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lavoro pubblicato mercoledì 30 novembre 2011
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'Istorietta troiana

di teseo2347. Letto 497 volte. Dallo scaffale Storia

L’”Istorietta Troiana” è probabilmente tradotta in dialetto toscano da un testo francese, che molti ritengono sia il “Roman de Troie” di Benoit de Sainte-Maure, troppo più lungo però, anche nelle sue versioni in prosa, per rendere accetta questa ipotesi.

ISTORIETTA TROIANA
... Quando la cittade fue fortificata e perfetta di ciò ch'è
detto e i[r]re Priamo tenne general parlamento a trovare il modo della vendetta
contra gli Greci dell'oltraggio ricivuto, e nel consilglio si diliberò che in
Grecia si mandasse nobile, bella essavia anbascieria, per li quali fosse
cortesemente domandata la filgliuola derre Laomedon essuora derre Priamo, la
quale era stata presa ed era tenuta in servaggio. Ma derre e della giente che
morti erano stati non fecero alcuna menzione e poi chella donzella sarà
dimandata, se renduta sia, basti, e se non, si rimanga in nuovo consilglio, e
preso il consilglio sì vi mandarono tale che compiutamente per tutta Grecia
fecie l'anbasciata, avengna che non bello vi fosse ricolto, ma vituperosamente
Igli fosse risposto; onde e' ritornato in Troia contò in che modo ricevuto era
stato, ella risposta di Greci. Nel tenpo chell'anbasciata e risposta detta fue
in Troia per li detti anbasciadori ecche mandati furono in Grecia, in quel mezzo
Paris, filgliuolo derre Priamo, era ito a vedere alle sue colture il guernimento
suo e trovò ne' prati sotto una roccia d'accosta a una chiara fontana uno
bellissimo e grasso toro, il quale era strano della greggia de' suoi, eccon uno
de' suoi si combatteva; de' quali lungamente durò la zuffa. Paris stava e
guardava li tori sanza giovare o nuocere a nullo. Alla fine il toro della
greggia di Paris fue vinto. Ciò veggiendo Paris fecie una ghirlanda di fiori e
puosela in capo allo strano toro in sengnio di vettoria, e, ciò saputo, molto ne
fue Paris lodato e tenuto a giusto. Un altro dì andò Paris accacciare nella
selva, e quando fue il grande calore nel mezzo dì, si partì Paris da' compangni
e andò a una chiara fontana maravilgliosamente dilettevole ebbene assisa, nel
quale luogo gli uccelli riparavano con dolci canti. Quivi Paris si riposò ellavò
le mani e rinfrescossi il viso; poi piegò una sua guarnacca e puosela allato
alla fontana, e posta la guancia sopra la guarnacca s'addormentò. Un'altra
fontana non meno bella di quella era più presso, alla quale erano venute
addonneare tre dee, l'una delle quali fue madonna Giuno, l'altra fue madonna
Pallas, la terza madonna Venus, ellà si diportavano, e ragionando intra loro
avenne che nel mezzo di loro cadde una palla d'oro ove era scritto pulchriori
detur, cioè alla più bella sia data. Quando le dee videro la palla, lette le
lettere, ciascuna disse che allei dovea esser data, assengnando ciascuna ragioni
per sè, e nata tralloro la discordia alla quale data esser dovesse, l'una di
queste dee disse: « Non è bella cosa che per tale cagione sia discordia trannoi,
ma troviamo alcuno soficiente acciò giudicare, checciò diffinisca ». Ecciò
accordato intra loro, si mossero a trovare acciò giudicatore; e andando per la
foresta s'abbattetero alla fontana ove Paris dormia. Allora disse l'una
all'altra: « Vedete, vedete Paris qui, il filgliuolo del re Priamo; piue leale
di lui non potremo noi trovare ed elli il mostrò bene alla battalglia del toro
istrano che vinse il suo, quello che elli ne giudicò; epperciò io lodo chennoi
ne facciamo lui giudicatore ». E acciò s'accordaro. Allora destaro Paris, alle
quali elgli fecie maravilgliosa gioia ed onore. Elle gli comtarono la quistione
che intralloro era e diederli la mela dell'oro e disser chella desse a quella
che allui fosse aviso che più dengna ne fosse. Madonna Giuno lo pregò molto che
allei la donasse, ed ella gli promise aiuto quante volle bisongno gli fosse, e
al suo soccorso metterebbe tutte le vertù del cielo. Madonna Pallas gli promise,
con ciò sia cosa che ella sia dea di battalgl[i]e, che gli darebbe senno e
vigore, e mai non sarà che ella non sia al suo aiuto contro a tutte gente.
Madonna Venus, conta e bella, nobile e piacente, sottrattosa e smovente, gli
promise tutta sua forza e disse: « Paris, settu se' leale uomo, tu mi dei la
mela donare, per ciò che alla più bella debbe essere data. Settu mi fai ragione
io l'avrò, essettu fai ch'io l'abbia, io ti donerò bello dono. Ciò fia chettutte
le donne chetti vedranno t'amaranno e qualunque tue vorrai, sitti darò; e ancora
vedi che io sono la più bella ». Alla fine fecie tanto che Paris le diede la
mela, onde l'altre due dee n'ebbero grande ira.

Quando gli ‘nbasciadori
di Troia furon tornati di Grecia, siddissero al re Priamo lo convenente
dell'opera ; onde il re Priamo fece tutti li suoi baroni ragunare e ricordò loro
l'onta e ‘l danno ell' oltraggio che gli Greci aveano lor fatto, eccome aveano
il paese guasto, la cittade arsa, gli uomini morti, elle loro belle parenti
rapite. "E ora mi diniegano la mia suora, la quale in servaggio ànno, per le
quali cose molto ne dovemo turbare ne' nostri cuori e prendere vigore e talento
di vendetta. Essopra ciò ne richeggio il vostro consilglio". Lo consilglio fue
grande e molto si disse intorno di ciò. Uno barone consilgliò che il più valente
di Troia andasse con grande forza di gente in Grecia, essi procacciasse di
dommaggiare Grecia e di vendicare la ricievuta onta. "E perciò chelgli Greci
sono fieri e oltraggiosi, quando averanno ricievuto dànno, si penseranno di
ritornare in questo paese con grande isforzo per vendetta fare. Onde io lodo che
uno valente barone vada per tutte le nostre contrade sommovendo gente per essere
alla difesa di noi in modo che mattare possiamo l'orgolglio greco". Onde tutti
s'accordaro a questo consilglio e grande ragionamento v'ebbe a sciegliere quale
fosse suficiente d'andare in Grecia. Alquanti s'accordaro che Ettor v'andasse
per lo vigore che era illui. Altri il contradiavano però che elli era il
maggiore, per lo dubbio d'esser preso. Casandra, la filgliuola del re, che molto
sapeva d'arti, disse in presenza di tutti: « Vada in Grecia quale avvoi parrà
chessoficiente sia, ma nel mio dire a postutto niego l'andata di Paris, perchè
io so di vero che se Paris vi va e tolgl[i]e mogl[i]e di Grecia, ecconviene che
questa cittade ne sia diserta ». Appresso il dire della donzella si levò uno
antico troiano, che bene avea ciento quaranta anni e disse: « Sengnori, il mio
padre vivette bene treciento anni, e quando elgli venne ammorte, simmi disse:
Filgliuolo, tu vedrai la cittade di Troia, la più bella, più forte e maggiore
del mondo, e allora era assai piccolo, essì vedrai uno bello giovane chessarà
filgliuolo derre Priamo e averà nome Paris, il quale se va in Grecia e prende
moglie, di là tutta Troia ne sarà distrutta ». Poi disse Deifebus filgliuolo
derre Priamo: « Padre essengnore mio, non pensare perch' io sia prete che io
vengna meno a voi o all' aiuto della vostra cittade: e molto che io non sia
cavallerosa persona, la buona volontade ci [è] pure e al bisongnio si vedrà.
Però dico che Paris non vada in Grecia, con ciò sia cosa checcome detto è la
città di Troia ne dee essere distrutta e vedrete disfare e ardere, rubare e
uccidere vostra amistà. Non pertanto mentre che io mi potrò tenere in sella, già
la mia vita non sarà risparmiata contro annullo dubbio ». Apresso disse Paris
così: « Sengnori, nullo puote andare im Grecia, il quale possa l'andata meglio
fornire di me, con ciò sia cosa che io ò l'aiuto di madonna Venus, la quale m' à
promesso d'essere al mio aiuto ove il bisongnio fia, e cierto folle sarebbe chi
quest'opera credesse meglio trarre abbuono fine di me, con ciò sia che io abbia
così fatto aiuto. E io sarei simigliantemente molto da biasimare se per lo
consilglio d'una femina o d'uno vecchio o di prete lasciassi così fatta inpresa,
poi che i' ò la promessa da quella dea ; ma femina, né prete non disiderano
battalglie. Dunque mandatemi in Grecia, che io so di vero che io avrò la prima
cosa la quale io domanderò alla dea Venus. E peroe trovate chi sia quelli che
vada sommovendo gente per menare al soccorso e difesa della cittade, che io mi
vo ad apparecchiare e fornire per mar passare con quella compangnia che
bisongnio fia ». E queste parole dette si partie del consilglio per fornire la
‘npresa. Poi che Paris si fue partito, istettero gli baroni grande pezza sanza
parole dire e apresso grande pezza parlò il re Priamo in questo modo: « Poi che
Paris ae presa questa sicurtade, io non ci veggio altro consilglio se non che,
poi che andar vuole, vada da parte di buona ventura, e non ci à più affare se
non di pensare quale sia soficiente d'andare arrichiedere li nostri amici, che
vengnano al nostro soccorso ». Per consentimento di tutti fu l'accordo che ‘l
valente Ettor andasse arrichiedere gli amici. Il quale richiese amici, parenti
essuoi subbietti, essommosse re, duchi, conti, prenzi, marchesi, primati,
baroni, castellani, visconti, ricchi cavalieri e valenti donzelli e aprovati
sergienti per diverse contrade, tutti dotti di guerra belli e bene armati, e una
parte ne menò seco ell'altra lasciò che venisse apresso lui, perciò chesse tutti
insieme fosser venuti, no avrebbe(ro) potuto sostenerli il paese di vettualglia,
che cierto fue giente sanza numero. Quando Paris ebbe le navi apparecchiate e le
vele poste al vento, cominciaro annavicare verso Grecia com molta volontà e
quando furono innalto mare si scontrarono innuna molto bella nave, nella quale
era il re Menelaon, il quale andava per provedere sue castella. Da ongni parte
aveva quivi orgolglio, si ne' Troiani come ne' Greci. Elli passarono assai
presso, nengià l'una parte innalcuno modo non disse parola all'altra, bene che
gli Greci conosciessero che elli erano Troiani, e quelli di Troia che elli erano
Greci. Mentre che Paris andava verso Grecia, li Troiani federo maravilgliosi e
ricchi sacrifici, e feciono nella cittade una maravigliosa chiesa arreverenza
della dea Pallas, acciò che in guiderdone di quella opera ne renda loro ricco
merito. Et ella mandò loro una bandiera di maravilglioso merito; nullo sapea
giudicare se ella era di lino o di lana o di seta, ma nullo vide mai più bella e
non si poteo sapere onde ella venne. Ma bene dicievano li Troiani chedda cielo
era venuta, che da alti venne in su l'altare veggiente tutto il popolo. Apresso
fue una bocie udita diciente: « Madonna Pallas vi manda questa insengna, essì vi
manda che voi la guardiate innonore erriverenza, che mentre che voi l'avrete non
sarete vinti ». Onde molto si rallegrarono li Troiani ed ebbervi grande
speranza. Molto fue bella e nobile la città di Troia; ella sengnioreggiava sette
reami, in questo modo che sopra catuna delle sette porte della terra avea una
alta e bella torre co molte altre meno alte torri e alte mura e forti aggiunte
assè. In ciascuna torre abitava uno re, ella sua baronia era tutta ne' casamenti
giungnenti ad essa.
Tanto navicò Paris essua compangnia, che elli arrivò in
Grecia presso d'uno nobile castello, il quale era del re Menelao. Di sopra dal
castello avea assai presso uno boschetto, nel quale era uno tenpio di Venere di
grande nominanza e ricchezza pieno, e molto il teneano uomini effemine della
contrada in grande reverenza, e dicienno che più largamente dava la dea Venus in
quel tempo quello che con reverenza era chesto che innullo altro, e perciò erano
costumati di venire a questa festa la maggiore parte di Grecia e recavano ricche
offerende e grande oblationi. E Paris arrivò al porto la villa (francese
veille=vigilia) della detta festa, alla quale era giente sanza numero, ella
chiesa era ornata di nobili addornamenti e ricchi tesori. Paris uscì della nave
conto e nobile eccon ricca compangnia. Tutti quelli del castello gli si fecero
incontro per sapere chi fosse; fue risposto: « Questi è Paris filgliuolo derre
Priamo di Troia, il quale viene per anbasciadore in Grecia ». Paris essua
compangnia passarono oltre per lo castello e passando molto ***andò provedendo.
E poi che elli fuoron giunti al tenpio della dea Venus e viddero le belle
offerende elli belli doni, li quali li Greci facieano ad onore della dea...
A
quella festa era venuta la bella Elena molgl[i]e derre Menelao, che era de' più
alti re di tutta Grecia, la quale molto avea irriverenza laddea Venus. Quello re
che Paris avea incontrato in mare era il marito della reina Elena, la quale
molto v'era venuta contamente con nobile conpangnia. Ella fue di bella statura,
di convenevole grandezza, lunga e schietta, convenevolmente carnuta, adatta,
snella, bianca come aliso, pulita come ivorio, chiara come cristallo e colorita
per avenente modo, capelli biondi e crespi e lunghi, gli occhi chiari, amorosi e
pieni di grazia, bruni di pelo e bassi, le cilglia sottili e volte, il naso
deritto e bene sedente, di comune forma, bocca picciola e bene fatta, le braccia
colorite, li denti bene ordinati, di colore d'avorio con alquanto splendore, il
collo diritto, lungo e coperto, bianco come neve, la gola pulita, stesa sanza
apparenza, ben fatta nel petto e nelle spalle, le braccia lunghe e bene fatte,
le mani bianche e stese, morbide essoavi, le dita lunghe, tonde essottili,
l'unghie chiare e colorite, il pié piccolo e ben calzante e snello, bello
portamento e umile riguardo, grazioso e di buon'aria, franca
eccortese.

Quando Paris venne alla festa con così nobile compangnia ed
arnese, come detto è, ciascuno andò a vederlo, sicché la novella venne infino
alla reina Elena ed ella si rivolse verso quella parte e vidde Paris molto
umilemente venire con sua compangnia. Veggiendo Paris la reina Elena, sì andò
verso lei e salutolla dolcemente eccon onesto atto, e quella in tal maniera
rispuose al saluto, eppoi che cortesemente ebe risposto, sì domandò chi elli era
e onde venia. Ed elli li disse il nome e illingniaggio ella cagione della sua
venuta, avengnia che elli non dicesse lo ‘ntendimento suo, ma disse che venuto
era a quello luogo per divozione ed onore della dea Venus. Ella reina disse: «
Sengnore, buona orazione possi tu fare, elli dii ella deessa intendano e mettano
inneffetto tua volontade. E certo se ‘l mio sengniore fosse a questa festa, io
penso che elli farebbe avvoi tutti onore, esse d'alcuna cosa ti bisongna,
avengna che ‘l mio sengniore non sia nel paese, sissara' fornito liberamente e
di buono volere ». Della qual cosa Paris le rende grazie e delle sue ricchezze
le proffere collargo animo. A.presso cioè si partie Paris, preso e accieso
d'amore della bella accolglienza e oferta della reina Elena, avengna che ella
non rimanesse meno ardente dell'amore di lui.

Paris s'inginocchiò
dinanzi all'altare della dea pregandola chelli renda sua promessa, che venuto è
luogo e ‘l tenpo. Ecciò detto sì fecie senbianti di volere tornare alle navi e
navicare verso Grecia e prese conmiato dalla reina Elena. Poi tornò alle navi
molto isnello con la sua compangnia e presero consilglio di rubare il tenpio e
di rapire Elena. Il qual consilglio preso, s'armaro vistamente, e anzi chella
luna si levasse furono tutti armati e ordinati e quetamente vennero al tenpio
anzi che nullo se ne prendesse guardia, ellà ordinaro cento cavalieri alla
guardia, acciò che nullo ne potesse uscire e nel tenpio n'entraro quattrocento,
i quali rubaro quanto chennel tenpio era prezioso. Paris andò alla reina Elena e
quelli che difendere la voleano morti furo. Poi ne menò lei, poi le disse
umilemente ecco lieto volto: « Madonna, se vi piaciesse, io mi prometto al
vostro piaciere come vostro cavaliere e leale amante ». La reina rispuose: « La
forza è tua ». E Paris di ciò le rende grazie e presela per mano eccon sua
conpangnia la condusse infino alle navi e poi tutta la preda del tenpio e delle
gienti che dentro erano. Cierti greci cheffuggiro infino ad uno vicino castello,
che ivi presso era, contarono ciò che avenuto era. Dire non si potrebbe come
isnellamente e tosto quelli del castello furono armati e trovarono una parte de'
Troiani carichi di prede e lassi; sì percossero alloro e molti n'uccisero. Ma
quelli delle navi udirono il grido; siccorsero isnellamente al soccorso e
riccolsero loro giente con grande danno de' nemici, e trassersi alle navi. Poi
levaro le vele al vento e non finarono di navicare infino attanto ch' elli
furono ad una giornata presso a Troia, ellà soggiornarono una settimana. E
intanto mandò Paris una galea armata verso Troia per contare arre Priamo loro
tornata. Giunta la novella a Troia, maravilgliosa allegrezza ebbe nella cittade,
ma Casandra e Deifebus e spezialmente Casandra cominciò affare si grandissimo
pianto e menare sì smisurato dolore, che nullo la potea appaciare. Ella gridava
come arrabbiata, scapilgliata, piangiendo e diciea: « Ora s'apressa il dolore,
il tormento, l'angoscia, lo struggimento, la mortale uccisione del lengniaggia
di Dardano e della ricca cittade di Troia. A mortale dolore si vedranno
uccidere, elli belli alberghi abbattere, e le forti mura distruggiere, le
ricchezze consumare e le donne vituperare, le pulcielle sforzare e li vecchi
talgliare. Ahi malaventurosa cosa è questa a pensare: giente, di vostra morte
fate allegrezza; voi siete similglianti al ciecero (=cigno, ndr), che più
gioiosamente canta quando viene al suo fine; fuggite, giente, fuggite ahi
miseri; li dii non v'amano tanto che non ciessino di tal vita lasciarvi menare
». I[r]re Priamo silla fecie mettere innuna scura volta, acciò che il suo tristo
annunzio non fosse dalla giente udito né veduto.
Veggiendo Deifebus la
grande allegrezza cheffacieano i Troiani, e udendo la maniera checCassandra
tenea, disse: « Pesami, che ararne è palese il doloroso avenimento, ma perch' io
ò partecipato agli onori del mio padre e alle ricchezze, io voglio participarmi
all'aversitadi: colgli miei volglio vivere e morire, e volglio fare tale
contezza, quale fanno egli, che del tenpo che è avenire nulla veggiono ». A
tanto giunse Paris essua compangnia, ella reina Elena insieme collui. Irre
Priamo ella reina Ecuba, i filgliuoli elle filgliuole elli bastardi, tutta la
baronia e grandi e piccoli della città gli andarono all'ancontra con
maravilgliosa festa e allegrezza. Poi a grandissimo onore sposò Paris Elena.
Dopo lunga festa furo li baroni acconsilglio ed ordinaro di guernirsi e di stare
intenti, consappiendo chelli Greci verranno per tale onta vendicare. Poi
cheffurono di ciò che bisongniava guerniti, errecato allaccitade dentro quello
che bisongnìa e irrimanente arsero e strussero. Uno re, il quale avea nome
Lernesio, domandò arre parola di potere con sua compangnia andare alla guardia
d'uno suo forte castello, che era presso alla cittade a venti milglia ed era in
sul passo de' nemici: al quale gliene diede parola. Questo Lernesio fue padre
della pulcella Criseis, la quale Accilles rapio.
La novella fue saputa per
Grecia come Paris avea rapita Elena errubato il tenpio di Venus e morte le
giente del castello. Irre Menelao fue tornato e trovò chella molglie gli era
stata tolta, della qual cosa elli si dolse con gientili uomini del paese, i
quali promisero tutti insieme d'andare sopra a Troia ad oste.

Elena avea
due bellissimi fratelli e d'una similglianza, arditi eccavallerosi, i quali
incontanente chesseppero che Elena fue rapita si misero in mare con grande
compangnia in tal punto che poi di loro non fue novella saputa; onde li Greci
furon fortemente crucciati. L'uno de' detti fratelli avea nome Castor ell'altro
Polus. Gli altri baroni di Grecia presero un die diterminato nel quale dovessero
muovere; onde con grande compangnia e bene armati mossero il detto die; tralli
quali vi fue il re Agamenon, il re Teseus, il re Ulixes, il re Diomedes, il re
Talamone, il re Tideus, il duca Accilles e il suo caro compangnio re Patricolus
e il re Menelao, marito della bella Elena, e Deomonson e il re Aiax
ell'orgolglioso Maccareo e il re Iolo e il grosso Proteselao ell'ardito Danaus e
Protinus e Corintius e Acuntius, Meleander e Calculus, con tutti li gientili
uomini di Grecia. Agamenon era bello uomo e di bello tenpo, molto fiero e molto
savio; effue il più ricco e poderoso d'avere e d'amici che fosse in tutta Grecia
e di maggiore seguito. Ulixes fue ricco re effu nero, barbuto e piloso, grosso
eccorto efforte, savio e sottile, effue il più bello parladore chell'uomo
sapesse. Diomedes fue bello, grande e formato, orgolglioso e amoroso. Texeus fue
bello e ben fatto d'inbusto e di menbra: questo fue quello che diliverò
l'assedio da Tebe. Diomedes fue grande compangnio di questo Texeus a molte terre
conquistare e guerre vincere. Elli fu quelli che per sua vertù col consilglio
d'Adriana canpò dal Minotauro della magione di Dedalus. Accilles fue bello,
forte, bruno e di corpo ben fatto, né grasso, né magro e maravilgliosamente fue
buono cavalcatore; effue quello cheffue più bello innarmi; Talamone fue grosso,
tondo e grasso efforte; molto fue ricco e rigolglioso. Patricolus fue
bellissimo, biondo, ricciuto, bianco e vermilglio, prode e ardito. Menelao fue
bello, ricchissimo, giusto e di bonare, sottile e ingiengnioso. Nestore fue
prode, forte e ardito e grandissimo di corpo, sicché tutti li baroni di Grecia
sopragiudicava dalle ispalle in suso, essì era bene così grande d'animo e di
senno. Effurono due Aiax, [l'uno] fue filgliuolo della serocchia di Laomedon,
serocchia derre Priamo, quella che Antenore andò arrichiedere da parte del re
Priamo infino in Grecia, la quale non volle essere renduta; l'altro Aiax fue
prode, ardito, il quale volle avere l'armi d'Accilles, malgrado d'Ulixes,
eccontro allui se ne volle combattere corpo accorpo, avengna che Ulixes l'avesse
per suo maestrevole parlare. Proteselaus fue bellissimo in sua giovanezza; ma
aqquel tempo elli era sì grasso chennullo l'avrebbe potuto avinghiare; ma molto
era ancora fiero, forte e ardito. Tutti Igli altri baroni e lor seguagi furono
nobilemente ad arnese. Tanto navicaro che presero porto dinanzi al più bello e
ricco castello di Troiani, e (quando) Lernesiio, chessingniore n'era e allora
era nel castello, s'apparecchiò di contradiare li nemici siccome ardito e
valente, ma Diomedes e Ulixes con loro isforzo per battaglia il presero e
vinsero, e poi che Diomedes gli ebbe disarmata la testa e avea la spada già
alzata per talgliargl[i]ele, Accilles si misse innanzi eccoprillo collo iscudo
eddisse: « Non piaccia addio che elli muoia, cheggià grandi piacieri ò ricievuti
dallui ». Eppoi cheddalla morte fue riscosso, sì ebbe tali convenenze colli
Greci chella sua terra riconosciesse dalloro, elliberamente darebbe loro
l'entrata ecconducerebbe loro la vivanda all' oste. Là soggiornarono tanto li
Greci, che uno nobile eppossente re giunse, il quale non potea giungnere insieme
colgli altri per la grande multitudine di giente ed arnese, la quale elli
conducieva, eppoi che elli fue giunto, soggiornarono alquanto, eppoi sì feciono
comune parlamento, ove questo sengniore disse che molto si maravilgliava, che
gli Greci non s'erano più avanzati innanzi e bene uno anno erano già stati nelle
terre di Troia. « Non avete la cittade assalita; ora sanno li nostri nemici come
voi siete qui stati, e ànno avuto ispazio d'avisarsi e di fornirsi contra la
nostra forza, essonsi rassicurati e meno ci lottano. Ora mi parrebbe che il
difetto si debbia amendare ecche isnellamente corriamo verso la cittade,
esseguiamo il pregio de' nostri antichi ». A questo consilglio si tennero, essì
tosto come potero si misero in mare, ella prima nave che mosse fu quella derre
Patricolus e non fìnarono infino a tanto ch'elli furono dinanzi al porto di
Troia. Grande maestria convenne contro alli grandi lengni aguti, li quali li
Troiani aveno fìtti nel porto per contradire le navi; ma tanto feciono per
ingiengno e per forza che elli arrivarono assalvamento. *
Quando li Troiani
videro le navi al porto corsero all' armi e uscirono fuori della cittade
schierati e acconci per contradire la venuta di Greci. Patricolus essua giente
ricievettero il primo assalto e maravilgliosamente sofersero grave fascio eccon
molto ardire e con vertù sostennero; ma non poterono [so]stenere contro alla
grande multitudine di Troiani; siffurono sconfìtti. Ma Diomedes giunse al
soccorso, che molto gli sostenne, e cominciò a prendere terra contro alli
Troiani. Enea e Deifebus, Filimenis e Troilus usciro della cittade e nobilmente
armati con serrate ischiere assalirono li Greci e pinselgli infìno alla riva.
Contro gli quali giunse Tideus con forte e bella gente, ecco molta fatica oltre
il grado de' Troiani prese porto. Là ricominciò fiero stormo, tale che irromore
che era in sue la riva risonava per tutta la cittade. Ettor con nobile giente
uscì tutto armato della cittade con nobile compangnia e giunse alla battalglia.
Quando Patricolus lo vidde venire così nobile, si domandò chi elli era; risposto
gli fue che elli era Ettore. Patricolus rispuose chellui assalire gli potea
cresciere lode e pregio. Addunque mosse Patricolus il cavallo contro allui e
bassa la lancia e percosse Ettor sopra lo scudo d'oro, ov'era uno leone azzurro.
Ettor fue forte e sostenne lo colpo sanza muoversi tanto o quanto, ella lancia
si ruppe in piue pezzi. Ma Ettor diede lui si forte colpo che nè scudo, né arme
non potè sostenere lo talgliente ferro, che oltre per lo fianco gli passò il
cuore; onde Patricolus cadde morto atterra. Ora è cominciato il pericoloso
assalto, innarrata è la mortale distruzione, scoperto è il tristo annunzio. Come
Patricolus fue alla terra versato, Ettor pugna contro li Greci, i quali non
poteano sostenere l'assalto, anzi si trassero imfino in sue la riva, ove gli
Troiani gli uccideano eddamaggiavano sanza rimedio. Addunque giunse Ulixes e il
re Serses e Accilles e per forza presero porto assai eppiù leggiermente che gli
altri, che prima aveano preso porto, perciò che quelli che innanzi erano sciesi,
sosteneano l'assalto de' nemici in sue la riva. Chi avesse veduto Ettor
percuotere intra li nemici, a maravilglia lo terrebbe. Cierto egli faciea quello
checcorpo umano non dovrebbe potere sostenere. Si tosto come Accilles fue della
nave iscieso, si udi dire come Patricolus era morto, onde elli dolorosamente fue
punto di trestizia, e incontanente domandò chi quello danno fatto gli avea. Al
quale risposto fue checciò avea fatto il valente e vertuoso Ettor. Accilles
pieno d'ira mosse il cavallo contra Ettor colla lancia sotto il braccio et Ettor
si dirizzò contro allui e diedersi delle lancie sopra gli scudi. Ma Accilles
nonna trovato quello che pensava, che per lo colpo nollo mosse se non siccome
posto l'avesse a una torre; ed Ettor diede lui, effeciegli per lo colpo votare
amendue le staffe, ecconvenne checcolle braccia s'attenesse al collo del
distriere. Quando gli Greci viddero ciò, non attesero la battalglia delle spade;
per temenza d'Accilles, sì soccorsero tutti alla riscossa d'Accilles e quando
Accilles fue riscosso dalle mani de Ettor, cominciò affare crudele uccisione de'
Troiani, ma non tale che Ettor nolla faccia maggiore di Greci. Tanto si
combatterono in su la riva, che ‘l dì si partì e per la scurità della notte
convenne chelli Troiani tornassero alla cittade; i quali con grande baldanza e
allegrezza tornarono, elli Greci rimasero sbigottiti e affannati. La notte
arrivaro al porto tutti quelli Greci che giunti non v'erano, e parte di loro
guardaro armati, elgli altri intesero addirizzare loro tende elloggiarsi in su
la riva. Ella mattina al punto del die tutti armati furono al padilglione
d'Agamenon e là tenerono grande parlamento, ove molto fue detto della prodezza
del forte Ettor. La fine del loro consilglio fue di domandare triegue, ella
cagione di triegue domandare pensarono gli anbasciadori, ciò fue Ulixes e
Tedeus, i quali con nobile conpangnia andaro verso laccittà, ettrovaro cheggià
era armato Ettor, Troiolus e Deifebus e Filimenis e grande giente de' Troiani
per uscire per la porta di Marte, e per l'altra porta de costa Eneas, Toas il
vecchio, Cassibilante e il bello Paris elli bastardi tutti insieme con ventimila
coverture di ferro. Ma quando le guardie scorsero gli anbasciadori che venieno
con rammi d'ulivo in singnifìcanza di pacie, fecero alli baroni di Troia sengno
di ciò, i quali si ritrassero alla terra e snellamente si disarmaro; poi
andarono in Ilion per udire l'anbasciata. Gli anbasciadori entrano nella terra
per la porta di Cereris e molto si maravilgliano della forte grandezza e nobiltà
della cittade. Quando furono dinanzi al re Priamo, Ulixes cominciò a parlare e
disse: « Re Priamo, io ti fo assapere che alla riva del porto sono tutti li
nobili prenzi di Grecia elli gientili uomini commaravilgliosa forza e volontà di
battere lo tuo orgolglio, e prendere vendetta dello oltraggio chettu elli tuoi
loro avete fatto. E sappi checciò averrà settu per senno nolgli muovi a pietà
per saddisfazione d'ammenda; ciò è in rendere Elena e l'oltraggioso alla volontà
di tutti li baroni di Troia, ettu com pietoso prieghiero bangni di lagrime la
terra dinanzi alli loro piedi. E cierto io non sono qui per pregarti checciò
facci, che troppo piacierà più alli Greci di vedere loro fiera vendetta che
d'avere l'amenda sanza mostrare loro forza. Ora ti dirò perchè io sono qui
venuto. Sappi chelli Greci sono cierti della vettoria contro atte; ma perciò che
elli non volgliono loro messe fare se non accierto termine di loro reddite, sì
volgliono mandare alli tre dii dell' isola di Bellide affare sagrifici e
offerende per udire cierta risposta infra quanto tenpo la città sarà presa: si
dimandano triegue infino a tanto che quelli che portano l'offerende siano
tornati. Triegue non debbono essere vietate, però che ispesso serà mestiere
domandarle voi e di ciò ne rispondete quello chenne credete fare ». Il re Priamo
disse che elli andassero all'albergo e si posassero ed elgli sopra la loro
anbasciata si consilglierebbe e avrebbero diliberata risposta. Ulixes disse: «
Noi ci trarremo da una parte e vo' vi comsilgliarete, che assa' liberamente ci
potete rispondere, che qui non falla buono consilglio, ennoi nonnavemo
intemdimento di qui soggiornare, chelle nostre tende sono presso di qui ». « Ciò
ci piace », disse il re Priamo. Innuna nobile camera furono menati gli
anbasciadori di Grecia, e il re Priamo prese consiglio. Il primo dicitore fue
Ettor e disse cosi: « Sengnore, li Greci addomandano triegua per lo loro
acconcio elloro inforzare, che bisongnio n'ànno. Esse il bisongnio non vi fosse,
già per cagione che dicano nonnaddimanderebono triegue; perciò dico che triegue
non siano lor date, esse elgli sono lassi ettravalgliati, noi gli dovemo
fieramente assalire, essovente dammaggiare, acciò chennoi gli possiamo
disavanzare ». Poi parlò il vecchio Antenor e disse: « Anzi che questo diparta,
averrà che di nostri più cari saranno morti e presi, esse triegue non si
domandassero, non potremmo le corpora riavere e apresso noi saremo serrati qua
entro, che poco sarebbe là nostra difesa pregiata, perch' io priego chelle
triegue sieno ottriate ». A questo consilglio si tennero tutti ed egli rispuose
algli anbasciadori effermaro le triegue due mesi. Gli anbasciadori riportaro
alli Greci le novelle, onde della cortesia di Priamo si lodaro e della sua
fierezza sbigottiro, e della maravilglia, dell' avere e delle fortezze che gli
anbasciadori videro nella cittade raccontarono alli Greci. Quando furono al
cierlo delle triegue sissi cominciaro ad aloggiarsi ed afforzaronsi di fossi e
di steccati e di pozzi e di ciò che attale affare si comvenia. Poi soppellirono
il corpo derre Patricolus a grande onore; poi presero consilglio d'andare
nell'isola de' dei affare sagrifici e doni, tanto cherrisposto avessero della
fine della loro inpresa; alla quale cosa fare allessero Accilles, Diomedes e
Ulixes. Li Troiani si consilgliaro di mandare nella detta isola per lo detto
Antenore e acciò s'accordarono tutti e mandaronvi il vescovo Toias, che era uno
savio vecchio, col quale andò Ettor e il bello Pollidamas, il fìlgliuolo del
vecchio Antenore. E il die checcostoro giunsero nell'isola, si vi trovarono li
Greci cheggià aveano sacrificato agli dii effatte maravilgliosamente ricche
offerende, e incontanente li Troiani feciero lo somilgliante. Tutta la notte
furono ad orazioni, ell'una ell' altra parte. La mattina al tempo del die ebbero
risponso dalgli dii in questo modo: « Singniori di Grecia, ciò dicono gli dii
del cielo che intra qui a dieci anni per la potenzia e per lo isforzo di te,
Acciles, sarà la città di Troia presa e distrutta sevvoi manterete l'assedio, e
tutti li dii vi comandano, i quali i secreti distini conducono, che voi non
siate arditi di partirvi dall' assedio, né voi né gli altri Greci, chella cosa
avete cominciata. Conciò sia cosa chesse voi ve ne partite anzi chella cittade
sia presa, tutti gli distini si cruccieranno contro a voi. E a voi di Troia dico
[che] la vostra difesa non varrà nulla, che alla fine vi converrà perdere, e
bene che voi vi voleste rendere nol sofferrebbe il distino; ettu, antico Toas,
chesse' savio essottile, io ti comando da parte di tutti gli dii e del destino,
chettu mai non entri in Troia infìno che ella sia presa e distrutta, anzi ti
tieni colli Greci elloro aiuta ecconsilglia e io loro comando che elli ti
credano esservano e onorino, che a grande bisongnio verrai loro »; e qui
tacette.
Di questa risposta furono li Greci molto allegri, malli Troiani si
sconfortarono molto, ma tanto erano pieni d'ardimento che nullo di loro ne fecie
senbiante, se non Toas, il quale pianse e si ramaricò duramente ; elli Greci
andarono allui e molto l'onoraro e menarlone colloro. Ed Ettor e Polidamas gli
dissero: « Già per uno vecchio, il quale ae le menbra perdute non saremo di
minore valore; esse di tutti li suoi pari fossimo diliveri troppo ci pregieremmo
meglio ». Apresso queste parole si partirono dell' isola, elli Greci elli
Troiani. Grande duolo fecie Toas fra gli Greci, perciò che dipartuto s' era di
suo paese per lo mandamento delli iddii. Ma molto il confortarono e onorare li
Greci e da quella ora innanzi fecero quelli di Grecia poco onneente sanza lo suo
consilglio.
Quando Ettor e Polidamas furono tornati a Troia, ricontaro
quello che trovato aveano, e quando Priamo gl' intese, sì bassò lo viso e
cominciò a pensare e poi disse: « Facciano li dii quello che vorranno, che in
mia vita non farò pacie a mia onta né disinore: troppo val melglio ad onore
morire che ad onta vivere. Noi avemo Palladion, che Pallas la dea ci donò e
avemo l'aiuto della dea Venus, e avemo con noi Eneas suo filgliuolo e avemo la
prima offerenda della dea Diana. Noi avemo contra questa rea risposta quattro
benedizioni; ma il malvagio vecchio che dannoi s'è partito, che per sua partita
varremo noi troppo meglio; molto mi pesa che trannoi sia rimaso alcuno di suo
lingniaggio ». Queste parole disse irre Priamo contro a Toas per una sua
filgliuola, la quale avea nome Briseis, la quale Troilus amava maravilgliosa
mente e per quello amore erano li Troiani troppi crucciosi della partita di
Toas. Quando Briseis seppe che Toas era andato di verso li Greci ne fecie duolo
per senbiante e molto se ne dolse dinanzi arre Priamo. Non guari poi fue Toas ad
uno consilglio che gli Greci feciero; dopo il consilglio gli pregò molto
teneramente chella filgliuola fosse richesta alli Troiani, ecciò preso,
mandarolla richeggiendo per due anziani cavalieri, Tideus e Ulixes; ma in
compangnia di loro, sanza comandamento, si mise uno giovine cavaliere filgliuolo
del detto Tedeus, il quale era chiamato Diomedes.
Il re Priamo confortava li
suo' cavalieri per lo disconforto che elli aveano avuto della risposta delli dii
dell'isola e Paris promettea il soccorso della dea Venus. Adunque vennero alla
corte i messaggi di Grecia, e dissero al re che gli Greci mandavano per la
fìlgliuola del vecchio Toas, la qual cosa molto fue grave a Troilus. Il re
rispuose: « Sappiate che io non pregio tanto l'amistà del traditore Toas, che io
voglia ritenere alcuna cosa del suo, avengnia che pietà mi prenda della
damigiella, ch'è stata intrannoi nodrita e ne' suoi tradimenti nonnà pecca. E
perciò che ella è di ragione al comandamento del suo padre, silgliele rendiamo e
perchè la donzella s'appaghi piue, sille doniamo termine oggi, sicché ella
apparecchi li suoi arnesi e prenda commiato da' parenti e da' vicini ». Gli
anbasciadori sì partirono per tornare la mattina per la donzella, la quale
quando intese le novelle, siccominciò affare maravilglioso dolore, eccominciossi
a scomiatare dalli suoi cittadini co molte lagrime. Questo duolo durò infino
alla sera, chettutta la giente fue all'alberghi addormire. E quando furono tutti
addormentati, Troilus segretamente andò a vedere la donzella, e tutta la notte
stettero insieme braccio a braccio e bocca a bocca. E tutta la notte non si
finarono di piangnere senpre pregando l'uno l'altro che il carissimo amore non
si dimenticasse tralloro. Con grandissimi sospiri e abbondanza di lagrime disse
Troilus alla donzella: « Io ti priego chettu mi guardi lealmente lo tuo amore,
con ciò sia che io sia fermo di senpre mantenerlo inverso di te; essettu lo tuo
non falsi verso di me, mai nulla altra amerò, però cheppiue saroe tuo chemmio.
Esse questa guerra finiscie e io rimangnio in vita ettutti mantieni leale verso
di me, tu avrai me e quanto che io avrò di podere ». Eccosì le promise, ella
pulciella promise lui fede e lealtade. Al punto del dì Troilus si partì
segretamente, ella pulciella si levò e apparecchiossi orrevolemente. Al punto
del die Ulixes e Polipom e Diomedes vennero per la donzella, la quale alloro fue
data. Si tosto come li Greci furono fuori colla donzella, Diomedes la richiese
d'amore, la quale sanza alcuno detto gli ebbe promesso e donolgli uno anello che
Troilus l'avea donato. Ecciò vide uno ragazzetto che Troilus avea mandato, lo
quale la pulcella non conoscieva, per sapere come ella si contenesse. Ma la
donzella credeva che elli fosse valletto di Greci, elli Greci credeano ch' elli
fosse a servigio della pulciella, e perciò capea in tralloro, il quale avea nome
Forolus. Grande duolo fecie Troilus quando il garzone gli apportò la contezza
elle novelle di Briseis. Malle donne elle donzelle di Troia n'ebbero grandissima
vergongnia di così piccola fermezza, come ella avea mostrata, ellasciato l'amore
di così grande e valente e alto giovane per uno nemico forestiere.
Conpiuto
è il termine delle triegue. Li Troiani usciro fuori alla battalglia contra li
Greci. Alcuna volta ànno li Troiani il milgliore della battalglia, ma ispesso
sono vinti gli Troiani, quando aviene che Ettor nonnesca alla battaglia. Esse
non fosse Accilles che alquanto contastava Ettor, di vero li Greci nonnavrebbero
innalcuno modo durato contro alli Troiani. Truovasi nella vera e perfetta storia
che innuno solo die Ettor uccise di sua mano sette re di Grecia sanza gli altri
valorosi prenzi e ongnindì erano alla battalglia, se non quando il canpo era sì
pieno di corpi morti che per lo puzzo nullo potè durare. Allora prendeano
triegue per tanto tenpo chelli morti fossero ragunati e arsi e incontanente
ricominciavano le mortali battalglie. Molto si consilgliaro li Greci in che
maniera ellino potrebbero uccidere Ettor, e ordinaro di tenersi insieme li più
virtudiosi, ettutti ad una essere sopra lui per darli morte. Molto pregiavano
tralloro Accilles di quello checcontra Ettor si contratteneva essofferia la sua
forza. Sì tosto come le triegue furono fallite, sirricorminciò il pericoloso
istormo, ove d'una parte e d'altra conveniva di sostenere tanta mortalità; e
grande danno e grande angoscia e grande dolore e grande tenpesta e grande
persecuzione avenne in Troia, quando così alta giente e così nobile eccosì
valenti cavalieri erano a tanta furia giudicati. Un dì essendo la battalglia di
tutti li più valentr di Grecia, (e) andavano caendo Ettor, avengna che in quella
compangnia non fosse Accilles. I quali trovarono Ettor di lungi da' suoi molto
infra le schiere de' Greci, il quale andava facciendo di loro maravilgliosa
uccisione. Uno giovane re di verso oriente, bello e ardito, volonteroso di
pregio acquistare, il quale avea nome Polus, si partì della ischiera de' Greci e
con la lancia sotto il braccio spronò verso Ettor e fedilo dallato deritto in su
le coste, sicché per forza l'abattè dalla sella, della qual cosa Ettor ebbe
grande vergongna. Ma di rizzarsi in piede fue molto presto e fedì Polus della
spada sopra all'elmo siffieramente, che morto il fecie versare alla terra.
Allora tutti li Greci gli spronaro addosso ad uno grido, quale colla lancia e
qual colla spada, eccominciaro tutti insieme sopra lui aspro assalto e quelli
come fiero e prode mise lo scudo de al dinanzi, e cominc[i]a affedire addestra e
a sinestra, ora dinanzi assè, ora si volgiea e menava consì grande romore, che
abbattea e uccidea, sicché grande angoscia aveano di sua fiera contenenza.
Intorno di sé e' faciea fortezza di cavalieri morti ; sopra lui non si
conoscieva insengnia se non sangue di nemici; e quanto piue durava l'assalto,
più pareva che vertù gli crescesse. Tanti n'uccise intorno assè, che gli Greci
dicieano: « Questi nonnè uomo, questi è Cerbero »; e dicievano tutti chessè
Giupiter propio non vi metta la mano, già per uomo Ettor non fia menato a morte.
Allora giunse il bello Filimenis con sua compangnia e percosse infra li Greci, e
tanto gli pinse che per forza rimontò Ettor in sul destriere, effaceano
maravilgliosa uccisione de' Greci. Quando Menelao vi giunse con grande seguito,
Aias giunse dall'altra parte co maggiore compangnia. E veramente li Troiani non
avrebbero potuto sostenere se non fosse Ettor, il quale era nel più folto de'
nemici, elle piue strette schiere apriva ; fiede, abbatte, uccide, talglia e
magangnia. Nullo osava attenderlo, e per la sua vertù li Greci erano molto
spaventati. Allora giunse Paris com quattro mila arcieri; quivi pareva che
piovesse saette. Incontra venne Accilles con sua compangnia, poi Antinore e il
gientile Polidamas; dall'altra parte poi venne Ulixes, all'ancontra del quale
venne Ettor, poi gli anbastardi. Là cominciò una uccisione essì grande
struggimento di gentil sangue, che mai no fue tale, nè fia, che quel dì vi
morirono cinquanta sette milgliaia di gientili uomini, sanza gli fediti, che poi
moriro. E di questa battalglia non si poteo sapere quale n'avesse il migliore,
cheggià isconfitta nulla delle parti nolgli partì da battalglia; ma affrontati
combattendo, la luce del dì partita, si rimasero di combactere.
La mattina
al punto del die s'incontrarono gli anbasciadori troiani colli greci e
ciascheduno andava per domandare triegue, tanto che i corpi fossero soppelliti e
arsi, elle triegue furono ferme. Allora furono li corpi di coloro che di
maggiore nominanza era [no] e d'una parte e d'altra arsi, ella cienere messa in
pretiosi vasella e i|r]rimanente arsero essoppelliro. E poi mentre che ‘l tempo
delle triegue durò, pensaro di riposarsi ed agiare li cavalli e di guerire li
fediti e di racconciare l'armi ch'erano dirotte. E anzi chelle triegue fossero
finite, venne sì grande fame e caro di vivanda nell'oste chesse guari fosse
durata, tutti gli convenia morire e abbandonare l'assedio. Ma Accilles e Aias
andarono al singniore di Tenedon, cui Accilles avea già fatto perdonare la vita
dal cominciamento di loro venuta, e domandarono soccorso di vettualglia, il
quale la fecie cosi piena e abbondevole come fosse mai fatta, checcosì grande
oste come era quella di Greci ne fu per quattro mesi bene fornita. Nel campo
furo gli Greci spesso apparlamento e ragionavano e ciercavano modo come Ettor
fosse morto o preso. Li Troiani dicieano che Ettore era troppo spesso in dubbio
e troppo si mettea infra' nemici, ecche la loro salute era sollo illui, eccome
elli l'abandonavano troppo. Poi pensavano e dicievano in che modo potrebbero
ritenere morto o vivo Accilles, il quale troppo gli gravava, ecche all'ultimo
stormo avea morto Gassibilant e malamente avea gravati gli bastardi; e bene
dicieano chesse Accilles e' potessero uccidere, che mai li Greci non terrebbero
piazza contra Ettor.

Il termine delle triegue falli. La mattina furono
li Greci e Troiani al punto del die armati effurono in sul campo e assalironsi
sì crudelmente chennullo potrebbe contare né stimare. Il canpo fue in piccola
ora tutto coperto di morti e di magangniati. Troiolus andava fieramente
assalendo li nemici; Diomedes cominciò a guardare che tenpesta e che mortalità
Troiolus faceva intorno di sé; prese allora una forte lancia e punse lo
destriere verso lui e dalli sopra lo scudo. Il giovane, che delle sua venuta non
s'era preso guardia, per lo colpo votò la sella. Troilus fue imantanente in
piede e mise la mano alla spada e cominciò affare maravilgliosa difesa. Allora
giunsero Ettor e Nestor e Polidamas, i quali per forza irriscossero e rimiserlo
accavallo, non quello onde abbattuto fue, ma in su un altro; che il suo avea
Diomedes, che molto ne fecie grande festa, e chiamò uno suo donzello e mandollo
a Brises, la filgliuola di Toas, "e di' che io l'ò guadangniato e come e daccui
e di' ch'io sono essarò sempre suo cavaliere". Troilus, cheffue rimontato
accavallo, andava riciercando le schiere de' Greci effleramente danneggiando e
scorse Accilles, il quale struggea ecconfondea e uccidea li Troiani : bassò la
lancia e punse contro allui e diegli sopra lo scudo uno maravilglioso colpo. Ma
perciò della sella nol mosse e Accilles lo percosse della spada sì fiero colpo,
che talgliò l'elmo e ‘l bacinetto e della cotenna gli fesse un grande palmo. Ma
Filimenis giunse allora al soccorso di Troiolus con sua compangnia, e avrebbero
morto o preso Accilles; ma elli volse le redine e ritornò verso i suoi per
rilegarli insieme; ma Polidamas punse il cavallo verso Accilles e dielli si
grande colpo che ‘l cavallo sostenne troppo grande fascio. Ma unque Accilles per
lo colpo non si mosse se non come una torre, e Accilles percosse lui d'uno sì
grande colpo sopra lo scudo, chellui e ‘l cavallo versoe alla terra. Ma
Polidamas si dirizza snellamente come buono cavaliere e diede uno colpo ad
Acciles sopra l'elmo e il colpo calò giuso in su la testa del distriere si
forte, che morto cadde in terra. Acciles mise mano alla spada e mise lo scudo
dinanzi e fiede ettalglia e abatte effa piazza intorno asse ; tanto si fa temere
chennullo s'osa d'apressare allui. Allora giunse Filimenis con sua conpangnia
ettutti gli trassero addosso. Maravilgliosamente gli convenne sostenere grave
fascio ; qui non convenne che elgli sia sperduto, che troppo gli sono gli
Troiani vicini. Ma Accilles cominciò affare sì grande maraviglia di sé, che
tutto intorno facea de' corpi morti. Polidamas e Filimenis l'assalivano sovente
ma nol poterono abbattere a la terra. Ahi come sovente chiamavano Ettor dicendo:
« S'elgli fosse qui presente ristorata sarebbe la libertà di Troia; elgli
fornirebbe tutto quello che noi non osiamo di fare, né di cominciare ». Adunque
giunse il re Agamenon e Diomedes e Ulixes con grande compagnia de' Greci, i
quali per forza riscossono Accilles e poi che fue rimontato a destriere corse
sopra li Troiani. Allora rinforzò l'assalto, che vi giunse Eneas e Nestor, Ettor
e li bastardi e il re Cattabus e il re Antinostes e il bello Paris, Telon il
grande, Polemon e il re Isdras. Ahi lasso! Che duro cuore converrebbe avere a
ricontare tanta crudeltade e tanta furia e sì crudele uccisione, che tutto dì
non fìnarono di partirsi anime da miseri corpi, tanto che la nera notte puose
fine al doloroso tormento. Poi che ciascuno fue tornato al proprio albergo,
Ettor fue in su la sala dove allui vennero done e donzelle a disarmarlo. Qui fue
la pietà grandissima. Ahi quante faccie tenere di donne e di donzelle vi si
bagnavano di pietose lagrime! Ahi quante donne e donzelle stavano ginocchione,
le mani giunte levate inverso il cielo pregando per la salute d'Ettor! Per ciò
che quasi per ogni malglia d'asbergo gli usciva abbondanza di sangue, e il pugno
destro gli era sì enfiato per lo molto fedire e per lo strignere de la spada che
non poteva aprire le dita.
Poi che Ettore fue disarmato e suo' fratelli e la
multitudine de' cavalieri furono tornati dentro a la città, si fecero serrare le
porte de la città con forti serrami e quella notte se riposarono per lo grande
travalglio che aveano sostenuto, però che non erano usciti fuori de la città
ordinatamente se non come uomini arrabbiati incontro a' loro nemici. Poi che lo
dì fu chiaro e bello ed e' fecero i loro morti raunare e ardere e i fediti
curare. Ma i Greci che ancora non erano scesi tutti de le loro navi, si iscesero
la notte e quello dì. E per meglio sapere quante furono le navi e cavalieri de'
Greci si gli conteremo qui.
De re e duchi e baronì, che vennero a la città di
Troia e del numero de le loro navi.
Tempo era nel quale la brinata già era
spogliata da la sua freddura... ecc. (di qui innanzi abbiamo il volgarizzamento
del
Ceffi).
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N.B.
Altri scritti di Francesco Chiappinelli sulla vicenda di Troia sono pubblicati
sul sito www.culturaescuola.it


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