì insieme con lei. Appena avesse dato
da bere questo farmaco agli stranieri arrivati lì, che ella ospitò in
grandissimo numero, ognuno, dimentico della sua patria, da allora rimase in
quest'isola. Usando quest'artifizio ella attirò a sé molti. E appena ebbe udito
che le navi di Ulisse erano approdate alla sua isola, diede ordine ai suoi di
trattare onorevolmente lui e il suo esercito. Voleva infatti unire a sé come
alleati Ulisse e is uoi compagni, perché erano forti. Ma Ulisse, appena approdò
all'isola di Circe, vi vide molti stranieri di popoli diversi, e riconoscendone
parecchi di quelli che erano stati nell'esercito dei Greci e che gli si
avvicinavano: "Che motivo, disse, avevate di metter piede su quest'isola?".



Allora
quelli: "Noi, dicono, siamo dell'esercito greco, ma sballottati dalle
tumultuose tempeste di onde sbarcammo su quest'isola, dove per aver bevuto una
magica bevanda che ci diede la regina Circe, presi da incredibile amore per
lei, abbiamo ora quest'isola come patria". Riferirono queste ed altre cose,
udite le quali Ulisse, convocati a sé tutti i suoi, ordinò loro di prendere
come cibo, ognuno quando ne avesse bisogno, da quel che restava delle provviste
che il re Eolo aveva loro fornito e dalle vettovaglie che un tempo avevano
riposto nelle navi; di quel che invece, incantato con veneficii, Circe consegnasse
loro da bere o da mangiare, nulla assolutamente prendessero. Circe però, avendo
capito queste cose, credendo che Ulisse, non ignaro dell'arte magica, avesse
intuito le sue intenzioni, si diede da fare per farlo venire al tempio. Egli
chiamato ci va, scortato dal suo esercito e fiducioso nella sua confidenza
tipicamente greca, portando alla regina doni troiani. E Circe, appena vide
Ulisse e i compagni, lo pregò di restare come ospite nell'isola finché ne
avesse avuto il tempo, facendogli anche su due piedi giuramento che non avrebbe
fatto alcun danno a lui e ai suoi compagni. Dandole ascolto Ulisse dimorava lì
per qualche tempo e godette della compagnia di Circe (ella così voleva): come hanno
raccontato, riguardo a Circe, i sapientissimi Sisifo di Ceo e Ditti Cretese.



Ma
il sapientissimo Omero secondo il costume dei poeti racconta che Circe, facendo
loro bere un filtro magico, trasformava gli stranieri che
arrivavano lì, rivestendo alcuni l'aspetto o il volto di leoni, altri di cani,
e questi di cinghiali, quelli di orsi, parecchi anche di porci. E il succitato
Fidalio Corinzio, narrando questa favola, disse: "A Circe le cose non sarebbero
certo andate secondo il suo desiderio, se avesse mutato il bestie le turbe di
uomini che accorrevano di continuo: ma il poeta indicava gli uomini travolti
dalla follia dell'amore, che, digrignanti a mo' di fiere, Circe a suo
piacimento agitò con furie, essi che già erano efferati sino alla rabbia per il
desiderio di lei. L'amore ha infatti un impeto naturale siffatto, da trascinare
precipitevolmente verso la cosa desiderata, a disprezzo anche della morte.
Giacché per la forza della passione gli uomini diventano quasi animali, non
facendo nulla di ragionevole, ma spogliati dell'aspetto umano, gli innamorati
quando guardano perdutamente le loro donne hanno evidentemente aspetti e
costumi animaleschi. Dalla natura deriva anche questo, che i rivali si
assalgono a vicenda con un impeto quasi belluino, attaccandosi a vicenda sino
alla morte. Ma quelli che indulgono a queste passioni non si comportano in
un'unica maniera: alcuni infatti come i cani si congiungono con frequenza
eccessiva, altri, come son soliti fare i leoni, cercano soltanto di soddisfare
lo stesso impeto del momentaneo prurito, altri infine come gli orsi, come questo
autore ha raccontato secondo verità più volte nei suoi scritti.



Ma
Ulisse, salpando dall'isola di Circe, sbattuto dal mare in tempesta fu spinto a
quell'altra isola dove, accolto onorevolmente da Calipso, sorella di Circe,
anche con lei si congiunse. Partito di là arrivò ad un grande stagno chiamato
Nekyopompo, sito presso il mare. Gli abitanti che eccellevano nei vaticini gli
svelarono tutte le cose che gli erano accadute e quelle che gli sarebbero
avvenute. Partendo di là, sbattuto dalla violenza alquanto forte del mare, era
trascinato alle rupe che chiamano Sirenidi, che dall'urto dei flutti preducono
un suono particolare. Essendo scampato a queste, allontanatosi capitò nel golfo
che chiamano Cariddi: là, affondate nel mare le navi residue e l'esercito, egli
solo seduto su una tavola della nave fluttuava per il mare dinanzi a luoghi
scoscesi e irti di scogli, aspettando ormai solo luna misera morte. Ma dei
Fenici che navigavano per di là, vedendolo fluttuare nelle secche marine,
spinti da pietà lo strapparono ai flutti e, condottolo all'isola di Creta, lo
consegnarono a Idomeneo, uno dei condottieri Greci. Idomeneo, appena vide
Ulisse nudo e bisognoso di tutto, ebbe grandissima pietà di lui e, facendogli
moltissimi doni, fornendogli anche una guida e delle truppe e due navi e alcuni
servi, lo rimandò ad Itaca, così come ci ha tramandato il sapiente Ditti,
informato dallo stesso Ulisse.



Similmente
anche Diomede, preso con sé il Palladio, lasciò Troia per tornare nella sua
patria. Agamennone invece, impadronitosi di Cassandra, che amava, varcato il
mare di Rodi raggiunse la sua Micene. Pirro poi, quando si accorse che tutti se
n'erano andati, seppellì onorevolmente di persona le ceneri di Aiace Telamonio
poste in un'urna presso il promontorio chiamato Sigri, accanto al tumulo di
Achille, padre di Pirro, e cugino di Aiace. Teucro invece, fratello di Aiace
Telamonio, che era venuto in suo aiuto da Salamina, città di Cipro,
incontrandosi con Pirro e edotto da lui di ciò che era accaduto, informato
anche con quanto onore egli aveva affidato alla terra le reliquie di Aiace,
lodò Pirro e augurandogli ogni felicità disse: "Niente hai fatto che non sia
degno di te, che sei erede della divina mente di quell' Achille. Certo il tempo
consuma le reliquie degli eroi, ma anche dopo la morte splende il valore". E
allora Pirro lo pregò di cenare con lui.



Mentre
cenavano Pirro (a cui lo univano anche vincoli familiari) lo pregò di
raccontargli, cominciando dall'inizio, tutto quel che era accaduto a suo padre,
lamentandosi di non averne saputo nulla di certo. Perciò Teucro cominciò con
queste parole:" Nessuna età farà dimenticare quella vittoria che Achille ha
riportato su Ettore. Egli, avendo sentito che Ettore durante la notte sarebbe
andato incontro alla regina Pentesilea, occupato precedentemente il suo
percorso, dispose sé e i suoi in un agguato e fece strage di Ettore con tutti i
suoi mentre guadavano il fiume, tranne uno che volle sopravvivesse alla strage
perché, con le mani tagliate, fosse rimandato da Priamo ad annunciargli la
morte di Ettore. Tuo padre poi, prima dell'alba, quando ancora i Greci
ignoravano tutto l'accaduto, legò al cocchio il corpo esanime di Ettore e
facendolo trascinare dai cavalli che egli stesso con Automedonte spronò quanto
più potè lo fece urtare a terra. Allora Priamo, saputo il destino di Ettore,
pianse con tutti i suoi e un così grande clamore si levò nel popolo troiano
mentre i Greci frattanto con clamori reciproci celebravano il loro trionfo, che
anche gli uccelli del cielo cadevano morti a terra. E subito allora furono
sbarrate le porte di Troia. e tuo padre, fissato il giorno dei giochi funebri,
donò moltissimi doni ai duci e a tutto l'esercito. Priamo invece il giorno
seguente con addosso una veste luttuosa e portando con sé la figlia Polissena,
vergine nubile, e la moglie di Ettore Andromaca con i suoi due figlioletti
Astianatte e Laodamante andò dai Greci, portando con sé oltre a vesti e
ornamenti anche moltissimo oro e argento.



E
all' arrivo di Priamo nasceva improvvisamente il silenzio tra i duci dei Greci,
ammirati del coraggio di Priamo. E gli andavano allora incontro per chiedergli
il motivo della sua venuta. Priamo, appena li vide, gettandosi a terra e
mettendosi polvere sul capo, li supplicava di implorare con lui da Achille la restituzione
del corpo di Ettore. Impietositi, Nestore e Idomeneo acconsentirono alle sue
preghiere e sollecitarono Achille a restituire il corpo di Ettore. E tuo padre,
scosso dalle loro preghiere, fa chiamare Priamo nella tenda: e Priamo entrando
si gettava supplice ai piedi di Achille insieme con Andromaca e i figli di lei.
Polissena invece, abbracciando le ginocchia di tuo padre, prometteva che
spontaneamente sarebbe stata sua schiava in eterno purché restituisse il corpo
del fratello. Allora i duci presenti, commiserando la vecchiezza di Priamo, si
fanno supplici per lui. E tuo padre, "Sarebbe stato opportuno, disse, che
Priamo avesse tenuto a freno prima i suoi figli e che non si fosse dato
complice della loro scelleratezza. Ma lo possedeva la brama di ricchezze
altrui, né tanto Elena moglie (di Paride, ndr) quanto le ricchezze di Pelope e
Atreo desiderava per sé. Pagate dunque il fio delle vostre malefatte, e con il
vostro esempio Greci e barbari abbiano ad insegnamento queste cose".



Ma
i duci gli consigliavano di accettare il prezzo del riscatto e concedergli il
cadavere. E lui, pensando alle gioie della vita, fa alzare in piedi Priamo,
Polissena e Andromaca, ordinando inoltre a Priamo, quando si fosse lavato, di
prendere accanto a lui vino e acqua: minacciandolo di non dargli altrimenti il
corpo di Ettore. E Priamo, sospeso tra speranza e timore, sorretto da Polissena
umilmente entrò nella tenda, per prendere cibo e bevanda con tuo padre. Là,
dopo aver parlato a lungo tra loro, finalmente si alzavano e fu messo mel mezzo
il prezzo del riscatto. E Achille vedendo la moltitudine di doni, prese per sé
l'oro e l'argento e alcune vesti, restituì a Polissena le altre cose insieme
con il cadavere. E a Priamo che gli chiedeva di tenere per sé anche Polissena, Achille
ordinò a Priamo di portarla con sé in città, avendo intenzione di parlare con
lui di questo in un'altra occasione. Priamo dunque salendo sul carro e portando
con sé il cadavere di Ettore ritorna con i suoi in città, dove seppellirono il
corpo mutato in cenere presso le mura di Troia, al di fuori della città, con
grande compianto. Ma intanto dall'antistante Chersoneso arrivava Pentesilea,
scortata da un folto esercito di Amazzoni e di bellicosi guerrieri. Informata
però della morte di Ettore si prepara a tornarsene subito, ma Paride, sentito
ciò, con molto oro la dissuadeva dalla sua decisione.



Ella
dunque, riposatasi con i suoi per pochi giorni, andò finalmente in campo aperto
scortata dalle sue truppe. Diviso l'esercito in due parti, gli arcieri si schierarono
a destra, i fanti invece di armamento pesante che ella aveva più numerosi dei
cavalieri li collocò a sinistra, mettendo in mezzo i cavalieri, tra i quali si
dispose lei stessa con le insegne. L'esercito greco invece fu schierato così:
agli arcieri nemici ci opponevamo io Teucro, Menelao, Merione, Ulisse; ai fanti
dall'armamento pesante Diomede, Agamennone, Tlepolemo, Ialmeno e Ascalafo; ai
cavalieri invece tuo padre Achille, i due Aiaci, Idomeneo, Filottete e gli
altri duci con i loro soldati attaccarono battaglia. E certo io Teucro uccisi
moltissimi nemici, tanto che tutti mi hanno ricordato come un vero eroe. Gli
Aiaci sbaragliarono i soldati d'armamento pesante, irrompendo al centro contro
di loro. E tuo padre, schierato tra di loro, spiando proprio la regina
aspettava l'occasione di eliminarla giacché ella combatteva davvero aspramente.
Perciò accostandosi a lei l'assaliva con l'asta; e disarcionatala, mentre
cadeva l'afferrò per i capelli e la trascinava. E vedendola cadere gli altri
del suo esercito prendevano tutti la fuga.



Ed
essendo state sbarrate dai Troiani le porte della città per togliere ai loro
ogni speranza di fuga, noi inseguendo i resti dei nemici li trucidammo sotto le
mura stesse della città, astenendoci però intanto dalle Amazzoni che, gettate
in catene, tutto l'esercito si divise. Quanto poi a Pentesilea che ancora
rantolava si era deciso da noi che o fosse precipitata nel fiume o fosse
gettata da dilaniare ai cani; Achille invece chiedeva che, morta, la si
seppellisse; ma nonostante le sue parole l'esercito insisteva che la si
precipitasse nel fiume. Diomede allora l'afferrò per i piedi e la precipitò
nello Scamandro, dove morì subito annegata. Ma dopo pochi giorni giunse in
aiuto, chiamato da Priamo, un certo Titone e con lui i fanti indiani e i
cavalieri fenici, anch'essi bellicosissimi, con il loro re Polidamante. Il loro
numero era così grande che né Troia né tutta la campagna da ogni parte pot+
contenerli. Ma sopraggiunsero anche moltissimi Indiani con i loro re, con l'allestimento
anche di navi. E tutto l'esercito e i re militavano agli ordini di Memnone, re
degli Indiani, uomo potentissimo e che aveva le sue navi adorne di moltissime
ricchezze. Questi, essendosi ristorati un po', scesero in campo aperto,
indossando ognuno spade barbariche, fionde e scudi quadrati; e a loro si erano
aggiunti come commilitoni i Troiani e i figli di Priamo. Memnone stesso poi
procedeva in campo aperto sul carro da guerra.



Anche
noi Greci prendendo le armi e prevedendo intanto per noi tutte le sventure,
tuttavia usciamo a battaglia; infatti e noi duci e l'esercito fummo costernati
alla vista stessa dei nemici. E così, levato il grido di guerra i Troiani con
Memnone e gli altri ci attaccarono, e noi ne sostenemmo in un primo tempo
l'assalto ferendone molti. Ma essendo caduti moltissimi dei nostri e non
essendo noi capaci di sostenere ancora l'assalto dei barbari, indietreggiammo
verso le navi. Ma anche queste i barbari avrebbero incendiate, se la notte
sopraggiungendo non lo avesse impedito. E all'inizio della notte, radunando
l'esercito, bruciammo i cadaveri degli uccisi. E nella stessa notte si affrontò
anche la decisione di chi dovesse tra i nostri duci andare a duello con
Memnone, mentre gli altri assalivano alacremente le sue truppe. E, fatto il
sorteggio tra tutti i duci, per sorte toccò ad Aiace, mio fratello, così
volendo i fati. Prima dunque del sorgere del sole noi Greci usciamo tutti in
battaglia armati, così come anche i Troiani con il re degli Indiani Memnone e
tutto l'esercito. E, attaccata battaglia e cadendo molti, mio fratello Aiace,
dato il segnale ai duci dei Greci di assalire i Troiani e gli altri Indiani,
attaccò lui Memnone, il re degli Indiani, sostenuto alle spalle di nascosto dal
padre tuo Achille.



Ma
Memnone, appena si accorse che Aiace gli si avvicinava, scendendo subito dal
carro gli si avvicinò. E allora si assalivano a vicenda con le astee per primo
Aiace, assalendolo selvaggiamente, piegò il suo scudo colpendolo con l'asta.
Subito allora quelli che erano più vicini assalirono Aiace, che lo premeva con
l'asta; e tuo padre Achille appena vide ciò trafisse con l'asta la gola
scoperta di Memnone e lo uccise contro la speranza di tutti. Abbattuto così
Memnone, tra i barbari, che volevano prendere senza indugio la fuga sorse un
ingente tumulto. Noi invece, ripreso coraggio, sterminammo fino all'ultimo
tutti gli Etiopi. E poi Aiace inseguiva a sua volta Polidamante che lo
assaliva, e trafittolo vicino all'inguine lo eliminò. E, uccisi lui e
moltissimi altri, gli Etiopi perirono nella stessa fuga, calpestrati dai
cavalli, e tutto il campo di battaglia era pieno di cadaveri. Ma cominciando
ormai la notte i Troiani trattarono con noi la sepoltura dei caduti e, avendo
il nostro consenso, dall'una e dall'altra parte costruimmo roghi e cremammo i
morti. E i Troiani, chiuse le porte di Troia, piansero la morte dei loro duci e
di Memnone. Passati così pochi giorni, sfidando a battaglia tuo padre Achille e
noi Argivi i Troiani, essi uscirono dalla città, sotto il comando di Paride e
Deifobo, e con loro Licaone e Troilo e i figli stessi di Priamo si schierarono
a battaglia. E così tuo padre Achille, scendendo con tutti noi in battaglia,
sterminò i barbari.



Moltissimi
tra loro nel fuggire scivolando nel fiume Scamandrio morirono ; moltissimi anche
furono catturati vivi. Ma i figli di Priamo Troilo e Licaone morirono per mano
di Achille, gli altri furono uccisi da noi. E grande fu tra i Troiani il
compianto per la morte di Troilo, perché era molto giovane e magnanimo e di
straordinaria bellezza. Ma dopo alcuni giorni la guerra fu interrotta da
entrambe le parti per la imminente festa delle Offerte, nella quale i Greci
così come i Troiani facevano sacrifici ad Apollo Timbreo nel bosco poco lontano
dalla città. Là Achille, vedendo Polissena entrare nel tempio insieme con
Ecuba, restò ammirato della sua bellezza. E Priamo, vedendo Achille che
passeggiava da solo nel bosco, mandò un certo Ideo a parlare di Polissena con
Achille. E Achille, avendo udito il messaggio di Ideo, arse d'amore per Polissena.
Ma noi, vedendo Ideo parlare in modo appartato con Achille, rimanemmo turbati e
cominciammo a temere da tuo padre che egli tramasse per caso il tradimento.
Perciò furono mandati ad Achille, con mio fratello, Ulisse e Diomede, a
riferirgli di non affidarsi così fiduciosamente da solo ai barbari. Ed essi
andando via aspettavano il suo ritorno dal bosco, per riferirgli quel
messaggio. Intanto tuo padre Achille aveva promesso di sposare Polissena.



E
poco dopo anche Paride con il fratello Deifobo gli andò incontro di nascosto,
come se veramente volesse interpellarlo sulle nozze; e Achille li accolse in
disparte, ignaro dell'inganno e nulla di male sospettando, visto che erano nel
bosco di Apollo. Paride si fermò presso l'altare, come se dovesse rinsaldare con
un giuramento quanto avevano pattuito tra loro. Ma intanto, mentre Deifobo e
Achille si abbracciavano reciprocamente, Paride venendo di lato trapassa
Achille con la spada che portava. E Achille, tenuto fermo da Deifobo, trafitto
da un'altra ferita cadde esanime. E Paride e Deifobo per una scorciatoia del
bosco si trovarono la strada e di nascosto da tutti scamparono e procedendo un
po', messisi a correre, acceleravano il rientro in città.



Quando
Ulisse li vide, rivoltosi ad Aiace e Diomede: "Non è niente di buono, esclamò,
ciò in cui sono occupati costoro: e dunque badiamo ad Achille". Entrando perciò
nel bosco vedono tuo padre coperto di sangue, prostrato a terra accanto
all'altare, e che esalava ormai gli ultimi respiri. E mio fratello Aiace gli
disse: "Qualcuno dunque poteva ucciderti, o fortissimo dei mortali? ma
piuttosto è stata la tua imprudenza a ucciderti". "Al contrario, disse Achille,
Paride e Deifobo mettendo a pretesto Polissena mi hanno raggirato dolosamente".
E senza dire di più spirò. E tuo fratello Aiace se lo mise morto sulle spalle e
lo portava giù all'accampamento.



Visto
ciò, i Troiani fanno subito una sortita per impadronirsi del corpo di Achille e
farne scempio. Ma noi, sommamente angustiati per quanto accaduto, bruciamo il
corpo sulla pira, lo chiudiamo nell'urna e lo affidiamo taciti alla terra". A
questo punto Pirro gemette profondamente, ma Teucro lo lodò e guardandolo
esclamò: "Chi mai sembrerebbe adeguato ad esaltare i tuoi pregi? Tu che vanti
discendenza per parte di padre da Peleo, re dei Tessali di Ftia, e per parte di
madre da Licomede, re di Sciro, e che desti alla rovina Troia e Ilio tutta in
vendetta di tuo padre?". Allora alzandosi Teucro abbracciò Pirro, che a sua
volta lo pregò di prendere con sé i figli di Aiace suo fratello, Aiantide da
parte di Glauce, prima moglie di Aiace, ed Eurisace da parte di Tecmessa, e
Tecmessa stessa. E Teucro, salpando subito, li prese con sé e li portò
nell'isola si Salamina. Similmente Pirro e tutto l'esercito greco e gli eroi
ognuno con la sua flotta tornarono nella loro patria.



Queste
notizie le tramandò per iscritto Sisifo di Cos, che prese parte alla guerra con
Teucro; e, tempo dopo, trovando la sua storia, il poeta Omero compose la sua
Iliade, come anche poi Virgilio l'Eneide. Queste stesse cose ha tramandato
anche Ditti Cretese, i cui scritti, ben prima dei secoli di Omero e Virgilio,
si racconta che furono trovati in una cassetta ai tempi di Claudio Nerone...




Commenti

pubblicato il 04/12/2011 12.21.12
MAXSTEEL45, ha scritto: Gli è che il mito mi affascina come un bambino e mi piace come risolva tutto. Io apprezzo il lavoro che stai facendo e invidio la tua diligenza: io per me sono pigrissimo...E comunque per quanto posso cercherò di leggere tutto, anche se, come ha detto un mio conterraneo, boia can!, ce n'è di roba.

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