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lavoro pubblicato sabato 3 dicembre 2011
ultima lettura lunedì 18 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

P E R D I T E

di mifi77. Letto 645 volte. Dallo scaffale Sogni

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P E R D I T E

seconda parte

Lui era oriundo del Marocco, bruno e ricciolino, non brutto. Mi girava intorno al penultimo anno di scuola, ma io lo evitavo perché non mi piaceva affatto.

Era accaduto dopo una serata in discoteca con i miei compagni più fidati e con le mie amiche. Mi avevano accompagnata a casa, sino all’incrocio. Poche decine di metri e sarei arrivata.

Mi ero sentita afferrata da dietro, poi qualcosa di umido e soffocante contro la bocca e il naso.

Mi ero risvegliata stordita in quella casa mezza diroccata, sotto i suoi colpi finali, sotto la sua bocca sbavante: provai lo schifo, il terrore, l’angoscia, la rabbia , l’odio.

Mentre si staccava per riposare un po’, l’avevo riconosciuto. Sconvolta, la mia mano aveva trovato un sasso e allora… un colpo sulla fronte, poi un altro e un altro ancora, colpi senza fine per annullare l’accaduto.

C’era stato un processo, contro di me! Il giudice doveva decidere tra omicidio volontario ed eccesso di legittima difesa, tra una vendetta o la paura che la violenza proseguisse.

Inizialmente avevo confessato la mia rabbia per il tremendo sopruso e anche il terrore che riprendesse la sua violenza, anche in modo più efferato… poi, su consiglio della mia avvocata, avevo insistito sul secondo punto.

Io ero sconvolta dal fatto che fossi considerata colpevole, mentre invece mi sentivo in altro modo già condannata a vita!

Per fortuna ero ancora minorenne (e vergine al momento della violenza), così ebbi due anni, pena sospesa, per eccesso di legittima difesa.

L’avvocata e mio padre volevano ricorrere in appello, ma io desideravo soltanto chiudere la cosa e dimenticare, non continuare l’umiliazione.

---

In seguito era stato Guido a consolarmi della mia terribile esperienza, a prendermi per mano e accompagnarmi sull’insidioso terreno dell’amore fisico: ancora oggi gliene porto profonda riconoscenza.

Ecco, adesso mi sento improvvisamente stanca, spossata dai brutti ricordi e dai miei insopprimibili dolori e non ho la forza di arrivare a casa di mia cognata Irene, quindi mi seggo su una panchina del viale e osservo la bella strada, larga ed elegante, in attesa che passi una carrozza vuota.

Già si sente aria natalizia, anche se pochi negozi hanno addobbato le vetrine, e penso al Natale che trascorreremo a casa di mia madre, con i miei fratelli e le famiglie. Io l’aiuterò per gli addobbi, per la spesa e per la tavola, ma in cucina sarà Irene a dirigere i lavori. Come al solito, prepareremo più di quanto mangeremo. Ai vini penserà Guido, ai dolci e al caffè l’altra mia cognata.

Mancherà mio padre… e… mio figlio.

Non sono una madre snaturata: semplicemente non ho mai accettato il figlio del mostro, sorvolando sul fatto che è anche figlio mio. Non volevo cogliere nei suoi tratti quelli della bestia che aveva rovinato la mia vita, la mia autostima, la mia sicurezza, la mia fede nell’amore.

Avevo tuttavia portato avanti quella gravidanza non voluta. Ricordo ancora le perplessità per quelle mestruazioni che non arrivavano e le giustificazioni sussurrate mentre io ero ancora sotto choc: sarà il trauma, il fisico è sconvolto, non può essere che per una sola volta…

Invece, poiché le tragedie non arrivano mai da sole, il destino aveva voluto infierire su di me. Essendo cristiana, se non fervente almeno credente, io ero contraria all’aborto, benché terapeutico, benché giustificato, benché sacrosanto, benché non volessi il figlio del mostro.

Sentivo rifiuto, disgusto per ciò che stava crescendo in me, ma non volevo uccidere ancora, sebbene stavolta la legge me lo consentisse.

La legge! A volte non c’è niente di più ingiusto della legge.

Se io non l’avessi ucciso, quell’essere spregevole per adesso sarebbe a piede libero, da tanti anni, forse avrebbe commesso altre violenze e nessuna ragazza sarebbe viceversa libera di camminare di sera, nemmeno io mi sentirei sicura, seduta su questa panchina.

Mi guardo: sono vestita da capo a piedi, compresi i guanti e il berretto; soltanto le mie labbra sottili sono scoperte. Ero vestita quasi allo stesso modo quella notte di diciotto anni fa: una donna non è mai sicura.

Quasi inconsciamente apro la borsa e inserisco la mano destra per trovare il contatto rassicurante con la scacciacani.

Nato il bambino, sano e forte, mi dissero per la mia disperazione, gli avevo dato il mio cognome e mia madre aveva scelto il nome di Attilio per la somiglianza con Attila (che strane idee vengono in certi frangenti!), ma l’avevo abbandonato legalmente.

Perché?

Potete immaginare il vostro primogenito per metà figlio vostro e per metà figlio del vostro più odioso nemico? Sì, lui è morto e sepolto, ma il ricordo di quei momenti mi brucia ancora: non sono mai bastate docce per ripulirmi della sua lordura.

Però in seguito avevo voluto ed ero riuscita a sapere il nome dell’orfanotrofio.

Guardo il viale: una carrozza arriva lentamente e capisco che è vuota; faccio segno e il cocchiere si ferma:

- Si accomodi, signora.

- Devo andare in via… Quanto mi costerà?

- Venti euro per chiudere la giornata, signora.

Mentre salgo, il cocchiere conclude:

- E’ l’ultima corsa, per oggi: il cavallo è stanco. Da anni non camminava tanto.

- Anch’io… - gli rispondo.

- Ha fretta? Non so se il cavallo può correre…

- No, vada piano, perché è la sera giusta per riflettere.

Ricordo che da bambina prendevo spesso la carrozza con mio padre: lui sapeva che a me piaceva tanto. Mi diceva che ero una principessa, e io stavo tutto il tempo in piedi per guardare la città e le persone dall’alto: allora il mondo mi appariva meraviglioso.

Piango, sommessamente.

Il cocchiere se ne accorge e con dolcezza mi rimbrotta:

- Non si piange a Natale, non una bella signora che torna a casa dal marito e magari dai figli. Lei ha figli, signora?

Il mio pianto sommesso ma incontenibile non mi consente alcuna risposta e allora lui tace: i cocchieri anziani sanno quando tacere.

Aveva dodici anni Attilio, quando avevo voluto conoscerlo. Non era stato facile, ma c’ero riuscita. Mi ero presentata come una lontana parente, una cugina della madre. Aveva occhi grandi e buoni, somigliava un po’ a mio padre e io a un tratto avevo pianto.

- Nella vita si soffre. – aveva detto lui. Poi aveva mangiato la tavoletta di cioccolato che gli avevo regalato.

Alla fine lo avevo salutato senza toccarlo.

- Portami con te. – aveva sussurrato.

E mentre in silenzio mi allontanavo, aveva debolmente insistito:

- Non oggi, un giorno, quando avrai tempo.

Mio padre e mio marito non avevano commentato quell’incontro, ma non avevo riferito loro quelle parole.

A un tratto pioviggina e il cocchiere solleva la cappotta. Mi arriva una telefonata di Guido e lo rassicuro:

- Ho trovato una carrozza… tra mezz’ora al massimo arrivo.

Pioveva, la sera del giorno in cui Vittorio mi aveva detto di no. E pioveva al funerale di mio padre. Li ho perduti entrambi.

Poi un giovane volto innocente si presenta alla mia mente, un viso che non appartiene a un mostro, il viso di un ragazzino abbandonato, il viso del mio unico figlio.

Ci vuole coraggio, ci vuole forza persino a pensare, ma io, che ho perduto il mio grande amore, io che ho perduto il mio grande papà, io, sventurata, sono ancora in tempo per non perdere mio figlio, un figlio diverso perché generato da un mostro e da un’assassina.

Motivo di più per consolarlo della crudeltà della vita.

---

Quel proposito umanitario, ma anche un po’ egoistico, mi rianima. Però lui presto compirà diciotto anni, l’anno prossimo: non ha più bisogno di me.

Mi vorrà? Conosce la verità?

E Guido? Mi ha conosciuto libera, ha accettato il mio passato, il mio tiepido amore: accetterà il mio ripensamento? Il cuore mi dice di sì, la ragione dubita.

E mia madre, e i miei fratelli?

Non importa: ho perduto Vittorio, che non ho più rivisto, ho perduto mio padre, il migliore del mondo, non posso perdere anche mio figlio. Il cuore mi dice che sono ancora in tempo.

Ma quando mai un chimico ricercatore, pragmatico e razionale, dà ascolto al cuore?

Forse per scaricare la tensione, la mia tremenda emozione, rido.

- Adesso la vedo contenta, signora… – mi dice il cocchiere, - E siamo quasi arrivati.

Il giorno seguente c’è il sole. Mi preparo, poi telefono all’orfanotrofio: vogliono un paio d’ore di tempo. Passeggio nervosa.

Guido conversa del più e del meno, per farmi rilassare. Ieri sera gli ho parlato del ragazzo e delle mie intenzioni, temendo un suo rifiuto. Mi ha osservata per un po’, ha aggrottato la fronte riflettendo contrariato, poi con un filo di voce ha detto:

- Da parte mia non incontrerai difficoltà: la vita è già così drammatica… Ma tu sei proprio certa, convinta di quello che vuoi? E hai messo in conto un suo possibile rifiuto?

Non ho saputo rispondere, ma stamattina mi ha chiesto di nuovo.

Lo guardo silenziosa: lui comprende che sto riflettendo, che ho recepito il messaggio, ma che sono troppo nervosa per rispondergli, e mi sorride. Come mi conosce bene! Come mi ama!

- Vado subito, in pullman. Al ritorno forse prenderò un taxi.

Mi dà un bacio sulla guancia e mi lascia andare.

La direttrice mi informa che Attilio già lavora alla reception di un hotel, ma può avere subito tre giorni di ferie:

- Per noi tre giorni è il periodo massimo che possiamo concedere a una lontana parente: per riservatezza abbiamo scritto così. L’anno prossimo Attilio sarà maggiorenne e deciderà la sua vita… Credo che abbia già preparato un borsone con l’essenziale e l’attende. Le auguro di essere ancora in tempo, e ricordi – aggiunge con severità – che è un bravo ragazzo.

Lo incontro nel salone vuoto: in piedi, a distanza, ci osserviamo.

- Sei venuta… - mi dice.

Lentamente mi avvicino, poi lo abbraccio: è alto quasi quanto me. Ricambia.

In silenzio usciamo sotto il sole tiepido del Mediterraneo.

Il taxi già ci aspetta.

Per strada gli chiedo del suo lavoro, e lui pian piano mi racconta molte cose: gli studi, i compagni di lavoro, i suoi hobby… ma non ha il coraggio di chiedere nulla.

Approfitto di una sua pausa per una domanda:

- Sai chi sono?

Un velo di malinconia gli passa sugli occhi, poi annuisce.

Arriviamo presto, pago e scendiamo: c’è Guido, davanti alla porta.

Aperta.

F i n e

copyright 2009 Michele Fiorenza

opera registrata



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