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lavoro pubblicato venerdì 2 dicembre 2011
ultima lettura venerdì 12 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L’Iliade e l’Odissea di Dante

di teseo2347. Letto 1116 volte. Dallo scaffale Storia

Sperando di fornire anche in questo un utile strumento d’indagine, forniamo ai nostri lettori l’elenco dei passi della Commedia che ritraggono personaggi del mito troiano. In alcuni casi, come rilevato nelle ricerche particolari, appare evidente che il di




  1. I Greci



Achille

Indispensabile leggere preliminarmente
gli amori e Achille, amore e morte già pubblicati su questo sito; Achille è con
i lussuriosi. Gli altri passi citano l'eroe in maniera indiretta.



Inf. V 65



Ell'è Semiramìs, di cui si legge/
che succedette a Nino e fu sua sposa:/tenne la terra che 'l Soldan corregge./
L'altra è colei che s'ancise amorosa,/ e ruppe fede al cener di Sicheo;/ poi è
Cleopatràs lussurïosa./ Elena vedi, per cui tanto reo/ tempo si volse, e vedi
'l grande Achille,/ che con amore al fine combatteo./ Vedi Parìs, Tristano»; e
più di mille/ ombre mostrommi e nominommi a dito,/ ch'amor di nostra vita
dipartille.





Inf. XII 71



Poi mi tentò, e disse: «Quelli è
Nesso,/ che morì per la bella Deianira/ e fé di sé la vendetta elli stesso. / E
quel di mezzo, ch'al petto si mira,/ è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;/
quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.





Inferno, XXVI



Piangevisi entro l'arte per che,
morta,/ Deïdamìa ancor si duol d'Achille,/ e del Palladio pena vi si porta.



Purg. IX 34



Non altrimenti Achille si riscosse,/
li occhi svegliati rivolgendo in giro/ e non sappiendo là dove si fosse, /
quando la madre da Chirón a Schiro/ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,/
là onde poi li Greci il dipartiro;/ che mi scoss'io, sì come da la faccia/ mi
fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,/ come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.





Purg. XXI 92



Stazio la gente ancor di là mi
noma:/ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;/ ma caddi in via con la
seconda soma.





Agamennone



Di Agamennone, gran duca de' Greci, Dante non dice dove sia, ma ricorda
solo la colpa di cui si macchiò nei confronti della figlia. Verrebbe da chiedersi:
ma non si comportò come lui Abramo?


Paradiso V 69



Non prendan li mortali il voto a
ciancia;/ siate fedeli, e a ciò far non bieci,/ come Ieptè a la sua prima
mancia; / cui più si convenia dicer 'Mal feci',/ che, servando, far peggio; e
così stolto/ ritrovar puoi il gran duca de' Greci, / onde pianse Efigènia il
suo bel volto,/ e fé pianger di sé i folli e i savi/ ch'udir parlar di così
fatto cólto.





Calcante



Calcante, con Euripilo, è tra gli indovini.



Inferno XX 110



Allor mi disse: «Quel che da la gota/
porge la barba in su le spalle brune,/ fu - quando Grecia fu di maschi vòta, /
sì ch'a pena rimaser per le cune -/ augure, e diede 'l punto con Calcanta/ in
Aulide a tagliar la prima fune./ Euripilo ebbe nome, e così 'l canta/ l'alta
mia tragedìa in alcun loco:/ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.





Tra i falsari di persona non poteva mancare l'odioso Sinone, che ingannò
Priamo e, come racconta Virgilio, fece entrare in Troia il cavallo fatale.



Sinone

Inferno XXX 98



E io a lui: «Chi son li due tapini/
che fumman come man bagnate 'l verno,/ giacendo stretti a' tuoi destri
confini?»./ «Qui li trovai - e poi volta non dierno - »,/ rispuose, «quando
piovvi in questo greppo,/ e non credo che dieno in sempiterno./ L'una è la
falsa ch'accusò Gioseppo;/ l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:/ per febbre
aguta gittan tanto leppo». /E l'un di lor, che si recò a noia/ forse d'esser
nomato sì oscuro,/ col pugno li percosse l'epa croia. /Quella sonò come fosse
un tamburo;/ e mastro Adamo li percosse il volto/ col braccio suo, che non
parve men duro,/ dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto/ lo muover per le
membra che son gravi,/ ho io il braccio a tal mestiere sciolto»./ Ond'ei
rispuose: «Quando tu andavi/ al fuoco, non l'avei tu così presto;/ ma sì e più
l'avei quando coniavi»./ E l'idropico: «Tu di' ver di questo:/ ma tu non fosti
sì ver testimonio/ là 've del ver fosti a Troia richesto»./«S'io dissi falso, e
tu falsasti il conio»,/ disse Sinon; «e son qui per un fallo,/ e tu per più
ch'alcun altro demonio!»./ «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,/ rispuose quel
ch'avëa infiata l'epa;/ «e sieti reo che tutto il mondo sallo!»./ «E te sia rea
la sete onde ti crepa»,/ disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia/ che 'l
ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!»./Allora il monetier: «Così si squarcia
/la bocca tua per tuo mal come suole; /ché, s'i' ho sete e omor mi rinfarcia, /
tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,/ e per leccar lo specchio di Narcisso,
/non vorresti a 'nvitar molte parole».





Ulisse e Diomede



Tra i frodolenti non poteva mancare Ulisse, con l'inseparabile Diomede.
Si consiglia la lettura preliminare della ricerca sulla morte di Ulisse e gli
apologhi, utili a capire quale immagine il Medio Evo avesse elaborato dei due
famosi eroi. Ricorre qui in maniera indiretta l'unica citazione nella Commedia
di Circe e Penelope, come del Palladio, il talismano fatale depredato a Troia.
Quanto alla strana decisione di Virgilio di parlar lui, e non Dante, con i due
Greci, avanzo qui l'ipotesi che egli voglia evitare che siano rivolte loro
domande imbarazzanti sul Palladio e sul tradimento della città da parte di
Antenore ed Enea: questo avrebbe messo in crisi la stessa immagine di Virgilio
poeta e profeta, che è uno dei capisaldi della Commedia.





Inferno XXVI 49-142



«Maestro mio», rispuos'io, «per
udirti/ son io più certo; ma già m'era avviso/ che così fosse, e già voleva
dirti: / chi è 'n quel foco che vien sì diviso/ di sopra, che par surger de la
pira/ dov'Eteòcle col fratel fu miso?». / Rispuose a me: «Là dentro si martira/
Ulisse e Dïomede, e così insieme/ a la vendetta vanno come a l'ira; / e dentro
da la lor fiamma si geme/ l'agguato del caval che fé la porta/ onde uscì de'
Romani il gentil seme. / Piangevisi entro l'arte per che, morta,/ Deïdamìa
ancor si duol d'Achille,/ e del Palladio pena vi si porta». / «S'ei posson
dentro da quelle faville/ parlar», diss'io, «maestro, assai ten priego/ e
ripriego, che 'l priego vaglia mille, /che non mi facci de l'attender niego/
fin che la fiamma cornuta qua vegna;/ vedi che del disio ver' lei mi piego!»./
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna/ di molta loda, e io però l'accetto;/
ma fa che la tua lingua si sostegna. /Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto/
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,/ perch'e' fuor greci, forse del tuo
detto»./ Poi che la fiamma fu venuta quivi/ dove parve al mio duca tempo e
loco,/ in questa forma lui parlare audivi: /«O voi che siete due dentro ad un
foco,/ s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,/ s'io meritai di voi assai o
poco /quando nel mondo li alti versi scrissi, /non vi movete; ma l'un di voi
dica dove, per lui, perduto a morir gissi». Lo maggior corno de la fiamma
antica cominciò a crollarsi mormorando, pur come quella cui vento affatica;indi
la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di
fuori, e disse: «Quando mi diparti' da Circe, che sottrasse me più d'un anno là
presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di figlio, né la
pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto e de
li vizi umani e del valore; ma misi me per l'alto mare aperto sol con un legno
e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. L'un lito e l'altro
vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi, e l'altre che quel
mare intorno bagna. Io e ' compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a
quella foce stretta dov'Ercule segnò li suoi riguardi acciò che l'uom più oltre
non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da l'altra già m'avea
lasciata Setta. 'O frati', dissi 'che per cento milia perigli siete giunti a
l'occidente, a questa tanto picciola vigilia d'i nostri sensi ch'è del
rimanente non vogliate negar l'esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza
gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma
per seguir virtute e canoscenza'. Li miei compagni fec'io sì aguti, con questa
orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta
nostra poppa nel mattino, de' remi facemmo ali al folle volo, sempre
acquistando dal lato mancino.Tutte le stelle già de l'altro polo vedea la
notte, e 'l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo. Cinque
volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che 'ntrati
eravam ne l'alto passo, quando n'apparve una montagna, bruna per la distanza, e
parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto
tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il
primo canto.Tre volte il fé girar con tutte l'acque; a la quarta levar la poppa
in suso e la prora ire in giù, com'altrui piacque, infin che 'l mar fu sovra
noi richiuso».



Purgatorio XIX 22



«Io son», cantava, «io son dolce
serena,/ che' marinari in mezzo mar dismago;/ tanto son di piacere a sentir
piena! /Io volsi Ulisse del suo cammin vago/ al canto mio; e qual meco s'ausa,/
rado sen parte; sì tutto l'appago!».



2. I Troiani



Va detto che le fonti medievali cui Dante fa spesso ricorso hanno
generalmente nel descrivere eventi e personaggi del conflitto un evidente
atteggiamento filotroiano, legato anche all'indiscusso modello virgiliano.



Anchise

Inf. I 73-5



Poeta fui, e cantai di quel giusto/
figliuol d' Anchise che venne di Troia,/ poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

Par. XV 25-7



Sì pïa l'ombra d' Anchise si porse,/
se fede merta nostra maggior musa,/ quando in Eliso del figlio s'accorse.

Par. XIX 130-2



Vedrassi l'avarizia e la viltate/ di
quei che guarda l'isola del foco,/ ove Anchise finì la lunga etate.



Enea

Assolutamente indispensabile la
conoscenza della ricerca sull'Impius Aeneas, e si capirà perché quel
"giusto"di Inf. I 73 suscitasse l'ira dei commentatori del poema contemporanei
a Dante, mentre lasci incredibilmente indifferenti i critici moderni.
Importante anche Inf. IV 22, mentre le altre sono citazioni indirette.

Inf. I,74



Poeta fui, e cantai di quel giusto/
figliuol d' Anchise che venne di Troia,/ poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

Inf. II,32



Ma io, perché venirvi? o chi 'l
concede?/ Io non Enëa, io non Paulo sono;/ me degno a ciò né io né altri 'l
crede.

Inf. IV 122



I' vidi Elettra con molti compagni,/
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,/ Cesare armato con li occhi grifagni.

Inf. XXVI, 93



"Quando / mi diparti' da Circe, che
sottrasse/ me più d'un anno là presso a Gaeta,/ prima che sì Enëa la nomasse, /
né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né 'l debito amore/ lo
qual dovea Penelopè far lieta, / vincer potero dentro a me l'ardore/ ch'i' ebbi
a divenir del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore".



Pg. XVIII, 137(accidia punita)



Di retro a tutti dicean: «Prima fue/
morta la gente a cui il mar s'aperse,/ che vedesse Iordan le rede sue»; / e:
«Quella che l'affanno non sofferse/ fino a la fine col figlio d'Anchise,/ sé stessa
a vita sanza gloria offerse».

Par. XV 25-7



Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse,/
se fede merta nostra maggior musa,/ quando in Eliso del figlio s'accorse.



Ettore

Inferno IV 122



I' vidi Eletra con molti compagni,/
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,/ Cesare armato con li occhi grifagni.

Paradiso, VI 68



Antandro e Simeonta, onde si mosse,/
rivide e là dov'Ettore si cuba; /e mal per Tolomeo poscia si scosse.



Paride


Inferno V 67



Vedi Parìs, Tristano»; e più di
mille/ ombre mostrommi e nominommi a dito,/ ch'amor di nostra vita dipartille.



Polidoro

Rinviamo alla ricerca sulle morti di
Polidoro, raccontate in maniera sovente diversissima dalla vulgata
euripideo-virgiliana cui Dante comunque si attiene.



Inferno XXX



E quando la fortuna volse in basso/
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,/ sì che 'nsieme col regno il re fu
casso, / Ecuba trista, misera e cattiva,/ poscia che vide Polissena morta,7 e
del suo Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa accorta,/ forsennata
latrò sì come cane;/ tanto il dolor le fé la mente torta.



Purgatorio, XX



Indi accusiam col marito Saffira;/
lodiam i calci ch'ebbe Elïodoro;/ e in infamia tutto 'l monte gira/ Polinestòr
ch'ancise Polidoro.








  1. Le donne



Circe e Penelope



Opportuna la lettura degli altri apologhi di Ulisse, nel passo che
riguarda la maga, e della morte di Ulisse. Dante fa di lei come di Penelope una
citazione fugace e indiretta nel famoso canto di Ulisse, già citato sopra..





Creusa

Del tutto marginale la citazione della moglie di Enea perita nell'incendio della
città: va detto però che nei commenti medievali all'Eneide e a Dante non
mancarono i rimproveri ad Enea per averla lasciata morire o addirittura uccisa
a fini negromantici, come magistralmente ricorda sulla base di numerose
testimonianze Giorgio Inglese in un articolo ("Una pagina di Guido delle
Colonne...,La Cultura, XXV, 3, pagg. 403 sgg.)segnalatomi dalla professoressa
Ilaria Tufano.



Par. IX 93-8



Folco mi disse quella gente a cui/
fu noto il nome mio; e questo cielo/ di me s'imprenta, com'io fe' di lui; / ché
più non arse la figlia di Belo,/ noiando e a Sicheo e a Creusa,/ di me, infin
che si convenne al pelo.



Elena

La netta condanna del poeta somiglia
profondamente al giudizio della maggior parte dei Greci. La troviamo in Inferno
V 64, già citato a proposito di Achille.





Ifigenia

Per la dolce vergine sacrificata dai Greci come poi
Polissena, torna a leggere i versi già citati su Agamennone.



Pentesilea

Si occupano largamente di questa
affascinante regina le ricerche sugli "amori di Achille" e "Viddi Camilla e la
Pantasilea", presenti su questo sito.



Inferno IV 124



Vidi Cammilla e la Pantasilea;/da l'altra
parte, vidi 'l re Latino/che con Lavina sua figlia sedea.



Ecuba e Polissena



Rileggi la parte finale dell' Impius Aeneas e gli amori di Achille. Qui,
torna ai versi già citati per Polidoro.





4. Gli oggetti





Palladio

Il Palladio in età medievale ebbe fama ed
eco profondissime e sarà oggetto di una prossima ricerca. Si rileggano intanto
la parte conclusiva dell'Impius Aeneas e le note relative ad Aiace,
Ulisse e Diomede.



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