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lavoro pubblicato domenica 27 novembre 2011
ultima lettura venerdì 17 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

UN’ALTRA ILIADE: IL “DE EXCIDIO TROIAE” DI DARETE.

di teseo2347. Letto 805 volte. Dallo scaffale Storia

Certo poche vicende hanno avuto nella cultura universale il posto di Troia e della sua distruzione ad opera dei Greci. Il merito è soprattutto della insuperabile poesia omerica, che col passare dei millenni sembra trovare nuova linfa; e di Virgilio, che c..



STORIA DELLA CADUTA DI TROIA DI DARETE FRIGIO





"CORNELIO NEPOTE SALUTA SALLUSTIO CRISPO.



Quando ero ad Atene, impegnato attivissimamente in molte
cose, trovai la storia di Darete Frigio, scritta di suo pugno, come indica il
titolo, su Greci e Troiani. Ed io abbracciandola con grandissimo amore subito
l'ho tradotta. Ho ritenuto di non dover aggiungere né togliere nulla per mero
desiderio di cambiamento, altrimenti sarebbe potuta sembrare mia. Ho ritenuto
dunque che la cosa migliore fosse tradurla letteralmente in latino, così come
era stata scritta, in modo vero e semplice, perché i lettori potessero
conoscere come queste cose si fossero svolte: e per capire se stimino più vere
le cose tramandate da Darete Frigio, che visse e militò in quel tempo in cui i Greci
combattevano contro Troia, o se si debba credere ad Omero, che nacque molti
anni dopo che questa guerra era stata combattuta: su questo in Atene ci fu un
processo, giacché si riteneva Omero un pazzo perché scrisse che gli dèi avevano
combattuto con gli uomini. Ma fermiamoci qui, e torniamo a quel che avevo
promesso".





1. LA SAGA ARGONAUTICA



[1] Il re Pelia ebbe come fratello Esone. Figlio di Esone
era Giasone, eccellente per valore: e aveva come ospiti tutti quelli che erano
sotto il regno di lui, ed era amato moltissimo da essi. Il re Pelia, quando
vide che Giasone era gradito a tutti, ebbe paura che Giasone gli facesse dei
torti e lo scacciasse dal regno. Dice a Giasone che i Colchi hanno una pelle
d'ariete tutta d'oro, degna del suo valore, e promette che gli darà tutto,
purché la portasse via di lì. Giasone, appena sentì, poiché era di animo
coraggioso, e voleva conoscere tutti i luoghi, e pensava che sarebbe stato più
famoso, se avesse tolto il vello d'oro ai Colchi, dice al re Pelia di volerci
andare, a meno che non gli venissero meno forze e compagni. Il re Pelia fece
chiamare l'architetto Argo, e gli comanda di costruire una nave quanto più
bella possibile, secondo la volontà di Giasone. Per tutta la Grecia si diffuse
la voce, che si stava costruendo la nave con la quale Giasone deve andare in
Colchide, a cercare il vello d'oro. Amici e ospiti vennero da Giasone, e
promettono di andare insieme con lui. Giasone li ringrazia: e li pregò di
essere pronti quando giungesse il momento opportuno. Giasone, quando giunse il
momento opportuno, mandò una lettera a quelli che avevano giurato di andare
insieme con lui, e subito convennero alla nave il cui nome era Argo. Il re
Pelia fece porre sulla nave tutto il necessario ed esortò Giasone, e quelli che
dovevano partire con lui, a partire con animo fermo a compiere il loro
tentativo. Quell'impresa sembrava destinata a portare gloria alla Grecia e a
loro. Non è compito nostro indicare quelli che partirono con Giasone: ma chi
vuole conoscerli, legga gli Argonauti.[2] Giasone appena giunse in Frigia
accostò la nave al porto Simoenta. Poi tutti uscirono dalla nave a terra. A
Laomedonte re dei Troiani fu annunciato che una bellissima nave era entrata nel
porto Simoenta, e che in essa erano trasportati giovani provenienti dalla
Grecia. Appena il re Laomedonte lo sentì ne fu turbato, e considerò il pericolo
comune, se i Greci si abituassero a presentarsi con navi alle sue spiagge.
Manda perciò al porto messaggeri che dicano che i Greci si allontanino dai suoi
territori; e che se non avessero obbedito al suo ordine, allora egli li avrebbe
scacciati con le armi dai confini. Giasone e quelli che erano venuti con lui
sopportarono malvolentieri la crudeltà di Laomedonte, di essere trattati così
da lui, pur non essendogli stata fatta alcuna offesa da loro; nello stesso
tempo temevano anche il gran numero di Barbari, ove tentassero di rimanere lì
contro il suo ordine, che non li schiacciassero: non essendo essi pronti a
combattere, si imbarcarono, si allontanarono dalla terraferma, partirono per la
Colchide, si presero il vello d'oro, tornarono in patria.

[3] Ercole sopportò a malincuore di essere stato trattato in modo offensivo dal
re Laomedonte, lui e quelli che erano partiti insieme con Giasone per la
Colchide, e andò a Sparta da Castore e Polluce. Concorda con questi, di
vendicare insieme con lui le offese subite, perché Laomedonte non esca impunito
dall'averli tenuti lontani dalla sua terra e dal porto. Dice che ci saranno
molti alleati, se si fossero accordati. Castore e Polluce promisero di fare
tutto ciò che Ercole volesse. Partito da loro per Salamina, giunge da Telamone:
lo prega di andare con lui a Troia, e vendicare con lui le offese subite.
Telamone si dichiarò pronto a tutto ciò che Ercole volesse. Di là partì per Ftia
per andare da Peleo, e lo prega di andare con lui a Troia e Peleo gli promise
di andare. Di là partì per Pilo, per andare da Nestore; Nestore gli chiede
perché sia venuto. Ercole dice di voler condurre l'esercito in Frigia, perché
spinto dal dolore. Nestore lodò Ercole, e promise il suo intervento. Ercole,
appena ebbe inteso le volontà di tutti, prepara dodici navi, sceglie i soldati.
Quando venne il momento di partire, mandò una lettera a quelli che aveva
pregato, e essendo questi venuti con i loro uomini, partirono per la Frigia; e
approdarono di notte al Sigeo. Da lì Ercole, Telamone e Peleo fecero scendere
dalle navi l'esercito: ma lasciarono Castore, Polluce e Nestore a difesa delle
navi. Laomedonte con la cavalleria venne al mare, e cominciò a combattere.
Ercole era andato verso Troia, e cominciò ad assalire quelli che erano in città
e che non se lo aspettavano. Appena questo fu riferito al re Laomedonte, che la
città era assalita dai nemici, subito ritorna a Troia: e in questo percorso
essendosi imbattuto nei Greci, viene ucciso da Ercole. Telamone per primo entrò
nella città di Troia: ed Ercole per il suo valore gli diede in dono Esione, la
figlia del re Laomedonte. I figli di Laomedonte che erano con lui vengono
uccisi. Priamo era in Frigia, dove suo padre Laomedonte lo aveva messo a capo
dell'esercito. Ercole e quelli che erano venuti con lui fecero un grande
bottino, e lo portarono alle navi. Poi stabilirono di tornarsene in patria.
Telamone portò via con sé Esione".



Nella prima
sezione,"Darete frigio" rievoca la prima distruzione di Troia, attribuita agli
Argonauti. Delle loro vicende si erano occupati Euripide e Seneca con le loro
tragedie, Apollonio Rodio e il suo imitatore latino Valerio Flacco con i loro
poemi epici, l'onnipresente Ovidio nelle Metamorfosi e nelle Heroides. Darete
non dà alcuno spazio a Medea, come ad altre componenti mitiche della vicenda: è
evidente il suo intento di avvalorare gli aspetti "storici" del suo racconto e
la sua credibilità come testimone diretto degli eventi. Gli imitatori medievali
si rifanno ad altre fonti per raccontare invece diffusamente dell'amore tra
Giasone e Medea e delle conseguenze nefaste di questa relazione immorale,
indulgendo anche a qualche tentazione erotica velata da considerazioni
moralistiche: è questo un vero e proprio "roman" ed essi non se lo lasciano
sfuggire. Anche Giasone scompare totalmente dopo il vello d'oro, protagonista
diviene Eracle che punisce l'arroganza di Laomedonte uccidendo lui e i suoi
figli tranne Priamo e cedendo Esione come preda di guerra a Telamone. Saranno
questi pretesti a determinare la seconda distruzione della città ad opera degli
Achei.




2. LA RICOSTRUZIONE DI TROIA E I PREPARATIVI DI GUERRA



Quelli che seguono
sono i capitoli 4-9, passim, dell'Iliade di Darete. Anche qui non mancano le
modifiche non secondarie della vulgata omerica, come annoteremo in calce.



"[4] Appena questo fu annunciato a Priamo, che il padre era
stato ucciso, i cittadini depredati, il bottino portato via, la sorella Esione
data in dono a Telamone, mal sopportò che la Frigia fosse stata trattata così
offensivamente dai Greci. Si reca a Troia con la moglie Ecuba, e i figli
Ettore, Alessandro, Deifobo, Eleno, Troilo, Andromaca(!), Cassandra, Polissena.
Veramente c'erano anche altri figli nati da concubine, ma nessuno ha detto che
siano di stirpe reale se non quelli che erano nati dalle mogli legittime.
Priamo appena venne a Troia non perse proprio tempo, fece le mura più grandi, e
rese la città fortificatissima; e vi fece stare un gran numero di soldati,
perché per ingenuità non fosse distrutta, così come era stato distrutto suo
padre Laomedonte. Costruì anche la reggia, e vi consacrò un altare a Giove
Statore. Mandò Ettore in Peonia. Fece per Ilio delle porte, i cui nomi sono
questi: Antenoria, Dardania, Ilia, Scea, Timbrea, Troiana. Poi, quando vide
rafforzata Ilio, aspettò del tempo. Quando gli sembrò opportuno vendicare le
offese al padre, ordina di chiamare Antenore, gli dice di volerlo mandare come
ambasciatore in Grecia a dire che, pur avendo dovuto sopportare le gravi offese
fattegli da quelli che erano venuti con l'esercito con l'uccisione del padre
Laomedonte, e con il ratto di Esione, tuttavia egli avrebbe sopportato tutto
con rassegnazione, se gli veniva restituita Esione. [5] Antenore, come ordinò
Priamo, si imbarcò, e partito andò a Magnesia da Peleo. Peleo lo ospitò per tre
giorni, e il quarto gli chiede perché sia venuto. Antenore dice quel che gli
era stato comandato da Priamo, di chiedere ai Greci di restituire Esione.
Quando Peleo udì queste cose, la prese male, perché vedeva che la cosa
coinvolgesse lui: gli ordina di andarsene dalle sue terre. Antenore senza
indugio s'imbarcò, fece rotta verso Salamina da Telamone: cominciò a chiedergli
di restituire a Priamo la sorella Esione: non era infatti giusto tenere così a
lungo in schiavitù una fanciulla di stirpe reale. Telamone rispose ad Antenore
che lui a Priamo non aveva fatto nulla: ma che non darà a nessuno ciò che gli è
stato donato per il suo valore. Perciò ordina ad Antenore di andar via
dall'isola. Portatosi poi da Castore e Polluce, cominciò a chiedere a questi di
dar soddisfazione a Priamo e di restituirgli la sorella Esione. Castore e
Polluce dissero che a Priamo non era stata fatta nessuna offesa, ma che
Laomedonte per primo li aveva danneggiati. Ordinano ad Antenore di partire. Poi
andò a Pilo da Nestore, disse a Nestore per quale ragione fosse venuto. Appena
questi lo sentì, cominciò a rimproverarlo di aver osato venire in Grecia,
quando dai Frigi i Greci erano stati offesi prima. Quando Antenore sentì di non
aver ottenuto nulla, e che Priamo veniva trattato in modo offensivo, si
imbarcò, tornò in patria. Riferisce al re Priamo come ognuno abbia risposto e
come sia stato trattato da loro: e insieme esortò Priamo a punirli con la guerra.
[6] Priamo fa subito chiamare i figli e tutti i suoi amici, Antenore, Anchise,
Enea, Ucalegonte, Bucolione, Panto, Lampone, e tutti i figli che gli erano nati
da concubine. Quando questi vennero tutti, disse loro di aver mandato Antenore
come ambasciatore in Grecia, per aver soddisfazione del fatto che gli avevano
ucciso il padre e perché gli restituissero Esione: ma quelli lo avevano
trattato in modo offensivo, e Antenore non aveva ottenuto nulla da loro. Ma,
poiché non avevano voluto fare la sua volontà, gli sembrava opportuno mandare
in Grecia un esercito che rapinasse loro ricchezze, perché i Greci non avessero
a scherno i barbari. E Priamo esortò i suoi figli a mettersi a capo di questa
impresa, soprattutto Ettore: era infatti il più grande: e questi cominciò a
dire che certo voleva eseguire la volontà del padre, e vendicare la morte del
suo avo Laomedonte e che, qualsiasi offesa i Greci avessero fatto ai Troiani,
ciò non restasse impunito: ma temeva che non potessero portare a termine ciò
che avrebbero tentato; disse che molti sarebbero stati gli alleati della
Grecia, che l'Europa aveva uomini bellicosi; l'Asia invece aveva sempre vissuto
nell'ozio, e per questo non aveva una flotta. [7] Alessandro cominciò ad
esortare, che si prepari la flotta e la si mandi in Grecia: sarebbe stato lui
il capo di quella impresa, se il padre voleva. Disse infatti che, essendo
andato a caccia sull'Ida, in sogno Mercurio gli aveva portato Giunone, Venere,
Minerva, perché tra loro scegliesse la più bella. E allora Venere gli aveva
promesso che, se giudicava il suo aspetto migliore dell'aspetto di queste, lei
gli avrebbe dato in moglie quella che in Grecia pareva la più bella; e lui,
appena aveva sentito questo, aveva giudicato Venere la più bella: per cui
Priamo doveva sperare che Venere sarebbe stata alleata ad Alessandro. Deifobo
disse che gli piaceva il consiglio di Alessandro, e di sperare che i Greci
avrebbero restituito Esione, e avrebbero dato soddisfazione, se, come era stato
disposto, la flotta fosse inviata in Grecia. Eleno prese a vaticinare che i
Greci sarebbero venuti, avrebbero distrutto Troia, genitori e fratelli
sarebbero morti per mano dei nemici, se Alessandro si fosse portato una moglie
dalla Grecia. Troilo, il più piccolo, non meno forte di Ettore, consigliava che
si facesse la guerra, e diceva che non ci si doveva far atterrire dal timore
delle parole di Eleno, e questo piacque a tutti, che si preparasse la flotta, e
si partisse per la Grecia. [8] Priamo mandò in Peonia Alessandro e Deifobo, a
scegliere i soldati; fa venire il popolo ad assemblea. Ammonisce i figli,
perché i maggiori comandassero ai minori. Spiegò quali offese i Greci avessero
fatte ai Troiani: che per ciò Antenore era stato inviato come ambasciatore in
Grecia, perché gli restituissero sua sorella Esione, e dessero soddisfazione ai
Troiani. Antenore però era stato trattato da loro in modo offensivo, né aveva
potuto ottenere alcunché. Per questo aveva deciso che Alessandro fosse inviato
con una flotta in Grecia, a vendicare la morte del suo avo e le offese ai
Troiani. Ordinò che Antenore spiegasse come era stato trattato in Grecia.
Antenore esortò i Troiani a non aver paura, e rese i suoi più desiderosi di
andare a combattere in Grecia. Con poche parole spiegò le cose che aveva fatte
in Grecia. Priamo disse che, se a qualcuno spiaceva che si facesse la guerra,
dicesse pubblicamente cosa voleva. Allora Panto proclama a Priamo e ai suoi
parenti quello che aveva udito da suo padre Euforbo: se Alessandro avesse
portato con sé una moglie dalla Grecia, per i Troiani sarebbe stata l'estrema
rovina. Ma era più bello passare la vita nella pace che perdere la libertà
nella lotta civile, e affrontare un rischio. Il popolo disprezzò l'autorevole
intervento di Panto: ordinarono che il re dicesse cosa voleva si facesse.
Priamo disse che si dovevano preparare le navi, perché si andasse in Grecia;
anche gli attrezzi per costruire la flotta non mancavano al popolo. Il popolo
gridò che per parte sua non c'era motivo di indugio perché si obbedisse agli
ordini del re. Priamo li ringraziò molto, e congedò l'assemblea. E subito mandò
nella selva sull'Ida chi tagliasse legname, e costruisse navi. Mandò Ettore
nella Frigia superiore, a preparare l'esercito: e così si tenesse pronto.
Cassandra, quando udì la decisione del padre, cominciò a dire le cose che
sarebbero accadute ai Troiani, se Priamo insisteva a mandare la flotta in
Grecia. [9] Intanto venne il momento: le navi furono costruite. Arrivarono i
soldati che Alessandro e Deifobo avevano arruolato in Peonia; e appena parve
che fosse possibile navigare, Priamo parla all'esercito: mette Alessandro a
capo dell'esercito come comandante, manda con lui Deifobo, Enea, Polidamante. E
ordina ad Alessandro di andare per prima cosa a Sparta, incontrare Castore e
Polluce, e chieder loro, che sia restituita Esione sua sorella e che si dia
soddisfazione ai Troiani. Se lo avessero negato, mandi subito da lui un messo,
in modo che egli possa mandare l'esercito in Grecia..."



Priamo dunque, assente quando gli
Argonauti, senza Giasone ma con Eracle, avevano distrutto Troia, ucciso
Laomedonte e rapita Esione, al suo rientro ricostruisce grandiosamente Troia.
Inspiegabile l'inserimento di Andromaca tra i figli suoi e di Ecuba, dovuto
forse a qualche glossa della tradizione manoscritta: anch'egli in seguito ne
parlerà come della moglie di Ettore, non più come di una sua sorella, ma tutti
gli imitatori senza batter ciglio incorrono nel medesimo errore...Viene poi
raccontata l'inutile ambasceria di Antenore in Grecia per riottenere almeno Esione
e la decisione di condurre una guerra in Grecia di cui non abbiamo alcuna
notizia nella tradizione omerica. Alle perplessità di Ettore replica Paride,
che vanta l'appoggio di Venere grazie al giudizio sulla bellezza delle tre dèe,
ridotto qui razionalisticamente ad un sogno: tutti gli imitatori medievali ne
seguiranno fedelmente le tracce. Paradossalmente il cronista degli eventi
troiani rinuncia ai dati mitologici prima che "Omero" li inventi...Superando le
contrarietà profetiche di Panto, Eleno e Cassandra la spedizione viene
preparata e a Paride Priamo affianca Deifobo, Enea e Polidamante, che avranno
ruolo centrale nelle vicende conclusive del conflitto. Ma il compito che essi
hanno è recarsi in Grecia e esigere fermamente la restituzione di Esione: in
caso di risposta negativa, ne informeranno Priamo e avrà inizio quell'invasione
della Grecia che il ratto di Elena renderà superfluo. Il filogreco Ditti,
l'altro "testimone", segue invece più da vicino il racconto "omerico" e
presenta Paride come l'adultero traditore della nobile ma ingenua ospitalità di
Menelao.





3. PARIDE ED ELENA. CALCANTE.



Proseguiamo la lettura
analitica del testo di Darete(capp. 9-16, passim) occupandoci del rapimento di
Elena, che scatena la reazione greca, e dell'incontro a Delfi tra Achille e
Calcante, del quale viene proposta una sorprendente identità. Segue il racconto
delle prime fasi della spedizione greca e la "presentazione" dell'autore.



9....Allora
Alessandro si mise in mare verso la Grecia, e prima che giungesse all'isola di
Citerea, il re Menelao, andando a Pilo da Nestore, nel tragitto si incrociò con
Alessandro, e si chiedeva meravigliato dove si dirigesse quella flotta regale.
Entrambe incrociandosi si videro a vicenda, ignari dove ognuno andasse. Castore
e Polluce erano andati da Clitennestra, e avevano portato con loro la loro
nipote Ermione, figlia di Elena. Ad Argo era festa in quei giorni, nei quali
Alessandro arrivò all'isola di Citerea, dove sacrificò a Diana nel tempio di
Venere. Quelli che erano nell'isola ammiravano la flotta regale, e chiedevano a
quelli che erano con Alessandro, chi fossero, perché fossero venuti. Essi
risposero che era stato mandato da Priamo un ambasciatore a Castore e Polluce,
per incontrarli. [10] Però Elena, la moglie di Menelao, essendo Alessandro
nell'isola di Citerea, decise di andarci. Perciò si recò verso il lido, dov'era
il tempio di Diana e Apollo: lì Elena aveva deciso di fare il sacrificio.
Appena ciò fu annunziato ad Alessandro, che cioè Elena era venuta sulla
spiaggia, egli, consapevole della sua bellezza, cominciò a passeggiare al suo
cospetto, desiderando di di vederla. Ad Elena fu riferito che Alessandro,
figlio del re Priamo, era venuto nella città dove si trovava Elena. E anche lei
desiderava vederlo. Ed essendosi guardati entrambi, ambedue, infiammati della
loro bellezza, fissarono un appuntamento per ringraziarsi. Alessandro ordina
che tutti sulle navi stiano pronti: salpino di notte, rapiscano Elena dal
tempio, la portino via con loro. Dato il segnale invasero il tempio, rapiscono
Elena senza farle danno, la portano sulla nave, e con lei rapiscono alcune
donne. Avendo i cittadini visto ciò, a lungo combatterono con Alessandro,
perché non potesse rapire Elena. Ma Alessandro fidando nel gran numero di
alleati li sconfisse, saccheggiò il tempio, portò via con sè moltissimi uomini
come prigionieri, li fece salire sulla nave, salpò, dispose di tornare in
patria, giunse nel porto di Tenedo, dove calmò con un colloquio Elena mesta,
mandò al padre l'annuncio dell'impresa. Quando la cosa fu riferita a Menelao a
Pilo, egli con Nestore partì per Sparta, mandò un messo ad Argo dal fratello
Agamennone, pregandolo di venire da lui. Intanto Alessandro giunse dal padre
suo con la preda e gli riferisce per filo e per segno l'impresa. [11] Priamo fu
contento, sperando che i Greci per recuperare Elena avrebbero restituito sua
sorella Esione, e le cose che allora avevano sottratte ai Troiani. Consolò
Elena mesta e la diede in sposa ad Alessandro: ma appena Cassandra la vide,
cominciò a vaticinare, ricordando quel che aveva predetto prima. E Priamo
ordinò di portarla via e rinchiuderla. Agamennone, quando arrivò a Sparta,
consolò il fratello, e si decise di mandare per tutta la Grecia a far
rimostranze per convocare i Greci e dichiarar guerra ai Troiani. E si
radunarono questi: Achille con Patroclo, Eurialo, Tlepolemo, Diomede. Quando
giunsero a Sparta, decisero di punire le offese dei Troiani, di preparare
esercito e flotta. Come comandante supremo e duce, scelgono Agamennone. Questi
mandano ambasciatori, perché da tutta la Grecia convengano con flotte ed
eserciti, ben equipaggiati, al porto degli Ateniesi contemporaneamente, e
contemporaneamente di là partano alla volta di Troia, per vendicare le offese
ricevute. Castore e Polluce subito, appena sentirono che la loro sorella Elena
era stata rapita, si imbarcarono e la inseguirono. Salparono da Lesbo, ma
sorpresi da una grandissima tempesta non comparvero più da nessuna parte: poi
si disse che erano diventati immortali. E che perciò i Lesbii con navi andarono
fino a Troia per cercarli, e riferirono in patria di non aver trovato tracce di
loro in nessun posto. [12] Darete Frigio, che ha scritto questa storia, afferma
di aver militato fin quando Troia non è stata conquistata: e di averli visti in
occasione delle tregue, e che in parte parteciparono alla battaglia. Aggiunge
di aver udito dai Dardani di che aspetto e natura fossero stati Castore e
Polluce. Furono l'uno simile all'altro, con capelli biondi, occhi grandi, di
bell'aspetto, di corporatura slanciata. Elena era simile a loro, formosa, di
animo semplice, affettuosa, dalle gambe molto belle, con una nota tra le due
sopracciglia, la bocca piccola...[15] Quando furono convenuti ad Atene,
Agamennone convoca in consiglio i capi e li esorta a vendicare quanto prima le
offese ricevute. Chiede se piaccia loro, e li persuade, mandare a consultare
Apollo a Delfi su tutta la faccenda: e tutti concordano con lui. A ciò viene
destinato Achille, e parte con Patroclo. Priamo intanto, come sentì che i
nemici sono pronti, manda per tutta la Frigia ad arruolare truppe dei popoli
confinanti, e procura in patria con grande ardore i soldati. Giunto a Delfi,
Achille va all'oracolo e dai penetrali gli si risponde che i Greci saranno
vincitori e nel decimo anno conquisteranno Troia. Achille compie i sacrifici,
così come gli era stato ordinato. In quella circostanza era venuto anche
Calcante, figlio di Testore, indovino; e, mandato dal suo popolo, portava doni
ad Apollo in favore dei Frigi. A lui dai penetrali si risponde di partire con
la flotta dei soldati Argivi contro i Troiani e con la sua capacità divinatoria
li spinga a non ripartire prima che Troia sia stata conquistata. Quando si
venne al tempio, Achille e Calcante confrontarono tra loro i responsi: felici
dell'antico patto ospitale, confermano l'amicizia, partono insieme per Atene e
vi giungono. Gli Argivi esultano, accolgono tra loro Calcante, salpano. Poiché
le tempeste li trattenevano, Calcante dal volo degli uccelli diede il responso
che prima ritornino in Aulide, per sacrificare a Diana. Partiti, vi giungono.
Agamennone placa Diana, e dice agli alleati che salpino e facciano il viaggio
verso Troia. Si servono come guida di Filottete, che era andato a Troia con gli
Argonauti. Poi approdano ad un fortilizio, che era sotto il dominio del re
Priamo, e lo espugnano: e, fatto bottino, partono: arrivano a Tenedo, e qui
uccidono tutti".





Nei capitoli 9-11
Darete traccia le linee generali del romanzo d'amore tra Paride ed Elena che
verrà abilmente amplificato dai suoi imitatori medievali: diversamente dalla
vulgata "omerica" Menelao ed Elena non sono a Sparta, e Paride, dimentico della
sua missione e del mandato di Priamo, va a Citera, l'isola sacra a Venere dopo
il fugace incontro della sua flotta con la nave di Menelao. Lì giunge anche
Elena, per un sacrificio a Diana: i due si incrociano volutamente sulla
spiaggia, si innamorano all'istante e Paride la rapisce non senza aver rubato
il tesoro sacro. Le fonti tradizionali riferiscono questi eventi alla città
fenicia di Sidone.Darete riferisce anche del dolore tardivo di Elena, che
Paride riesce agevolmente a placare anche grazie allo strano matrimonio
celebrato, non si sa a che titolo, da Priamo.



Intanto i Greci
(capitoli 11-16) si organizzano sotto la guida di Agamennone e Menelao. Da
notare anche il risvolto razionalistico relativo ai fratelli di Elena, i due
Dioscuri, già segnalato nel Ciclo, che l'autore afferma di aver visto a Troia e
quindi non esser morti nella tempesta e tanto meno avere natura divina. Darete
si presenta e, sulle orme di Omero, descrive le flotte e gli eroi greci e
troiani, con ritratti in qualche caso sconcertanti (chi volesse leggerli può
trovarli su www.culturaescuola.it). Segue la missione di Achille a Delfi per
conoscere da Apollo l'esito e la durata del conflitto: ma rilevante è
soprattutto il personaggio di Calcante, qui presentato come inviato di Priamo
per lo stesso motivo, il singolare responso del dio e il suo conseguente
passaggio ai Greci. Dagli imitatori medievali egli sarà descritto come traditore,
vescovo, padre di Briseide-Criseide e darà corpo alla vicenda d'amore descritta
da Boccaccio, Chaucer e Shakespeare per cui vi invito a visitare le note di
mitologia sullo stesso sito. Da rilevare anche che nessuno spazio è dato da
Darete alla vicenda di Ifigenia in Aulide, qui rievocata con un vago accenno, e
che guida della flotta a Troia è Filottete, che come Nestore era stato compagno
degli Argonauti nella prima distruzione di Troia. Ditti invece darà questo
compito a Telefo, la cui vicenda, sfrondata dei particolari mitici, era oggetto
del capitolo 16 qui omesso.



4. PALAMEDE. LA MORTE DI ETTORE.



Dopo il fallimento
dell'ambasceria greca a Troia(17) scattano le prime operazioni di guerra, cui
partecipa anche Palamede, giunto in ritardo ma già determinante nel conflitto
(18-19). Vengono quindi elencati gli alleati e i duci troiani e sono descritte
le fasi dello sbarco e della prima battaglia, con la morte di Protesilao per
mano di Ettore, sfrondata di ogni particolare mitico. Il giorno successivo è
segnato dalla morte di Patroclo, ben diversa dal racconto omerico, come è
facile rilevare. Seguono i funerali dei due eroi greci e la tenace
determinazione di Palamede di scalzare dal comando supremo Agamennone. La terza
battaglia(21-23) vede il duello tra Paride e Menelao, anche qui poco legata al
racconto di Omero; si alternano quindi tregue incredibilmente lunghe (una
addirittura di tre anni!) e sanguinosi scontri, che preludono alla morte di
Ettore per mano di Achille(24). La vicenda ha il tono e i colori di un romanzo,
e così lo descriveranno gli imitatori medievali che ne accentueranno gli
aspetti patetici e drammatici, soprattutto nella descrizione di Andromaca.
Nonostante la prevalenza dei Greci Palamede riesce finalmente a sostituirsi ad
Agamennone (25):questo personaggio, sostanzialmente ignoto ad Omero, ha in
Darete lo strano effetto di vedere d'accordo i due grandi avversari
dell'Iliade, e dell'ira che apriva il grande poema non c'è qui nessuna traccia.




"[17] Intanto gli ambasciatori inviati arrivano da Priamo. Ulisse riferisce le
parole di Agamennone, chiede che Elena e il bottino siano restituiti, si dia
soddisfazione al re per partire pacificamente. Priamo ricorda le offese degli
Argonauti, la morte del padre, l'espugnazione di Troia e la schiavitù della
sorella Esione. Infine, quando mandò Antenore come ambasciatore, quanto
offensivamente sia stato trattato da loro. Ripudia la pace, dichiara la guerra,
ordina di respingere dai confini gli ambasciatori dei Greci. Gli ambasciatori
ritornano a Tenedo nell'accampamento, annunciando il responso. La faccenda
viene portata in consiglio. [18] C'erano invero ad aiutare Priamo questi duci
con i loro eserciti: abbiamo ritenuto giusto inserirne qui i nomi e i regni...
A questi condottieri ed eserciti che si preparavano Priamo pose a capo come
comandanti in capo Ettore, Deifobo, Alessandro, Troilo, Enea, Memnone. Mentre
Agamennone decide su tutta la questione, da Cormo giunse il figlio di Nauplio
Palamede, con trenta navi. Egli si scusò di non essere potuto venire ad Atene
perché ammalato: e tuttavia era venuto non appena aveva potuto. Lo ringraziano,
e lo pregano di far parte del consiglio.[19] Poi, non essendo chiaro agli
Argivi se si dovesse fare irruzione verso Troia occultamente di notte o durante
il giorno, Palamede li persuade, e ne dà ragione, che conviene che la scalata
verso Troia avvenga di giorno, e che così la schiera di nemici sia spinta ad
uscire dalla città. E così tutti approvano: deliberano e mettono Agamennone a
capo dell'impresa... Dato il segnale, salpano, e tutta la flotta schierata in
larghezza si avvicina a Troia, e i Troiani energicamente difendono gli approdi.
Protesilao sbarca sul lido, mette in fuga e fa strage. Gli si fece contro
Ettore, e lo uccise, e scompigliò gli altri: da dove Ettore si allontanava, là
i Troiani erano messi in fuga. Dopo che da entrambe le parti era stata fatta
grande strage, sopraggiunse Achille: egli volse in fuga tutto l'esercito e li
risospinse in Troia. La notte scioglie il conflitto, Agamennone fa sbarcare
l'esercito, allestisce l'accampamento. Il giorno dopo Ettore fa uscire
l'esercito dalla città, e lo schiera. Agamennone gli si fa contro con gran
clamore: la battaglia si fa aspra e irosa: tutti i più forti cadono nelle prime
file. Ettore uccide Patroclo, e si appresta a spogliarlo. Merione lo sottrasse
al combattimento perché non venisse spogliato. Ettore insegue Merione e lo
uccide. Voleva allo stesso modo spogliarlo, ma sopraggiunge in aiuto Mnesteo e
ferisce Ettore al femore: anche ferito egli uccide molte migliaia: e avrebbe
perseverato a mettere in fuga gli Achei, se non lo avesse affrontato Aiace
Telamonio: mentre combatteva con lui, capì che era del suo stesso sangue, era
infatti nato da Esione sorella di Priamo. Per questo vincolo di sangue Ettore
ordinò che si rimovesse il fuoco dalle navi, ed entrambi si scambiarono doni, e
si separarono da amici. Il giorno dopo i Greci chiedono una tregua.[20] Achille
piange Patroclo, i Greci i loro morti. Agamennone onora Protesilao con un
magnifico funerale, fa seppellire gli altri. Achille fa i giochi funebri per
Patroclo. Mentre dura la tregua, Palamede non cessa di sobillare la sedizione:
disse che Agamennone era un re indegno di esercitare il comando supremo e
incapace. E dinanzi all'esercito personalmente espresse i tanti suoi meriti.
Innanzitutto elencò la scalata a Troia, la fortificazione dell'accampamento,
l'aggiramento delle sentinelle, l'aver dato il segnale, la misurazione di
libbre e pesi, e lo schieramento dell'esercito. Avendo fatto tutte queste cose,
disse che non era giusto, essendo stato da pochi conferito ad Agamennone il
comando supremo, che egli comandasse a tutti quelli che fossero venuti dopo:
soprattutto ora che tutti avevano visto capacità e valore nei propri
comandanti. Mentre gli Achei contendono tra loro a vicenda sul comando supremo,
la guerra fu ripresa dopo due anni...[21] E fattosi giorno Ettore, Enea e
Alessandro fanno uscire l'esercito. Tutti gli Achei avanzano. Avviene una
grande strage. Molte migliaia vengono mandati all'Orco da una parte e
dall'altra. Menelao cominciò ad inseguire Alessandro: girandosi a guardarlo
Alessandro trafigge con una freccia il femore di Menelao. Quello, spinto dal
dolore, insieme con Aiace Locrese non cessa di inseguirlo. Appena Ettore li
vide incalzare suo fratello, gli viene in aiuto con Enea. Enea lo coprì con lo
scudo, e lo portò con sé dalla battaglia in città. La notte dirime la
battaglia...[22] ... Agamennone, quando vide molte migliaia di soldati cadere ogni
giorno, e che non ce la faceva a dare gli onori funebri ai caduti senza
interruzione, mandò come ambasciatori a Priamo Ulisse e Diomede, a chiedere una
tregua di tre anni, per poter dare onori funebri ai suoi, e curare i feriti, e
riparare le navi, e procurare le vettovaglie. Ulisse e Diomede vanno di notte
come ambasciatori: va loro incontro il troiano Dolone. Ed essendo richiesti per
quale motivo fossero venuti così armati di notte in città, dissero di essere
stati mandati come ambasciatori da Agamennone a Priamo. E appena Priamo sentì
del loro arrivo e che avevano chiesto di vederlo, convoca in consiglio tutti i
duci. Riferisce loro che sono venuti ambasciatori da parte di Agamennone, e che
chiedono una tregua di tre anni. Ad Ettore pare sospetto che avessero richiesto
un tempo così lungo. Priamo ordina che ciascuna esprima il suo parere: e tutti
furono d'accordo che si desse la tregua per un triennio...[23] Sopraggiunse
dopo il triennio il tempo della battaglia...Priamo, come vide che molte migliaia
di uomini del suo esercito erano caduti, manda ambasciatori ad Agamennone, per
chiedere una tregua di sei mesi. E su parere del consiglio Agamennone concede
la tregua...[24] Ma quando sopraggiunse il momento della battaglia, Andromaca,
la moglie di Ettore, vide in sogno che Ettore non dovesse andare in battaglia:
e riferendogli ella il sogno, Ettore respinge quelle parole da donnette.
Andromaca mesta mandò a chiedere a Priamo di proibirgli di combattere quel
giorno. Priamo ordina di chiamare Eleno, Alessandro, Troilo, Enea e Memnone,
perché andassero essi in battaglia: e in battaglia li mandò. Ettore appena lo
seppe, rimproverando molto Andromaca, chiese le armi per indossarle, e in
nessun modo potè essere trattenuto. Mesta Andromaca con i capelli sciolti,
protendendo il figlio Astianatte davanti ai piedi di Ettore, non riuscì a
richiamarlo. Allora con il suo pianto femmineo scuote la città, corre da Priamo
nella reggia, racconta quel che ha visto in sogno, e che Ettore vuole andare in
battaglia e che non lo si riesce a richiamare neppure spingendo suo figlio alle
sue ginocchia. Priamo ordinò che tutti gli altri avanzassero in battaglia, e
trattenne Ettore. Agamennone, Diomede, Achille, Aiace Locrese appena videro che
Ettore non era uscito, combatterono aspramente e uccisero molti duci dei
Troiani. Ettore, appena udì il tumulto nello scontro, e che senza di lui i
Troiani erano in difficoltà, proruppe in battaglia... appena Achille lo scorse e
vide tanti valorosissimi duci uccisi da lui, dirigeva contro di lui la sua
attenzione, per farglisi contro. Calcolava infatti Achille che, se egli non
uccideva Ettore, parecchi tra i Greci sarebbero periti per mano sua. Molte
migliaia di uomini intanto vengono trucidati. Si ingaggia un'aspra battaglia.
Ettore uccide Polipete, fortissimo condottiero, e avendo cominciato a spogliarlo
sopravvenne Achille. La battaglia si fa più intensa, e si leva un clamore dalla
città e da tutto l'esercito. Ettore ferisce il femore di Achille. Egli
nonostante il dolore patito ancor più prende a inseguirlo né desistette se non
uccidendolo. Ucciso il quale volse in fuga i Troiani, e con grandissima strage
li volse in fuga fino alla porta della città...Achille torna ferito dalla
battaglia. Nella notte i Troiani piangono Ettore.[25] Il giorno dopo Troilo fa
uscire dalla città i Troiani contro l'esercito dei Greci...Priamo secondo il suo
costume seppellì Ettore davanti alla porta della città, e gli fa fare i giochi
funebri. Durante la tregua, Palamede di nuovo non smette di lamentarsi a
proposito del comando supremo. Perciò Agamennone cedette alla sedizione, e dice
che riguardo a ciò farà volentieri sì che essi eleggessero comandante supremo
chi volessero. Il giorno dopo chiama in assemblea il popolo: dice di non esser
mai stato bramoso del comando supremo: volentieri lo accettava se volessero
darglielo; ma volentieri lo cedeva. Gli basta vendicarsi dei nemici, e stima
poco importante per intervento di chi ciò avvenga. Se qualcuno avesse qualcosa
da dire, ordina che parli. Palamede si fa avanti, svela le sue intenzioni. E
così gli Argivi gli conferiscono il comando supremo. Palamede ringrazia gli
Argivi, accetta il comando supremo, lo esercita. Achille condanna
l'avvicendamento del comando supremo".





5. POLISSENA. TROILO.



La quinta sezione
interessa per le numerose novità rispetto alla vulgata "omerica". La prima
riguarda la storia d'amore tra Achille e Polissena, la bellissima figlia di
Priamo ed Ecuba: gli echi di questa vicenda, come qualcuno ricorderà, giungono
sino a Dante che include l'eroe tra i lussuriosi pur se riesce difficile
motivare così.questa condanna. Questo sentimento, e non la voglia di vendicarsi
di Agamennone o magari di Ettore, terrà Achille alternamente vicino o lontano
dalla guerra. La seconda novità è relativa a Palamede: l'eroe, ignoto ad Omero,
è riuscito a sottrarre il comando supremo ad Agamennone ma ne godrà per breve

tempo: dopo aver ucciso Sarpedonte e Deifobo (anche qui la tradizione
omerico-virgiliana pare dimenticata)egli verrà colpito a morte da Paride e
Agamennone riprenderà il suo posto. Benché i suoi rapporti con Achille siano
improntati a cortesia e lealtà, egli non riuscirà a farlo tornare al fianco dei
Greci se non quando i Troiani, guidati ora da Troilo, il più giovane dei figli
legittimi di Priamo, prendono decisamente il sopravvento: ma anche se Darete
non lo dice esplicitamente il ritorno di Achille è dovuto alla sua irritazione
per la mancata consegna di Polissena. Troilo è piuttosto vigliaccamente ucciso
da Achille, e i Troiani sono costretti a rifugiarsi in città.





"[26] ...[27] Quando venne il primo anniversario della
sepoltura di Ettore, Priamo, Ecuba e Polissena, e gli altri Troiani, andarono
al suo sepolcro. Si imbatte in loro Achille, contempla Polissena, fissa su lei
la sua attenzione, cominciò ad amarla fortemente. Allora, spinto dall'ardore,
cominciò a consumare nell'amore una vita che gli era ormai odiosa, e mal
tollerava che fosse stato tolto il comando supremo ad Agamennone, ma che poi a
lui fosse stato preferito Palamede. Costretto dall'amore, dà ad un fedelissimo
servo frigio un messaggio da portare ad Ecuba: e gliela chiede in moglie: se lo
farà, egli con i suoi Mirmidoni se ne tornerà in patria. E quando lo avrà fatto
lui anche gli altri Greci faranno lo stesso. Il servo parte, arriva da Ecuba,
riferisce il messaggio: Ecuba rispose di essere d'accordo, ma a condizione che
la cosa piaccia a suo marito Priamo: ordina al servo di tornare quando ella
abbia parlato con Priamo: il servo riferisce ad Achille quello che aveva
fatto... Ecuba parla con Priamo della condizione di Achille. Priamo rispose che
non se ne poteva far nulla: non perché lo stimi indegno di parentela; ma
perché, se gliela darà, crede che gli altri Greci non se ne andranno: e non è
giusto sposare la propria figlia ad un nemico. Perciò, se la voleva, sia fatta
una pace senza limiti di tempo, e l'esercito parta e si sanciscano i sacri
patti di alleanza. Egli gli darà volentieri la figlia, se e quando questo sia
accaduto. Perciò, al servo mandatole da Achille Ecuba dice le stesse cose che
aveva discusso con Priamo: e il servo le riferisce a Achille. Achille si
lamenta pubblicamente che per una sola donna, Elena, tutta la Grecia e l'Asia
siano state tirate in ballo, in tanto tempo tante migliaia di uomini siano
periti, tanti rischi si affrontino, la libertà sia in pericolo: perciò bisogna
che si faccia la pace, e l'esercito si ritiri. Passò un anno. Palamede fa
uscire l'esercito e lo schiera.[28] Deifobo si schiera di fronte. Achille irato
non esce a battaglia. Palamede, colta l'occasione, fa impeto contro Deifobo e
lo uccide: nasce un'aspra battaglia, da entrambe le parti cadono molte migliaia
di uomini. Palamede si aggira nella prima fila, ed esorta i suoi a combattere
valorosamente. Contro di lui si lancia Sarpedonte licio, e Palamede lo uccide.
Lieto per quest'impresa, si aggira nel campo. Ma mentre esulta e si vanta
Paride Alessandro gli trafigge il collo con una freccia. I Frigi se ne
accorgono, lanciano dardi, e così Palamede viene ucciso. Ucciso il re, gli
Argivi cedono, i Troiani li inseguono, assalgono l'accampamento, incendiano le
navi, tutti fanno pressione, vilmente gli Achei girano le spalle, si rifugiano
nell'accampamento. La cosa fu riferita ad Achille: fa finta di niente. Aiace
Telamonio lotta valorosissimamente: la notte dirime il conflitto. Gli Argivi
nell'accampamento piangono la perizia, l'equità, la bontà, la clemenza di
Palamede.[29] I Troiani piangono Sarpedonte e Deifobo. Nestore, che era il più
anziano, di notte chiama i duci a consiglio, li persuade ed esorta a eleggere
un comandante supremo, e che, se sembra loro opportuno, lo stesso Agamennone
può diventarlo con minimo dissenso. Contemporaneamente rammenta loro che, fin
quando era lui comandante supremo, le cose sono andate in maniera positiva, e
l'esercito era stato abbastanza contento: se a qualcuno sembra altrimenti, esorta
a dirlo. Tutti concordano; eleggono Agamennone comandante supremo. Il giorno
dopo i Troiani escono festanti dalla città in battaglia. Agamennone fa uscire
contro di loro l'esercito: attaccata battaglia, entrambi gli eserciti
alternamente sono messi in fuga. Quando passò la maggior parte del giorno,
avanza tra i primi Troilo, uccide, devasta, mette in fuga gli Argivi
nell'accampamento. Il giorno successivo i Troiani fanno uscire l'esercito:
Agamennone si schiera contro di loro. Avviene una grande strage: entrambi gli
eserciti si scontrano, nasce un'aspra battaglia. Troilo uccise molti duci degli
Argivi. Si combatte nei sette giorni successivi. Agamennone chiede una tregua
per due mesi. Seppellisce Palamede con un magnifico funerale, e gli uni e gli
altri curano la sepoltura degli altri comandanti e soldati.[30] Agamennone,
durante la tregua, manda da Achille Nestore, Ulisse, Diomede, perché gli
chiedessero di rientrare nella guerra. Achille rifiuta, triste, perché aveva
già deciso di non rientrare in guerra, giacché aveva promesso ad Ecuba di non
combattere, poiché amava molto Polissena. All'inizio accolse male quelli che
erano venuti da lui, dicendo che bisognava che si facesse una pace duratura:
tanti pericoli si determinavano per una sola donna, la libertà era a rischio,
egli non si fidava di tempi così lunghi: chiede la pace, rifiuta la guerra. Ad
Agamennone viene riferito cosa si sia concluso con Achille, e che egli
tenacemente diceva di no. Agamennone convoca in consiglio tutti i duci,
consulta l'esercito su cosa si debba fare, ordina di dire ciò che ad ognuno
sembri opportuno. Menelao cominciò ad esortare suo fratello perché piuttosto
l'esercito esca in battaglia, dicendo che non ci si deve atterrire, se Achille
si è tirato fuori: egli tuttavia cercherà di persuaderlo a rientrare in guerra,
ma non ha paura se egli non vorrà. Ricorda che i Troiani non hanno un altro
eroe tanto valoroso quanto lo è stato Ettore. Diomede e Ulisse cominciarono a
dire che Troilo era eroe non meno forte di Ettore, e così opponendosi a Menelao
impedivano che la guerra si facesse. Calcante in seguito al rito augurale diede
il responso di dover combattere, e non preoccuparsi che i Troiani sono
recentemente stati superiori in battaglia. [31] ...Troilo ferisce Menelao, uccide
molti, costringe gli Argivi alla fuga nell'accampamento. La notte dirime il
conflitto. Il giorno dopo...Troilo ferisce Diomede: fa un assalto contro
Agamennone, e lo ferisce al volto, fa strage degli Argivi. Per alquanti giorni
si combatte aspramente...Agamennone... manda a chiedere una tregua per sei mesi...:
si fa una tregua di sei mesi... Durante la tregua, Agamennone secondo il parere
del consiglio va da Achille con Nestore, per chedergli di rientrare in guerra.
Achille, triste, cominciò a dire che non vi sarebbe rientrato, e a lamentarsi
che bisognasse chiedere la pace: ma comunque, visto che non potrebbe negare
nulla ad Agamennone, quando fosse giunto il momento della battaglia, avrebbe
mandato i suoi soldati: lo considerasse scusato per la sua astensione dalla
battaglia. Agamennone lo ringrazia. [32]... [33] Venne il momento della
battaglia...Achille appena vide Troilo incrudelire in quel modo, e infierire
sugli Argivi, e insieme senza interruzione abbatterli, gli Argivi in
difficoltà, balzò in battaglia. Subito lo sorprende Troilo, e lo ferisce.
Achille ritorna ferito dalla battaglia: si combatte per sei giorni continui. Il
settimo giorno, mentre l'uno e l'altro esercito, attaccata battaglia, era messo
in fuga, Achille, che per alcuni giorni ferito non era venuto in battaglia,
schiera i Mirmidoni. Li esorta e sprona a fare fortemente assalto contro
Troilo. Quando fu passata la maggior parte del giorno, avanza Troilo a cavallo,
esultante. Gli Argivi con gran clamore fuggono. Sopraggiunsero i Mirmidoni,
fanno assalto contro Troilo, e molti di loro sono uccisi da Troilo. Mentre si
combatte aspramente, il cavallo di Troilo, ferito, cade e sbalza Troilo che è
rimasto impigliato. Subito accorrendo Achille lo uccide e comincia a
trascinarlo fuori dalla battaglia. E ci sarebbe riuscito, se non glielo avesse
strappato Memnone, e non avesse ferito Achille. Achille ferito torna dalla
battaglia nell'accampamento. Memnone lo insegue e con molti lo assale. Quando
Achille lo vide, si fermò: e così, curata la ferita, e dopo un duello alquanto
lungo, uccise Memnone con molti colpi, e egli stesso ferito da lui si allontanò
dalla battaglia. Quando il duce dei Persiani fu ucciso e l'esercito dei Troiani
fu sbaragliato, i superstiti si rifugiarono in città, e chiusero le porte: la
notte dirime lo scontro..."





6. LA MORTE DI ACHILLE. PENTESILEA.



In questa sezione, la
penultima, della cronaca di Darete si delineano le vicende conclusive del
conflitto. La prima è quella della morte di Achille, che per molti lettori è
legata alla mitica invulnerabilità dell'eroe, tranne il tallone che Paride-o
secondo altri mitografi Apollo-colpisce con una freccia: qui invece sono il
desiderio di vendetta di Ecuba e l'empia condotta di Paride a determinarla. E
Achille muore ingannato inesorabilmente dal suo amore per Polissena, come
ricorderanno i lettori di "Achille, amore e morte". Su consiglio di Eleno, il
suo cadavere verrà riconsegnato ai Greci, che lo ricompenseranno con la vita
alla fine del conflitto: grato gli sarà soprattutto Neottolemo, il figlio
dell'eroe, chiamato a prenderne il posto. Ritroveremo Eleno, con Andromaca, re
in Epiro nell'Eneide virgiliana. Segue il racconto del duello e della reciproca
uccisione di Aiace e Paride, ben lontano da quello tradizionale, e la vicenda
patetica di Pentesilea, la valorosa regina delle Amazzoni, venuta in soccorso
di Priamo e già illustrata ai nostri lettori con la ricerca "Viddi Camilla e la
Pentesilea". Il crollo delle speranze troiane alimenta la secessione che
sfocerà nel tradimento e nella distruzione della città.





"[34] Ecuba, mesta perché i suoi due figli più forti, Ettore
e Troilo, erano stati uccisi da Achille, prese una decisione temeraria
tipicamente femminile per vendicare il suo dolore. Chiama il figlio Alessandro,
lo prega, lo esorta a vendicare lei e i suoi fratelli, a tendere un agguato ad
Achille e ucciderlo quando meno se lo aspetta: giacché le ha mandato un
messaggero, e le ha chiesto che gli fosse data in sposa Polissena, ella gli
manderà a dire a nome di Priamo di firmare tra loro pace e alleanza, e lo
stabiliscano nel tempio di Apollo Timbreo, davanti alla porta: là Achille
verrà, parlerà: lì si può porre l'agguato: basta alla sua vita se lo ucciderà.
Poiché Alessandro era temerario, subito promise che lo avrebbe fatto. Di notte
vengono condotti là i più forti dell'esercito, e vengono posti nel tempio di
Apollo; ricevono la parola d'ordine. Ecuba manda un messaggero ad Achille, a
nome di Priamo, come aveva stabilito. Achille esultante, amando Polissena,
decide di andare l'indomani al tempio. E il giorno dopo con Antiloco, figlio di
Nestore, venne al posto stabilito, ed appena entrò nel tempio dall'agguato gli
corrono contro. Da ogni parte lanciano dardi: Paride Alessandro li incita.
Achille con Antiloco, col braccio sinistro coperto dallo scudo, col destro
tenendo la spada, fa impeto. Achille uccide molti. Alessandro trafigge Antiloco
ed Achille con molte ferite. Così Achille per un agguato, invano comportandosi
valorosamente, perse la vita: e Alessandro ordina che sia portato via, e sia
gettato in pasto agli uccelli. Ma Eleno lo vieta, ricordando molte cose, e
ordina che essi vengano portati fuori dal tempio e consegnati ai loro compagni.
Portano Achille ed Antiloco nell'accampamento. Agamennone seppellisce Achille
con un magnifico funerale: e per fargli il sepolcro chiede una tregua a Priamo
e lì fa i giochi funebri.[35] Poi convoca il consiglio: parla agli Argivi;
all'unanimità si decide di consultare gli dèi sul da farsi. Mandano subito
quelli che dovrebbero consultarli: e questi ricevono il responso che la fine
della vicenda passa per la stirpe di Achille. Avendo i messaggeri riferito
queste cose, Aiace dice: dal momento che il figlio di Achille, Neottolemo, è
vivo, lui si deve far venire all'esercito, per vendicare suo padre: e alla fine
ad Agamennone e a tutti il suo consiglio piace. Si dà l'incarico a Menelao:
egli parte per Sciro per andare da Licomede suo nonno: gli ordina di lasciar
partire suo nipote. E Licomede volentieri lo concesse agli Argivi. Quando finì
la tregua, Agamennone fece uscire l'esercito, lo schiera, lo esorta. Di fronte
avanzano i Troiani: si attacca battaglia. In prima fila si aggira Aiace, mentre
sorge un gran clamore. Cadono molti da entrambe le parti. Alessandro, tenendo
l'arco, molti ne uccide, trafigge il fianco scoperto di Aiace. Aiace ferito
prese a inseguire Alessandro tra i nemici; e non smise, fin quando non lo
abbatté. Estratta la freccia, muore subito anche lui. Il corpo di Alessandro
viene riportato in città. Ucciso Alessandro, Diomede con grande determinazione
fa impeto contro i nemici. I Frigi stanchi si rifugiano in città, ma Diomede
financo in città li insegue. Agamennone conduce l'esercito intorno alla città,
e tutta la notte assedia le mura tutt'intorno, e fa in modo che con veci
alterne diligentemente svolgano i turni di guardia. Il giorno dopo Priamo
seppellisce Alessandro nella città, ed Elena lo segue con grandi lamenti,
perché è stata trattata da lui con onore. E Priamo ed Ecuba l'hanno considerata
sempre come una figlia e accudita con cura, perché mai ella aveva disprezzato i
Troiani e rimpianto gli Argivi.[36] Il giorno dopo Agamennone cominciò a
schierare l'esercito davanti alla porta, e a sfidare a battaglia i Dardani.
Priamo non reagiva, fortificava la città e stava tranquillo in attesa che
sopravvenisse Pentesilea con le Amazzoni. Pentesilea poi arrivò, e fece uscire
l'esercito dall'accampamento contro gli Argivi: scoppia una grande battaglia,
si combatte per parecchi giorni. Gli Argivi sono compressi nel loro
accampamento. A lei a stento si oppone Diomede: altrimenti avrebbe devastato
l'accampamento, incendiato le navi degli Argivi, e sbaragliato tutto
l'esercito. Sospesa la battaglia Agamennone trattiene i suoi nell'accampamento.
Intanto Pentesilea si fa avanti e ogni giorno sbaraglia gli Argivi, li sfida
alla guerra. Agamennone su decisione collegiale fortifica l'accampamento e lo
difende, e non esce a battaglia, fin quando non arriva Menelao con Neottolemo.
Neottolemo appena arriva riceve le armi di suo padre, e presso la tomba del
padre si lamenta con grande clamore. Pentesilea schiera l'esercito come di
consueto, e avanza fino all'accampamento degli Argivi. Avanza Neottolemo,
schiera i Mirmidoni, e li fa uscire per lo scontro. Agamennone schiera
l'esercito: entrambi si scontrano aspramente. Neottolemo fa strage: Pentesilea
gli si fa contro, valorosamente gli si oppose da presso. Finché per parecchi
giorni combatterono aspramente, entrambi uccisero molti nemici. Pentesilea
ferisce Neottolemo. Egli, nonostante abbia subito quella dolorosa ferita, fa a
pezzi Pentesilea condottiera delle Amazzoni. Con quest'impresa fa ripiegare in
città tutto l'esercito dei Troiani. Gli Argivi con l'esercito circondano le
mura, in modo che i Troiani non potessero uscire fuori. [37] Quando i Troiani
videro ciò, Antenore, Polidamante, Enea vanno da Priamo. Gli dicono di
convocare il consiglio per deliberare cosa fare. Priamo convoca il consiglio.
Essi chiesero di poter parlare, e Priamo ordina loro di dire cosa propongano.
Antenore ricorda che i principali difensori di Troia, Ettore e gli altri figli
di Priamo, sono stati uccisi; che contro di loro ci sono ancora invece
Agamennone, Menelao, Neottolemo, non meno forte di quanto lo fosse stato suo
padre, Ulisse, Nestore, Diomede, Aiace locrese, e tanti altri di somma
prudenza. Al contrario, i Troiani sono assediati e decimati. Consiglia di
restituire piuttosto a questi Elena e le ricchezze trafugate da Alessandro, e
di fare la pace. Dopo che dissero molte parole sull'opportunità di concordare
la pace, si alza Amfimaco, il figlio di Priamo, giovane fortissimo: e con
insulti aggredì Antenore e cominciò a rimbrottare quelli che si erano detti
d'accordo con lui e il loro comportamento, e a proporre di fare piuttosto una
sortita nell'accampamento greco, in modo da vincere o, se sconfitti, morire
valorosamente per la patria. Quando finì, si alza Enea, e con miti parole lo
contrasta, propone con insistenza di chiedere la pace ai Greci.[38] Quando fu
finito il dibattito, Priamo si alza molto adirato, indirizza molte imprecazioni
ad Antenore e Enea: essi sono stati promotori del desiderio di guerra e
dell'invio di ambasciatori in Grecia, quando anche Antenore stesso quale
ambasciatore è tornato, e ha riferito di essere stato trattato in modo
vergognoso. E poi Enea, che con Alessandro ha rapito Elena e il bottino. Perciò
egli dava per certo che non si potesse far la pace, e ordina che tutti siano
pronti, quando egli ne avrà dato il segnale, a fare una sortita per le porte
della città: per lui era ormai inevitabile o vincere o morire. Dopo aver detto
ciò, esortandoli con molte parole, congedò il consiglio, portò Anfimaco nella
reggia, e gli disse di temere da parte di quelli che avevano consigliato la
pace che tradiscano la città, e che essi hanno molti del popolo che la pensano
come loro: c'è bisogno che siano uccisi. Se questo accade, egli potrà difendere
la patria e sconfiggere gli Argivi. E insieme lo prega di essergli fedele e
obbediente, e pronto con le armi: e questo può avverarsi così: il giorno
successivo, come al solito, egli avrebbe fatto il sacrificio, e li avrebbe
invitati a cena. Allora Anfimaco, approvata la sua decisione, promette che la
eseguirà e così si allontanò da lui".





7. IL TRADIMENTO E LA DISTRUZIONE DI TROIA.



Concludiamo
l'esposizione brevemente commentata del testo di Darete, che accanto a
Virgilio, Ovidio e Ditti è tra le fonti del mito troiano in Occidente durante
la lunga parentesi medievale. Sappiamo che per disporre del testo omerico
bisognerà attendere l'età umanistica e la migrazione nelle corti italiane del
Quattrocento dei dotti bizantini a seguito del crollo dell'Impero Romano
d'Oriente per mano turca. Ma solo nel tardo Settecento la nascente filologia
farà giustizia della natura apocrifa delle opere di Darete e Ditti, che
continuarono ad essere comunque conosciuti e studiati per tutto l'Ottocento e
il primo Novecento, prima che un colpevole silenzio ne cancellasse la
testimonianza. Siamo persuasi che i lettori apprezzino il nostro sforzo
divulgativo, e li ringraziamo di questo.L'ultima sezione del testo di Darete si
occupa del tradimento e della distruzione di Troia, già noti a quanti ricordano
i contributi sull' "Impius Aeneas" che sono alla base di queste ricerche. Ad
essi rinviamo per i più specifici approfondimenti, sottolineando qui invece la
vicenda di Polissena, crudelmente sacrificata all'ombra di Achille, e quella di
Eleno e Andromaca che conosciamo già dal terzo libro dell'Eneide: il primo era
stato consegnato a Neottolemo, il figlio di Achille, per aver impedito a Paride
di fare scempio del suo cadavere (vedi in proposito il contributo "Achille,
amore e morte" già pubblicato) e la donna come preda di guerra per l'uccisore
di Ettore. Forse non tutti i lettori si spiegherebbero facilmente la
benevolenza di Neottolemo per Eleno, che Enea trova re dell'Epiro nelle sue
peregrinazioni prima di giungere naufrago a Cartagine.





"[39] Lo stesso giorno si riuniscono di nascosto Antenore,
Polidamante, Ucalegone, Anfidamante, Dolone. Dicono di meravigliarsi della
pertinacia del re che, assediato, preferiva morire con la patria e i compagni
piuttosto che fare la pace. Antenore dice di aver trovato una via d'uscita,
utile ugualmente per sé e per loro, ma che bisognava vincolarsi con un
giuramento. Tutti si vincolano con giuramento. Antenore, appena si vide
vincolato dal giuramento, manda a dire ad Enea che si deve tradire la patria e
badare ognuno a sé e ai suoi; dice che bisogna mandare qualcuno ad informare di
ciò Agamennone, e a riferirgli che il re si era alzato in consiglio, irato
perché egli gli aveva consigliato la pace, e che lui, Antenore, temeva che
stesse tramando un colpo di stato. E così, tutti giurano: e subito mandano di
nascosto Polidamante, che era uno di questi, da Agamennone. Polidamante arriva
nell'accampamento dei Greci, si incontra con Agamennone, e gli disse
dell'accordo intervenuto. [40] Agamennone di nascosto, di notte, convoca in
consiglio tutti i duci, riferisce quelle stesse cose ed ordina che ognuno
esprima la sua opinione. Si convenne all'unanimità di dar credito ai traditori.
Ulisse e Nestore dissero di avere qualche timore ad affrontare questa
incognita. Ma Neottolemo li contrasta. Mentre contendevano tra loro, si stabilì
di farsi dire da Polidamante la parola d'ordine, e di servirsene per mezzo di
Sinone in un colloquio con Enea, Anchise ed Antenore. Sinone parte per Troia. E
poiché le chiavi della porta non ancora erano state date alle guardie di
Anfimaco, data la parola d'ordine, Sinone si sentì fare i nomi di Enea, Anchise
ed Antenore, e rassicurato lo riferisce ad Agamennone. Allora si decise all'unanimità
di dar credito ai congiurati e di confermare con giuramento che si dava
assicurazione ad Antenore, Enea, Ucalegone, Polidamante, Dolone e a tutti i
loro genitori, figli, mogli e parenti consanguinei e amici che insieme con loro
avessero giurato, che fosse loro lecito mantenere intatte tutte le loro cose e
indenni i loro beni. Stretto e confermato con giuramento questo patto
Polidamante propone che portino di notte l'esercito alla porta Scea, dove
all'esterno è dipinta la testa di un cavallo. Dice che lì sono di presidio
durante la notte Antenore con Anchise, che avrebbero aperto di notte la porta
all'esercito e avrebbero fatto loro luce. Questo sarebbe stato il segnale
dell'irruzione in città, perché sarebbero stati pronti lì quelli che li avrebbero
condotti alla reggia. (41) La proposta fu accettata e concordata, e Polidamante
torna in città, riferisce i fatti, dice ad Antenore e ad Enea e agli altri con
i quali era stato stretto l'accordo di portare tutti i loro familiari alla
porta Scea, aprire di notte la porta Scea, mostrare il lume, far entrare
l'esercito. Antenore ed Enea di notte furono lì alla porta, accolsero
Neottolemo, aprirono la porta all'esercito, mostrarono la fiaccola, chiesero
che ci fosse la garanzia della fuga per sé e per tutti i loro cari. Neottolemo
fa irruzione in città, fa strage dei Troiani, insegue Priamo, che sgozza
davanti all'altare di Giove. Ecuba, mentre fugge con Polissena, si imbatte in
Enea, e gli affidò Polissena, che Enea nascose a casa del padre Anchise. Andromaca
e Cassandra si rifugiano nel tempio di Minerva. Per tutto il giorno e la notte
gli Argivi non cessano di devastare e far bottino. [42] Quando fece giorno,
Agamennone convoca tutti i duci nel tempio di Minerva: ringrazia gli dèi, loda
l'esercito, ordina di portare in mezzo tutto il bottino, dicendo che lo avrebbe
diviso alla pari con tutti. E contemporaneamente chiede all'esercito se voglia
che ad Antenore ed Enea, con quegli altri che insieme con loro avevano tradito
la patria, venga mantenuto ciò che in segreto essi gli avevano promesso.
L'esercito tutto grida che vuole così; e allora, chiamatili tutti, gli restituì
tutte le loro cose. Antenore chiede ad Agamennone di parlare. Agamennone lo
concede. All'inizio Antenore loda i Greci, e insieme ricorda che Eleno e
Cassandra avevano sempre sconsigliato al padre la guerra, che Eleno aveva detto
che si desse sepoltura ad Achille, e disse che Eleno era esperto indovino.
Agamennone con il favore del consiglio diede ad Eleno e a Cassandra la libertà.
Eleno allora prese a pregare Agamennone per Ecuba ed Andromaca, ricordando che
egli era stato sempre caro per loro. Agamennone riporta la questione al
consiglio. Si decise di dar loro la libertà, di restituire tutte le loro cose,
di dividere equamente il bottino; e inoltre di fare i sacrifici e sciogliere i
voti, e decidere il giorno per la partenza. Quando però quel giorno arrivò,
scoppiarono grandi tempeste e per alquanti giorni dovettero fermarsi lì. [43]
Calcante allora vaticinò che non si erano soddisfatte le divinità infernali e a
Neottolemo venne in mente che Polissena, a causa della quale suo padre era
morto, non era stata trovata nella reggia. La chiede ad Agamennone, si lamenta,
chiama in ballo l'esercito. Agamennone ordina che si chiami Antenore, gli ordina
di cercarla e di condurgliela. Egli va da Enea, e indaga con gran cura; e
perché gli Argivi partano il prima possibile, appena trova Polissena nascosta,
la porta da Agamennone. Agamennone la consegna a Neottolemo, ed egli la sgozza
presso la tomba del padre. Agamennone, irato con Enea perché aveva nascosto
Polissena, gli ordina di uscire subito con i suoi dalla patria. Enea con tutte
le sue navi parte, e lascia i suoi possedimenti ad Antenore. Dopo che partì
Agamennone, Elena, dopo alcuni giorni, mesta piuttosto che lieta, viene
riportata in patria con il suo Menelao. Eleno con Ecuba, Andromaca e Cassandra
si dirige verso il Chersoneso. [44] Fin qui Darete Frigio tramandò la sua opera
in caratteri greci. Infatti egli rimase lì a Troia con la fazione di Antenore.
Si combatté per dieci anni, otto mesi e dodici giorni; presso Troia caddero tra
gli Argivi, come indicano i bollettini quotidiani di guerra, che Darete Frigio
accuratamente segnò, 806.000 uomini fino al tradimento della città. Dei
Troiani, 278000 uomini. Enea partì con le navi con le quali venne in Grecia
Alessandro, ventidue di numero. Lo seguirono uomini di ogni età, circa 3300.
Seguirono Antenore duemilacinquecento uomini, Andromaca ed Eleno 1200. Fino a
qui arriva la storia di Darete".

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N.B. Per il testo latino del "De excidio Troiae" di Darete e altri
scritti sulla vicenda di Troia, a cura di Francesco Chiappinelli, consultare il
sito: http://www.culturaescuola.it/





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