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lavoro pubblicato venerdì 2 dicembre 2011
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le Iliadi dell'Odissea

di teseo2347. Letto 576 volte. Dallo scaffale Storia

Intitoliamo così i numerosi passi dell’Odissea che rievocano le vicende del conflitto troiano. Generalmente è Ulisse che le racconta ai suoi interlocutori , ma per lo più egli tiene nascosta all’interlocutore la sua vera identità e il suo racconto appare



Iniziamo con il racconto che
il vecchio Nestore fa a Telemaco, giunto a Pilo in cerca di notizie sul padre,
ricordando che una tradizione ripresa dagli autori medievali Benoît de
Sainte-Maure e Guido delle Colonne fa di lui giovane un argonauta che con
Giasone, Eracle e Peleo avrebbe partecipato alla prima distruzione di Troia,
contro Laomedonte, il padre di Priamo. Il racconto di Nestore prosegue con la storia
di Oreste, che sarà poi argomento della tragedia attica.



III 96-417 (γ 69-312)



γ 69 "Interrogare or gli ospiti si addice,

Che il cibo ha confortato: O forestieri,

Chi siete, onde venite e qual vi spinse 95

Bisogno a traversar l'equoree vie?

Od ite a caso per lo mar raminghi

Come pirati che la vita a rischio

Pongon per depredar l'estranee genti?"

γ 75 Di sé fatto sicuro, gli rispose 100

Il prudente garzon, ché nuovo ardire

Posto gli ebbe nell'animo Minerva,

Acciò del padre assente al Re dimandi

Ed a sé gloria appo le genti acquisti:

γ 79 "O Nèstore Nelide! inclito vanto 105

Degli Argivi, ti piacque interrogarne

Chi siamo ed ecco a dìrloti son presto.

D'Ìtaca che del Nèio siede alle falde

Or qua giungiam; parlar d'una faccenda

Privata, non già pubblica, ti deggio. 110

Vengo, se aver poss'io qualche contezza,

L'ampia del padre mio fama seguendo,

Del magnanimo Ulisse che già teco

Combattendo, com'è pubblico grido,

L'Ìlie mura atterrò. De' guerrier tutti 115

Che co' Tèucri pugnar, per noi si seppe

Dove ciascun di ria morte cadéo;

Ma di Saturno il figlio anche la morte

Ci nasconde d'Ulisse. Alcun sin'ora

Non ci chiarì dov'ei finìa: se giacque 120

De' nemici per man sul continente,

O d'Anfitrite se 'l domâro i flutti.

A te dunque ricorro e le ginocchia

T'abbraccio, perché a me del genitore

Narri la morte dispietata (o l'abbi 125

Con gli occhi propri vista, o qualche errante

Riferta l'abbia a te), ché soprammodo



Infelice la madre il
partorìa.

Né di farmi dolente alcun riguardo

Ti prenda, né pietà nulla ti tocchi, 130

Ma quanto sai, deh! dìllomi, te n' prego,

Se di consiglio o d'opra a te promessa,

Ti giovò il padre mio, l'egregio Ulisse,

Là tra le Ilìache genti, ove cotante

Sventure, o Dànai, tolleraste. Ah! questo 135

Rammèntati ed il vér nudo mi svela."

γ 102 "Figlio - rispose il Cavalier Nelide -,

Tu mi fai rammentar quanti infortuni

Appo il nemico popolo patimmo,

Noi gagliardìa de' Greci, invitta prole; 140

Sia che sul negro mar co' legni errando

Di preda in traccia ci guidasse Achille,

Sia che di Prìamo Re sotto alla vasta

Città per noi si combattesse, dove

Gl'incliti nostri eroi cadean trafitti: 145

Là giacque il Marzio Aiace e là il Pelide,

Là Pàtroclo nel senno emolo a' Numi,

Là il caro figliuol mio, l'esimio e forte

Antìloco, del par veloce al corso

E prode battaglier; ben altre molte 150

Disventure ci oppressero. Chi mai

Potrìa tutte ridìrtele? Se cinque

E sei qui t'indugiassi anni, chiedendo

Quanti guai soffrîr là d'Èllade i prodi,

Fastidito al natìo suol rediresti, 155

Prima che a fin traessi il mio racconto.

Nov'anni interi, macchinando offese

Con tutti ingegni, noi li circuimmo;

Allor Giove recò l'impresa a fine.

Col divo Ulisse gareggiar di senno 160

Non volle alcun lì mai, perocché tutti

Negl'inventi e le astute arti vincea,

Col padre tuo... Certo, gli sei tu figlio;

Meraviglia mi assal, mentr'io ti guardo,

Ché simiglianti a' suoi sono i tuoi detti, 165

Ned a quel dell'eroe così conforme,

Creder potrìasi il dir d'un giovinetto.



Finché si guerreggiò, là non
avemmo,

Né in parlamento, mai, ned in concilio

Due diversi pareri Ulisse ed io; 170

Ma unanimi aprivam quel saggio avviso

Che degli Argivi a pro tornar dovea.

L'alta città di Prìamo rovesciata,

Quando le navi salivamo, un Dio

Disperse l'oste Achea; da quel momento 175

Funesto in mente macchinò il ritorno

Agli Achivi l'Olìmpio, ché non tutti

Prudenti eran, né giusti, anzi un rio fato

Molti colpì per la terribil ira

Della possente Dea dal guardo azzurro, 180

Inclita prole d'un possente Iddio,

Che fra gli Atridi aspra eccitò contesa.

Convocâr dissennati a parlamento

Contro l'usanza, a Sol caduto, i Greci

Che trasser, di Lièo molto gravati, 185

Ad ascoltar ciò che sponean que' duci.

Menelao là ingiungeva ai Dànai tutti,

A far sul dorso ampio del mar ritorno;

Ma forte disgradì quella proposta

All'Atride maggior che fermo avea 190

Di rattener le schiere ed immolando

Sacre ecatombe, l'ira violenta

Della diva placar: stolto! né vide

Che d'allenirla si studiava indarno;

Ché di leggier non càngiasi la mente 195

Degl'Immortali. Mentre con alterni

Acerbi detti altercano gli Atridi;

Surser, levando alto rumor, gli Achei,

Per contrario voler tra sé divisi.

Pernottammo così, gli uni agitando 200

Contro gli altri pensier tetri e funesti;

Ché Giove ci apprestava orridi guai.

Come l'alba apparì, nel mar le navi

Varammo e molte sopra v'imponemmo

Dovizie e donne d'elegante cinto; 205

Mezza l'oste restò là presso il duce

Di genti Agamennón; l'altra, ov'io salsi,



Ne' remi diè; correvano
veloci

Le navi, ché tranquille a noi davanti

L'onde adeguò del mar pescoso un Dio. 210

A Tènedo approdati, ostie votive

A' Numi offrimmo, pur de' tetti nostri

Desiderosi. Ma non piacque a Giove

Consentirci il redir, che, dispietato!

Fiera di nuovo la discordia accese, 215

Ché Ulisse, accorto e saggio Re, ritorse

Co' suoi compagni delle navi il corso,

Gratificar volendo al sommo Atride.

Ma io co' molti legni che seguîrmi,

Fuggìa, presago de' disastri gravi 220

Che a nostro danno meditava un Nume.

Animando i compagni, anch'ei fuggìa,

Di Tidèo 'l figlio bellicoso. Tardo

Il biondo Menelao ci aggiunse in Lesbo;

Che del viaggio faticoso e lungo 225

Consultavam: se navigar di sopra

A Chio petrosa, Psirìa costeggiando,

E lasciàndola a manca, o sotto Chio

Veleggiar lungo il ventoso Mimante.

Giove pregammo d'un prodigio; e 'l Nume 230

Il ci mostrò; poi fendere nel mezzo

Il pelago ove Eubèa sorge c'indisse,

Per condùrci in gran fretta a salvamento.

Prospero allor soffiò vento stridente

Da cui le navi, oltra sospinte, ratto 235

Le vie pescose percorreano, tanto

Che notturne sorgean sovra Gerèsto.

Molte colà a Nettuno anche di tori,

Misurato gran mar, per noi fûr arse.

Splendeva il quarto dì, quando i compagni 240

Del pro' Tidide ritornâro in Argo;

Vèr Pilo il corso io tenni e quel propizio

Vento che un Nume c'inviò da prima,

Non mai si estinse. Di tal guisa, o amato

Figlio, ignaro giuns'io, né degli Achei 245

Seppi quali campâr, quali perîro.

Ciò poi che accolto ne' miei tetti udìa,



Schietto, come si addice, or
ti appaleso.

È fama che ritorno ebber felice

Gli esperti d'asta Tèssali guerrieri 250

Che l'inclito guidò figlio d'Achille;

L'esimia prole di Peànte ancora,

Filottete, il sortì del par felice.

Tutti i compagni rimenava in Creta,

Che sfuggîro alla guerra, Idomenèo: 255

Né 'l mar alcun gli tranghiottì. Già udiste,

Benché lontani, voi medesmi, come

Agamennón se n' venne e come Egisto

Ria morte gli tramò. Ma costui pure

Condegna al suo fallir pena sostenne. 260

Oh! felice l'eroe che un animoso

Figlio dopo di sé, vindice lascia!

Tal si fu Oreste; che traea dal vile

Del suo gran padre ucciditor vendetta.

Tu pur, diletto mio, (ché bello e grande 265

Soprammodo ti veggio) al par sii prode,

Acciò il tuo nome alle future genti,

Lodato di virtù splendida, voli."

γ 201 "O Nèstore Nelide, inclita luce

Delle Argòliche genti, Oreste a pieno 270

Si vendicò! Celebreran gli Argivi

L'alta sua gloria e volerà nel canto

Delle future età l'inclito nome.

O Nèstore Nelide, il vér mi narra:

Come perì l'Atride ampio-regnante

Agamennóne? Menelao dov'era?

Come il perfido Egisto una tal morte 330

Macchinò, ch'uom di sé tanto più forte

Trucidava? Lontan forse era d'Argo

Acaica Menelao? Forse egli errava

Fra estranee genti, sì che, la paura

Scossa dal petto, il traditor l'uccise?" 335

γ 253 "Figlio - il Nelide soggiungea -, sincero

Tutto il vér ti dirò. Ben ti se' apposto:

Ciò stesso avvenne. Se reverso d'Ìlio,

Sorpreso avesse il biondo Menelao

Nel palagio d'Atride Egisto vivo, 340



Conspersa la costui spoglia
non fôra

Pur d'un pugno di terra, ma disteso

Lungi dalla città, sarìa in un campo

Pasto d'augei, di cani, né Achea donna

Sparso sovr'esso avrìa stilla di pianto, 345

Tanto ria scelleraggine commise!

Là sott'Ìlio per noi molte battaglie

Fornìvansi, ma queto egli nel fondo

Del fertil Argo con soavi accenti

Del grande Atride la moglier blandìa. 350

Dal turpe fallo rifuggì da prima

La nobil Clitennestra, ché nel petto

Adorna di virtù l'alma chiudea.

Stàvale inoltre il chiaro vate accanto,

Cui diè 'l carco in partendo il sommo Atride, 355

Di servargli la sposa intemerata.

Ma quando Egisto dal destin de' Numi

Irretito, domàvasi, in deserta

Isola il vate trasportato, quivi

Esca e strazio d'augei lo abbandonava; 360

Poscia, da mutue brame ambi sospinti,

L'amante in sua magion l'amata addusse.

Molte de' numi sui sacrati altari

Anche di tori ardea, molte votive

Offerte e vesti ed oro vi sospese; 365

Poi che pose ad effetto il fier disegno,

Del che nulla speranza in cor nutrìa.

Già dipartiti d'Ìlio, solcavamo

Lo stesso mar l'Atride ed io, ché ognora

Gli animi avemmo d'amistà congiunti. 370

Ma come al Sùnio divenimmo, sacro

Promontorio d'Atene, ivi da' miti

Strali di Febo il suo nocchier fu spento,

Che del corrente pin tenea 'l governo,

L'Onetòride Fronte che vincea 375

Gli umani tutti, dirigendo un legno,

Quando ruggìa il furor delle tempeste.

Là Menelao risté, benché bramoso

Di fornire 'l viaggio, ed al compagno

Onor fece d'esequie e di sepolcro; 380



Ma quando il bruno ei pur
mare solcando

Co' suoi legni correva e già all'eccelso

Capo della Malèa facéasi appresso,

Allor gli destinò Giove 'l viaggio

Orrendo: gli avventò striduli vènti 385

Che in alto sollevâr le tumid'onde,

Tanto che si agguagliavano a montagne.

Là disperse le navi e parte a Creta,

Alle correnti del Giàrdano intorno,

Dove i Cidoni albergano, sospinse. 390

Liscia ed alta protèndesi al confine

Di Gòrtina, sul mar fosco, una rupe;

Là cacciando i marosi Àustro di forza,

Del promontorio Festo al lato manco,

Piccola roccia li vi arresta e frange. 395

Quivi l'armata urtò: campâro a stento

Gli uomini, ma dal mar fiero cacciati,

Contro gli scogli si fiaccâro i legni.

Pur cinque navi dall'azzurra proda,

D'Egitto in riva il vento e 'l mar spingea, 400

Mentre là Menelao con queste errava

Accumulando vettovaglie ed oro,

Tra genti di favella altra, gli empiea

Egisto la magion d'orribil lutto:

Trucidò Agamennón, sott'aspro giogo 405

Il popolo domò; per ben sett'anni

Alla ricca Micene il freno impose;

Ma l'ottavo anno, reduce d'Atene,

Sorvènnegli funesto il divo Oreste

Che quell'infame traditor spegnea, 410

Che ucciso il genitore inclito gli ebbe.

Poscia che l'immolò, diede agli Argivi

La cena sepolcral per l'odiosa

Madre e 'l codardo parricida Egisto.

Il dì medesmo, Menelao sorgiunse, 415

Adducendo con sé tante ricchezze,

Di quante ne patìan le navi 'l pondo.



Dopo Pilo, Telemaco e Pisistrato, uno dei figli di Nestore, si recano a Sparta
da Menelao, che ormai rappacificato con Elena è tornato in patria, sia pure
dopo sette lunghissimi anni. Elena racconta di un astuto ingresso di Ulisse in
Troia e Menelao rievoca l'inganno del cavallo (è con θ 487 sgg., riportato di
seguito, l'unico accenno omerico a questa famosissima vicenda) e il suo
travagliato ritorno.





IV 317-378 (δ 240-290)



Certo, né raccontar, né qui potrei

Ricordar pure tutte l'ardue pugne

Dell'intrepido Ulisse; or toccar solo

Piàcemi ciò che ardì, ciò che a fin trasse 320

Appo i Tèucri quel forte, ove cotante

Sventure, o Dànai, tolleraste. Un giorno,

Di sconce piaghe la persona offesa,

Vil tunica gettò sopra le spalle

E come schiavo penetrò nell'ampia 325

Città nimica; ognun sì travestito

Un mendico il credea, pur tal non mai

Lungo le navi Argòliche mostrosse.

Ignoto a tutti, io sola il riconobbi;

L'interrogai quind'io, pur quell'astuto 330

Sempre con l'arti usate si schermìa.

Ma come l'aspers'io di limpid'onde

E di licor l'unsi d'uliva, e 'l cinsi

Di vesti, l'affidai col più gran giuro

Di non far manifesto a' Tèucri Ulisse, 335

Pria che alle tende riparasse e a' legni;

Allor la mente degli Achei m'aperse.

Trafitti poscia con acuta spada

Molti nemici, fe' ritorno al campo

Ed il modo chiarì ch'Ìlio ruìni. 340

Empiean l'aure di strida e d'ululati

L'Ìlie donne, ma dentro in me brillava

Di gioia il cor, ché di tornare ardea

Al mio antico ricetto; e la sventura

Di che mi nocque Vènere, piangea, 345

Quando dalla natìa terra diletta

Strascinommi lontana e l'innocente

Mia fanciulletta e 'l talamo e 'l consorte,

(Per altezza d'ingegno e per leggiadra

Nobil fierezza a null'altro secondo) 350

Abbandonare, ahi, misera! mi strinse."

δ 265 "Tu, retto parli - soggiungea l'Atride -,

O donna mia! Ben io di molti prodi

Penetrai nella mente e nel consiglio;



Terre vaste percorsi e
nondimeno 355

Non io con questi vidi occhi giammai

Alma sì grande, qual chiudéala in petto

L'inclito Ulisse. Oh! quanto oprò e sostenne

Nel piallato cavallo, ove noi tutti

Di Grecia i prodi sedevam, bramosi 360

Pur di recare a' Tròi sterminio e morte.

Lì sorvenisti e lo t'ingiunse un Nume

Che dar gloria a' Troian volgeva in mente.

Di beltà pari a un Dio, preméati l'orma

Deìfobo. Tre volte circuisti 365

Il cavo agguato e 'l brancicasti, e i primi

Chiamasti a nome degli Achei, la voce

Contraffacendo di lor donne. Assisi

Nel mezzo, io, Diomède e 'l divo Ulisse

La tua chiamata udimmo. Io ed il Tidide 370

Sbalzar fuor volevamo impetuosi

O dal chiuso alvo almen farti risposta;

Ma ci ripresse e ci contenne Ulisse,

Benché bramosi. Stavano in silenzio

Tutti d'Èllade i figli; Ànticlo solo 375

Risponderti volea, ma con le forti

Mani sì gli calcò la bocca Ulisse,

Che salvò gli Achei tutti; e 'l comprimea

Finché tratta di là t'ebbe Minerva."



Menelao finalmente risponde all'ansiosa richiesta di Telemaco e parla delle
ultime fasi del suo ritorno, quando ha toccato l'Egitto e da un dio del mare,
Proteo, ha avuto notizie degli altri Ritorni, compreso quello drammatico di
Agamennone, e di Ulisse. Siamo quindi dinanzi agli argomenti del ciclo e anche
qui vale il richiamo alla tragedia (si pensi all'Elena euripidea).



IV 620-757 (δ 481-569)



Udito il veglio, mi s'infranse il core, 620

Perocché m'ingiungea solcar di nuovo

Il tenebroso mar sino in Egitto,

Via lunga e perigliosa. Nondimeno

Il veglio interrogai: "Tutto che imponi,

O veglio, adempierò. Tu schietto or dimmi, 625

Se con le navi ritornâro illesi

I Dànai tutti che lasciammo, quando

Nèstore ed io di Troia ci partimmo;

O se qualcun perì nella sua nave



Di morte inopinata o tra le
braccia 630

De' cari suoi, fin posto all'ardua guerra?"

δ 492 "Perché di questi eventi or tu mi chiedi,

Figlio d'Atrèo? Non fa per te il saperli,

Né penetrar la mente mia; ché a lungo

Non terrai, mi cred'io, le luci asciutte, 635

Tosto che il tutto a pien ti fia palese.

Molti di lor perîr, molti campâro:

Due soli Duci de' valenti Argivi

Nel ritorno morîro (a te son conti

Que' che cadean pugnando); un altro ancora 640

Vive, ma 'l si ritiene circuita

Dal vasto mar un'isola nel grembo.

Perì co' legni di gran remi armati

Aiace. Prima l'appressò Nettuno

All'enormi Girèe rocce e da' flutti 645

Scampo gli diè; certo schifato avrìa

La crudel Parca, benché a Palla in ira,

Se un motto non lanciava ebro d'orgoglio,

Che fatal gli tornò: "Sfuggir vo' - ei grida -,

In dispetto agli Dèi, le tumid'onde." 650

Come Nettun l'udì menar tal vampo,

Diè di piglio con man forte al tridente,

Percosse la Girèa roccia e da cima

Al fondo la spaccò; parte lì stette,

L'altra nel mar precipitò: (e fu questa 655

Su cui, furendo pria, sedéasi Aiace).

Travolto giù del mar ne' cupi abissi,

Poi che la salsa ei bevve onda, perìo.

Sfuggito avea ne' legni suoi la morte

Il tuo fratel, cui pose Giuno in salvo. 660

Ma come al capo eccelso di Malèa

Fu presso, il rapì un turbine e 'l sospinse

Non senza molti gemiti e sospiri,

Là nell'estremità della campagna,

Dove Tieste un tempo e dove allora 665

Teneva Egisto Tiestìade stanza.

Già brillava felice in quel momento

Agli occhi di Agamènnone il ritorno,

Drizzâro i Numi lo spirar del vento,



Tal che le navi in porto
entrâr; gioioso 670

Nella piaggia natìa scese l'Atride,

La toccò, la baciò, calde dagli occhi

Gli traboccâr le lagrime alla vista

Sì dolce e cara della patria terra.

Ma da un'alta vedetta il discoverse 675

L'esplorator che collocò lassuso

Il fraudolento Egisto e a cui promise

Di due talenti d'oro il guiderdone.

Stava lì un anno a guarda; non l'Atride

Giunto celatamente ridestasse 680

L'indomita sua possa. Accorse ratto

Ad annunziar l'evento al Re, che un'empia

Sùbita frode ordì. Vénti n'elesse

De' più valenti, mìseli in agguato

E in disparte ordinò che s'imbandisca 685

Il convito. Di cocchi e di cavalli

Andò con pompa ad incontrar l'Atride;

Pur meditando orribili delitti.

L'eroe condusse, del suo fato ignaro,

Ed accolto al convito, ivi l'uccise, 690

Come s'immola nel presepe un bue.

Di tutti i prodi che seguîr l'Atride,

Nullo scampò; nullo di que' di Egisto:

De' traditori corse e de' traditi

Commisto il sangue e dilagò la reggia." 695

δ 537 Udite queste voci, il cuor nel petto

Mi si schiantò. Prosteso in sulla sabbia

Piangea, né 'l viver più, né più del Sole

Patìa la luce. Come alfin del pianto,

Sul terren voltolàndomi, fui sazio, 700

Il marin veglio veritier soggiunse:

δ 543 "Cessa da sì gran pianto e sì ostinato,

Atride, omai, perocché alcun conforto

Non rinverremo noi; ma fa' ogni prova

Di redir presto alla natìa contrada. 705

Vivo Egisto potrai côrre, se Oreste,

Ti antivenendo, non l'uccise; certo

Al convito funèbre assisterai."

δ 548 Benché dolente al suon di queste voci



L'altero cor nel sen mi
rifiorìa. 710

"Èmmi di lor - soggiunsi -, il fato or chiaro;

Ma tu il terzo mi noma il qual, se vive,

Dall'alto mar immenso è circuito;

Deh! tu 'l mi di', né del mio duol t'incresca."

δ 555 "Di Laerte la prole, il divo Ulisse, 715

La cui magione in Ìtaca si estolle

- Il vecchio ripigliò -, spargere il vidi

Gran pianto, là in un'isola, d'appresso

Alla Ninfa Calipso che in sue case

Per forza il si ritien; né alla natìa 720

Contrada può redir, ché di navigli,

Di rèmigi in difetto, il vasto dorso

Varcar non può del mar. Quanto a te, o divo

Menelao, no, tu non avesti in fato

Perir in Argo di cavalli altrice; 725

Né potresti da morte essere aggiunto.

Trasporterànti nell'Elisio campo,

Colà, ai confini della terra, i Numi,

Sede di Radamànto, ove contenta

Scorre all'uomo la vita, ove non pioggia, 730

Non neve mai, né lungo verno regna.

Ma, blando sempre, una fresc'aura spira

Zèffiro che s'invia dall'Oceàno

Gli umani a confortar, perocché sei

Sposo d'Èlena e genero di Giove." 735

δ 570 Detto, nell'onde si attuffò. Processi

Co' miei prodi compagni in vèr le navi,

E di molti pensier, mentre me n' gìa

Oscuràvanmi 'l cor. Giunto al navile,

Apprestammo la cena; e come scese 740

L'immortal Notte lungo il marin lido,

Al mormorar de' flutti ci addormimmo.

Quando la figlia del mattin rifulse,

Primamente nel mar sacro lanciammo

Le navi; alzammo gli alberi ed al vento 745

Dispiegammo le vele. Indi i compagni,

In lungo sovra i banchi ordine assisi,

Percoteano co' remi il mar spumante.

Di bel nuovo, d'Egitto in sulla foce,



Fiume che trae l'origine da
Giove, 750

Fermai le navi, e degli Eterni l'ira

Con perfette placai sacre ecatombe.

Ersi ad Agamènnone indi un sepolcro,

Perché sua gloria eternamente splenda.

Fornito ciò, mi ravviai, secondo 755

Diêrmi il vento gli Dèi, che prestamente

Alla diletta mia terra mi addusse.



Dopo la Telemachia, Omero passava a narrare dello stesso Ulisse, che lasciata
la ninfa Calipso e incappato nella violenta tempesta scatenata da Poseidone
approdava naufrago a Scheria, l'isola dei Feaci. Lo soccorreva la bella
Nausicaa e suo padre Alcinoo lo ospitava munificamente. Durante il banchetto,
l'aedo Demodoco cantava di una lite, peraltro ignota da fonti diverse, tra
Ulisse ed Achille.



VIII 72-82 (θ 72-83)



Come le mani sulle apposte dapi

Ciascuno stese e del mangiar, del bere

Ebbe nel sen ripresso ogni desìo,

Eccitò a celebrar la Musa il vate,

Le gesta degli eroi col nobil canto, 95

Di cui la fama sino al Ciel salìo:

La contesa d'Ulisse e del Pelide,

Che tra lor già scoppiò con detti acerbi

Nel solenne agli Dèi sacro convito.

Il maggior degli Atridi in cor gioìa, 100

Che altercasser tra lor dei duci i primi,

Ché Febo là nella divina Pito,

D'Ìlio così 'l cader gli profetava,

Quand'ei, varcata la marmorea soglia,

Consultònne l'oracolo: in quel punto 105

Principio avran gli affanni e le sventure

Che sulle Frigie e sulle Dànae genti,

Come Giove fermò, ruineranno.

Questi i canti del vate inclito furo.



Ulisse si commoveva senza darlo a vedere, ma Alcinoo se ne accorgeva e gli
chiedeva la sua identità. L'eroe la rivelava tra lo stupore ammirato dei Feaci
e chiedeva poi all'aedo di cantare le fasi ultime del conflitto. Sono gli
argomenti ciclici della Piccola Iliade e della Distruzione di Ilio, contenuti
altrove in questo sito.



VIII 642-690 (θ 485-520)



Drizzò Ulisse al cantor cotesti accenti:

θ 487 "Certo, nella divina arte de' carmi,

Te, fra i mortali tutti io tengo il primo,



Demòdoco; che Te una Musa,
figlia 645

Di Giove, ammaestrava o Febo stesso;

Nobile vate! Oh! quanto il fato avverso

Degli Argivi, e le imprese, ed i sofferti

Guerrieri affanni, e tutto ch'essi oprâro

Mirabilmente canti! Appunto come 650

Presente fossi o 'l ti dicesser elli!

Or via deh! segui e digredendo canta

Il gran cavallo che d'inteste travi

Epèo, scorto da Pàllade, construsse.

Mole che penetrar féo nella rocca, 655

Insidiando, il divo Ulisse, poscia

Che gli ascose nel grembo inclita schiera,

Per cui Troia fu già cacciata al fondo.

Se fil filo dirai siffatti eventi,

Attestare m'udran gli umani tutti, 660

Subitamente, che benigno un Nume

Cotesto t'inspirò canto sublime."

θ 499 Agitato da un Dio, fe' tosto il vate

Risuonare i suoi canti, e narrò in prima

Come gittato nelle tende il fuoco, 665

Montâro i legni e navigâr gli Argivi;

Gli altri d'intorno al valoroso Ulisse

Sedean, nel grembo del cavallo ascosi,

Tra il popolo de' Tròi, perché e' medesmi

All'ardua rocca in vetta il trascinâro. 670

La mole ivi torreggia; assise intorno,

Incerti avvisi aprìan le Ilìache turbe.

Tre sentenze agitàvansi: od il cavo

Legno spezzar col ferro, o tratto ad alto

Precipitarlo sull'alpestri rocce, 675

Od assentir che immane adornamento

Quivi resti a placar l'ira de' Numi.

Quest'ultima prevalse: Ìlio ebbe in fato

Dall'imo ruinar, quando in suo grembo

Accolto avesse quel cavallo enorme, 680

In che seggendo i più valenti Argivi

Porterebbero a' Tròi sterminio e morte.

Cantò indi 'l vate, che del cieco agguato

Fuor gli Argivi versàtisi, l'eccelsa



Disertavan città; che mentre gli
altri 685

Prodi al suol l'adeguavano, già Ulisse,

Qual Marte, corse col minore Atride,

Di Deìfobo ai tetti, ove un orrendo

Conflitto a sostener ebbe, da cui

Auspice Palla, vincitor n'uscìo. 690

θ 521 Questi del vate i canti inclito furo.



Seguiva poi a più riprese il racconto stesso di Ulisse al re e ai Feaci delle
proprie peripezie, che vanno sotto il nome di Apologhi ad Alcinoo e occupano i
canti IX-XII dell'Odissea: quanto di verisimile per lo stesso Omero ci fosse,
lo lascia desumere il fatto stesso che sia qui l'eroe e non il poeta a parlare.
Ma naturalmente questo non inficia l'altissima bellezza di queste famosissime
vicende.



Dopo Scheria, Ulisse viene riportato ad Itaca dai Feaci e si conclude la sua
"peripezia", anche se gli resta da affrontare il duro scontro con i Proci.
Ospite del fido porcaro Eumeo, egli, anche per metterlo alla prova, gli
racconta di sé una storia che mescola abilmente verità e menzogna prima di
scoprirgli la sua vera identità. Farà lo stesso con Laerte e Penelope, ai quali
si rivelerà solo dopo la strage dei pretendenti.



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Nota bene: I collegamenti tra i diversi passi e la ricerca strutturata sono
dovuti a Francesco Chiappinelli, che ne rivendica il copyright consentendo
comunque il libero e gratuito utilizzo per motivi didattici; la traduzione dei
passi omerici è quella ottocentesca di Nicola Definiotti, contemporaneo del
Foscolo e oggetto dell'attenzione di Niccolò Tommaseo. In calce ne indichiamo
la nota bibliografica, grati al progetto Manuzio e a Liberliber.



Omero

(Homerus)

Odissea



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TITOLO: Odissea

AUTORE: Homerus

TRADUTTORE: Delvinotti, Niccolò

CURATORE: Volpi, Vittorio

DIRITTI D'AUTORE: no



LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente
indirizzo Internet:

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